Chiesa e Monastero di San Lorenzo Martire

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Chiesa di San Lorenzo - Castello

Chiesa e Monastero di San Lorenzo Martire. Monastero di Monache Benedettine. Chiesa e Monastero secolarizzati

Storia della chiesa e del monastero

Fra le molte chiese, che la pietà della famiglia Badoara eresse, allorché per molti anni occupò la sede ducale della Repubblica, una delle più riguardevoli è quella del gran martire San Lorenzo, che unitamente con l’altra contigua, dedicata a San Severo fondarono nell’Isole Gemelle i progenitori di Orso Partecipazio Vescovo di Castello, figlio di Giovanni, e nipote d’Angelo dogi di Venezia, l’ultimo dei quali probabilmente delle due dette chiese fu il benemerito fondatore. Di ciò argomento se ne desume dalla Veneta Storia, in cui si legge, che avendo Angelo doge associato alla dignità Giovanni di lui minor figliuolo, Giustiniano il primogenito ritornato da Costantinopoli, ove stato si era per comando paterno, udita l’elezione del fratello, si ritirò sdegnoso presso la chiesa di San Severo, ove si fermò, finché il fratello fu privato del consorzio della paterna dignità. Pervenute dunque per retaggio d’eredità queste due chiese all’assoluta disposizione d’Orso vescovo, dispose egli morendo, che restare dovessero a Romana sua sorella con autorità di poter presso la chiesa di San Lorenzo ergere un monastero di monache, al quale perpetuamente soggetta fosse anche l’annessa chiesa di San Severo. Si vede segnato nell’anno 853 il testamento del vescovo Orso, il quale poi nell’anno susseguente passò a miglior vita.

Molte più cose scrive della fondazione di questo monastero in una sua Cronichetta Paolino Fiamma dell’ordine dei Crociferi, uomo di feconda fantasia, che riconosciute evidentemente per favole devono dagli amatori della verità essere rigettate.

Unita alla chiesa di San Lorenzo vi è altra chiesa di minor mole, dedicata al martire San Sebastiano, cui asserisce il Sansovino esser già stata parrocchiale, finché la cura dell’anime, per maggior comodo dei parrocchiani, fu trasportata all’altra chiesa di San Severo. Non però fu quella chiesa fabbricata unitamente né all’altra di San Lorenzo, da cui è totalmente distinta, né al monastero; ma oltre un secolo dopo, cioè (come si ha per tradizione) al tempo di Pietro II Orseolo doge di Venezia, per occasione di fierissima pestilenza, che vagando quasi per tutto il mondo allora conosciuto, si introdusse anche in Venezia, e le rapì con lo stesso doge una grandissima parte dei suoi abitanti.

Per adempir dunque quanto nel suo testamento prescritto aveva il pio vescovo suo fratello, ordinò Romana già fatta padrona l’erezione del nuovo monastero in ampio recinto, aggiungendo ai chiostri delle religiose altre abitazioni contigue ad uso dei monaci, i quali secondo la consuetudine di quei tempi assister dovessero alle monache per la celebrazione dei divini uffici, e per l’amministrazione dei sacramenti.

Assunse poi il governo del fabbricato monastero la stessa Romana, la quale, se credere si deve ad una Cronichetta veduta e citata dal Fiamma, prima di trasferirsi a questo monastero si era già dedicata a Dio nei chiostri di San Zaccaria, dai quali trasse seco Participazia sua cugina, che dopo la di lei morte fu istituita la seconda abbadessa di San Lorenzo. Successe poi ad Ancilla una monaca di nome Trionissa, che soggettò il suo monastero alla rinomata riformazione dell’ordine benedettino, introdotta già nel Monastero di Clugni dall’abbate Sant’Oddilone. Queste notizie, che non oserei dire interamente vere, sono, però in parte confermate così dal testamento del vescovo Orso, come da pubblici registri di documenti, dai quali si rileva aver Trionessa monaca di San Lorenzo nell’anno 1092, di consenso di Petronia sua abbadessa (nome taciuto dall’autor della citata cronaca) assegnato al suo monastero alcune rendite per suffragio dell’anima di Domenico suo fratello, dal quale era stata creata commissaria.

Accadde qualche tempo dopo, cioè nell’anno 1105 che accesosi nell’Isole di Gemole un orrido incendio passò anche a consumare la chiesa, ed il monastero di San Lorenzo, e la chiesa pure di San Severo: nel che è da notare, che nominando l’esattissimo cronologo Andrea Dandolo tutte le chiese consumate in quell’anno dal fuoco, niente dice della chiesa di San Sebastiano, che certamente se allora vi fosse stata, soccombere avrebbe dovuto alla stessa disgrazia di restare divorata dalle fiamme.

Ma giacché ridurre si devono cose incerte, e tratte da piccoli codici di dubbia fede, conviene dire ciò che rispetto a questo monastero si legge in un libricciuolo, che tratta del trasporto fatto del preteso corpo di Santa Barbara da Costantinopoli a Venezia nella chiesa di Santa Maria dei Crociferi. Scrive dunque l’autore (il quale probabilmente è lo stesso Paolino Fiamma) che l’imperatore Emmanuele mandò in dono a Vital II Michieli doge un piede di Santa Barbara legato in argento, il qual piede dal detto doge fu posto nell’antichissima chiesa del martire San Lorenzo, dove Angela sua sorella abbadessa viveva. Né qui ometter si può di riflettere, che dall’autore nello scriversi una cosa successa nell’anno 1177 dicasi antichissima la chiesa di San Lorenzo, che era stata rifabbricata dai fondamenti dopo l’anno 1105.

Altre abbadesse dopo Angela Micheli ricaviamo da autentici pubblici registri, fra le quali singolarmente spicca Renda Albizo, che con benemerito studio accrebbe gli edifici, e le rendite del monastero, e virilmente difese le sue prerogative contro i parrocchiani di San Severo, che tentavano d’offenderle.

Né meno benemerite riuscirono le susseguenti abbadesse Agnese Querini e Maria Barbarigo, sotto il governo delle quali si aumentarono le entrate così per legati di pie persone, che per acquisti fatti dai conversi del monastero stesso, che attendevano in quei tempi all’amministrazione dei beni temporali, come i monaci sacerdoti assistevano alla cura spirituale, ed alla conservazione della regolare osservanza. Contribuì anco ai vantaggi del monastero l’apostolica liberalità di Onorio papa III che nell’anno 1221 con pontificio diploma lo dichiarò libero da qualunque aggravio d’ecclesiastiche decima. Contuttoché però si fossero notabilmente aumentati i poderi, pure circa la metà del secolo XIII, per cause ora a noi sconosciute si ridusse il monastero a tali ristrettezze, che convenne implorare la paterna previdenza d’Innocenzio papa IV, acciocché allettasse (come fece nell’anno 1250) con spirituali indulgenze i fedeli a porger qualche sussidio d’elemosine all’angustiare religiose; ed Alessandro IV, dappoi nell’anno 1257 le liberò da qualunque straordinario peso di sussidi ecclesiastici. Maggiori però furono i privilegi, che lor concesse Clemente IV nell’anno 1267, ricevendo e sotto la protezione della sede apostolica, e concedendo ad esse libera l’elezione dell’abbadesse con facoltà di ricevere nel loro cimitero chiunque volesse in esso aver ecclesiastica sepoltura.

Tante grazie dell’apostolica sede, ed un sommo rispetto e venerazione, che loro dimostrava il popolo di Venezia, se lo meritarono a quei tempi le ottime religiose, le quali (come attestò in suo diploma dell’anno 1273, Giovanni patriarca di Grado risplendevano fra le altre della diocesi castellana, per un singolare merito di santi costumi. Insorsero poi nei principi del secolo XIV gravissime dissensioni fra il monastero stesso, ed i vescovi castellani; poiché avendo voluto Bartolommeo Quirini, secondo di tal nome, e dopo lui Giacomo Albertini, vescovi di Castello, obbligar le monache a gravi contribuzioni, unitesi queste con le altre dei veneti monasteri soggettate pure a simili pesi, si appellarono al pontefice Bonifacio VIII producendo a loro difesa le replicate bolle pontificie, che assolte le volevano da qualunque imposizione ed aggravio.

Partirono intanto dalle abitazioni loro assegnate i monaci: per cui dal cardinal Cosmo legato apostolico, poi Innocenzio Papa VII fu concessa nell’anno 1429 all’abbadessa la facoltà di eleggersi alquanti sacerdoti regolari, o secolari, che officiando la chiesa amministrassero alle monache gli ecclesiastici sacramenti. Si andava frattanto con l’avanzarsi del secolo intepidendo quel nobile fervore di spirito, che aveva conciliato al monastero l’ammirazione, e l’applauso della città, e molte delle monache già rilassare nell’osservanza della regola diedero motivo, che il monastero fosse diviso in due partiti, di conventuali l’uno, e di osservanti l’altro. Onde non solo la regolare disciplina, ma l’interna pace ancora venne a totalmente turbarsi. A pari misura con quei discapiti, che dallo scorrere del lungo tempo risentiva lo spirituale edificio, procedevano i danni della materiale struttura della chiesa: per cui Elisabetta Molino, eletta abbadessa nell’anno 1490, diede tosto mano al necessario rifacimento, ed avendo ordinati i primi lavori nella cappella maggiore, vi rinvenne in maniera mirabile (come poi diremo) nascoso nel seno di essa il sacro corpo del martire San Paolo, Patriarca di Costantinopoli.

Frequente era a quei tempi il concorso del popolo a questa chiesa, per le molte indulgenze a lei concesse da Bonifacio VIII, Eugenio IV, Pio II, e Paolo II, ma più numeroso soleva accorrervi nei giorni di mercoledì di qualunque settimana, offrendo elemosine per celebrazione dei sacrifici, ai quali non essendo sufficienti i cappellani destinati al servigio della chiesa, Alessandro papa VI, nell’anno 1499, permise alle monache, che con un solo solenne sacrificio fatto a riguardo di dette oblazioni potessero soddisfare a qualunque obbligo d’elemosine ricevute. Confermarono poi e le indulgenze, e le prerogative del monastero con amplissimi diplomi i susseguenti pontefici Leon X nell’anno 1519, Paolo III, nell’ anno 1534 e Giulio parimenti III nell’anno 1550.

Andava intanto così lentamente progredendo il lavoro, che fuori dell’altare maggiore tutto il rimanente della chiesa lasciato nell’antico suo stato, andava minacciando imminente pericolo di rovina. Dal che eccitata Paola Priuli instituita abbadessa nell’anno 1592, risolutamente disposta di rinnovarla interamente, comandò, che in luogo più lontano dal canale se ne disponessero i fondamenti. Qual fosse l’antica chiesa lo risapiamo da quella Cronichetta, che fu citata di sopra, e l’esponiamo con le stesse di lei parole.

Era la chiesa di San Lorenzo, non quella che donò Orso Partecipazio a sua sorella (poiché questa si abbruciò nell’anno 1105) ma quella, che dalle abbadesse posteriori fu magnificamente rifabbricata, cioè dalla figliuola di Domenico, e sorella di Vital Michieli dogi, abbadessa molto ricca per le gran ricchezze donateli da questi signori suoi parenti: questa chiesa vecchia in altra positura era dalla nuova, con un cantone sopra il rio, e dall’acqua battuta, e da quell’acqua sempre allontanandosi largamente terminava con i cimiteri delle monache, non con la Chiesa di San Sebastiano, come ora è. Ella era fabbricata in tre navi sopra belle colonne di marmo, aveva una sottoconfessione all’antica assai bella e ben ornata, il piano della chiesa era più basso due scalini del suo sottoportico, sotto il quale vi erano le sepolture dei cappellani della chiesa di San Severo, e nel mezzo a quella stava la sepoltura di Marco Polo nobile veneto, detto Millioni, famosissimo per li paesi da lui veduti. Dentro la chiesa vi era una cappella antichissima dedicata a Santa Candida romana vergine e martire, il di cui coro portato a Venezia fu in questa chiesa nascosto entro un pilastro secondo l’uso di quei antichi tempi.

Del 1592. Si cominciò a disfare detta chiesa di San Lorenzo, e nel disfarla due miracoli successero: l’uno fu che la volta della Cappella di Santa Candida cadde improvvisamente dall’alto al basso con quattro uomini sopra, che vi lavoravano con muri pietre e travi, e niuno di loro ebbe nocumento immaginabile. L’altro fu che profondando molto per cavar alcune pietre grandi, ritrovarono due zare piene di monete moresche d’oro di grandezza alcuna di esse di due zecchini, d’oro purissimo impresse con caratteri arabici.

È opinione di molti, che queste siano state ricchezze dei dogi Michieli, date in salvo alla sorella monaca in questo monastero, mentre il popolo tumultuava contra Vitale Michiele, e l’uccisero. Domenico prese Tiro, e lo saccheggiò assieme con molte isole dell’Arcipelago; onde se ne ritornò alla patria carico di spoglie ricchissime. Si venne in cognizione di queste monete d’oro Per uno di quelli operai, che confessò per scarico dell’anima sua, che ne aveva avuti in parte trentadue pezze; onde presi i compagni con grandissima fatica se li cavò dalle mani in più volte 400 pezzi, e se ne salva nel detto monastero per memoria alquante, delle quali però in oggidì ne rimangono solo due, che a suo luogo vengono esattamente espresse.

Si segue poi a narrare la prodigiosa invenzione del corpo di Santa Candida. Li operari dall’avidità mossi sentendo in un pilastro col batter dei martelli il vacuo, ruppero quello, il quale era della stessa ruppe quello, il quale era della stessa cappella di Santa Candida, e in un subito si vide uno splendore grandissimo, che spaventò quelli operai, e così fu ritrovato entro il pilastro il corpo della santa.

Si celebrava di questa santa la festa nel giorno primo di dicembre, e negli antichi breviari del monastero si legge la vita della santa martire con tali circostanze di miracoli sorprendenti, che abbisognerebbero di qualche più autorevole fondamento per pubblicarli. Fu poi il sacro corpo nell’anno 1629 dalla chiesa di San Lorenzo trasportato a quella contigua di San Sebastiano, ed ivi deposto sulla mensa dell’altare al medesimo San Lorenzo consacrato.

Per opera dunque della diligente abbadessa Priuli il nuovo magnifico tempio fu ridotto nello spazio d’un decennio all’intero fino compimento; dopo di che la benemerita superiora (che fu l’ultima delle abbadesse perpetue) passò al godimento eterno della chiesa trionfante nell’anno di Cristo 1602. Maria Cornaro poi fu eletta abbadessa per un triennio, la quale nella nuova chiesa eresse il maestoso altare dedicato a San Barbaro martire, al quale in faccia ne fabbricò un simile per il martire e patriarca San Paolo Maria Perpetua Soranzo, che successe alla Cornara nella prelatura. Molto più però fece Andriana Contarini terza abbadessa delle triennali, ergendo un altare così per magnificenza, come per la sceltezza dei marmi a niuno altro della città inferiore di merito; e nel di cui mezzo a custodia dell’adorabile sacramento innalzò un tabernacolo di preziosissime pietre ricoperto e adornato. Compì pur nobilmente l’interno soffitto della chiesa, e lastricò di politi marmi il vasto pavimento.

Appena però ridotta a perfezione la nuova vaghissima chiesa del santo levita titolare, convenne rivolgersi ad altro simile, benché men grave lavoro, riedificando dai fondamenti la contigua chiesa di San Sebastiano, che non lontana si mostrava dal precipizio. Fu rialzata dunque nell’anno 1630 con non molto grande, ma ben ornata struttura; dopodiché restò stabilito nell’anno 1632 che le sacre reliquie già a motivo della nuova fabbrica custodite entro i recinti del monastero, restituite e collocate fossero nelle due chiese già a piena perfezione e di struttura, e di ornamenti ridotte.

Egli è ben giusto dolersi della trascuraggine di chi non conserva memoria alcuna né da dove, né da chi fossero trasportati i corpi venerabili di santi cotanto rinomati, che ora riposano in questa chiesa. Ma quantunque nulla poi asserirsi con sicurezza, egli è verosimile però, che questo siano porzione illustre di quelle reliquie donate già a Venezia ni da Alessio Comneno imperatore d’oriente, in grata riconoscenza dei sussidi ottenuti dalla Repubblica contro i Normanni. A questi venerabili tesori tratti già dall’oriente aggiungere anche si devono due corpi di veneti santi, dei quali diremo in appresso.

Già di sopra s’è fatta menzione del corpo prodigiosamente rinvenuto della martire Santa Candida, di cui abbiamo per sola tradizione, che da Bolsera, non lungi da Viterbo lo trasportassero i parenti di Renda Albizo abbadessa verso il fine del secolo XII.

Si fa pure rimembranza di un piede asserto di Santa Barbara, che fu dono dell’imperatore Emmanuele di Costantinopoli.

Il più illustre però di quegli eroi celesti, che in questa chiesa riposano, considerare si deve il martire San Paolo patriarca di Costantinopoli, che per difesa della divinità di Gesù Cristo relegato dall’empio Costanzo imperatore arriano in Cucusa di Cappadocia, ivi fu per di lui ordine crudelmente strozzato. Trasportato poi il corpo del glorioso martire a Venezia, e secondo l’uso di quei tempi gelosamente nascosto nella chiesa di San Lorenzo, fu poi nell’anno 1493 mirabilmente scoperto. Di questa invenzione ne diamo un trassunto tratto dall’autentico documento, che formato ne fece in quel tempo l’abbadessa Elisabetta Molino.

Correva l’anno del signore 1493 quando nel giorno 10 di agosto fu ritrovato il corpo di San Paolo vescovo e martire, duecento e sessanta sette anni dopo che era stato nascosto, per innalzare un più magnifico altare al martire San Lorenzo si distruggeva il vecchio, allorché nel di lui seno rinvennero un piccolo sepolcro di marmo con un corpo involto in panni lini, e con una teca di avorio posta sul petto, ripiena di ceneri. Né vi era scritto, né memoria di alcuno per il lungo tempo che quivi giaceva, dai quali si potesse rivelare di qual santo fossero quelle ossa: Per cui ricorse al patriarca le monache, e li essendo infermo spedì ad esaminare la cosa il suo vicario Giacomo da San Daniele, che considerate le reliquie, e il sepolcro, pensando essere di qualche santo, ordinò conservarle in luogo appartato e decente, finché la divina misericordia conoscer facesse il di lui nome. Successe fra pochi giorni, che una devota monaca pregando con fervore la divina bontà a voler manifestare il nome del suo servo, veduto presso di se un antico messale, mossa da un’interna allegrezza l’aperse, e ritrovò nelle sue prime pagine registrato quali corpi, e quali reliquie vi fossero nella chiesa di San Lorenzo, ed il luogo preciso, dove giacevano; e fra queste si leggeva, nell’altare di fuori vicino a cancelli riposa il corpo di San Paolo vescovo e martire. Fu tosto rimesso l’antico messale alle mani del patriarca, che esattamente considerata ogni cosa, comandò, che quel sacro corpo riposto fosse in un più decente sepolcro su qualche altare: il che fu anche eseguito nel giorno primo del susseguente maggio, onorando Iddio con miracoli la memoria dell’invitto suo martire. Dal detto altare fu poi, finché si rinnovasse la chiesa, depositato nell’interno oratorio di esse monache, e compita la chiesa, fu solennemente con l’intervento pomposo di ambi i cleri trasportato dal patriarca Cardinal Vendramino nel giorno secondo di febbraio dell’anno 1617 nella nuova chiesa all’altare, sotto il di lui titolo dedicato, nella quale occasione fu anche dalla parte interiore della chiesa, ove salmeggiano le monache, levato il corpo di San Barbaro per collocarlo sull’altare al di lui nome magnificamente eretto.

Le valorose azioni di questo santo campione di Gesù Cristo si leggono scritte nel Catalogo di Pietro vescovo di Jesolo, ed in alcune lezioni ad uso di coro presso le monache di San Lorenzo, da cui si rileva, che il nostro santo militando nell’esercito di Giuliano apostata, ed essendo per un’ottenuta vittoria violentato di fare sacrificio agli idoli, dopo vari tormenti d’eculeo, di battiture, e di fuoco consumò con la decollazione il suo martirio. Il corpo fu seppellito in Modone da Felizio vescovo, e poi fu trasportato in Venezia alla chiesa di San Lorenzo.

Benché di sua traslazione non si abbia veruno autentico documento, pure oltre la tradizione immemorabile del monastero, concordemente l’asseriscono il Maurolico, il Gale?ino , ed il Ferrari nei loro martirologi, e Costanzo Felizio altresì nell’Effemeridi Storiche. La maggior prova però dell’identità del santo corpo sono i manifesti miracoli, coi quali Dio volle manifestarne il merito, e la gloria, fra i quali illustre fu quello di un Sacerdote genovese povero, e cieco, che giunto per sostenere la vita all’angustia di dover mendicare, si sentì internamente ispirato a si portò alla chiesa di San Lorenzo, ove nel momento stesso, che pieno di fiducia implora il patrocinio dei santi martiri Ligorio e Barbaro, che ivi si veneravano, si vide restituito al godimento perfetto della luce.

Giace nell’ interiore chiesa delle monache all’altare del crocifisso il corpo di San Ligorio Martire, di nazione greco, che fino dalla prima sua gioventù ritiratosi a vita penitente nell’eremo ivi rinvenuto, e riconosciuto per cristiano da alcuni gentili fu con replicati colpi dì spada fieramente trafitto. Fu il sacro corpo poi tradotto a Venezia alla chiesa di San Lorenzo, ove ignorandosi il preciso giorno di suo martirio, il santo stesso apparve visibilmente ad un moribondo fanciullo, e palesatosi per il martire Ligorio, l’assicurò di sua guarigione, quando si portasse dall’abbadessa di San Lorenzo, ed a suo nome le manifestasse essere lui stato trucidato per Cristo nel giorno 13 di settembre. Ubbidì tosto il giovane, e ricuperata la primiera salute, rese all’abbadessa, ed a tutti nota la prodigiosa apparizione, ed il comando del santo.

Oltre questi già riferiti sacri tesori fu arricchita questa chiesa d’altre cospicue reliquie, che nominatamente sono: Due spine della sacra corona di Gesù Cristo, che con grandiosa pompa si espongono nel mercoledì della settimana santa. Il capo di San Platone martire celebratissimo fra i greci, la di cui festa si celebra nel giorno 23 di luglio. Alcune ossa dei Santi martiri Teonesto vescovo, Tabra, e Tabrata, che sono rammemorate dal Dandolo nel libro IV della sua Cronaca. Un dito incorrotto di Sant’Atanasio patriarca d’Alessandria, e dottore. Un osso di San Fiorenzo vescovo e confessore di cui ne celebrano le monache ufficio doppio nel giorno 23 di gennaio. La testa di una delle sante vergini compagne nel martirio di Sant’Orsola, che vien creduta Santa Cordula, del qual nome si deve a ragion dubitare, poiché si gloriano altresì d’averla i religiosi di Santa Maria dei Carmini, e le monache di Santa Maria della Valverde. Una costa, ed alcune altre reliquie del santissimo martire titolare. Un osso di Sant’Andrea apostolo, ed alcune ossa dei Santi Innocenti martiri in Betlemme. Porzione delle ossa dei Santi Ermagora e Fortunato martiri, e Paolo primo eremita.

Questi sono gli ornamenti più pregevoli di questa chiesa, i quali tutti decorosamente si conservano in essa, fuorché il corpo di Santa Candida, il quale, come si è detto, fu collocato nella contigua chiesa di San Sebastiano, ove pur riposano i venerabili corpi di San Leone Bembo vescovo, e del beato Giovanni Olini prete, ambi veneti di nascita, e che avendosi eletto la lor sepoltura appresso questa chiesa, furono poi elevati all’onore degli altari per il merito di lor virtù, e per lo splendore dei frequenti miracoli. Ne scrisse la vita Paolino Fiamma crocifero; e ben è giusto il dispiacere, che questi servi di Dio non abbiano sortito un più accurato, ed accreditato storico, da cui però convien trarre per la scarsezza dei documenti qualche notizia, benché oscura, ed incerta.

Consacrò nel giorno 9 dell’anno 1617, Francesco cardinal Vendramino patriarca di Venezia così l’altar maggiore, che li due dedicati ai Santi Paolo Vescovo, e Barbaro martiri; e poi nel giorno 18 dello stesso mese esegui la solenne consacrazione della chiesa, in cui però non si intese inclusa la contigua Chiesa di San Sebastiano, la quale per concessione d’Innocenzo VIII, di Eugenio IV e di Leone X, sommi pontefici annessa alla basilica romana di San Sebastiano alle Catacombe, partecipa anche dei di lei privilegi. (1)

Visita della chiesa (1733)

Entrando in chiesa per la porta, che è alla destra dell’altare maggiore. La prima tavola con Nostra Signora coronata dal Padre, e dal Figliuolo, ed abbasso Sant’Agostino è di mano di Flaminio Floriano. La feconda con Nostra Signora in aria, ed abbasso due manigoldi, che strozzano San Paolo vescovo e di Domenico Tintoretto. La terza con Nostro Signore in Croce, e dalle parti Sant’Andrea, e Santa Chiara è del Palma. Per le gratte, che dividono la chiesa si vede nella parte interna delle monache un gran quadro col Paradiso, che servì di cartone al mosaico della Chiesa di San Marco, ed è di Girolamo Pilotti. Passato l’altare maggiore la prima tavola con San Giovanni, che battezza Cristo è di Pietro Mera. Segue la tavola con San Barbaro portato al Cielo dagli angeli di Giacomo Palma. Nell’altare seguente Nostra Signora, che vien Assunta al Cielo con abbasso il ritratto di Claudio Sozomeno vescovo di Pola, che sta in atto di adorarla è di Santo Peranda. (2)

Eventi più recenti

Ma nel 1810, chiuso il tempio e soppresso il monastero, furono venduti gli altri altari, e questi che ora si vedono sorsero per le cure dell’attuale rettore d. Daniele Canal assai benemerito a questa chiesa. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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