Domenico Contarini. Doge XXX. Anni 1043-1070

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Domenico Contarini. Doge XXX. Anni 1043-1070

Eletto doge, per maggioranza di voti, dai comizi, Domenico Contarini, uomo d’illustre prosapia, tenne lungo, saggio e pacifico governo. Dall’imperatore Costantino IX Monomaco veniva insignito dei cospicui titoli di patrizio imperiale e protosebaste, siccome apparisce da un documento del 1049, col quale vengono definite, alla presenza del doge, alcune contese fra gli abitanti delle due Chioggie e Pietro Orseolo, figlio di quel Domenico, usurpatore per un solo giorno del principato.

L’anno seguente alla esaltazione del Contarini, novellamente insorgeva contro la giurisdizione patriarcale di Grado l’inquieto ed ambizioso Peppone, patriarca di Aquileia; il quale, avendo, con subdole arti, ottenuto da Benedetto IX un nuovo decreto, che assoggettava ancora la Chiesa gradense alla sua di Aquileia; egli, Peppone, si accinse, con la forza, e a guisa di masnadiero, a prendere possesso della sede di Grado. Radunato quindi uno stuolo di armati, sorprese d’improvviso quella città, la prese, miseramente la pose a sacco, e la commise alle fiamme.

Commossi, per l’empio insulto, il doge ed il patriarca gradense Orso Orseolo, scrissero tosto, e spedirono ambasciatori al pontefice, chiedendo giustizia. La ottenevano in fatti; imperocché raccolto, da Benedetto, un concilio, venne da questo annullato il precedente decreto, e ne fu un nuovo emanato, col quale, condannandosi le iniquità commesse da Peppone, gli s’imponeva restituire i tesori rapiti alle chiese ed agli abitanti di Grado, e riparare i danni recati, sotto pena delle più severe censure ecclesiastiche. Sennonché, ritornati gli ambasciatori alla patria, trovarono spento Peppone d’improvvisa morte, e quale suole Iddio punire i malvagi.

La scomparsa dal mondo di costui procurò ai Veneziani la quiete: imperocché quel tristo meditava infliggere loro danni gravissimi, avendo egli in gran parte restituito Aquileia all’ antico lustro, riparandone le rovine, fabbricando molti fondachi e botteghe, per richiamare con particolari agevolezze il commercio e la navigazione; al quale scopo aveva di già tolto alla Repubblica il porto di Pilo, ed aveva ottenuto dagli imperatori Enrico II e Corrado II amplissimi privilegi a favore della sua metropoli.

Morto Peppone, il doge Contarini si recò con una flotta a Grado, la prese, e quindi fece del suo meglio per riparare ai danni sofferti dalle chiese e dalle fabbriche; ma troppo gravi essendo, Grado non più risorse; tanto più quanto che i suoi patriarchi avevano trasportata la loro residenza poco lungi dalla chiesa di San Giovanni Elemosinario a Rialto, ove possedevano un palazzo, del quale rimane tuttavia la memoria nel dipinto di Vittore Carpaccio, ora nella Pinacoteca dell’Accademia veneta di Belle Arti, esprimente un miracolo operato per mezzo della reliquia della Santissima Croce.

Dopo alcuni anni, vale a dire, intorno al 1050, Cresimiro, re dei Croati, avendo instigato i Dalmati a torsi dalla qualsifosse soggezione dei Veneti, accadde che Zara cacciasse il conte Orso Giustiniano per darsi a lui. Laonde il Contarini, armata una flotta, si recò ad astringere quella città all’osservanza dei patti, lasciando il proprio figlio Marco a tutela, nel mentre che suase altre vacillanti città a rimanere in fede.

La morte di Peppone non tolse però che le questioni per la supremazia della sede di Aquileia sopra quella di Grado avessero fine: ché, succeduto a lui prima Everardo e poscia Gottopoldo, quest’ ultimo, con trame insidiose, erasi adoperato a tutto uomo nel molestare il patriarca di Grado, Domenico Marengo, succeduto ad Orso Orseolo. Ma tali questioni finirono con felice riuscita, avendo il pontefice Leone IX, nei concili di Roma e di Mantova, annullate tutte le giurisdizioni e i privilegi dal violento Peppone carpiti alla santa Sede, e dichiarati dipendenti i vescovi veneti e quelli dell’Istria dal metropolitano di Grado.

Nell’occasione appunto che papa Leone era a Mantova, ovveramente, come altri dicono, nel suo ritorno dalla Germania, si portò a Venezia per venerare la sacra salma dell’Evangelista Patrono, collo scopo anche di ottenere sussidi dalla Repubblica contro i Normanni, che si facevano ogni dì più formidabili in Italia. Egli fu accolto con grande riverenza, e fu festeggiato con sommo giubilo, e quindi ricondotto, con la medesima pompa, sino ai margini delle lagune. Le virtù di questo santo Pontefice gli meritarono, dopo morte, l’onore degli altari; e i Veneziani, memori di quanto aveva fatto a pro della sede di Grado, e della benignità da lui dimostrata allorché si compiacque visitare la loro città, vollero intitolata al suo nome la chiesa che prima sussisteva sotto l’invocazione di Santa Caterina, rifabbricandola dai fondamenti ; chiesa che dura tuttavia, e che volgarmente è appellata San Lio.

Morto l’imperatore Corrado II, che tanto aveva protetto Peppone ed avversato la Repubblica, ed eletto, nel 1046, Enrico III, soprannominato il Nero, discendeva questi in Italia nel 1055, ultimo anno del viver suo. Approfittavano quindi i Veneziani di quella occasione per rinnovare gli antichi trattati di alleanza e di libertà dei commerci nel regno Italico. Perciò spedirono a lui, siccome ambasciatori, Domenico Selvo e Buono Dandolo, ed ottennero infatti il conseguimento delle loro domande, come risulta dal trattato conservatoci nel famoso codice Trevisano.

In mezzo alle perpetue guerre e discordie che di questi tempi desolavano l’Italia, e malgrado che la fortuna dei Normanni turbasse gravemente il commercio dei Veneti, seppe il doge conservare l’interna pace e l’esterna, dando esempio di saggezza, di moderazione e di pietà. Frutto della quale ultima virtù, innanzi tratto, fu la cura che ci si prese caldissima di far ridurre la Basilica di San Marco nella forma attuale, riedificandone di mattoni molte parti: poi, nel 1053, procurò la fondazione, unitamente a Domenico Marengo, patriarca di Grado e a Domenico Contarmi, vescovo di Olivolo, del monastero e della chiesa del Lido, intitolata a San Nicolò, vescovo di Mira, decorata poscia di parte delle sacre spoglie del titolare medesimo al tempo del doge Vitale I Michele; intorno a cui si veda la nota 17 della illustrazione della Tavola CLXXIX. Da essa chiesa e cenobio prese quindi il nome il porto vicino, lasciato l’antico che aveva di Venezia o di Rialto.

Dopo lungo e saggio governo chiuse la sua mortale carriera il buon doge, nell’anno 1070, designando la sua tomba nella chiesa da lui edificata.

Sul breve, che si vede nella sinistra mano del ritratto che lo rappresenta, si legge :

BELLO CONVICTAM IADRAM CASTIGO REBELLEM. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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