Chiesa di San Sebastiano vulgo San Bastian

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Campo San Lorenzo. Luogo dove si ergeva la Chiesa di San Sebastiano - Castello

Chiesa di San Sebastiano vulgo San Bastian. Chiesa demolita

Storia della chiesa

Unita alla chiesa di San Lorenzo vi è altra chiesa di minor mole, dedicata al martire San Sebastiano, cui asserisce il Sansovino esser già stata parrocchiale, finché la cura dell’anime, per maggior comodo dei parrocchiani, fu trasportata all’altra chiesa di San Severo.

Non però fu quella chiesa fabbricata unitamente né all’altra di San Lorenzo, da cui è totalmente distinta, né al monastero; ma oltre un secolo dopo, cioè (come si ha per tradizione) al tempo di Pietro II Orseolo doge di Venezia, per occasione di fierissima pestilenza, che vagando quasi per tutto il mondo allora conosciuto, si introdusse anche in Venezia, e le rapì con lo stesso doge una grandissima parte dei suoi abitanti.

Come si è detto la chiesa contiene il corpo di San Candida, qui pure riposano i venerabili corpi di San Leone Bembo vescovo, e del beato Giovanni Olini prete, ambi veneti di nascita, e che avendosi eletto la lor sepoltura appresso questa chiesa, furono poi elevati all’onore degli altari per il merito di lor virtù, e per lo splendore dei frequenti miracoli. Ne scrisse la vita Paolino Fiamma crocifero; e ben è giusto il dispiacere, che questi Servi di Dio non abbiano sortito un più accurato, ed accreditato storico, da cui però convien trarre per la scarsezza dei documenti qualche notizia, benché oscura, ed incerta.

Nacque San Leone in Venezia della nobilissima famiglia Bembo, e fin dalla sua infanzia corrispose mirabilmente alle grazie straordinarie, onde Iddio l’aveva prevenuto. Per zelo di religione segui il doge Domenico Michieli circa l’anno 1123 nell’esercito diretto per sussidio in Terra Santa; ove avendo con singolare pietà, venerati quei sacri luoghi, fu nel ritorno destinato dal Doge Michieli per vescovo di Modone, città del Regno di Morea, recentemente dall’armi venete espugnata. Governò egli santamente la sua chiesa per alcuni anni, finché da Emmanuele imperatore di Costantinopoli, che aveva a tradimento mossa guerra ai veneziani, fu ristretto in dura prigione, ove per qualche tempo menò una penosissima vita. Liberato poi col divino favore dalla tirannia dei greci, si restituì in abito di pellegrino alla patria, e sconosciuto impetrò dalle monache di San Lorenzo di poter servirle in qualità di famiglio per la coltura dell’orto. Si soggettò egli dunque con sommo giubilo dell’umilissimo animo suo ad un impiego non men faticoso che vile, e unicamente occupato nell’affare di sua salute, e agli uomini ignoto, destinò dl passar il rimanente de suoi giorni nell’oscurità dimenticato di se stesso e di sua nobiltà per esser noto a Dio solo.

Così in un perfetto esercizio di umiltà, e dispregio di se stesso visse il sant’uomo servendo con esattezza al monastero, e con ardente carità ai poveri, e pellegrini, che si portavano a visitare la chiesa di San Lorenzo, santuario allora dei più celebri di Venezia; ed impiegando ciò che sopravanzava di tempo agli abietti, ma santi, suoi ministeri in continuato studio di fervorosa orazione, nella quale anco terminò santamente i ſuoi giorni; spirando a ginocchia piegate, e con le mani alzate al cielo, la felice sua anima. Divulgarono tosto le campane della chiesa da se stesse prodigiosamente suonando il passaggio del beato ortolano, e sul riflesso della santa sua vita conosciuta, ed ammirata da tutti, concorsero tosto i vicini alla povera di lui abitazione situata in un angolo del suo orto, ove videro in mirabili positura d’orazione il santo corpo con una carta in mano, dalla quale rilevarono il nome e la rispettabile dignità del santo defunto.

Cominciò da quel giorno il culto del santo, mentre il popolo di Venezia ammiratore di tanta umiltà, cominciò tosto a venerarlo con l’onore dovuto ai cittadini del cielo, e Iddio glorificatore degli umili ne contestò il merito con miracolose guarigioni in tutto il triduo, che dopo la sua morte restò esposto alla devozione del popolo. Rese note tante meraviglie al vescovo di Castello Giovanni Polani; ordinò egli, che quel beato corpo riposto in un’arca di marmo si conservasse nel sottoportico della chiesa, finché perfezionato fosse il processo ordinato sui prodigiosi avvenimenti. Dopo ciò afflitta la città di Venezia da gravi guerre, e da fiera pestilenza, quasi si era dimenticata del santo suo concittadino: ma non volle Dio, corona degli umili, che restasse negletta più la memoria del suo servo. Che però nell’anno 1207, cioè il vigesimo dopo La morte del santo, comparve per molte notti nel cielo un aureo cerchio di stelle, nel di cui mezzo una splendida mano si stendeva ad accennar l’urna marmorea del sacro corpo, la quale aperta poi per ordine dell’abbadessa, fu in essa ritrovato incorrotto ancora, e flessibile. Da tanto e sì manifesto prodigio, e da molti miracoli d’infermi risanati che susseguitarono il fortunato scoprimento, mosso il vescovo castellano ordinò, che il sacro corpo rimosso da quel suo o men decente, collocato fosse sopra la mensa di un altare nella chiesa di San Sebastiano in un ornato ripostiglio, sul di cui coperchio poi nell’anno 1321, l’abbadessa Tommasina Vitturi dipinger fece l’Immagine, e le principali meraviglie del santo. Da quel tempo continuò sempre costante, e giammai interrotto il culto del santo vescovo, una di cui immagine, ma probabilmente arbitraria, conservava nel suo museo il cardinal Pietro Bembo, di cui nella opposta pagina se ne esibisce la copia.

In faccia all’altare dedicato al serafico San Francesco, ove riposa il corpo di San Leone, fu eretto altro simile altare sotto il titolo di San Lorenzo, sopra la di cui mensa fu detto riposa il corpo della vergine e martire Santa Candida. Sotto la mensa di esso altare giace collocato il corpo intero, ed incorrotto del beato Giovanni prete, la di cui vita espressa già nella spesso citata sua Cronaca da Paolino Fiamma crocifero, fu riportata poi da Giovanni Marangoni eruditissimo prete vicentino in un suo libro, intitolato Thesaurus Parochorum, ove di poi soggiunge, non doversi fidare della cronologia del buon religioso, veramente poco accurato nei suoi racconti.

Della vita dunque del Beato Giovanni, che altronde sappiamo esser nato della famiglia Olini, eccone un compendio tratto dal citato libro del Marangoni.

Dalla civile famiglia Olini sorti in Venezia i suoi natali il Beato Giovanni, circa l’anno 1325, allevato da pii suoi genitori con una educazione affatto cristiana. Approfittò il giovane dei vantaggiosi insegnamenti, e fece grandi progressi nelle lettere umane e divine. Ma il suo profitto maggiore fu nella scienza dei santi. L’orazione, l’austerità, e l’amor del ritiro lo resero ammirabile a chiunque lo conosceva; e quantunque la sua soda umiltà lo facesse abborrire e onori e dignità, pur gli convenne condiscendere alle brame dei parrocchiani della chiesa di San Giovanni Decollato, e dopo averlo con forza ricusato, si soggettò al peso della cura dell’anime, in cui fu posto dal vescovo di Castello. Quanta fosse la di lui pastorale sollecitudine, ben lo dimostrò nell’anno 1348, quando una fierissima pestilenza afflisse talmente la città di Venezia, che si vedevano le strade sparse di cadaveri, e appena bastavano quattro vasti cimiteri a dar sepoltura ai defunti. Allora fu che il zelante parroco scordato di stesso, ed intrepido nei più manifesti pericoli, non solo perseverò sempre assiduo e costante nell’assistenza dei languenti, ma non schivò né meno di accompagnarne i corpi estinti alla sepoltura. Si esercitò egli indefessamente nei tre anni, nei quali infierì il male contagioso, in tali esercizi di carità e religione, sempre protetto dalla divina misericordia in mezzo di continuati pericoli, finché cessato il male, lieto egli dell’altrui salute, pregò efficacemente il Signore, che togliendolo da questa valle di pianto introdur lo volesse al godimento degli eterni riposi. Esaudì Iddio le preghiere del suo servo, e poco dopo, avendo prima comandato di essere sepolto nel cimitero di San Lorenzo, riposò in pace. Fu poi nell’anno 1393, ritrovato il sacro di lui corpo, e per i molti miracoli, che operava, esposto in chiesa alla pubblica venerazione dei fedeli. Ma comandato avendo il vescovo di Castello Leonardo Delfino di dover ritirarlo nella chiesa interiore delle monache, convenne ricorrer alla sede apostolica, che instituì giudice delegato al riconoscimento di tale causa Francesco Bembo, primicerio ducale. Assunto poi questo prelato alla sede vescovile di Castello in luogo del Delfino, eletto patriarca di Grado (e più veracemente d’Alessandria) nell’ anno 1397, ricevute giuridiche informazioni dei fatti, secondo l’ordine a lui diretto da Bonifacio papa IX, ne permise il culto. Onde riposto poi in chiesa di San Lorenzo sotto l’altare cominciò a risplendere con nuovi miracoli; di nuovo poi riconosciuto nell’anno 1632, fu poi sotto la mensa dell’altare di San Lorenzo collocato correndo l’anno 1644, nella chiesa di San Sebastiano.

Già esponemmo con le voci del Marangoni quanto incerta sia la cronologia dei fatti tessuti dal Fiamma, che legando l’epoca della nascita del Beato Giovanni circa l’anno 1325, lo dice poi instituito piovano da Michele Calergi, cui scrive l’Ughello aver tenuta la sede Castellana dall’anno 1332 fino all’anno 1338. Quantunque però non debba questi riporsi nella serie castellana, contuttociò se anco avesse nell’ultimo anno di suo asserto vescovado confermato nella cura parrocchiale il Beato Giovanni, questo avrebbe allora contato tredici anni di sua età, il che quanto sia inconveniente ed improbabile ognuno lo vede. Fissa poi il poco avveduto scrittore la morte del preteso parroco poco dopo la peste, che finì nell’anno 1348, onde se anche fosse morto nel secondo, o terzo anno dopo di essa, sarebbero gli anni di sua vita appena arrivati al numero di 25, ovvero al più ventisei. Ma quando anche concordar si potessero le tante difficoltà cronologiche, che si attraversano, la massima dubbietà consisterebbe nell’assegnare il tempo del suo piovanato, che, come costa da certi irrefragabili documenti, si conosce coperto in tutti quei tempi citati dal Fiamma da nomi di altri piovani, né vi è fra tutte le carte dell’archivio capitolare di San Giovanni decollato documento, o scrittura alcuna, che faccia menzione di questo beato. Che se vero fosse, aver lui amministrata la parrocchia suddetta, dovrebbe la di lui vita assegnarsi al secolo XIII precedente, tanto più che dall’anno 1222 fin all’anno 1309, non si rinviene nome di alcun piovano di San Giovanni decollato. Un’antica pergamena, che si conserva nell’archivio di San Lorenzo, rapporta l’invenzione del corpo del Beato Giovanni con la frase veneziana di quei tempi, di cui ecco il ristretto.

Essendo stato portato il corpo di un venerabile religioso a seppellirsi sotto il portico di San Lorenzo con gran pompa e concorso di popolo, alcuni ragazzi saliti sopra un’arca collocata sopra due modioni, col loro peso aggravatala di troppo, la fecero cader sopra un’altra arca posta di sotto, che tutta s’infranse, rimanendo intera l’arca caduta, la qual fu poi portata nell’interno cimitero del monastero, e posta sotto un archivolto, nel quale stette molti anni incognita. Nell’anno poi 1403 (o più veracemente 1398) piacque a Dio di rivelare il merito di quel suo servo, che in essa arca giaceva. Poiché andando le monache sacrestane per suonar mattutino, videro per molte volte una stella scorrer sopra quest’arca. Onde chiestane libertà dall’abbadessa aprirono con fatica la cassa, e videro con meraviglia un corpo umano incorrotto, apparato con vesti sacerdotali, e con la pianeta di color sanguigno, da cui esalava soavissimo odore. Sparsa di ciò la fama, e concorsovi innumerabile popolo, fu il venerabile cadavere spogliato dei suoi vestimenti dalla devozione dei fedeli rapiti a pezzi. Durò il concorso tre giorni, nei quali seguirono moltissimi miracoli. Onde ordinata una solenne processione, fu il corpo stesso rinchiuso in un’arca di legno, e collocato nella cappella, ossia Chiesa di San Sebastiano. Apparve poi il servo di Dio ad una monaca, e le ordinò di significare, che si chiamava egli Giovanni. Perloché vennero poi in cognizione esser lui stato piovano di San Giovanni decollato, ivi da più di 50 anni sepolto. Dopo ciò avendo il vescovo di Venezia Leonardo Quirini proibita la venerazione di quel corpo, per un grave dolore sopraggiuntogli tosto in un braccio lo rimise al primiero culto, e ne ottenne la confermazione dal pontefice Bonifazio IX, continuando Iddio ad onorare il buon sacerdote con frequenti miracoli. Questa narrazione però correggersi deve anch’essa con ciò che segue. Si conserva nel monastero autografo e con suo piombo pendente il diploma di Bonifazio papa IX, diretto nell’anno III del suo pontificato a Francesco Bembo, come dicemmo , allora primicerio di San Marco, nel quale espone il pontefice, che essendosi sentito in una certa cappella di San Sebastiano, contigua al Monastero di San Lorenzo, un soavissimo odore, ammirare di ciò le monache, ricercandone l’origine, ritrovarono un corpo umano incorrotto, il quale secondo le apparenze ivi era stato sepolto da cinquanta e più anni. Rese dunque grazie a Dio, sollevarono con umiltà e divozione quel corpo dalla sua sepoltura, e lo riposero in un luogo a ciò destinato nella appella stessa, al quale di poi concorreva una devota moltitudine di popolo. Risaputosi ciò dal vescovo di Castello Leonardo, fece rinserrare quel corpo in altro luogo, proibendo a chiunque sotto pena di scomunica di venerarlo; dal che ne insorsero fra l’abbadessa e le monache confusioni e rumori. Ricorse però esse alla paterna provvidenza del pontefice, commise egli al primicerio Bembo, che se dopo esatta informazione ritrovasse verificarsi quanto esponevano le monache, comandasse, che, quel corpo restituito fosse al primiero, o ad altro egualmente decoroso luogo nella stessa cappella, ove potesse dai fedeli liberamente onorarsi, concedendo in oltre libera facoltà alle monache di poterlo mostrare a chiunque per impulso di divozione richiedesse vederlo.

Consacrò nel giorno 9 dell’ anno 1617, Francesco cardinal Vendramino patriarca di Venezia così l’altar maggiore, che li due dedicati ai Santi Paolo Vescovo, e Barbaro martiri; e poi nel giorno 18 dello stesso mese esegui la solenne consacrazione della chiesa, in cui però non si intese inclusa la contigua Chiesa di San Sebastiano, la quale per concessione d’Innocenzo VIII, di Eugenio IV e di Leone X, sommi pontefici annessa alla basilica romana di San Sebastiano alle Catacombe, partecipa anche dei di lei privilegi. (1)

Visita della chiesa (1733)

Nella chiesuola di San Sebastiano la tavola dell’altare di mezzo col martirio di San Sebastiano è opera del Palma. L’altra alla parte sinistra col martirio di San Lorenzo è di mano di Michiel Sobleò. Nell’altra poi alla destra vi è Nostra Signora col Bambino, San Leone Bembo vescovo, e nobile veneziano, ed un angioletto, che tiene una Croce, ed è di Giovambattista Mercato. Sopra la cassa dove ripota il corpo di San Leone vi è dipinta in tre comparti la sua vita di mano di Carlo Crivelli scolaro di Jacobello Fiore, come dice il Ridolfi. (2)

Eventi più recenti

Secolarizzata nel principio del presente secolo, venne demolita nel 1840, allargandosi il Campo di San Lorenzo, e rifacendosi la muraglia della Casa d’Industria. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) GIUSEPPE TASSINI. Edifici di Venezia. Distrutti o vòlti ad uso diverso da quello a cui furono in origine destinati. (Reale Tipografia Giovanni Cecchini. Venezia 1885).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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