Domenico Selvo, un Doge eletto dal popolo
Nel 1070 venuto a morte il doge Domenico Contarini, racconta la cronaca di un contemporaneo Domenico Tino, stavano i vescovi, il clero ed i monaci di San Nicolò, raccolti nella cattedrale di San Pietro di Castello, a pregare per la scelta del nuovo doge.
Intanto sul lido della contrada e sui canali su barche armate si era raccolta gran moltitudine di popolo e da quella moltitudine si levò ad un tratto un grande clamore e si udì gridare ad una voce. “Domenico Selvo vogliamo ed approviamo!” (Dominicum Silvium volumus et laudamus).
Domenico Selvo era presente e molti nobili prontamente afferrandolo, l’alzarono sulle spalle, e seguiti dal popolo lo portarono in una grande barca dove fu alzato il gonfalone di San Marco. Nella barca c’era anche il cronista Tino che intonava il “Te Deum Laudamus“, dalle torri le campane suonavano a distesa ed il popolo acclamava con alte grida il nuovo eletto.
Così pervenne il corteo alla riva del Molo, chiamato allora “arzene basso“, ed il Selvo, levatisi i calzari, si recò scalzo ed umile alla chiesa di San Marco per ricevere le insegne della nuova dignità. Accolto dai cappellani e dai grandi preti entrò nel tempio, fece breve orazione prostrato, si diresse poi all’altare e preso il bastone dell’investitura si trasferì al Palazzo Ducale per ricevere dal popolo il giuramento di fedele sudditanza.
Finita la cerimonia furono distribuiti i donativi d’uso: vino, dolci, pesci, colombi e galline, e poi il doge stesso, primo atto della sua autorità, dette ordine ai “marangoni” dell’Arsenale che andassero il giorno dopo a Palazzo a restaurare le porte, le sedie, i tavoli e tutte quelle suppellettili che il popolo nella sua gioia per la nuova elezione aveva con barbaro costume mandato a soqquadro.
Il costume distruttore durò fino al 1328 in cui fu abolito dal doge Francesco Dandolo. (1)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 31 dicembre 1924.
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