La Guerra di Candia (1645-1669). XIII parte

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Leone di San Marco

La Guerra di Candia (1645-1669). XIII parte

Il Morosini tratta col vezir non di una capitolazione ma di una pace generale.

Concorrendo così l’adesione generale, il Morosini mandò al vezir con proposizioni di pace; grandi difficoltà a principio si opponevano per parte dei Turchi, che già si tenevano sicuri di avere la piazza, ma pur finalmente superata dalla destrezza del Morosini ogni lor ritrosia fu conchiuso il 6 settembre un trattato generale di pace, con la cessione della città di Candia già impossibile a conservarsi, poiché i Turchi, vi si erano internati dalla parte di Sant’Andrea. Laonde scriveva il capitan generale al Senato che “essendo ridotta la piazza di Candia in tale stato da non poter più resistere all’aggressioni vigorose del vezir et inevitabile la caduta, prestato dalla bontà del Signor Dio adito a negoziati, abbi accordato la pace con la cessione di Candia con le seguenti condizioni: si sono preservati cannoni trecento ventotto, dei migliori, la gente, le cose sacre, le munizioni che si andavano con buon ordine imbarcando. Si è pure preservata Suda con tutte le altre fortezze del regno medesimo, alle quali son aggiunti territori e scogli adiacenti, senza farsi menzione di donativi né di spese di guerra. Si è confermata al dominio della Repubblica Clissa e tutto l’occupato dalle pubbliche armi in Dalmazia con altre onorevoli condizioni”. E il 7 ottobre scriveva il Senato alle varie Corti dando informazione del fatto, della necessità a cui la Repubblica era stata ridotta per l’abbandono delle forze ausiliarie, e dei patti, che già erano stati dai Turchi fedelmente osservati.

Candia ceduta e partenza degli abitanti e del presidio.

Eseguitasi il giorno 26 settembre l’uscita del capitano generale con tutti i rappresentanti della Repubblica, tra i quali l’ultimo duca Zaccaria Mocenigo, e il provveditor generale Battaglia, con la milizia e con le munizioni, vollero unirsi gli abitanti, i quali tutti preferirono migrare e cercar asilo nelle terre venete anziché rimanere sotto il dominio di quel nemico a cui avevano con tanta perseveranza e tanto valore resistito .

Candia fu ceduta dopo un assedio, che per la sua durata e per la eroica difesa da una parte, per la ostinazione e i mezzi dell’oppugnazione dall’altra, per l’uso smisurato delle mine e del fornelli, per il numero degli assalti e delle sortite, per i tanti eventi che l’accompagnarono sul mare e in terra, è unico nella storia. Giammai risplendette sì luminosa la gloria militare dei Veneziani, pareva avessero a risorgere i più bei tempi della Repubblica, lunghissimo è l’elenco dei nomi che per grandi fatti, per meraviglioso coraggio, per amor di patria s’illustrarono. Venezia può dirsi sostenesse da sé sola il peso di una guerra di venticinque anni che le costò milioni di ducati, sacrifici immensi di vite, replicate perdite d’armate non tanto per opera del nemico quanto per l’avversità degli elementi.

Impressione del fatto in Europa.

Ne uscì infiacchita, ma carica di gloria, ammirata da tutta Europa; lo stesso papa non poté tacere all’ambasciatore Soranzo, non ostante il suo dolore per una perdita sì importante alla Cristianità, quanta lode si spettasse per la bella difesa a Venezia. Scriveva difatti il Soranzo il 25 ottobre 1669 che “avendo comunicato al papa la cessione di Candia rispose con concetti molto affettuosi e prudenti che non poteva lasciar di considerare la perdita di così importante piazza senza dispiacere, che però il caso presente obbligava a ricevere il minor male per il maggior bene, essere certamente ammirabile la condotta e divozione prudentissima dell’eccellentissimo sig. capitano generale che abbandonato da tutte le forze (concetto che mi replicò due volte) in uno stato d’inevitabile perdita della piazza, abbi ridotto il negoziato e la conclusione a quel segno vantaggioso che pare impossibile il crederlo; non trovarsi nelle istorie un simile esempio, aver egli con le glorie della Serenissima Repubblica immortalato il suo nome. Diffusosi nella più piena e degna maniera nelle lodi di VV. EE. le espresse poi così distinte e abbondanti per l’attenzione pia e religiosa in custodire le cose, sacre levando anco le vestigie degli altari, ch’io non so esprimerle a VV. EE. Confessò gloriosa veramente una difesa così lunga e travagliosa della Serenissima Repubblica, et esser noto il zelo che conserva per li vantaggi della Cristianità, . . . et è veramente accrescimento di consolazione il sentire da tutti li savi e prudenti di tutte le nazioni applaudito un esito, di che il solo discorso rendeva per lo passato tante mormorazioni. Gli stessi Francesi ne restano con ammirazione, così pur gli Alemanni e tanti altri quì capitati, quali dicono a vantaggio di VV. EE. abbandonate, li più liberi concetti”.

Il Morosini accusato da Antonio Correr e difeso da Giovanni Sagredo. È dichiarato innocente.

Tuttavia non mancarono i detrattori al capitan generale Francesco Morosini, i quali l’accusavano di violatore del le patrie leggi e usurpatore della sovrana potestà, siccome quello che senza intelligenza del Senato avea di proprio arbitrio ceduta Candia, segnata la pace; si passava fino ad accusarlo di viltà, di corruzione, di peculato. Primo a promuovere l’accusa, a domandare l’istituzione del processo fu Antonio Correr che poté riuscire a farsi creare a quei giorni avogadore di Comune; grande era il fermento generale perfino tra il popolo, cui la perdita di Candia sommamente doleva; Morosini decorato testé della vesta procuratoria correva pericolo di esserne spogliato e forse anco di scontare col carcere tanti gloriosi fatti da lui operati in pro’ della patria.

“Volato il bastione di Sant’Andrea, così nella sua accusa orava il Correr, il nemico si fermò sul primo taglio, al secondo era a più stretti termini ancora. Bisognava contendere altri progressi perchè esso non si avanzasse, ma per effettuare quello che il capitano generale si aveva già proposto nell’animo, bisognava lasciare che a danno della piazza e di tutta la cristianità il nemico avanzasse fino a quel segno. Non sono stati questi gli esempi che ci hanno lasciato i nostri maggiori, né quelli che in Candia stessa venuta in maggiori angustie, sono stati praticati con tanta gloria della Repubblica. Anche l’eccellentissimo capitan generale Mocenigo, di sempre gloriosa memoria, si trovò quasi costretto dalla forza e violenza dell’altrui timore a rendere la piazza, quando i nemici, superate le brecce, avevano piantate le loro insegne sulle muraglie, ma quell’anima generosa ed invitta, accorgendosi di qualche viltà nei suoi soldati, con in mano la spada sfoderata, vola come un fulmine tutto all’intorno, minacciando di far impiccare per la gola con infamia di traditore il primo che movesse parola di cederla. Egli pronunciò queste precise parole, degne di restare scolpite nel cuore d’ogni zelante cittadino: Casa Mocenigo non riceve dalla patria in comando e governo le piazze per darle al Turco, dobbiamo morir tutti, e io il primo e sulle mure di Candia come su tanti altari, dobbiamo tutti sacrificar le nostre vite. Così coll’esempio della sua propria virtù incoraggiati gli ufficiali e le milizie, fu rigettato il nemico, la piazza fu preservata. Sì, la piazza fu preservata, e la memoria di questo fatto strappa lacrime di consolazione dagli occhi di ogni nostro fedele cittadino. Ma si è preservata con tanta gloria dal Mocenigo per essere poi ceduta con tanto scorno dal Morosini al Turco, quando era tuttavia abbondante di requisiti, al cospetto di tre soccorsi considerabili, uno arrivato in quel momento in cui già si sapeva che doveva giungere, altro che si attendeva di momento in momento di Francia, il terzo del procurator Bernardo; quand’era tuttavia abbondante di milizie, di tante almeno che potevano supplire sino all’arrivo di altre al bisogno della difesa. Che se nelle lettere del capitan generale si diceva trovarvisi soltanto da mille cinquecento fanti, ne sono ad ogni modo usciti in maggior numero alla resa. E quando altre ragioni non si trovassero non basterebbe questa all’inquisizione? Perchè mai tanta fretta a concludere l’accordo, tanto precipizio a fare un trattato svantaggioso, tanto repentina risoluzione in fatto di sì grande importanza ?”

Nelle lettere del capitan Morosini si leggono descrizioni tutte piene di fuoco. Un assalto è stato dato al principio d’agosto, si resistè con bravura, si respinse con ardire il nemico, si ributtarono con gran coraggio gli aggressori e poi senza altri assalti si cede, e il frutto della passata resistenza è la resa? Non occorre dire che si diminuiva il numero dei soldati, perchè, se non si fosse corso con tanta fretta sarebbero stati con abbondanza rimessi. Il duca della Mirandola è pur capitato a tempo. Era già spedito l’altro convoglio del papa, e sarebbe giunto anche in breve il Procuratore Bernardo con triplicati rinforzi di milizia, con apprestamenti d’ogni sorta, con danaro e con la sua propria virtù ed esperienza. O eccellentissimo sig. capitan generale, è egli questo lo zelo ardente del vostro cuore? l’effetto delle vostre promesse? il frutto del vostro viaggio? Quel zelo espresso nelle vostre lettere al Senato, con quelle vostre parole che non bramavate altro sepolcro più glorioso alle vostre ceneri che tra le rovine di Candia ? Dove sono le tante belle promesse? Come svanite in un fiato le proteste fatte al pubblico? No, in voi non parlava il cuore, ma la lingua, erano parole, non erano altro che parole”.

Ma gli rispondeva fra altre cose il cav. Giovanni Sagredo descrivendo la violenza dell’oppugnazione, lo spaventevole numero delle mine, l’incontrarsi di queste, la strage, l’orrore, onde quel terreno « per l’incessante vomito di fuoco, era divenuto un inferno, nel quale sono periti sotto le resistenti mura di Candia cento trenta mila Turchi, come ne fanno fede gli ultimi schiavi, avendosi avvisi tutti conformi che la Natolia e la Grecia sono al presente spogliate di abitatori turcheschi, morti quasi tutti sotto le mura di Candia. In questa piazza duecentottanta cittadini (nobili) della nostra Repubblica hanno sparso con larga vena, corrispondente allo zelo, il sangue più prezioso delle lor vene. In questa si sono profusi in larghi torrenti infiniti tesori; in questa si sono mandati, per gloriosamente sacrificarsi, da più parti di più regni sopra centomila soldati cristiani; in questa si sono votati, carichi di munizione da guerra e da vivere, più di ottocento vascelli; in questa si è perduto, è vero, il paese, ma con l’acquisto della più celebre gloria ch’abbia mai pubblicato con la sua sonora tromba la fama, combattendosi non più col cannone, come nella Rocella e in Ostenda, ma con la spada in mano, petto a petto, palmo a palmo la terra; e se è stato necessario di cedere finalmente un mucchio di terra ad un Barbaro che aveva trasportato quivi tutt’i suoi regni, ciò non seguì che con la maggiore vendetta che si sia mai più veduta; vendetta veramente gloriosa per la Repubblica e per la Cristianità, confessando i medesimi Turchi di non essere memoria dell’Impero loro, che si fosse acquistato un paese a più caro prezzo, e che per comperarlo giammai sborsarono maggior copia di sangue. La difesa portò altrettanta gloria alla Repubblica che benefizio alla Cristianità tutta, perchè mentre i Turchi se ne stettero occupati con tutte le loro forze intorno alla piazza, respirò la Germania e la Polonia, e la religione di Malta ebbe campo di prepararsi per rispondere alle minacce che le venivano fatte dalla Porta. E dopo tutto questo non si parla al presente che di rovine, di precipizi, d’insidie contro il Morosini difensore di Candia! Che diranno i Turchi quando sapranno che dalla generosità della Repubblica si pagano in questa maniera i servigi più rilevanti dei suoi capitani? Anzi quale argomento ne tireranno i Cristiani della generosa pietà di un Senato, che ha avuto sempre fama di giusto, di pio, di generoso? Come potranno gli altri nostri nobili accendersi di devoto zelo verso il ben pubblico?” … Continuava dicendo, più che nei principati esser uopo nelle repubbliche confidare in chi fu chiamato a geloso incarico; la consulta dei capi, le tante lettere scritte al Senato, l’attestazione generale, provare l’estremità a che si trovava ridotta la piazza; non potersi immaginare colpevole il Morosini interessato alla conservazione della piazza per generale e per particolare beneficio ed onore, mostratosi sempre così avido di gloria, che per essa avea per tanti anni posta a rischio la vita, né avrebbe quella voluto or perdere in un solo momento. “Non passo, chiudeva, ad altre espressioni perchè parlo ad un Senato cristiano che ha per massima principale la giustizia e la ragione non che la equità e la benignità. Ricordo solo alle Eccellenze Vostre che Venezia nacque in grembo della fede per dare ricovero e protezione ai poveri innocenti perseguitati dall’odio di barbari nemici”.

Ma insisteva il Correr che la dignità di Procuratore era stata conferita al Morosini per insolito decreto anziché in conseguenza di legale elezione e ciò nel momento stesso che Candia veniva da lui ceduta, che una inchiesta era necessaria, e che il processo doveva condursi dal Maggior Consiglio, proposizione che ben mostrava quanto fosse in lui l’ambizione di far valere il suo recente ufficio d’Avogadore, con alterazione degli ordini stessi della Repubblica, giacché tale natura di processi spettava al Consiglio dei Dieci. La seduta si fece per ciò tumultuosissima e nulla in quel dì si poté deliberare. Il domani prese a parlare Michele Foscarini dicendo: nella elezione del Morosini a Procuratore di San Marco non essersi punto contrafatto alle leggi, mentre se per danaro si erano durante la guerra creati altri Procuratori, quanto più ciò si doveva verso chi non il danaro, ma il sangue e la vita metteva sì gloriosamente in servigio della patria? Buona cosa essere, aprirsi una inchiesta, dalla quale abbia a risultare l’innocenza o la reità, ma intanto perchè cominciare il processo dalla condanna? Perchè spogliare il Morosini della conferitagli dignità, prima che si abbiano le prove dell’esserne egli indegno? Questo sì, essere un operare contro le leggi, questo sì, un introdursi novità odiose, praticar cose dannate da tutt’i tribunali di ragione, non ammesse dagl’istituti precedenti del Governo, né anche nei casi di minor riguardo; trattarsi della riputazione d’un il lustre cittadino e grave dover essere il giudizio e ponderato, né aversi ad agitar i voti con le concitazioni e con l’invidia. Conchiuse, che poco importava alla Repubblica che fra tanti insigniti della dignità procuratoria fosse anche il Morosini, ma che molto influiva sulla sua conservazione che si allontanassero dai cittadini le dissensioni, le amarezze atte a sturbare con le contese private la pubblica tranquillità; viziarsi con codesti semi di acerbità quella mansuetudine d’animo e quella pacatezza di costume che per tanti secoli aveano con la quiete domestica conservata la comune libertà. “Eccitò quindi il Maggior Consiglio a manifestare la sua disapprovazione alla proposta Correr come segui a pienezza di voti, e dato corso alla regolare inchiesta sulla difesa di Candia e sul maneggio del danaro pubblico, risultò l’innocenza del Morosini che si vide riconfermato nella sua dignità, onorato ed accarezzato da suoi concittadini. (1)  … Fine

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo VII. Tipografia di Pietro Naratovich 1858.

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