I ritratti dei Dogi

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Palazzo Ducale - Sala del Maggior Consiglio

I ritratti dei Dogi posti nei fregi delle due sale del Maggior Consiglio e dello Scrutinio

Fu costume delle repubbliche, ed è usato pur tuttavia dai Vescovi, di far colorire, nell’aula magna di lor residenza, le immagini di coloro che tennero, nella successione de tempi, la sede del principato, o la cattedra pontificale, affinché rimanesse una iconografia parlante di quegli uomini che si distinsero per sapienza, valore, giustizia, acutezza di mente, o religione e pietà verso la patria, o, infine, per tutte quelle altre virtù, che rendono il principe caro ai suoi popoli, ed il pontefice accetto a Dio; con l’intendimento che la vista di quelle immagini servisse a pungolo di emulazione nei successori, e nei risguardanti destasse venerazione verso la loro memoria.

Con non altro divisamento impertanto dispose la Repubblica Veneziana, che i ritratti dei Dogi si dovessero dipingere nelle due aule maggiori del Palazzo di sua residenza, cioè nelle Sale del Maggior Consiglio e dello Scrutinio; e fino dal  primo abbellirsi di quelle, che fu intorno all’anno 1365, come dicemmo al Capo XI della Storia di questa fabbrica, si erano collocate esse immagini nelle lunette giranti sotto i soppalchi delle medesime, giusta la testimonianza del Sansovino  {Venezia, ec. lib. XIII, nella vita di Obelerio Antenoreo); e fu veramente incalcolabile danno la perdita di quei ritratti, accaduta nell’incendio del 1577, mentre da essi avremmo tuttavia le effigie veritiere di molti fra quei principi, ed il costume usato da essi, secondo il proceder dei tempi; cose le quali non è dato ricavare dalle immagini colorite dopo quell’infortunio, le quali vennero, per la maggior parte, eseguite a capriccio da Jacopo e da Domenico Tintoretto, padre  e figlio, siccome ricordano lo Siringa (nelle Giunte alla Venezia del Sansovino, pag. 251 tergo), ed il Martinioni (nelle Giunte stesse, pag. 538).

Non erano però in antico, né furono di conseguenza posteriormente espressi tutti i ritratti dei Dogi nelle due Sale accennate, imperocché non s’incominciò se non dal nono doge, che fu Obelerio Antenoreo, il quale, secondo alcun cronacista, trasportò la sede del principato in Rialto; cosicché degli altri otto Dogi, che sedettero in Eraclea e in Malamocco non si curò di tenere memoria, siccome coloro che esercitarono la lor podestà in altra isola, diversa da quella in cui  si fondava permanentemente il Palazzo, al quale dovevano esse immagini servire di nobilissima decorazione.

A completar la raccolta, che ascende complessivamente al novero di centoventi ritratti, che tanti appunto contò Dogi la Veneziana Repubblica, compreso qui abbiamo anche le effigie degli otto primi, che furono ommessi; anche perché in cotal guisa ci si apriva più facile la via di tracciare brevemente la Veneta Storia, secondo il disegno da noi preconcetto, disposta coll’ordine che tennero il Sanudo, il Sansovino e il Vianoli, cioè divisa giusta il tempo in cui sedette ciascun principe sul trono ducale.

Giova però avvertire, che fra i ritratti dei Dogi esistenti nella Sala del Maggior Consiglio, se ne introdussero tre altri, i quali non dovevano entrar nella serie. Imperocché il primo, che è Giovanni II Partecipazio (il nono in ordine agli altri ) è quello stesso doge che regnò innanzi di Pietro I Candiano, e che, rinunciata la ducea per vivere nella quiete dei domestici lari, a fine di curare la sua malferma salute; morto in guerra, poco dopo, l’accennato di lui successore, fu novellamente chiamato al governo, e questo resse per pochi mesi, e fino alla elezione di Pietro Tribuno; attalché qui comparisce la sua immagine due volte ritratta; nella seconda delle quali si pose la inscrizione seguente:

CONSENSV PATRVM POPVLIQVE, ITERVM ELECTVX DVX, MENSIBVS SEX,
DIEBVS TRESDECIM PERACTIS INVALESCENTE MORBO DVCATV DENVO ME
ABDICAVI.

II secondo è Orso Orseolo, che quantunque patriarca di Grado, chiamato venne a reggere la Repubblica dopo che Pietro Centranico rinunciava al ducato per vestir la cocolla ; ma la resse precariamente senza il titolo di Doge, e fino a che ritornava Ottone Orseolo, richiamato dall’esilio. Senonché morto essendo esso Ottone a Costantinopoli, ove erasi riparato, Orso, rinunziato al potere, tornava alla sua sede patriarcale. Pertanto entrar non doveva nella serie dei Dogi, come qui s’introdusse al numero 22, colla seguente inscrizione, non registrata dal Sansovino :

IIOTTONE FRATRE SVPPLET PATRIARCIIA GRADENSIS
DONEC AB EXILIO DEFVNCTVM COMPERIT ESSE.

Finalmente il terzo è Domenico Orseolo, il quale appena partito Orso, ora detto, per la sua sede, col favore di pochi aderenti, occupò per un solo giorno il trono ducale, mentre volendo il popolo un principe legittimo, il dì appresso  lo assalì colle armi, onde egli, sottrattosi alla rivolta, si riparò a Ravenna ove morì. La sua immagine segue quella di Orso, e reca questa inscrizione, ommessa pure dal Sansovino :

VIVVS AR HAEREDE REXI VNA LVCEM DVCATVM.

Questi tre ritratti impertanto omettemmo nella nostra raccolta. Per dimostrar poi più chiaramente la disposizione che si diede, nei fregi delle due Sale accennate, alle immagini dei Dogi, di cui imprendiamo parlare, abbia rintracciato l’ordinamento loro nelle seguenti due tavole. (1)

ritratti-dei-dogi-sala-del-maggior-consiglioritratti-dei-dogi-sala-dello-scrutinio(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia 1861

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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