La Corte Gabriela e Trifone Gabriele da San Giovanni in Bragora, nel Sestiere di Castello
La Corte Gabriela, in parrocchia di San Giovanni in Bragora, vicino al Ponte de Ca’ di Dio, è una corte da pochi conosciuta perchè oggi completamente inglobata all’interno del palazzo Gabriele, sede dell’albergo Gabrielli. In questo palazzo che risale al secolo decimoquarto e sulla cui facciata principale si scorge ancora la figura dell’arcangelo Gabriele con sotto lo stemma della famiglia Gabriele, nacque nel 1470 Trifone Gabriele, celebre filosofo chiamato per la sua dottrina dai contemporanei “il Socrate veneziano“.
Racconta la tradizione che i Gabriele vennero nelle lagune da Gubbio, nel’Umbria, ed erano ricchissimi mercanti, tanto che nel 1379, nella famosa guerra di Genova, che culminò con la presa di Chioggia, Zanin e Zaccaria Gabriele offrirono all’erario undicimila ducati ciascuno, la maggiore offerta che si ebbe nella contrada di “San Zuane un Bragora” fra il ceto patrizio.
Trifone, per il suo ingegno, cominciò molto giovane a frequentare le pubbliche magistrature, ma ben presto stancandosi degli uffici si consacrò al sacerdozio non a quello militante, bensì al tranquillo abito talare che gli permetteva di attendere ai suoi studi preferiti senza alcuna distrazione mondana.
Al Senato che, per la sua sapienza e per i suoi costumi, lo aveva proposto a vescovo di Treviso e a patriarca di Venezia, Trifone umilmente rispondeva: “Siano degli altri le mitrie, le corone, gli onori, a me basta il verde dei campi e la bella e lieta fioritura degli orti“. E difatti nei suoi splndidi orti di Murano si raccoglieva la famosa accademia veneziana dei “Pellegrini” e Trifone, Pietro Bembo, Andrea Navagero, Aldo Manuzio, Bernardo Tasso, l’Aretino e altri ragionavano insieme di alti studi, di scienze e di lettere, di arte e di storia. Nel suo palazzo sulla Riva dei Schiavoni egli nel 1510 dava lezioni “di loica, filosofia et theologia” e con le sue parole risvegliava le energie dell’inteletto e dell’animo nei discepoli e negli amici, che gli si accostavano per ascoltare la sua parola piena di dottrina e di saggezza.
Trifone aveva un fratello minore, il suo contrapposto: Trifone adorava lo studio, Angelo il mestiere dell’armi e scrive il Sanudo nei suoi Diari che “sier Anzolo Gabriel“, dopo avere combattuto da prode a Cremona e nella disfatta di Agnadello contro le truppe alleate della lega di Cambrai, era stato l’undici agosto 1509 all’impresa di Serravalle e di Cividale contro le soldatesche dell’imperatore Massimiliano, e appunto a Cividale, dopo aspro combattimento coi Tedeschi, si era impadronito di parecchi prigionieri e di una “barca di cuoro (cuoio) assa’ larga” che, con molte altre era stata fabbricata dai nemici per attraversare la laguna e raggiungere la Dominante.
Barca e prigionieri furono mandati a Venezia: questi chiusi nelle “cason di san Marco in Terra Nova“; quella per farla vedere al popolo “stete molti zorni in cha Gabriel sora Canal grando a san Zuane in Bragora; poi di hordine di la Signoria fo portà in l’Arsenal in darsena granda“.
Quella “barca di cuoro” che aveva cullato tante speranze nei tedeschi era una gran povera cosa, i Provveditori dell’Arsenale vollero provarla e si constatò che poteva appena contenere poco più di un centinaio d’armati, andava lentamente anche con acqua calma nelle ore di riflusso e soltanto quattro o cinque barche del Consiglio dei Dieci, agili e svelte com’erano, potevano tener testa vittoriosa a parecchie di quelle goffe e pigre imbarcazioni.
La barca “da cuoro” non faceva paura e fu molto elogiato “Anzolo Gabriel” di aver mandato a Venezia quel campione tanto strombazzato dagli informatori, ma che in verità valeva ben piccola e inutile cosa.
Trifone Gabriele venne a morte nella tarda età di ottanta anni nel 1549, e scriveva allora Pietro Aretino che era morto “piuttosto da digiuno che che da febbre” alludendo alla di lui grande frugalità che nei suoi vecchi anni si avrebbe ben potuto chiamare “stretto digiuno“; dopo sei mesi dalla scomparsa del grande sapiente moriva anche “l’Homeno d’arma“, sier Angelo, e fino a noi non giunse il nome della chiesa dove vennero sepolti.
I Gabriele ebbero vescovi, guerrieri, politici e il Senato nel 1585 volendo premiar la famiglia per i suoi tanti meriti prescrisse che “li nobili da ca’ Gabriel et eredi non fussero molestati per escavation dei canali confinanti coi loro stabili posti a san Zuane in Bragora“, e ordinava ai Provveditori di Comune di considerare esenti da ogni contribuzione “li nobili Gabriel e consorti di ca’ Gabriele“.
La famiglia si estinse nel 1805 in cui un Angelo Maria, figlio di Marchiò e della patrizia Cecilia Redetti, uno dei rari senatori che nel 1797 parlò in pubbblico Sanato, con efficace e patriottica parola, per respingere con le armi la prepotenza, la tracotanza, il cinismo del generale Bonaparte. (1)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 2 marzo 1933.
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