Chiesa e Monastero di Santa Maria Gloriosa vulgo dei Frari

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Chiesa di Santa Maria Gloriosa vulgo dei Frari - San Polo

Chiesa di Santa Maria Gloriosa vulgo dei Frari. Monastero dei frati Minori Conventuali. Monastero secolarizzato

Storia della chiesa e del monastero

Dopo la felice morte del Serafico San Francesco, che nella città di Assisi correndo l’anno di Christo 1226 chiuse santamente i suoi giorni, alcuni dei più fervorosi seguaci del di lui istituto si portarono a Venezia per ivi fondare qualche domicilio della loro religione.

Illustri furono gli esempi di santità, e di un intero spoglio di ogni affetto umano, coi quali si conciliarono i buoni religiosi l’affetto, e l’ammirazione della città; mentre sempre occupati nell’orazione, o in altri pii esercizi, vivevano di puro pane mendicato, e dormivano bene spesso all’aperto nei sottoportici delle chiese ora di San Silvestro, ora di San Lorenzo; finché cominciarono ad aver notturno alloggio nelle case dei devoti. Perché dunque uomini di conversazione si santa fermare si potessero stabilmente in Venezia a beneficio comune del popolo, fu assegnata loro un’antica abbazia, intitolata di Santa Maria, abitata già (come scrive il Sansovino) da monaci bianchi, e situata fra le parrocchie di San Tommaso Apostolo, e di Santo Stefano Confessore. Se fosse questa chiesa abitata da monaci bianchi si può ragionevolmente dubitarne, poiché in un antico pilastro, che ancor si vede alla porta della sacristia, vien rappresentato il patriarca San Benedetto in nera cocolla. Nello stabilire però l’epoca della fondazione del monastero variano gli autori, mentre il Sansovino la lega ai tempi del doge Enrico Dandolo, ed il Wadingo seguitato dal Toffiniano ne mettono i principi nell’anno 1225 sotto il principato di Giacomo Tiepolo, che fu assunto al trono ducale solamente nell’anno di Cristo 1229. Seguendo però l’autorità più accreditata di Andrea Dandolo, diremo, essere stato il nuovo monastero fondato bensì nell’anno VIII del doge Tiepolo, cioè di Cristo 1236 ma però aver avanti detto anno avuto i Frati Minori un qualche domicilio in Venezia; poiché da un diploma di Gregorio IX, dato in Rieti ci viene reso noto, aver quel Pontefice nell’anno 1232, rimesse al ministro dei Frati Minori di Venezia, ed al priore dei Frati Predicatori alcune controversie del Monastero di San Matteo di Costanziaco. Egli è dunque verosimile, che circa i principi del dogado di Giacomo Tiepolo arrivassero gli ottimi religiosi a Venezia, ove vivendo in somma povertà ora in un luogo raccolti, ora nell’altro, si acquistarono con le loro virtù l’amor universale, ed ottennero poi l’antica chiesa, e l’anguste abitazioni dell’abbandonata abbazia, ove disposero i principi della magnifica chiesa, e del dilatato convento, che ora possiedono.

Aggiunge prova a tal verità un documento, col quale Giovanni Badoaro nell’anno 1234 donò a tutto l’Ordine dei Frati Minori una sua proprietà di casa, e di terra posta in parrocchia di San Tommaso, e che confinava da un lato con la chiesa, e colle abitazioni degli stessi Frati Minori. Restò dunque dilatato il monastero coll’accrescimento del sito donatogli, e molto più si accrebbe con vari acquisti fatti negli anni susseguenti, due dei quali furono stabiliti negli anni 1255 e 1265 dal doge Reniero Zeno per il Comune di Venezia a nome dei Frati Minori per la dilatazione del loro monastero.

Si andavano frattanto disponendo le opportune cose per la fabbrica di una magnifica chiesa, nelle di cui fondamenta pose la prima pietra già da sé benedetta Ottaviano cardinale di Santa Maria in via lata legato apostolico, imponendo alla nuova chiesa il titolo di Santa Maria Gloriosa; onde con esso si distinguesse dall’altre molte già dedicate in Venezia alla gran Madre di Dio, ed assegnando per festa titolare la gloriosa Assunzione della stessa Santissima Vergine.

Contribuì alla sollecita erezione del gran Tempio non solo la pietà di molte case patrizie, ma quella anche del popolo vie più eccitato dall’indulgenza concessa da Niccolò IV nell’anno 1280 a chi porgesse caritativo sussidio all’intrapresa fabbrica. Il più abbondante soccorso però, con cui si avanzò al suo compimento la chiesa, derivò da un pio legato di Marco figlio del doge Pietro Gradenigo, il quale avendo lasciato una determinata quantità di soldo per l’erezione di un monastero, in cui fossero mantenuti dodici Frati Minori, nè essendo questa bastante alla fondazione, fu ella con permissione del Maggior Consiglio a richiesta dei religiosi assegnata al proseguimento del sacro magnifico edificio. Così nel corso di un secolo si ridusse a totale perfezione la vasta chiesa, di cui con esborso riguardevole di soldo li rese benemerito il pio doge Francesco Dandolo, e fu poi solennemente consacrata nel giorno 27 di maggio dell’anno 1492, da Pietro di Trani dell’Ordine dei Minori vescovo Telefino.

Il campanile altresì con nobile e robusta architettura incominciato nell’anno 1361 da Tommaso Viaro coll’esborso di otto mila ducati fu poi dai negozianti milanesi, e modenesi a proprie loro spese nell’anno 1396, interamente compiuto.

Alla maestà dell’altre fabbriche corrisponde pure la sacristia, ed il santuario in essa di scelti marmi eretto, ove si conservano le reliquie, ornamenti i più nobili del sontuoso tempio. Di queste però la più da pregiarsi è una goccia del prezioso sangue del nostro redentore Gesù Cristo mescolata, come si dice, coll’unguento di Santa Maria Maddalena, che Melchiore Trevisano, capitano delle galere venete ottenne in Costantinopoli nell’anno 1479, dalla Chiesa di Santa Cristina, dalla quale soleva (come attestarono molti) nel giorno del giovedì Santo dall’imperatore e patriarca di Costantinopoli trasportarsi all’imperiale Basilica di Santa Sofia, ove stava esposta tutto il Venerdì Santo, e poi si restituiva alla sua chiesa. Nell’anno poi susseguente 1480, avendola egli donata ai Frati Minori, fu ella con solenne processione nel giorno 19 di marzo trasportata alla loro chiesa, ove annualmente nella domenica di Passione si espone ad un numeroso concorso di devoto popolo, che portali a venerarla. Grati a tanto dono i religiosi assegnarono al benemerito nobile ed ai posteri dello stesso una delle chiavi, sotto le quali fi custodisce il venerabile tesoro, ed altresì una delle cappelle di chiesa dedicata all’Arcangelo San Michele. Passò poi la detta chiave per testamento di Andrea Trevisano ultimo della linea del donatore in possesso dei Procuratori della Basilica di San Marco.

Dalla Città di Corone nella Morea, allorché fu espugnata dai Turchi nel secolo XV, capitarono a questa chiesa per dono del generale dei conventuali nell’anno 1500 tre Reliquie, cioè un frammento del la colonna, a cui fu legato nella flagellazione Gesù Cristo; un dito di San Niccolò; ed un piede incorrotto del Profeta San Daniele, a cui da qualche tempo manca il dito pollice. Oltre queste si custodiscono nel santuario le seguenti reliquie: Una particella del legno della Santissima Croce. Una parte del cranio di Sant’Antonio abbate. Delle ossa dei Santi Innocenti Martiri di Betlemme; di San Giacomo Minore apostolo; di Santo Stefano protomartire; di Santa Catterina vergine e martire, ed una porzione della costa di San Bonaventura cardinale, ottenuta in Lione di Francia da un mercante tedesco nell’anno 1506, e da lui poi donata alla Chiesa di Santa Maria Gloriosa. Due teste, che si dicono essere delle compagne di Sant’Orsola vergine e martire: Una mano intera ed incorrotta del beato Pacifico Francescano, il di cui corpo riposa in un magnifico mausoleo dorato vicino alla porta della sacristia, fabbricato già da Scipione Bon nobile veneto, allorché circa la metà del secolo XIV, presiedeva alla fabbrica della chiesa. È opinione di Marco Barbaro nella sua Cronologia delle Famiglie Nobili Venete, che questo sepolcro fosse stato eretto per rinchiudervi il corpo del beato Francesco Quirini patriarca di Grado: ma per quanto denota una inscrizione ivi apposta, vi riposa il corpo del beato Pacifico dell’Ordine dei Minori, ivi deposto nel giorno 21 di luglio dell’anno 1437. Riseppi da religiosi degni di fede, che nell’anno 1660 fu nel più cheto di una notte aperto questo sepolcro, e vi ritrovarono il cadavere di un uomo vestito di abito francescano, a cui erano state tronche ambe le mani. Molti furono nell’ordine Serafico i religiosi di santa vita con tal nome chiamati; ma ci è totalmente ignoto qual di essi quivi riposi.

Oltre questo venerabile corpo furono anche deposti in questa chiesa i corpi dei beati Gentile da Matelica martire Francescano, e Francesco Quirini patriarca di Grado, i quali unitamente furono riposti sull’altare della cappella, allora detta di San Girolamo d’oro, ed ora assegnata alla divozione di San Francesco di Paola. Del beato Gentile scrive in compendio la vita nei suoi annali il Wadingo all’anno 1340, e ci riferisce, che il sant’uomo mosso da zelo apostolico si portò a disseminare l’evangelo in Egitto, ed in Persia, ove, confermando il Signore la di lui parola con manifesti prodigi, vi riuscì con tal profitto, che oltre dieci mila di quei barbari ricevettero con la cattolica fede il santo battesimo. Condotto poi in Persia da Marco Cornaro, che ivi si portava ambasciatore dei Veneziani a quel re, gli predisse in una sua malattia la ricupera della salute, le disgrazie diverse, che erano per avvenirgli, ed il principato, a cui sarebbe innalzato nella sua patria, e tutto successe secondo il vaticinio del santo missionario. Coronò poi le apostoliche sue fatiche con la corona di martire, trucidato nella città di Turingia della provincia di Babilonia dai Maomettani infieriti per le frequenti conversioni, che egli operava in molti della loro setta. Ottenne dai barbari a forza di donativi il sacro corpo Niccolò Quirini, e giunto con esso in patria ne donò il capo al sopra lodato Marco Cornaro, che conservatolo appresso di se per alquanto tempo, lo donò poi ai Frati Minori, ai quali pure aveva consegnato il Quirini tutto il rimanente del corpo, alfine si depositasse in una nobile cappella dalla di lui famiglia e da quella dei nobili Bernardi eretta sotto il titolo del dottor San Girolamo, il di cui altare essendo di legno dorato rese la denominazione di San Girolamo d’oro. A questo altare dunque fu trasportato con lunga e divora processione il corpo del martire. Avvenne, che un certo uomo mormorando di tanto onore fatto, diceva e li, ad un defunto di oscura santità, sentì sul fatto la pena di sua miscredenza, torcendosegli orridamente la bocca fino a toccare ad ambe le parti le orecchie. Conobbe egli tosto il suo reato, e fatto nell’animo suo il voto di portarsi a venerare con umiltà il di lui sepolcro, fu anche nello stesso momento al primiero stato di sua salute restituito. Con altri miracoli ancora (come attesta il Wadingo) comprovò Iddio la santità del suo martire, e Marco Cornaro fatto poi doge ottenne per di lui intercessione due figli nell’età sua già avanzata. Nell’anno poi 1642, avendo per il patrocinio del beato ottenuta da Dio una grazia un frate del convento per nome fra Marino Cavalletti, collocò molte delle ossa del santo martire in due ben ornate cassette, che furono poi riposte nei nicchi del Santuario. Le altre rimanenti parti del corpo è credibile che restassero nell’antico loro sito dell’altare di San Girolamo d’oro, ove si vede una gran copia d’ossa, e due teste con una scheda di recente scrittura, che le denota teste delle Compagne di Sant’Orsola; ma confrontando ciò che del beato Gentile non meno che del beato Francesco Quirini lasciarono scritto gli autori, e li è verosimile, che ai due beati uomini appartengano quelle due teste non meno che le altre molte ossa disposte nei vari ripostigli del suddetto altare.

Fu sepolto in questo convento nella sepoltura comune dei frati il beato Carissimo da Chioggia, di cui scrive il Wadingo all’anno 1305, che sepolto supino fu poi ritrovato genuflesso. Di altro servo di Dio per nome Francesco racconta lo stesso Wadingo all’anno 1369 che dopo aver servito a Dio in somma povertà e austerità fino all’età avanzata di 34 anni, sorpreso nella sua cella da un incendio, che consumò quasi tutto il convento, né potendo fuggire perla debolezza dell’età e per le molte catene, con le quali macerava il suo corpo, restò alla discrezione delle fiamme, tra le quali orando rese il suo spirito a Dio, restando il corpo illeso e rispettato dal fuoco. Onorò Iddio i di lui funerali con grazie prodigiose, e fu sepolto onorevolmente in luogo ora a noi ignoto. Per i danni forse di quest’incendio trovasi ora l’Archivio tanto spogliato di documenti, massimamente sopra i corpi di quei beati, che sappiamo ivi essere stati deposti.

Prima però che il Monastero dal sopra riferito incendio fosse devastato, si dilatava a tanta ampiezza, che poté nell’anno 1346 dar ricetto a 1500 frati, che ivi convennero al Capitolo Generale dell’Ordine.

Fu dunque dopo il mentovato incendio dell’anno 1369. Rinnovato il Convento, alla di cui riedificazione si impiegò somma grande di soldo, nel corso quasi di un intero secolo, mentre fu ridotto a perfezione solo nell’anno 1463, come ci rapporta nei suoi annali il Wadingo, acquistando poi per la sua magnificenza fra i Conventi dell’Ordine il nome di Casa Grande. Ridotto a compimento il convento fu nuovamente decorato con la convocazione del Capitolo Generale prima nell’anno 1457, che non fu poi eseguita, e poi nell’anno 1469 in cui da Francesco della Rovere generale dell’ordine, e cardinale fu stabilito che il Capitolo Generale dell’Ordine fosse convocato a Venezia, destinandovi vicario a presiedervi a suo nome Giovanni da Udine ministro della Provincia Veneta di Sant’ Antonio, che era già stato per le rare sue qualità raccomandato nell’anno 1461, dal Senato al cardinal Bessarione, affinché destinato fosse dal pontefice al carico di Ministro Provinciale per la correzione dei conventi con quell’ampia autorità, che già ottenuta aveva dal generale per la riforma della Casa Grande di Venezia. Convocato dunque il capitolo nell’anno suddetto 1469, fu il sopra lodato Giovanni Vicario nel giorno 19 di maggio assunto al Ministero Generale di tutto l’Ordine dei Minori Conventuali.

Quantunque però fino dai suoi principi fosse stato dal serafico suo padre l’Ordine dei Minori fondato in un’altissima povertà, contuttociò non molto dopo cominciarono i devoti fedeli ad assegnare perpetue rendite a sussidio dell’indigenze dei religiosi; e Marco Ziani figlio del doge Pietro stabilì nel suo testamento nell’anno 1253, che le rendite di una sua casa presso San Geminiano dovessero essere perpetuamente impiegate per provvedere di tonache i frati minori, che abitava no appresso Santa Maria .

Ottennero poi religiosi di questo convento nell’anno 1459, il monastero di San Giacomo di Palude, allora di monache Cisterciensi, le quali essendo siate poi trasferite al Monastero di Santa Margherita di Mazzorbo, prese a nome di sua religione il possesso del luogo nell’anno 1469. Fra Francesco da Rimini con obbligo di risarcirne la chiesa, e gli altri edifici cadenti.

Quelli, che con certezza sappiamo essere stati da questi chiostri tradotti a riempire sedi vescovili sono i seguenti tratti dal Wadingo.

Pietro Cornaro nell’anno 1367. Vescovo di Corone nel Regno di Morea .
Marco Viaro nell’ anno 1447. Arcivescovo di Trabisonda.
Niccolò Trevisano nell’anno 1410. Arcivescovo di Tebe.
Marco Veneto, che eletto Vescovo di Ragusi, prima di essere consacrato morì.
Domenico Benigni Vescovo di Conad nell’Ungheria.
Giovanni Luciani nell’anno 1369. Vescovo Burguduense nel paese degli infedeli. `
Caterina Barbo nell’anno 1390. Vescovo della Canea.
France?co di Andrea Veneto creato Vescovo dell’Isola Zea da Martitino V.
Giacomo vescovo dell’Isola di Tine.
Giovanni Quirini nell’anno 1390. Vescovo di Gerapetra in Candia.
Luca Muazzo nell’anno 1434. Vescovo di Caorle.
Paolino creato da Giovanni XXII. Vescovo di Pozzuolo.
Pietro Martire Rusca. Vescovo di Caorle.
Giuseppe Maria Bottari, prima Ministro Generale dell’Ordine, poi Vescovo di Pola in Istria.
Pietro Manolesso. Vescovo di Capodistria.

A questi aggiungonsi da altri scrittori.

Lodovico dei Martini Vescovo. Ariense in Candia nell’anno 1537.
Bernardo Quirini nell’anno 1590. Vescovo di Rettimo.
Orazio Bellotti nell’anno 1580. Vescovo di Nona.
Angelo dei Gradi nell’anno 1628. Vescovo di Nona.
Domenico Carli nell’anno 1550. Vescovo del Zante.
Giulio Fioretti nell’anno 1592. Vescovo di Cheroneso in Candia.
Giovanni Batista Bernardi successore del Fioretti nello stesso vescovado.

Risedette nel secolo XIV; appresso i religiosi di questo convento l’Uffizio della Sacra Inquisizione, che fu sostenuto da Lodovico Donato, poi generale dell’ordine, e da Urbano VI, creato cardinale, e poi anco da fra Felice Peretti, che assunto al supremo pontificato di Santa Chiesa si chiamò Sisto V. Anche l’altro Pontefice dello stesso nome ed istituto Sisto IV, fece nell’anno 1440, non breve dimora in questo convento, ove lettore insegnò ai suoi frati la sacra teologia, ed aveva disposto di ritornarvi dopo, deposta la carica del generalato, senonché fu dichiarato in quel tempo cardinale di santa chiesa. Si vedono eretti in questa chiesa sontuosi mausolei alla memoria dei dogi Francesco Foscari, Niccolò Tron, Francesco Dandolo, e Giacomo Pesaro; come pure due altri minori al doge Giovanni Gradenigo nel capitolo, ed al doge Giacomo Contarini nel primo chiostro del monastero.

In faccia al monastero innalzò il suo ospizio la confraternita, detta della Passione, che fondata già (come vien detto) presso la Chiesa di San Giuliano, poi quivi si tradusse, ove nell’anno 1593, distrutta la fabbrica da un incendio, fu poi con decoro rinnovata, e quantunque non sia annoverata fra le Scuole Grandi della città, tuttavia per concessione del Consiglio di Dieci godé dei lor privilegi. (1)

Visita della chiesa (1839)

Nel luogo dove ora sorge questa chiesa esisteva anticamente un’angusta abazia di monaci benedettini dedicata alla gran Vergine. Seguita però in Assisi nel 1226 la morte del santo patriarca Francesco, alcuni seguaci di lui si recarono l’anno appresso in Venezia per fondare il religioso loro istituto. Privi di denaro e di quanto rendesi necessario alla vita, dividevano l’intero giorno tra l’orazione ed il lavoro, ora sotto il portico di San Silvestro, ora sotto quello di San Lorenzo, ed ora nell’atrio della chiesa di San Marco, mendicando il pane di porta in porta e chiedendo nella notte un caritatevole ricovero. Povertà così assoluta e le pie esortazioni colle quali accendevano gli animi conciliarono a quei padri l’affetto non solo del popolo, ma dei principali tra i nobili per modo che il doge ed il senato assegnarono loro per abitazione la nominata abazia. Divulgatasi la fama del nuovo istituto, e crescendo del continuo la frequenza del popolo in quell’angusta chiesa, pensare dovettero i padri stessi all’edificio di nuovo e più ampio tempio. A tale effetto Giovanni Badoaro primieramente da San Giacomo in Luprio, ovvero dell’Orio, offrì loro in dono una sua casa (anno 1234) ed un pezzo di terreno contiguo alla detta abbazia, indi due anni appresso, altra casa con fondo adiacente aggiunse Daniele Foscari, cui in seguito tenne dietro il dono di altre due case, in uno a due pezzi di terreno, fatto dal doge Reniero Zeno, la prima acquistata coi fondi pubblici (anno 1255), e l’altra coi propri nel 1266.

Ai doni del fondo per l’ampliamento del monastero e del tempio andavano del paro le spontanee oblazioni dei fedeli per l’erezione di essi. Ma comunque al tempio si ponesse la prima pietra ai 3 aprile 1250 aggiungendoglisi all’antico titolo di Santa Maria quello di gloriosa, a fine di distinguerlo dagli altri templi alla Vergine consacrati in Venezia, assai lentamente progrediva la fabbrica. Tuttavolta scossa la pietà di alcuni ragguardevoli personaggi, diede maggiori impulsi all’opera. Uno di casa Gradenigo fece a proprie spese quattro colonne con gli archi relativi; due ne eresse uno di casa Giustiniani ed una la famiglia Aguiè. Paolo Savello però, principe Romano e condottiero degli eserciti della Repubblica, gran somme impiegò nella costruzione delle ampie vòlte mentre altri Veneziani assunsero l’erezione di altre parti. Finalmente dopo quasi un secolo il doge Francesco Dandolo, sostenendone le spese, volle veder condotta a compimento la fabbrica sul disegno di Nicolò Pisano.

Eretto questo tempio col sistema rituale di quei giorni, riuscì quindi conforme ai templi in quell’ età innalzati. Né siffatta conformità essendo un difetto, come nelle epoche posteriori si sarebbe creduto, ma sì la esecuzione fedele di un simbolo dalla religione prescritto, divenne uniforme ai sacri edifici allora eretti dalle genti professanti il medesimo culto. Altro non spettava allora all’architetto che la solida condotta dello edificio, merce ché le proporzioni, i ripartimenti partivano tutti da simboli, da allusioni misteriose che la scienza religiosa veniva suggerendo. Sparito il gran vincolo delle arti con la religione, tosto che gli artisti si fecero ad imitare le opere di altri popoli professanti culti diversi, l’architetto sostituì i pensieri propri ai gran canoni religiosi delle arti; ed i templi tanto più si resero belli quanto più furono differenti, passando non rade volte a mostrare fino a qual punto giunga il delirio umano ove abbandoni il sublime che emana dalla semplicità, né metta in relazione i pensieri della mente coi movimenti del cuore. Da ciò accadde che per questa chiesa di Santa Maria dei Frari riferirci dobbiamo a quanto si è detto per quella dei Santa Giovanni e Paolo in uguali epoche, coi riti medesimi condotta, e sulle regole di architettura, che altri chiamano tedesca, quando dir piuttosto si dovrebbe religiosa, perciò usciva dai chiostri i suoi principii, che dai canoni dei concili venivano raffermati, siccome si può leggere nelle opere versanti intorno la disciplina ecclesiastica.

Facendoci ora all’usato esame parziale di questa chiesa cominceremo ad osservare le tre statue che sono sulla sommità della maggior porta e che rappresentano il Salvatore risorto, la Vergine e San Francesco.

A chi entra in chiesa si offre alla destra il ragguardevole ed elegante deposito di Alvise Pasqualigo, creato procuratore nel 1522. Due bellissimi fanciulli di tutto tondo, recanti lo stemma della repubblica, fiancheggiano l’urna, dietro la quale è dipinta la Vergine.

Francesco Rosa, seguace di Pietro Berrettini di Cortona, fece nel 1670, a Iato della cappella di Sant’Antonio, il gran quadro esprimente Sant’Antonio che in Lisbona salva don Martino Buglioni, padre suo, dalla falsa accusazione di aver ucciso un giovane, richiamando in vita l’estinto e facendogli attestare l’innocenza dell’accusato, il quale si stai in un canto del quadro in atto relativo alla circostanza. Molta dottrina è nel nudo delle figure che sollevano la pietra; bene è inteso l’effetto totale del chiaro scuro; bella è la composizione intera e nobile l’architettura che fa campo a tutto il quadro.

Il magnifico altare di Sant’Antonio di finissimi marmi carraresi fu innalzato nel 1663 col disegno di Baldassare Longhena. Le due statue ai fianchi dell’ara rappresentano la Fede e la Speranza. Superiormente ci sono la Carità e la Verità, e sedute sul frontispizio stanno la Giustizia e la Meditazione, mentre un Angelo è nel mezzo, e più sopra la Temperanza e la Fortezza e finalmente in sulla cima il Redentore; tutte sculture attribuite a Giusto De Curt.

Francesco Pittoni fece il seguente quadro bislungo esprimente Sant’Antonio che fa parlare un bambino e nominare ad alta voce il geloso suo genitore per togliere alla madre l’ingiusta taccia d’infedeltà. L’altare contiguo, rifabbricato dalla confraternita della Passione, adorno di bolle colonne di marmo del paragone ha il crocifisso adorato dagli angeli, eseguito dallo scalpello di Giusto de Curt. Nel pavimento alla sinistra del medesimo altare un religioso di questo cenobio fece scolpire nello scorso secolo il distico seguente:

Qui giace il gran Tiziano de’ Vecelli
Emulator de’ Zeusi e degli Apelli
.

Non si sa però se precisamente quivi giaccia quel sommo; certo è aver egli ordinato nel morire (anno 1676) di essere sepolto in questo tempio presso l’altare del Crocifisso. Il vicino quadro coll’evangelista San Giovanni in prigione visitato dai fedeli è lavoro di Angelo Venturini scolaro del Balestra. Lo stemma Zeno che gli sta superiormente accusa poter un tempo esser quivi stato sepolto qualche personaggio di quella famiglia.

Nel magnifico altare seguente Giuseppe Porta, detto il Salviati, dipinse la tavola colla Purificazione di Maria Vergine. L’infante divino sta tra le braccia di Simeone; a fianco vedi ed Anna profetessa ed altri astanti. Nella sommità della tavola vi è un angelo bellissimo in difficile scorcio con gli strumenti della Passione ad alludere alla profezia di Simeone. Al piano stanno i Santi Nicolò, Bernardino da Siena, Paolo, Marco, Agostino ed Elena. Grandioso al tutto è il carattere di quest’opera, forte il colorito, e molta la dottrina. Entro un’urna fiancheggiata da due angeli riposa in fine su questo medesimo altare il corpo di San Teodoro martire.

Sotto un ricco intercolunnio che posa a terra vi è il monumento innalzato dalla Repubblica nel 1666 al valoroso principe di Modena Almerico d’Este, figliuolo del duca Francesco, comandante di un corpo di truppe ausiliarie nella guerra di Candia, il quale, mentre era in viaggio per Venezia, colto da violentissima febbre, cessò di vivere nell’isola di Paros nel 1660. Questo monumento ornato di trofei e degli stemmi della casa d’Este, col veneto leone che ne adorna la sommità, ha nel mezzo la statua pedestre dell’illustre condottiero.

Chiude il seguente altare una tavola di Giuseppe Nogari veronese, discepolo del Balestra, con San Giuseppe da Copertino che vola, socio degli Angeli, ad adorare la Croce. Fa pompa altresì questo altare della statua di San Girolamo eseguita da Alessandro Vittoria. Nobile si è la testa di essa, e dotto è il risentimento dei muscoli in tutto il corpo. Del medesimo Vittoria sono, sì le due grandi figure, veri modelli pel modo di piegare, poste in due nicchie ai lati e che formavano parte della tavola pregiatissima di stucco di questo altare, e si le due figure sedenti sul frontispizio, non meno che l’angioletto vaghissimo che sta nel mezzo. Così si compiacque Vittoria di queste ultime opere che pose tra le mani di ciascuna delle due femmine il proprio nome.

Il vicino sepolcro di pietra istriana, incrostato in parte di marmi, contiene le spoglie di Jacopo Barbaro, che fu capitano delle galere grosse della Repubblica nel 1480 nella guerra contra il Turco e che morì nel 1511. Nella tavola del seguente altare figurò Palma juniore Santa Catterina uscita illesa dall’apprestato tormento, per essersi spezzata la macchina che doveva straziarla. Bello ne è il concetto e buono l’impasto del colorito con che fu condotta.

Il marmoreo bene architettato deposito che poco lunge si ritrova è del vescovo Marco Zeno, il quale, dopo aver retta coi suoi consigli in senato la Repubblica, passò a governare la diocesi di Torcello morendo nel 1641. Nell’intercolunnio maggiore sta il busto di lui e nei laterali due annicchiate figurine simboleggiano la Speranza e la Fede.

Il monumento contiguo fu posto nel 1780 dal p. maestro fra Antonio Pittoni al vivente allora fra Giuseppe Maria Bottari, cittadino veneto, ascritto alla nobiltà di Udine e consigliere di Leopoldo I imperatore, il quale, mentre visse, adornò a proprie spese questo cenobio ed accrebbe i sacri arredi del tempio. Celebre per la sua eloquenza e dottrina e caro ai principali monarchi di Europa fu, nel 1795, eletto vescovo di Pola nell’Istria.

Presso a questo ultimo monumento trovasi l’elegante deposito di pietra istriana intarsiato di porfido ed altri marmi preziosi, eretto nel 1505 da Giovanni Querini al dotto e pubblico lettore di filosofia Benedetto Brognolo di Legnago.

Sopra la porta vicina per cui si passa nel chiostro si vede una urna di legno coperta un tempo di nero velluto, dietro la quale è dipinto un padiglione ed un nudo teschio nel mezzo sopra una coppa. Il Sansovino dice esservi qui tumulato il conte Luigi dalla Torre. Vi ha chi dice chiudervisi quattro feudatari del Friuli fatti strozzare dalla famiglia Savorgnan, ed altri finalmente sostiene che vi si accolga il capo del conte Francesco Carmagnola. Quest’ultima opinione è la più probabile, ed una cronaca dice infatti che tagliatagli la testa fu sepolto nel chiostro dei Frati Minori dietro la porta. Oltre all’unico capo reciso sulla coppa già indicata, viene a raffermare tale indizio il vedere sull’alto della corona del finto padiglione, in mezzo ad alcune figure in lunga reste un uomo nudo che in sembianza di reo colle mani fra ceppi e la testa piegata mostra di attender genuflesso la sua condanna sotto a si lugubre scena. Si Vedono inoltre cinque scudi, il primo dei quali verso la parte superiore del tempio è appunto lo stemma del Carmagnola che porta un leone rampante con una rosa nella destra zampa. Si dice però che questa cassa non contenga se non il capo di quel capitano infelice, poiché il suo corpo, portato a Milano, fu sepolto nella sua cappella di San Francesco.

Nella parete della crociera seguente si scorge l’elegante deposito di Jacopo Marcello generalissimo di mare che nella guerra contro Ercole duca di Ferrara combattendo sotto Gallipoli in Calabria, morì all’assalto di quella città il giorno 31 maggio 1484. Trasportatone il cadavere a Venezia ebbe qui sepoltura. Sul dorso di tre curvate figure si vede difatti l’urna con intagli a vario disegno e sopra l’urna la statua pedestre del Marcello colla bandiera in mano nel mezzo a due geni, ciascuno dei quali sostiene uno scudo con lo stemma della famiglia. Il carattere di questo monumento si uniforma a quello dei Lombardi.

Nell’alto della parete contigua, presso la porta della sacrestia si vede, sotto a gran vólto, un sepolcro magnifico dove nel 1437 venne riposto il corpo del beato Pacifico Buono dell’ordine dei Minori. Sul prospetto di questo sepolcro son due basso-rilievi lavorati in creta con Cristo che discende al Limbo in uno, e che risorge dalla morte nell’altro. Vi hanno inoltre tre piccole figure di tutto tondo simboleggianti la Carità, la Religione e la Fede. Nei fianchi, parimente in basso-rilievo, si vedono la Giustizia e la Temperanza, e dietro all’ urna il Battesimo del Salvatore. Il vólto, circondato di arabeschi, ha nell’alto la figura di Nostra Donna ed è chiuso lateralmente dal mistero dell’Annunciazione in pittura di quel tempo.

Serve di splendida porta alla sagrestia un deposito di fini marmi a Benedetto Pesaro, generale della repubblica, morto a Corfù nel 1505. Tutto il deposito è di ordine composito. Quattro bellissime colonne sono nella parte inferiore, e nella superiore parte in una nicchia fra due colonne si vede la statua del duce lavorata da Lorenzo Bregno. Nell’alto vi è la figura di Nostra Donna col bambino, ed ai lati due grandi figure di schiavi con due trofei e due fortificazioni, oltre ad ornamenti mirabili e frutti veramente del buon gusto dominante in quel secolo fortunato.

Entrando in sagrestia si vede dirimpetto alla porta un sacrario di preziose reliquie, il merito del quale si deve al frate di questo cenobio Pietro Pittoni che nell’anno 1611 raccolse le reliquie e si adoperò per l’erezione del sacrario medesimo, che abbellito si vede di alcuni basso-rilievi di candidissimo marmo raffiguranti la crocifissione ed eseguiti da Francesco Penso detto Cabianca. Sovra tutte le reliquie di quel sacrario merita però menzione l’ampolla di terso cristallo contenente una goccia del prezioso sangue di Gesù Cristo unita con una parte dell’odoroso unguento offerto da Maddalena per ungere il corpo dell’estinto Signore. Questa insigne reliquia si venerava un tempo a Costantinopoli, e nel giovedì santo di ciascun anno veniva dagli stessi imperatori cristiani, in unione al patriarca, trasferita dalla chiesa di Santa Cristina a quella di Santa Sofia, rimanendo ivi esposta tutto il giorno seguente. Melchiorre Trevisan la trasportò di colà nel 1 479, e l’anno dopo ne fece dono ai frati minori, i quali in segno di riconoscenza gli consegnarono le chiavi del sacro deposito, ed oltre a molti spirituali benefici, diedero a lui, ed ai successori suoi, il possesso della cappella dedicata all’arcangelo Michele che in seguito ricorderemo.

Il padre fra Ambrogio Chelm ricoperse le pareti della sacrestia coi quadri esprimenti gli ultimi fatti della vita di Gesù Cristo e parecchi ritratti di vescovi e di frati Minori. Che se tali quadri vogliono onninamente essere trascurati, ben vuol considerarsi quello della prima maniera di Tiziano esprimente Nostra Donna col Bambino, Santa Catterina e San Benedetto, siccome nel genere suo non si deve dimenticare l’orologio circondato dai segni, del Zodiaco e da altri bellissimi intagli in cipresso rappresentanti le quattro età dell’uomo, ed eseguiti da Francesco Pianta il giovine.

Ma ciò che desta l’ammirazione in questa sacrestia è la celebre tavola di Giambellino da lui eseguita nel 1488 a tempera, ed ora restaurata. Divisa in tre scompartimenti, quel di mezzo offre Nostra Donna che assisa in trono sostiene ritto il Fanciullo divino sulle ginocchia. Ai gradini del soglio siedono due vaghi angioletti in atto di suonare. Disgraziata quell’anima che non sente la grazia e la bellezza celeste di quegli angeli! E bene era fortunato quel secolo se atto era a provare sì delicate impressioni, mentre noi riceverle invece non possiamo dalla natura se non guidati per così dire da quei maestri. Nello scompartimento a destra, è San Nicolò con altro santo, ed in quello alla sinistra San Benedetto pure con altro santo. Allorché fu in Venezia non sapeva mai staccarsi il Vasari da questa pittura, colla quale egli narra aver fatta più d’una conversazione; ed aveva ragione. Usciti dalla sacrestia si vede a destra superiormente un nobile sepolcro colla statua equestre di legno. Contiene esso la spoglia di Paolo Savello principe Romano che dopo essersi distinto nelle guerre di Napoli sotto il regno di Carlo, ed in quelle del Milanese sotto il duca Giovanni Galeazzo, passò al servigio della repubblica, per la quale, combattendo contro il Carrarese, morì nel 1405. Sotto quel monumento vi ha un quadro di Nicolò Frangipane con Cristo deposto in braccio alla madre. Naturali sono le figure, buono il tocco del pennello e molta la diligenza in esso usata.

Nella prima cappella che segue, la prima delle sei laterali alla maggiore, vi aveva altre volte l’altare colla bella tavola di Bartolommeo Vivarini divisa in quattro scompartimenti dai pilastrini di legno intagliati e messi ad oro. Trasportato invece in questa cappella l’altare di San Francesco, si collocò la tavola sul muro della crociera di prospetto a questa cappella. Nostra Donna è raffigurata nel mezzo della tavola medesima; nello scompartimento a destra sono Sant’Andrea e San Nicolò; in quello a sinistra gli apostoli Pietro e Paolo, ed in quello superiore è Cristo morto. I quadri tutti onde le pareti di questa cappella sono ricoperte, alludono ad azioni del Serafico di Assisi, e l’urna che si scorge alla destra, nel cui prospetto è scolpita la Vergine, fu innalzata alla memoria del genitore e dello zio dal patrizio Pietro Bernardo, morto nel 1000. Nella parete sinistra è un monumento di stile infelice eretto verso la fine del secolo XVII da Leonardo Bernardo. Sul pilastro finalmente, che separa la descritta dalla seconda cappella, vi ha un’epigrafe posta dal figlio a Nicolò Bernardo procuratore di San Marco, morto nel 1540.

Nella seconda cappella, ridotta ora per il Santissimo Sacramento, e sacra prima a San Francesco, riposa nell’antico deposito a destra Ducio degli Alberti ambasciatore dei Fiorentini alleati in quel tempo nella guerra della Repubblica contro Mastino della Scala signor di Verona. Morì quell’illustre personaggio nel 1336, e la sua figura è distesa sull’urna. Il monumento alla sinistra contiene un antico sarcofago coperto dalla giacente figura di un guerriero chiuso nell’armatura, e che forse è certo Arnoldo Teutonico, morto nel 1300, ed ivi al piano tumulato. Nel pilastro, che divide la seconda dalla terza cappella, è l’iscrizione posta in memoria della consacrazione della chiesa avvenuta nel 1492.

Per una dorata statua di legno di San Girolamo si chiamava in antico la seguente terza cappella: la cappella di San Girolamo d’oro. Ora, sostituitovi il culto del transito di san Giuseppe, ed al vecchio altare di legno fatto succedere il presente di marmo, si posero sotto la mensa di esso i corpi dei beati Francesco Querini patriarca di Grado, e Felice da Mantelica, ambedue della francescana famiglia che sul primo altare si custodivano.

Entrando nella cappella maggiore, chi vede il primo quadro alla destra di Giambattista Piazzetta con Nostra Donna ed alcuni santi, vede cosa graziosissima e dotta ad un tempo. Al celebre doge Francesco Foscari, di cui noi abbiamo parlato, eretto venne il contiguo nobilissimo monumento, nel quale sotto a marmoreo padiglione su di elegante bara è la statua distesa del principe avente ai lati la Prudenza, la Giustizia, la Fortezza e la Temperanza. Nel dinanzi, quattro geni seduti reggono il duplice stemma Foscari. Sul prospetto della sottoposta base sostenente la bara, in basso rilievo è scolpita la Fede tra la Pietà e l’Abbondanza, e nei fianchi i Santi Francesco e Marco.

Sopra le colonne, che chiudono il monumento, vi sono due guerrieri che con una mano sostengono il padiglione e coll’altra lo stemma gentilizio. Sulla cima in fine vedi Cristo, ai cui piedi è genuflesso un fanciullino e più basso la Vergine Annunziata. Alvise Foscari , morto nel 1720, volle aver il proprio cuore riposto nel monumento del suo illustre antenato, e perciò sopra l’elogio del detto doge si scorge un cuore dorato di marmo, e l’epigrafe:

Aloysii Foscari-cor-hic-ipso iubenti Anno Domini MDCCXX.

L’altro quadro (dopo il monumento), di Andrea Vicentino, mostra gli ebrei che adorano il serpente di bronzo, figura del Redentore che appunto si vede in croce circondato con tutte quelle virtù che fratto dovevano essere della umana redenzione. Il magnifico altare maggiore, innalzato nel 1516 per cura di fra Germano priore di questo monastero, aveva altra volta la celebre tavola coll’Assunta al cielo di Tiziano, che ora trovasi nella regia Accademia di Belle Arti; ma in sostituzione vi si pose quella di Giuseppe Porta, detto Salviati, che stava nell’altar principale della chiesa dei Servi, ampliata però ed adattata a questo altare. Sotto al vólto, dietro a quest’ara, giace Luigi Gonzaga principe di Castiglione, morto d’anni 88 nel 1760.

Sono lavori del detto Vicentino i due quadri che fiancheggiano il monumento occupante quasi tutta la sinistra parete di questa cappella maggiore. Il primo rappresenta il giudizio finale e l’altro la Triade divina, Nostra Donna intercedente pel mondo e vari santi. Il monumento, diviso in quattro ordini, sopra un basamento, eretto venne da Filippo figliuolo di lui al doge Nicolò Tron la cui statua, espressa al vivo da Antonio Bregno, è collocala nella nicchia di mezzo del primo ordine, mentre nelle due nicchie laterali stanno la Carità e la Prudenza; Nel secondo ordine vi è la epigrafe in onore del doge e due basso rilievi ciascuno dei quali sono raffigurati due vaghi fanciulli con grappoli d’uva attorno un vaso adorno di varie frutta. Due guerrieri, collo scudo della famiglia, chiudono questo secondo ordine. Vi è nel terzo la figura del principe giacente sull’urna, adorna nel prospetto e nei lati da medaglie e da tre piccole statue rappresentanti l’Abbondanza, la Fortezza e la Prudenza. Due figure, una delle quali mostra di suonare e l’altra di sciogliere al canto la voce stanno ai fianchi dell’urna stessa. Finalmente nel quarto ordine, in altrettante nicchie, vi sono sette statue simboliche, sotto l’arco Cristo risorto ed in sulla cima Dio Padre col mistero dell’Annunziazione.

Nello scendere da questa cappella maggiore ci è dato vedere di fronte il magnifico e vasto coro dove i frati minori si radunavano per celebrare gli uffici divini. I tre ordini, nei quali è formato sono divisi da 124 sedili, cioè 62 al lato destro e 62 al sinistro. I sedili superiori, ornati da bellissimi intagli, da lavori di tarsia e dalle figure del Salvatore, della Vergine e di molti santi e sante, diligentemente furono lavorati da Marco del fu Giampietro da Vicenza nel 1468. Il prospetto di questo coro, verso la porta maggiore, innalzato venne nel 1475, essendo curatore all’opera Jacopo Morosini, siccome si ritrae dalla memoria scolpita sopra il fregio. Vestito tutto di pietra istriana si divide questo prospetto in due comparti aventi otto bassi-rilievi alla destra ed altrettanto alla sinistra parte. I quattro superiori della destra dell’osservatore raffigurati sono i profeti Daniele, Geremia, Zaccaria, ed i Santi Ambrogio ed Agostino; mentre quelli inferiori significano Mosè, Elia, Isaia ed una figura colla iscrizione Soli Deo honor et gloria, che forse è l’effigie dello scultore. Al sinistro lato vi sono nei quattro basso-rilievi superiori prima i santi Gregorio e Girolamo, e poscia Abramo, Davide, il Battista e sotto a questi Enoc, Giona, Giacobbe ed Eliseo. Sull’architrave sorgono dieci figure di apostoli. Agli angoli ci sono in fine due pulpiti aventi ciascuno un angelo che regge un leggio, cantandovisi altre volte il vangelo.

Continua il prospetto del coro per una porzione anche delle due pareti laterali. Alla sinistra vi si vedono le mezze figure di Ezechiele e d’Isacco ed il nome di Gesù tra gli angoli. Vengono di poi quattro sacre istorie dipinte da Andrea Vicentino, esprimenti: la creazione dei primi padri; Cristo in croce tra molti santi; il finale giudizio ed il paradiso. All’altro lato destro si riscontreranno i bassi -rilievi colle mezze figure di Abacucco e di Samuele, non meno che il nome di Gesù, cui succedono altri tre quadri del ricordato Vicentino colle opere della misericordia.

Dall’esame del coro passando a quello delle tre cappelle al lato sinistro della maggiore, vedremo nella prima un antico sepolcro avente nel prospetto Nostra Donna nel mezzo, e due angeli ai lati; e sebbene manchi d’iscrizione, per lo stemma Lion che porta nei medaglioni, si riconosce appartenere a qualche individuo di quella patrizia famiglia. Chiude l’altare della cappella medesima una tavola di Bernardino Licinio da Pordenone con Nostra Donna ed i Santi Marco, Andrea, Francesco d’Assisi, Antonio ed altri santi. Ai lati dell’altare vi sono due statue esprimenti, quella alla destra San Francesco e l’altra Sant’ Elena. Sotto di esse ci stanno due iscrizioni; l’una ricorda il senatore Francesco Bernardo morto nel 1579 e l’altra Elena Giustiniani moglie di lui che scolpir fece l’elogio al marito.

Prima di passare nella successiva cappella, affissa al gran pilastro divisorio, si vede la memoria posta dai padri minori ad onore di quel Melchiorre Trevisan che, come si è detto, donava loro la Reliquia del Sangue Prezioso. Né appena entri nella seconda cappella medesima che scorgi alla sinistra l’elegante deposito del Trevisano colla statua pedestre di lui sovra l’urna: urna bene decorata da due genii recanti fra le mani una medaglia collo stemma della Repubblica. Circonda questo deposito un fregio a fresco con alcuni trofei e l’arme della famiglia. Il corpo di San Teodoro martire da noi indicato all’altare della Purificazione si è ora giudiziosamente trasportato in questo altare, rimovendogli la tavola di legno dedicata all’Arcangelo San Michele che innanzi vi era collocata.

La tavola dell’altare della terza cappella fu allogata a Bartolommeo Vivarini, ma colpito dalla morte, mentre la dipingeva, venne compiuta da Marco Basaiti. Sotto a magnifico porticato si raffigura in essa l’arcivescovo Sant’Ambrogio seduto in trono colla sferza ed il pastorale tra le mani. Stanno ai suoi lati due soldati ed alla destra seguono il Battista, San Sebastiano ed altri due santi, mentre alla sinistra vi sono i dottori Gregorio, Girolamo ed Agostino con altro santo. Sui gradini del trono due angeli assai belli stanno in atto di suonare, ed in sulla cima della tavola Cristo incorona la Vergine, intanto che due angeli più sopra sostengono uno strato. Espressione, varietà nelle teste, correzione e purità nei contorni, un gioco di penombre e di riflessi senza sforzo veruno, ma con una naturalezza, che altri non avvisa, render debbono e distinta questa tavola, e curata più che nol sia. Quantunque di legno, l’altare che la chiude è splendido sovra modo, e le iscrizioni, che vi stanno alla sinistra, ricordano l’una la consacrazione del vecchio altare fatta nel 1421 e l’altra inferiore alcune innovazioni avvenute nel 1547 alla confraternita dei Milanesi che eresse l’altare stesso e che sotto gli auspicii di Sant’Ambrogio esercitava quivi i propri uffici di pietà. I quadri alla destra di questa cappella esprimono, quello inferiore Sant’Ambrogio a cavallo che discaccia colla sferza gli Ariani da Milano, opera di Giovanni Contarini, e quello superiore di Tiziano Vecellio, nipote del grande Tiziano, e chiamato Tizianello, San Carlo Borromeo che fa elemosine ai poveri. A rincontro di questi vi sono altri due quadri dello stesso Tizianello. Nell’inferiore è Sant’Ambrogio che impedisce all’imperatore Teodosio di entra re nel tempio rinfacciandogli la strage ordinata in Tessalonica di settemila abitanti, ed il superiore offre San Carlo Borromeo che somministra il viatico nell’ospedale di Milano agli appestati.

Di qua si passa nella vicina cappella della famiglia Cornaro già dedicata a San Marco. Sopra la porta di essa è da vedersi in una nicchia scolpito da Jacopo Padovano l’angelo di naturale grandezza che tiene tra le mani l’elogio del senatore Federico Cornaro. Sull’altare di questa cappella vi aveva la tavola che adesso si appese alla parete di rincontro alla cappella di Sant’Ambrogio e che un’opera celebratissima si tiene di Bartolomeo Vivarini. Esprime San. Marco, il Precursore e San Girolamo alla destra ed alla sinistra San Paolo e San Nicolò.

Passando per la porta, che dal campo dorrebbe mettere a questa cappella, si vedrà sopra la porta destra un basso-rilievo con Nostra Dona adorata da due angeli, di sì graziosa invenzione e di sì morbido lavoro da dirsi cosa greca veracemente. Le due iscrizioni laterali alla porta ricordano due celebri letterati: l’una è posta a Fra Urbano Bolzoni di Belluno che vestì l’abito dei Minori e morì nel 1524 e l’altra a Pietro Valeriano Balzoni nipote di Fra Urbano, morto nel 1558.

Rientrati in chiesa per la porta contigua onde seguitarne il giro si vede interiormente la porta medesima architettata con buon gusto ed adorna di due trofei intagliati nei fusti dei piedestalli. Nell’attico vi è lo stemma della famiglia Pesaro a cui spese fu edificata. Superiormente il cav. Nicolò Bambini, con molta immaginazione, fece il quadro colla strage degli Innocenti.

L’iscrizione al sinistro fianco della porta ricorda il procuratore Lodovico Foscarini cavaliere e dottore, che stato per quattordici volte ambasciatore ai romani pontefici ed ai principali monarchi di Europa, mori nel 1480. Segue pure bell’urna ricca d’intagli e guardata da due leoni. Sopra l’urna di tutto tondo è Nostra Donna col bambino, e sotto l’urna in una medaglia vi ha un angelo recante nell’una mano il mondo e nell’altra la croce. Tale monumento si innalzò a Generosa degli Orsini sua moglie ed all’ unico suo figlio Maffeo, da Luca Zeno procuratore di San Marco.

Seguendo il giro della chiesa, si trova la porta del campanile e superiormente ad essa prima un basso-rilievo del tempo in che si fabbricò quella gran torre, e poscia un quadro, chiuso da marmorea cornice coll’albero della famiglia Francescana dipinto da Pietro Negri veneziano nel 1670. Nell’estremità inferiore di esso vi ha il ritratto di fra Agostino Maffei veronese che lo fece eseguire. Poco più là scorgi la lapide posta all’ottimo prete don Giovanni Giuseppe Piva morto nel 1818 ed il monumento di Girolamo di Nicolò Venier, il quale, sostenuti vari pubblici reggimenti nel 1651 fu luogotenente in Udine.

Nella contigua cappella, dedicata a San Pietro ed eretta dalla famiglia Emiliani, si scorge sull’altare un doppio ordine di nicchie dove superiormente sono collocate le cinque mezze figure di Maria, nel mezzo alle Sante Lucia, Maddalena e Chiara, ed inferiormente San Pietro, il Battista, ed i Santi Girolamo, Jacopo e Francesco d’ Assisi. Sulla parete alla destra sta appeso il sepolcro colla figura del vescovo di Vicenza Pietro Emiliani, che dotto nelle classiche lingue abbracciò lo stato ecclesiastico dopo la morte della moglie e mori nel 1432. Sotto quest’ urna si formò il battistero con una elegante pila per l’acqua santa donata alla chiesa dal patrizio Daniele Giustiniani. La statua del Precursore, che è in cima, è lavoro bellissimo del Sansovino.

Usciti da cotesta cappella si trova il deposito ricco di marmi preziosi, innalzato a Jacopo da Pesaro vescovo di Paffo. Naturalissime sono le pieghe della figura del vescovo sdraiata sull’urna che s’appoggia alla destra mano e belli sono i fanciulletti fiancheggianti l’urna medesima.

Egli è però alla tavola del magnifico altare di casa Pesaro, vicino al detto deposito dove l’attenzione dell’intelligente deve soprattutto essere fermata. Frutto della migliore età di Tiziano, e dei suoi più diligenti studi espresso fu in essa sopra ampia base la Vergine sedente col Bambino in braccio e sotto San Pietro, alla cui destra presso un guerriero, che porta lo stendardo della Chiesa e che mostra di favellar con un Trace, è ritratto ginocchioni l’anzidetto Jacopo vescovo di Paffo. Dall’altra parte con Sant’Antonio è pure San Francesco che al divino Infante raccomanda cinque individui della famiglia Pesaro ivi genuflessi. Sublime è in tutto quest’opera. Ogni oggetto spicca per via di Contrapposti, ed in niuno luogo, più che in questa tavola, apparisce l’arte sottile di Tiziano di moderare i lumi di tutto il quadro in guisa che due occhi avessero a brillare sovranamente ed animare il resto delle f1gure. E quanto non sono quivi vivacissimi i due occhi del ritratto fanciulletto il quale guarda lo spettatore e col quale siamo subito sforzati ad incontrarci!

Questo altare, eretto per voto forse del menzionato Jacopo Pesaro vescovo di Paffo a cagione di qualche vittoria riportata, s’intitolò della Concessione cioè della grazia concessa. Corrotto il nome di Concessione in Concezione si dedicò alla Concenzione di Maria Vergine, e quindi fu mestieri effigiare l’ideale di quel mistero sopra una custodia collocata sull’altare medesimo.

All’ottimo doge Giovanni da Pesaro fu nel 1669 innalzata sul modello di Baldassare Longhena lo splendido monumento che segue dopo il detto altare. Si erge esso sugli omeri di quattro africani di gigantesca grandezza, nudi le braccia ed i piedi colle vesti in parte sdruscite. Tra essi, dentro apposite nicchie, stanno due mezzo-spolpate figure di bronzo, ciascuna delle quali tiene tra le mani un’epigrafe. Il fregio sopra l’architrave è ornato di trofei e guerreschi istrumenti, e sopra l’architrave quattro spiccate colonne formano tre intercolunni. In mezzo al maggiore sorge, collocato sopra due mostri, un magnifico trono dove sotto marmoreo baldacchino vi è la statua sedente del principe in veste ducale. Negl’intercolunni laterali si vedono alla destra due figure aggruppate simboleggianti la Religione ed il Valore e due alla sinistra che rappresentano la Concordia e la Pace. Sul dinanzi vi sono altre quattro figure simboliche, due presso al trono e due agli angoli. Adornano il fregio superiore sei fanciulli in basso-rilievo, e finalmente, nel mezzo della cornice, vi ha lo stemma coronato della famiglia sostenuto da due geni. Le statue di questo grandioso e nobile monumento furono lavorate da Melchiorre Barthel.

Subito dopo si trova il monumento di Canova eretto coi sussidi di tutta l’Europa nel 1827. Rappresenta le tre arti sorelle guidate dai geni loro tutelari a sparger lagrime e fiori sulla tomba del grande artista. Dava Canova il modello di questo monumento perché collocato nel medesimo sito dovesse onorare la memoria di Tiziano Vecellio. Colpa dei tempi andò a vuoto tale progetto, e per una delle solite vicende della sorte, servì invece quel modello onde erigere monumento che testificasse l’omaggio dell’Europa riconoscente verso colui che aveva ricondotte le arti sul retto sentiero. Lavorarono le statue di quel monumento gli artisti Zandomeneghi, Ferrari e Fabris , e, come viventi, noi ci asteniamo dal giudicare chi abbia vinta la palma nella bella gara artistica.

In seguito al sepolcro di Canova trovasi quello del senatore Simeone Dandolo qui trasferito dalla cappella di San Giuseppe. Indi si vede l’altare di legno, che ricco di bellissimi intagli dorati e di statue messe ad oro alzato venne dalla nazione Fiorentina. La statua del Battista nel mezzo è del celebre Donatello scultore Fiorentino, che vi lasciò il proprio nome nello zoccolo.

Fiancheggiata da due leoni si scorge presso la porta principale un’urna elegante decorata da vaghi intagli, ed avente in sulla sommità un genio bellissimo sostenente uno scudo. Nei lati del basamento vi hanno in due basso-rilievi scolpiti Adamo ed Abramo, e sotto ad essi si vede un’aquila colle ali spiegate lavorata con mirabile finitezza. Superiormente vi ha Cristo, San Pietro ed il defunto genuflesso. Il patrizio Pietro Bernardo fece erigere questo deposito a se stesso 23 anni prima della sua morte accaduta nel 1558. Girolamo e Lorenzo, figliuoli di lui, vi posero in appresso la epigrafe.

Sopra la detta porta principale vi è il monumento in forma piramidale di Girolamo Garzoni la cui statua pedestre è coronata dalla Fama. Alquanto più basso stanno la Fede e Venezia ducalmente vestita, ed al di sopra lo scudo della famiglia tra due fanciulletti. Sono di Flaminio Floriano, uno degli imitatori del Tintoretto, gli otto quadri superiori con azioni del Taumaturgo di Padova.

Dalla chiesa passiamo al magnifico convento ridotto ultimamente in pubblico Archivio, dove si conservano le carte della Repubblica, quelle dell’Italico e quelle del presente governo.

Nel secolo XIV risiedette appresso questo convento l’Uffizio della Sacra Inquisizione e vissero qualche tempo in esso fra Francesco della Rovere, che divenne poi papa col nome di Sisto IV, ed il celebre Fra Felice Perretti da Montalto, che fu poi pontefice col nome di Sisto V. A chiari uomini diede vita sempre per altro questo convento, soppresso nel 1810. Nel primo suo chiostro, eretto sul modello del Palladio e nel mezzo del quale vi è un magnifico pozzo, stavano i marmorei aurati monumenti dei dogi Francesco Dandolo e Jacopo Contarini e sepolta pur venne la celebre Moderata del Pozzo detta Moderata Fonte, donna erudita che morì nel 1592. Prima che il convento soffrisse la riduzione in Archivio si sarebbe veduto altresì nel Capitolo il sepolcro del doge Giovanni Gradenigo. Del chiostro secondo fu architetto Jacopo Sansovino.

Dinanzi al convento, sul rivo, stava la scuola di San Giambattista dei Fiorentini, i quali eleggevano in essa il guardiano ed il console che amministravano giustizia alla nazione. Presso la chiesa vi era la scuola di Sant’Antonio eretta col consenso dei Frati minori nel 1444. Dopo essere essa stata l’abitazione del parroco si è ora incorporata coll’archivio pubblico. La scuola di San Francesco, che maritava ogni anno dieci donzelle con dieci ducati per ciascheduna, e quella dei Milanesi situata sulla piazza furono ridotte in un’abitazione segnata col n. 2241.

Parimenti fu testé ridotto ad abitazione il locale della Confraternita della Passione, la quale, avuti i suoi principii nella chiesa di San Giuliano in epoca incerta, si era quivi poi trasferita. Distrutto quel localo da un incendio fu poi rifabbricato nel modo che pure si vede. E quantunque la detta scuola non fosse del numero delle grandi, godeva nondimeno gli stessi privilegi; stava sotto la protezione del Consiglio dei Dieci e si portava processionalmente la sera del giovedì santo alla visita della Basilica di San Marco. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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