Giustiniano Partecipazio. Doge XI. Anni 827-829

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Giustiniano Partecipazio. Doge XI. Anni 827-829.

Allorquando rimase solo al potere, era Giustiniano Partecipazio ormai vecchio e di mal ferma salute, ma ciò nondimeno attese con tutto l’animo al governo del popolo suo. E’ di vero, diede a dividere la sua molta prudenza e desterità, fino dai primordi del suo reggimento, nella contesa suscitatasi nuovamente fra i due patriarchi di Aquileia e di Grado. Sedeva nella prima fino dall’anno 814, Massenzio, uomo altero e litigioso, il quale indusse i vescovi dell’Istria a torsi dalla soggezione di Venerio, patriarca di Grado, e darsi a lui. Ne pago di ciò, fece del suo meglio per togliere anche Grado stesso ai Veneziani, e sopprimere la sede patriarcale, od almeno ridurla dipendente alla propria di Aquileia.

Cotale questione divenne affare di Stato; poiché non si trattava già di soli di ritti ecclesiastici, ma d’indipendenza politica; ché molto importava alla Repubblica dovesse essere, come era infatti per le apostoliche bolle, metropolita libero il patriarca gradense. Perciò Venerio spediva messi a Lodovico e Lotario, invocando la loro assistenza e protezione. Ma l’altro a sua difesa, e con falsa argomentazione, rappresentava, avere l’imperio diritto sopra di Grado, fondata dagli antichi prelati aquileiesi; sé essere il vero pastore legittimo di questa ultima città, e gli altri tutti che assunto avevano il nome di patriarchi gradesi, compreso Venerio, essere intrusi ed usurpatori della giurisdizione aquileiese.

Ma Lodovico, temendo di pronunziare non retto giudizio, demandò a papa Eugenio II la questione, affinché la definisse. Quindi avendo il pontefice citato a Roma si l’uno che l’altro, onde esponessero le ragioni loro, Venerio ubbidì, siccome quello che ricevuto aveva canonicamente il sacro pallio; non l’altro, il quale, assistito dai maneggi di Lotario, si esentò da quel viaggio, e tanto seppe rimescolare le cose da ottenere che in Mantova si radunasse un concilio per decidere il piato. Ivi adunque comparso Massenzio, tanto dir seppe e fare che, ad onta che venissero difesi robustamente i diritti di Venerio dal diacono Tiberio, di lui rappresentante, pure venne tortamente decretato, che la sede di Aquileia si reputasse primaria e metropolitana, e che Massenzio e i di lui successori avessero licenza di ordinare in ciascuna Chiesa dell’Istria, siccome nelle altre città soggette alla sua metropoli, i vescovi eletti dal clero e dal popolo.

Dolente Venerio per cotal decisione del concilio di Mantova, ricorse al pontefice Eugenio II; ma il breve tempo che ci sopravvisse non gli diede modo a definir la questione. Né tampoco Valentino, di lui successore, che visse quaranta soli giorni sulla Sede apostolica, poté acquetarla. Gregorio IV, che indi sedé sommo gerarca, si provò di attutar le discordie, senza positivamente dar termine al piato; sicché ne nacque, coll’ andare degli anni, quella serie di mali, che darà occasione toccare nel ducato di altri dogi. Chi però volesse formarsi una giusta idea di questo scisma, appellato dei Tre Capitoli, potrà consultacela dotta opera del co. Berretta, che tratta diffusamente intorno di esso.

Sotto il ducato di Giustiniano si assegnano anche le prime guerre dei nostri contro i Saraceni. E di vero, l’anno 827, ribellatasi la Sicilia all’impero orientale, per opera del patrizio Eufemio, e chiamativi da costui i Saraceni, per domar questi, che già avevano posta a ferro ed a fuoco quella magna isola, l’imperatore Michele II il Balbo, richiese i Veneziani d’aiuto; i quali, assentendo, spedirono una flotta, comandata, come dicono alcuni, da Giovanni Partecipazio, che era stato già richiamato da Costantinopoli dal doge fratello, per assisterlo nel governo. Ma ebbe quella spedizione avversa fortuna, mentre, giusta il Sagornino, non valse a conseguire lo sperato trionfo. II Dandolo aggiunge, che il greco Augusto ripeté un secondo aiuto dai nostri, ed anche questa volta ritornarono alla patria ingloriosi.

L’avvenimento però più degno di nota, accaduto l’ultimo anno della ducea di Giustiniano, fu la traslazione delle sacre ossa dell’evangelista San Marco.

Fino da quando ducava Agnello Partecipazio erasi fatto divieto ai popoli veneti di recarsi coi loro navigli ai porti della Soria e dell’Egitto: prova novella cotesta dell’indipendenza della Repubblica dal greco impero; e sia che si continuassero quei  viaggi ad onta del divieto, ossia che accadesse, come altri dicono, che Bono da Malamocco e Rustico da Torcello, spinti da forte procella, fossero stati costretti di afferrare, colle loro dieci navi cariche di merci, il porto di Alessandria ; certo è che colà pervennero : e scesi a terra trovarono gravemente dolenti i cristiani greci e copti, perché i Musulmani rapivano di dì in dì alle chiese i sacri vasi, e ciò tutto poteva valere per far ricche e pompose le moschee loro, ed ornare i loro palazzi: e già correva voce che il sultano meditasse di abbattere il tempio eretto ad onore del divo Marco che colà recata aveva l’evangelica luce, ed ove riposava la venerata sua salma; e ciò per tradurre altrove i marmi preziosi di cui andava famosa. E poiché fra i nostri era antica tradizione che l’Evangelista dovesse nelle venete isole, aver tomba e splendido culto, Bono e Rustico si recarono a quel tempio; ed ai lamenti, per l’imminente ruina di esso, fatti dai custodi Staurazio monaco e Teodoro prete, proposero loro di trasportare ai propri navigli il sacro tesoro, e con esso eglino pure imbarcarsi e trovare salvezza e premio nelle venete isole. A grave stento però ottennero acconsentimento all’invito; e con molta desterità sottratto quel caro pegno alla visita dei doganieri, mediante lo averlo riposto in un cestone, coperto di carne porcina, in orrore ai Musulmani, lo recarono a bordo, e quindi sciolsero le vele per alla volta della terra natale. Una furiosa burrasca, durante il viaggio, li tenne in forse della vita, dalla quale ne uscirono salvi, non senza manifesto prodigio dell’Evangelista che con lor navigava. Pervenuti al fine alla vista delle patrie lagune, sorse loro nell’animo timore del castigo, per l’infranto divieto di commerciare coi Saraceni. Perciò inviarono un messo al doge a domandar venia del fallo, e ad annunziargli il tesoro che seco recavano. Non è quindi a dire con quanta gioia venisse accolta la nuova. Si Rimetteva la colpa loro, e tutta la città in festa, con a capo il vescovo Olivolense ed il doge, si recò ad incontrare e ad onorare la salma del divo Marco, la quale pervenuta era colle navi alla riva di fronte al palazzo ducale; ove nella cappella del doge stesso veniva riposta, fin tanto che fosse innalzato al di lui nome maestosa basilica. Da quel momento fu acclamato San Marco protettore della città: della sua immagine e del suo leone furono decorati tutti i pubblici monumenti, improntate le monete, segnati i vessilli che volarono per tutti i mari e si piantarono sulle rocche domate. Il suo nome fu dolce speranza di tutti  i cuori, eccitamento alle più nobili imprese, grido di guerra, terrore dei nemici di Cristo, acclamazione di gioia e di vittoria. Al suo nome non vi fu Veneziano che non si accendesse di magnanimo ardire: ed invocando il suo nome, siccome vindice del tradimento, perdette lo scettro Venezia, sicura che per San Marco, a lei rimarrà, fino che il mondo dura, fama intemerata di religiosa, invitta, sapiente e civilizzatrice delle nazioni.

Dopo questo avvenimento, assai rilevante per la veneta storia, il doge, domato dagli anni e più dalle infermità, si vide ridotto al letto di morte. Alcuni dicono, che allora e non prima, punto dai rimorsi di avere procurato dal padre l’ostracismo del fratello Giovanni, lo richiamasse dall’esilio. Ma non ci pare probabile tale notizia, essendoché lungo tempo domandava il viaggio di Costantinopoli, né poteva sperarsi il ritorno dell’esule prima che il morente avesse la consolazione di abbracciarlo. Ad ogni modo, assistette Giovanni all’ estremo passaggio di lui, accaduto nell’anno 829, e ne raccoglieva il trono e l’ultima sua volontà. La quale destinava ricchi legati alla badia di Sant’Ilario, ove ebbe sepoltura, unito al padre; ne assegnava al monastero di San Zaccaria, e molto oro lasciava per compiere la basilica, da lui fondata, del santo patrono, instituendo, da ultimo, eredi la moglie Felicita e la nuora Romana.

Il ritratto di questo doge, che è il terzo nel fregio della sala del Maggior Consiglio, porta nel cartellino, tenuto nella manca mano, il motto seguente.

CORPORIS ALTA DATVR MIHI SANCTI GRATIA MARCI. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia 1861

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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