Il monumento funebre ai dogi Bertuccio Valier, Silvestro Valier e della dogaressa Elisabetta Querini nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo

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Statua del doge Bertuccio Valier, nel sepolcro Valier nella Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo

Il monumento funebre ai dogi Bertuccio Valier, Silvestro Valier e della dogaressa Elisabetta Querini nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo

Bertuccio Valiero nacque da Silvestro q. Bertuccio, nel 1596. Incominciò la carriera delle magistrature fino dal 1621, in cui lo troviamo Savio agli ordini; poi Camerlengo di comune; Capitano a Bergamo; Savio di Terraferma, e, nel 1629, Commissario delle milizie venete nella Valtellina. Fu indi censore, Capo del consiglio dei X; ambasciatore straordinario al Gran duca di Toscana; e nel 1633, al cardinale infante, fratello del re cattolico, che era venuto a Milano; nella quale occasione usò tale pomposa magnificenza da lasciarne per lungo tempo memoria. L’anno stesso fu eletto Savio grande e consigliere, la qual carica fu da lui più volte sostenuta.

Nel 1642, fu Provveditore e commissario all’esercito presso il gran duca di Toscana, nella guerra contro i Barberini; e nel 1644 si recò ambasciatore d’obbedienza ad Innocenzo X, nella sua esaltazione al pontificato, dal quale gerarca fu creato cavaliere. Negli anni 1645 e 1650 fu Riformatore dello studio di Padova, indi generale a Palma; Provveditore straordinario nel Friuli; e, nel 1655, ambasciatore a papa Alessandro VII, per il suo avvenimento al trono. Fu eletto in seguito podestà di Brescia, ma venne dispensato, ed in quella vece venne nominato Provveditore di Terraferma.

Fu Savio del consiglio, e concorse due volte al principato, finché, morto Francesco Cornar, fu esultato a quell’onore supremo. Narra il Palazzi, che il Valiero perorando con molto calore in Senato sull’argomento di proseguire la guerra col Turco, cadde malato di pleurisia, da cui mori in età d’anni 62. Nell’atto che ricevette il santissimo viatico, fervorosamente pregò il cielo, affinché concedesse vittoria e pace alla cara sua patria.

Silvestro Valiero, nacque nel 1630 da Bertuccio, che fu poi doge: e non appena indossata la toga patrizia, travagliata la patria dalla dispendiosa guerra col Turco, in seguito alla parte presa dal Maggior Consiglio il 26 luglio 1649, verso lo esborso di 25.000 ducati, fu creato Procuratore di San Marco de supra. Nel 1666, fu mandato ambasciatore straordinario a Margherita infanta di Spagna, moglie di Leopoldo I imperatore, in occasione che passava per gli Stati Veneti, dalla quale, a nome di Cesare e del re Cattolico, fu creato cavaliere. In quella occorrenza, Silvestro, emulò la splendidezza e generosità del padre suo, quando incontrò il cardinale Infante. Salito al trono pontificale Clemente X, nel 1670, fu mondato il Valiero ambasciatore d’obbedienza in Roma.

Rimpatriato, coprì la magistratura di Riformatore dello studio di Padova, e per decreto del Senato, 5 gennaio 1678, fu eletto Bibliotecario di San Marco, in luogo del defunto cavaliere Giovanni Battista Nani; carica che ricoprì con grande zelo e attività, ponendo norma e regola alla pubblica biblioteca, e massime in riguardo alla custodia dei codici preziosi del Bessarione. Sostenne questo uffizio fino al suo esaltamento al trono ducale, consegnando il dì primo giugno 1694, la biblioteca al suo successore Francesco Cornar, Procuratore di San Marco. Durante questo tempo, cioè nel 1689, fu nuovamente spedito a Roma ambasciatore straordinario, per gratulare Alessandro VIII, nella sua assunzione al soglio pontificale. Finalmente, come più sopra dicemmo, veniva eletto doge il 25 febbraio 1694, morendo dopo circa sei anni di principato.

Dalla moglie Elisabetta, figlia di Paolo Quirini Stampalia, Procuratore di San Marco, non ebbe figliuoli, sicché in lui si estinse il ramo di sua famiglia, che abitava in Cannaregio, redando l’avere l’altro ramo della casa stessa che abitava a San Maurizio. Silvestro fu giusto, prudente, magnanimo, di spiriti veracemente reali. Relator di religione, ebbe in cuore la patria, fu misericordioso verso i poverelli; in una parola, nacque e visse da vero ed ottimo principe. Nel suo testamento, scritto il 20 ottobre 1696, edito con il suo ritratto, beneficò i congiunti e gli amici, lasciò molto oro a vantaggio di monasteri ed ospitali; istituì mansionario nella capitale e fuori; legò una collana di preziose margherite alla Vergine del Rosario, verso la quale nutrì particoiare devozione; assegnò 46.000 ducati per maritar povere donzelle, e 50.000 ne lasciò alla Repubblica. Queste ed altre beneficenze e le sue grandi virtù raccolse il p. Silvestro Rovere, monaco cassinese, nella vita diffusa che di luì ne dettò, pubblicata nel 1704 in Venezia dal Bortoli.

Il monumento colossale e magnifico, ordinato dalla dogaressa Elisabetta Quirini, morta nel 1708, fu cretto col disegno dell’architetto Andrea Tirali. Collocato a destra entrando per la porta maggiore del tempio dei Santi Giovanni e Paolo, occupa dall’alto al basso la parete, e nella parte centrale lascia aperte due porte, una delle quali mette fuori del tempio, l’altra introduce nella cappelletta, ora di Santa Maria della Pace. Quattro grandi colonne corinzie fanno ala ad un padiglione, sotto il quale si ergono i simulacri dei dogi Bertuccio e Silvestro e della principessa ordinatrice, ornati delle assise proprie del loro grado. Quello del centro figura il doge Bertuccio, ed è scolpito da Pietro Baretta: il secondo, a destra di quello, presenta le forme di Silvestro, ed è lavorato da Antonio Tersia: l’ultimo, dall’opposto lato, è quello della dogaressa, condotto da Giovanni Bonozzo.

Il nobile basamento è decorato da sette bassorilievi, rappresentanti la Mansuetudine, la Carità, la Costanza, il Tempo, il Valore, la Pace, ed il centrale offre simboleggiata la Vittoria conseguita dalla veneta flotta ai Dardanelli il giorno 26 giugno 1656, sacro alle glorie dei Santi Giovanni e Paolo, leggendovisi in un angolo: “SVB AVSPIC. – SS. – IO: ET PAVLI – VICT: NAVAL: – MDCLVI”. Sopra il basamento stesso sono altre due statue, la Ricchezza e la Scienza, e nella parte centrale, fra le due porte accennate, un gruppo esprimente la Virtù che corona il Merito. Sotto al simulacro di doge Bertuccio, si legge:

“BERTVCIVS VALERIVS DVX PRVDENTIA ET FACONDIA MAGNVS HELLESPONTIACA VICTORIA MAIOR PRINCIPE FILIO MAXIMVS OBYT ANNO MDCLVIII”

Sotto a quello di doge Silvestro è scritto:

“SILVESTER VALERIVS BERTVCII FILIVS PRINCIPATVM AEMVLATIONE PATRIS MERVIT MAGNIFICENTIA ORNAVIT SYRMENSI PACE MVNIVIT OBIIT ANNO MDCC”

E sotto all’ultimo della dogaressa è tracciato :

“ELISABETH QVIRINA SILVESTRI CONIVX ROMANA VIRTVTE VENETA PIETATE ET DVCALI CORONA lNSIGNIS OBIIT MDCCVIII”

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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