Palazzo Giustinian Recanati, alle Zattere al Ponte Longo, nel Sestiere di Dorsoduro

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Palazzo Giustinian Recanati alle Zattere - Dorsoduro

Palazzo Giustinian Recanati, alle Zattere al Ponte Longo, nel Sestiere di Dorsoduro

L’architettura di questo palazzo indica il chiudersi del secolo XVI, quando ciò che era nobile studio divenne, in ogni ramo dell’arte, cieca imitazione del Lazio antico, e quando precisamente al tempo del sacco di Roma, ricoveravano sulle lagune molti artisti, che scimieggiarono Roma antica, avanti la comparsa dei due grandi astri, Sansovino e Palladio. Due maniere infatti di architettura si osservano nei palazzi nostri; la prima anteriore al secolo XVI, gli edifici del cui carattere avevano tutti un cortile e una scalea scoperta; l’altra posteriore al detto secolo, le cui fabbriche si conformavano colle scale maggiori interne, e con amplissime sale. Ben lungi dallo stile del secolo XVII, che imbizzarrì in ogni stranezza, la fronte di questa magione dei Giustiniani è abbastanza plausibile; si accrebbe poi l’edificio nel secolo XVIII, o a dir meglio nei principii del XIX, sui disegni di Giuseppe Mezzani, nella parte postica. Ed è veramente commendabile l’opera, e fra le più corrette dell’epoca, come considerevole quella fabbrica a chi dalla fondamenta si sofferma ad esaminarla, per cui al vestibolo, che dalla riva si scorge colonnato, deriva un aspetto di assai nobile appariscenza.

Questo edificio poi si conservava sempre fino ai dì nostri nella sua interezza, si dal lato degli ornamenti, come delle rarità, che più lo rendono interessante. Una ricca pinacoteca pertanto, che ne impreziosisce i recinti, attesta il culto dell’arti belle degli ascendenti e dei contemporanei, essendovi opere di ben molti pennelli classici, e in specie di Antonello da Messina e del Mantegna, di Paris Bordone, di Bellino Bellini, del Tintoretto, del Calrevaris, come dichiara Varottari nell’ampia sala di ingresso, ed essendovi opere antiche di scultura, bassorilievi, urne, iscrizioni, torsi e busti di Marco Bruto, di Aureli a e di Annia Faustina; il tutto enumerato nella Venezia e sue lagune. Fra le curiosità, si conserva lo stilo, che feriva Fra Paolo Sarpi, sul ponte di Santa Fosca, mentre di notte si riduceva al convento dei Servi: era quello, appeso all’altare dell’Addolorata, nell’ora demolito tempio, con le parole: Deo filio liberatori e i Giustiniani lo comperavano da un muratore che lo vendette.

I Giustiniani, di questa casa, oriunda di Roma, fra le tante, in cui si divise l’antica prosapia, era di quella contrada di San Basilio, celebre divenuta, per avervi fiorito il b. Pietro Acotanto, che miracolo di carità, si venera sugli altari; e lunga schiera vanta di ambasciatori, generali, procuratori di San Marco, e letterati. Gran luce di sapere su di essa riverberò Giambattista Recanati, di scelta erudizione e di finissimo gusto, le cui dotte conversazioni erano una scuola, di cui profittavano Matteo Lucchesi, architetto ai tempi del Temanza, nella villeggiatura del patrizio in Angiari, e Luigi Giusti, amico al Muratori e al Maffei, che fu debitore a quell’insigne dei principi della soda letteratura, in concorso all’ab. Lazzarini e ad Apostolo Zeno. Mecenate e coltivatore dei buoni studi, come autore di forti opere di poesia e di dottrina, donava, morendo, la miglior parte della cospicua sua libreria, con qualche codice di Dante, alla Biblioteca Marciana, che era allora in una parte delle Procuratie nuove, di fronte al palazzo ducale, ove si trasferiva il 18l2 nelle sale del Maggior Consiglio, dello Scrutinio e delle Quarantie. Vi sta anche in presente un’epigrafe, che ricorda la largizione e il largitore, e fu scolpita per commissione del Senato.

Era sapiente quell’innesto del merito, e insieme del cognome all’albero Giustiniani, ben luminoso testimonio, che col censo meritavano quegli illustri di accoppiare la fama del valentuomo, che dagli eredi si può dir continuata nel rispetto dei contemporanei e dei posteri. La Biblioteca poi e l’archivio sono preziosità, che onorano in pari grado i Giustiniani e i Recanati. L’arringa in Maggior Consiglio, per la elezione dei cinque correttori, di Marco Foscarini; la Relazione dell’entrata di Arrigo III, con documenti pubblici, di Marsilio della Croce; una descrizione delle isole di Candia e Canea, e la cessione fattane dai Veneziani alla Sublime Porta; la storia di Venezia di Nicolò Contarini, dal 1597 al 1605, di cui tocca il Foscarini; quella del Consiglio dei Dieci, dal 1310 al 1629; la serie dei Cancellieri grandi, dal 1268 al 1784 di Jacopo Giustinian Recanati; la cronaca del dominio, delle gesta e dei fatti dei Carraresi; molte cronache di Venezia, tenute dal Foscarini stesso in sommo pregio; la descrizione della Dalmazia, dell’Albania e delle sue fortezze del provveditor generale Giustino da Riva, uno dei codici più ragguardevoli, per conoscere la condizione di quei paesi; l’altra storia del la Repubblica di Ascanio Molini dal 1764 al 12 maggio 1797; e il carteggio del Fidia del secolo con Angelo Giustinian Recanati, sono alcune soltanto delle opere singolari, che impreziosiscono il domestico archivio letterario-politico.

A chi è più ignota la spedizione gloriosa di Vitale Michiel II, quanto prode altrettanto infelice principe, nella quale si segnalarono i Giustiniani, e perirono parecchi nell’agone? E sia però, che tutti cadessero estinti, come vorrebbero le antiche storie, sul qual punto avremmo ora scoperto qualche documento in contrario; sia che fosse occorso veramente trarre dal chiostro un unico superstite, non per altro professo, per dare continuazione alla linea, certo è bensì, in ogni modo, che da quei prodi discesero i santi, di cui si gloria la casa, il Beato Nicolò del Lido, del secolo XII, le cui ossa, a cura dei Giustiniani, si asportavano dal monastero di San Giorgio Maggiore nel 1770, e sono custodite sotto l’altare del santuario domestico, la Beata Eufemia, che eresse il convento della Croce, la cui immagine si incideva dal Fanolli, e sta, con pia leggenda, nell’Anello di sette gemme, o reminiscenze e fantasie di Luigi Carrer, e San Lorenzo Giustiniani, già dei canonici secolari di San Giorgio in Alga; antico romitaggio, che si vede sorger sulla laguna, quasi di fronte a questo palazzo. Fu egli monaco, insieme a Gabriele Condulmer, poi Eugenio IV, che lo nominava vescovo castellano, umile, penitente, limosiniere, che i tesori lasciava in mano dei poveri, chiamati la sua grande famiglia, primo dottissimo nostro patriarca, ai cui funerali piangeva il doge Foscari, e che santificò la cattedra colla pietà. Della quale era cosi profondo il concetto, che quando si eresse il tempio votivo a Santa Maria della Salute, nel 1630, sessanta anni avanti che l’oracolo del Vaticano lo sollevasse all’onore degli altari, la Repubblica lo aveva già additato alla devozione pubblica, quale compatrono, fattone scolpire sulla maggior ara il simulacro, memore di quanto per Venezia operava nel contagio del 1447. Notabile fatto, non forse d’altri avvertito, poiché il decreto della canonizzazione si pubblicava da Alessandro VIII, nel 1690, e allora si mandava da Roma il grande stendardo, che si vede pendere tuttora dalla navata di mezzo della concattedrale di Castello, e che si portava processionalmente dalla famiglia Giustiniani.

E questa famiglia, orgoglio ed onore di Venezia, si vide dalla città commossa figurare in distinto luogo, nella persona del nobile conte Antonio, che rappresentava gli assenti fratelli, cons. Jacopo e co. Domenico, al cospetto di gremito popolo, nelle triduali funzioni, per la quarta solennità secolare nel 1854, quivi, dove l’otto gennaio di ogni anno il doge, con gran treno, si recava, nella pompa dei suoi magistrati, e rispondeva egli stesso al confiteor, ed all’introito della messa. Mirando pertanto alle reliquie sante, ed alle opere di belle arti e di sapienza, che in questi recinti si racchiudono, ci ricorre alla mente un bel pensiero di Atene, che pei campi ceramici, dove stavano le tombe dei forti guerrieri, amava si recassero gli abitanti ai giardini dell’Accademia.

Intendeva essa così significare, come il migliore cammino che condur possa le nazioni alla sapienza sia quello, formato colle ceneri degli eroi. Noi penseremo invece, che al genio di chi accede alle soglie di questo memorando palazzo si affaccino a prima giunta due luminosi fatti, a gloria dei proavi e dei posteri i più remoti, e sono la grandezza istruttiva degli estinti, e la operosa gratitudine dei viventi. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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