Le cassette del diavolo e le chiavi lancia dardi

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Chiave lancia dardi (foto dalla rete)

Le cassette del diavolo e le chiavi lancia dardi

Venezia vanta il titolo di una delle più belle città del mondo ed è stata dichiarata, assieme alla sua laguna, patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO. Ricca di monumenti e musei, d’obbligo è la visita a Palazzo Ducale, sede del potere della Serenissima, tra opere di grandi artisti come il Tintoretto e sale dove si respira ancora la Storia della città.

Tra le varie sale del percorso museale, la Sala dell’Armeria è forse quella più particolare, che contiene, tra spade, armature e armi da fuoco, anche oggetti particolari come quelli di cui andremo qui parlare, conosciute come “cassette del diavolo“.

Da sempre tra i dignitari degli stati e tra le famiglie nobili di una certa levatura, era uso scambiarsi dei regali particolari per rinvigorire le alleanze o dimostrare il proprio potere. Ma proprio queste dimostrazioni diedero adito ad altre manifestazioni dei propri intenti, che potremo definire sicuramente non cordiali, contenuti in appositi scrigni appositamente decorati e preparati per l’uso. Questi scrigni venivano chiamati “cassette del diavolo” e consistevano in cassette di legno decorate in modo sontuoso al pari dei più rinomati portagioie. Ciascuno di loro aveva un sistema di molle metalliche che facevano scattare il meccanismo vero e proprio dimostrando la micidialità dell’opera e il genio del progettista dell’epoca. Tutti erano corredati da una chiavetta che permetteva di aprire la serratura che avrebbe dovuto permettere l’ammirazione del regalo e in effetti poi molti restavano “ammirati a vita” dal loro stupore.

In cosa consistevano i sistemi più comuni o per lo meno quelli che sono giunti integri a noi? Alcuni all’interno possedevano una combinazione di quattro-otto canne da fuoco precedentemente caricate con pallottole bagnate nel veleno, altri appena aperto il coperchio esplodevano inondando letteralmente i presenti con una pioggia a 360° di schegge e parti metalliche (tutte tenute a bagno per giorni nei più tremendi veleni dell’epoca), altri ancora con il movimento della serratura facevano scattare una sfera metallica irta di aculei metallici (la quale ruotando vorticosamente su se stessa tramite un sistema di molle scaricava all’esterno il suo micidiale contenuto avvelenato, il veleno era una costante), oppure la “sorpresa” non era nella scatola ma nel gioco delle chiavi.

Che cos’era il “gioco delle chiavi”? Si trattava di far recapitare più chiavi contemporaneamente alla famiglia oltre quella che permetteva l’apertura (ognuna aveva un sistema diverso per incidere, tagliare o bucare la mano del malcapitato di turno per inserire la piccolissima quantità di veleno contenuta in un minuscolo vano della chiave stessa che sia apriva quanto scattava il “secreto”) ma la sorpresa era la “vera chiave insidiosa” ovvero quella che permetteva l’apertura, ma al suo interno anch’essa possedeva un sistema di molle che si innescava quando si inseriva la chiave nella serratura. Con un complesso gioco meccanico, ad un certo punto una parte della chiave rimaneva ferma e la “testa” della stessa girando liberava la sicura espellendo così il sottile dardo al suo interno che andava a conficcarsi nel palmo della mano.

Naturalmente se qualcuno fosse sopravvissuto si sarebbe prima vendicato in modo a dir poco aspro sul latore del “dono” e poi avrebbe preso adeguati provvedimenti per il mandante, per questo venivano utilizzati schiavi o simili resi prima muti e sordi per evitare che potessero in qualche modo rivelare importanti informazioni (per ricompensa o sotto tortura). Con il tempo si adottarono degli ottimi e alquanto semplici provvedimenti per evitare di confondere un normale porta gioie con la cassetta del diavolo…e quali furono?

Il semplicemente utilizzo dell’acqua e del legno, ovvero quando giungeva lo scrigno veniva gettato nell’acqua, dopo una decina di minuti, senza toglierlo dall’acqua lo si apriva con grosse tenaglie (molto simili a quelle che oggi i militari utilizzano per tranciare il filo spinato), le quali tagliavano le cerniere o preferibilmente il fondo del bauletto. Un altro modo era l’utilizzo di pinze di legno che bloccavano il dardo. Nell’ultimo periodo, avendo capito come rendere inefficienti ed innocui questi “regali” poco graditi, si usava regalare veramente dei favolosi preziosi, dando la chiave del cofanetto al malcapitato. Esso lo riapriva e in qualche modo si avvelenava, non più con un veleno ad azione rapida ma a lenta cessione.

Due di questi “marchingegni” sono conservati nell’armeria del Palazzo Ducale di Venezia. Secondo la tradizione la cassetta esposta, datata al XVI secolo, fu inviata dal conte Martinengo all’analisi degli esperti del Consiglio dei X durante il suo periodo a Brescia, esso la definì “organo del diavolo”. (1)

(1) Alessandro Zanotto e Debora Gusson

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