La compagnia teatrale di Antonio Sacchi

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Michelangelo Cerquozzi noto come Michelangelo delle Battaglie. Prova di una scena della Commedia dell'Arte

La compagnia teatrale di Antonio Sacchi  

Antonio Sacchi, conosciuto nel teatro italiano come il più celebre Truffaldino (maschera della Commedia dell’Arte), era venuto a Venezia con la famiglia nel 1737 ed era quasi subito entrato a far parte della compagnia comica “Grimani” detta anche di San Samuele dal nome del teatro dove recitava.

Non aveva ancora trent’anni e il primo a farlo conoscere al pubblico veneziano fu Carlo Goldoni con le sue famose “Trentadue disgrazie di Arlecchino“, una commedia a soggetto, ma nella quale per concetto logico e buon senso s’intravedevono le prime battute del riformatore.

Il teatro di San Samuele che sorgeva sull’area dove venne eretta nel 1908 la scuola comunale della contrada, era ogni sera completamente affollato per merito specialmente del Sacchii cui tratti comici, le spiritose invenzioni, le inaspettate facezie tenevano sempre viva e lampeggiante la rappresentazione con sommo diletto degli ascoltatori“. E nella corte e per le calli che conducevano al teatro di proprietà dei Grimani, quasi sempre nelle sere di recite del Sacchi si udiva il festoso grido degli strilloni: “Siore maschere, xe tutto venduo!“.

Antonio fece parte per alcuni anni della compagnia Grimani e crebbe sempre più in fama tanto che, secondo il Goldoni, tre grandi attori erano sorti in quel tempo nei teatri di Europa: Garrick in Inghilterra, Preville in Francia e il nostro Sacchi in Italia. 

Nel 1752 lo troviamo a capo di una compagnia da lui stesso fondata di cui facevano parte la graziosa servetta Adriana Sacchi Zanoni, Antonio Vitalba, amoroso inimitabile, Atanasio Zanoni, un Brighella capace di dare anima e vita a qualunque dialogo e infine Antonio Sacchi nelle nuove spoglie di Truffaldino, meraviglioso campione di uno spirito comico senza precedenti.

La compagnia Sacchi trasportava le scene nel teatro di San Salvatore, chiamato più tardi di San Luca, poi Apollo e nel 1875 teatro Goldoni, e furono stagioni comiche fortunatissime, ma il Sacchi che amava il lusso, la buona tavola e le belle donne, era sempre attore nella scena ma sempre a corto di quattrini nella vita. Eppure la fortuna non l’aveva mai abbandonato, nei suoi giri d’Italia accumulava applausi e denari e specialmente a Venezia era adorato dal pubblico ed accolto festosamente dai patrizi Vendramin proprietari del teatro di San Salvatore

Appunto in questo teatro avvenne lo scandalo Gratarol, segretario del Senato, protagonista la capricciosa e bella Teodora Ricci, attrice assunta dal Sacchi ma vana e leggera, che servì ad accendere le fierissime ire gelose tra Carlo Gozzi e il Gratarol. Nelle “Droghe d’amare“, commedia del Gozzi era messo in caricatura il galante segretario e la procuratessa Caterina Dolfin Tron, un impasto di vizio, di egoismo e di maldicenza, contribuiva a fomentare lo scandalo, mentre il Sacchi riempiva ogni sera il teatro poiché la satira mandava in visibilio la gente e sempre nuove repliche, quasi una renina, erano imposte dal pubblico schiamazzante.

Chi ne guadagnò fu il Sacchi: il Gratarol fuggì da Venezia e fu condannato al bando dal Senato per la fuga improvvisa, Carlo Gozzi continuò la sua mediocre esistenza truffaldina, e la procuratessa Dolfin si rivolse a nuovi amori e a nuove maldicenze.

Ma il Sacchi ormai era vecchio, nato nel 1708 correva verso i settant’anni e nelle lettere di Luigi Ballarin si legge: “il teatro di San Luca è in terra per la mancanza del Tartaglia e la vecchiezza del Sacchi“, e difatti in quei giorni il famoso Tartaglia, Agostino Fiorilli, era morto, e alcuni degli artisti della grande compagnia erano partiti. Antonio visse ancora qualche anno a Venezia protetto dai Vendramin, poi volle partire per Marsiglia, dove aveva una figlia maritata, e s’imbarcò a Genova, ma nella traversata moriva.

La “Gazzetta Urbana Veneta” dava l’annunzio di tale morte: “Antonio Sacchi, quest’uomo famoso, che ammirare si fece il suo nome appresso tutte le nazioni dove conoscesi e pregiasi la Comica Arte; che nelle nostre parti rese col suo valore angusti al concorso i maggiori teatri, è morto indigente nel suo tragitto tra Venezia e Marsiglia, e il suo cadavere soggiacque al comune destino de’ marittimi, di essere gettato in mare“.

Così l’ultimo grande attore del Settecento, l’ultimo campione della commedia a braccia, riposò per sempre nei profondi gorghi del Mediterraneo. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 16 marzo 1930.

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