Chiesa di San Giovanni Elemosinario vulgo San Zuan de Rialto

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Chiesa di San Giovanni Elemosinario vulgo San Zuan de Rialto - San Polo

Chiesa di San Giovanni Elemosinario vulgo San Zuan de Rialto

Storia della chiesa

Dei primi principi dell’antichissima chiesa parrocchiale dedicata in Rialto al nome di San Giovanni Elemosinario patriarca d’Alessandria nulla sappiamo. La più antica memoria rimastaci, ma assai posteriore alla fondazione della chiesa, è, che nell’anno 1071, sotto il principato del doge Domenico Selvo il di lei campanile o per vecchiezza, o per disgrazia improvvisamente rovinò a terra. Il primo piovano, di cui si rilevi il nome dai documenti, fu Pietro Gradenigo, che nell’anno 1142 sottoscrisse al decreto della processione delle Marie, e nell’anno 1207 Angelo Barocci mentre reggeva questa parrocchia fu assunto alla sede patriarcale di Grado. Conferì poi nell’anno 1391, Bonifacio papa IX, il possesso di questo piovanato a Corrado Carraccioli nobile napolitano, e suddiacono apostolico, poi arcivescovo di Nicosia, e cardinale di Santa Chiesa, che lo ritenne in titolo di commenda, avendovi acconsentito il senato così per essere l’eletto parente del suddetto pontefice, come per essere egli uomo di singolare bontà e dottrina. Dopo la di lui morte ritornò la chiesa sotto il governo dei piovani residenti, finché nell’anno 1440, Eugenio papa IV, volendo istituire nella diocesi castellana un collegio di dodici poveri chierici con due maestri l’uno di grammatica, e l’altro di canto ecclesiastico, per mantenimento di essi assegnò unitamente ad altri benefici anche il piovanato di San Giovanni Elemosinario di Rialto, perché le di lui rendite s’impiegassero a vantaggio del nuovo collegio; la di cui istituzione fu poi con nuovo apostolico diploma confermata nell’anno 1455 dal pontefice Callisto III. Riuscì dispiacevole ai parrocchiani la stabilita distrazione delle rendite della loro chiesa, e presentarono le lor doglianze al Magistrato detto delle Ragion Nove, di cui era antica prerogativa il presiedere alla cura e governo della chiesa medesima. Volendo dunque il magistrato conservare intatta la pubblica giurisdizione sopra una chiesa assai riguardevole, in cui si conservava una reliquia della Santissima Croce, ne elesse con soddisfazione dei parrocchiani per piovano Luigi Zoja, uomo d’integrità e di merito, alla di cui elezione si opposero tosto i canonici di Castello in virtù dei diplomi apostolici, che dal magistrato però si pretendevano malamente ottenuti ed insussistenti.

Per operare però con maturità in una controversia resa assai grave, si portarono il doge, ed il senato nel giorno 3 di febbraio dell’anno 1487, unitamente al legato apostolico a far la visita della chiesa, nella qual occasione il patriarca Maffeo Gerardi estratta avendo la reliquia della Santissima Croce dal ripostiglio, ove per molti anni era stata chiusa, la collocò in luogo più decente all’adorazione dei fedeli. Mossi dunque gli animi del senato dal proprio decoro, e molto più dai riflessi di religione, ottennero nell’anno 1488 dal pontefice Innocenzo VIII che sciolta l’unione, e susseguente conferma decretare dai suoi antecessori, rimessa fosse la chiesa nel suo primiero stato, e l’eletto piovano Luigi Zoja confermato nella sua dignità. Ciò eseguito dai commissari apostolici in ubbidienza del pontificio diploma emanato nel giorno 22 di aprile, i consiglieri nel giorno 28 di luglio dello stesso anno elessero quattro procuratori della chiesa, i quali per l’ufficio a loro demandato stabilirono le certe rendite al piovano con istrumento, che fu poi dal doge Agostino Barbarigo solennemente approvato.

Furono poi con bolla del pontefice Alessandro VI segnata nel giorno 4 maggio 1493 stabilite le regole per l’elezione ed istituzione del piovano, e dei titolari, e per la proporzionata divisione delle rendite fra di essi, ammettendoli alla partecipazione di quei privilegi ed esenzioni, che son godute dalla Basilica Ducale di San Marco, e dal clero d’essa. Succedette poi al piovano Zoja defunto nell’anno 1505. Cristoforo Persicino eletto dal doge Leonardo Loredano, sotto il di cui governo nell’anno 1513 accesosi un fatale incendio nell’Isola di Rialto, tutta la distrusse, abbruciatasi essendo in essa anche la Chiesa di San Giovanni. Accorse a rialzarla fedeli, ed essendosi nella fatalità dell’incendio confusi i confini della parrocchia, ne insorsero con la vicina chiesa parrocchiale di San Matteo gravi controversie, alle quali finalmente fu posto fine dopo trentotto anni di ostinato litigio.

Dopo ciò con nuovo apostolico diploma di Papa Paolo III, segnato nel giorno 16 di ottobre dell’anno 1546, fu riconfermata al doge Francesco Donato, ed ai di lui successori la prerogativa di eleggere il piovano, ed i titolari della Chiesa di San Giovanni Elemosinario. Come però al tempo della fondazione della chiesa erano stari in essa istituiti tre titoli presbiterali, i quali con l’andare del tempo si erano ridotti a due, il doge Francesco Venier, conoscendo che le rendite del capitolo si erano aumentate, restituì a decoro della chiesa nell’anno 1554 il terzo titolo presbiterale.

È asserzione di Francesco Sansovino nella sua Venezia, che questa chiesa sia stata fabbricata a spese della famiglia Trevisana, e che per la rinnovazione della medesima ne abbia formato il disegno Antonio Scarpagnino architetto. Rifabbricata la chiesa fu poi consacrata nel giorno 28 di settembre dell’anno 1572 da Daniel Vocazio vescovo dalmaziense. (1)

Visita della chiesa (1839)

Questa chiesa, stata preda dell’incendio che nel 1513 distrusse le fabbriche ricordate di Rialto, si costruì su disegno dello stesso Scarpagnino. E certo che, meno la secchezza dello stile, in relazione al suo tempo, questa chiesetta riuscì degna di molta lode, ove si consideri ai limiti dell’area in che era rinserrato l’architetto. Conservando l’antico accesso dalla pubblica strada, mediante un semplice atrio, coperto a volta di tutto sesto, aprì egli la nobile porta d’ingresso, l’interno formò di una croce greca con cupola a catino che si erge nel centro. La cappella maggiore, di fronte all’ingresso, la alzò dal piano della chiesa per cinque gradini, e la fiancheggiò di due cappellette di poco fondo, poiché da una parte era l’architetto precettato da private proprietà e dall’ altra volle ricavare la sagrestia. Come però questa riusciva piccola, così ritrasse un altro luogo di servizio prevalendosi dello spazio sottoposto alla cappella maggiore per discendere al quale internò una scaletta nella mensa dell’altare.

Poco giova che si osservi, quanto alle opere dell’arte decoranti questa chiesa, il primo quadro alla destra con gli ebrei accinti alla Crocifissione, opera di Leonardo Corona. Quel pittore pur fece l’altro gran quadro della manna raccolta nel deserto e la mezza -luna superiore nella seguente cappella a fianco dell’altar maggiore, mentre Jacopo Palma vi faceva il martirio di Santa Catterina nel quadro sottoposto. Fu Giannantonio Pordenone che dipinse nella cappella medesima la tavola stata tagliata all’intorno, ed esprimente i Santi Rocco, Sebastiano e Catterina. Emulo si volle fare egli nell’eseguirla a Tiziano che operava la tavola dell’altar maggiore, e l’esito lasciò difatti contrastata la palma.

Trascurando di entrar nella piccola sagrestia passeremo a vedere nella cappella maggiore al lato destro e il quadro colla Crocifissione e la mezza – luna superiore colla Risurrezione di Leonardo Corona, il quale pur fece la mezza-luna superiore al Iato opposto con l’Orazione all’orto, mentre l’inferiore quadro colla lavanda dei piedi si dipingeva dall’Aliense. Ciò che più merita per altro grande considerazione è la tavola dell’altare maggiore col santo titolare che dispensa denari ai poveri, opera, come si disse, di Tiziano, e nella quale non trascurò egli di far pompa dell’alta sua scienza, sì nelle mosse delle f1gure e si nella degradazione delle tinte.

Niente richiamandoci ad osservare l’altra cappella laterale della Addolorata, buon vigore di colorito si troverà piuttosto nel quadro vicino di Jacopo Palma con Costantino che porta la croce. Seguono insieme uniti tre quadri dipinti da Marco Vecellio e già formanti i portelli dell’organo. Nel primo vi è San Giovanni Elemosinarlo in atto di far limosina ad un povero; in quello di mezzo il ritratto del parroco Giammaria Carnevali che dà l’acqua santa al doge Leonardo Donato quando fece la visita di questa chiesa, e nel terzo l’evangelista San Marco. Si potrebbero queste opero stimare di Tiziano: tanto il figlio si avvicinò in esse per ogni conto al fare del padre.

Nell’ultimo altare, altri dicono di Bonifacio ed altri di Damiano Mazza, la tavola con Nostra Donna tra alcuni angioletti ed i Santi Pietro, Paolo e Marco al piano. Molta grazia di disegno è nella parte superiore; non così vuol dirsi della inferiore.

Carlo Ridolfi dipinse finalmente l’adorazione dei magi; e Domenico Tintoretto nella mezza-luna superiore fece il Padre Eterno coi ritratti del doge Marino Grimani e della moglie di lui. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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