Gli “spezieri da grosso”, i venditori di zucchero, droghe di mandorle e di confetti

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Pietro Longhi. Colazione in Villa. Casa Goldoni

Gli “spezieri da grosso”, i venditori di zucchero, droghe di mandorle e di confetti

I veneziani del Cinquecento nei loro magnifici banchetti amavano sommamente l’uso e l’abuso dello zucchero e delle droghe: il primo era preferito condimento che si metteva nel pesce, nella zuppa, sulla carne, nel riso e in quasi tutte le salse; le seconde come il pepe, il garofano, la noce moscata, la cannella, il ginepro, il cubebe, il benzoino erano adoperate in tutte quelle vivande in cui lo zucchero entrava in piccola parte.

Le botteghe degli “spezieri da grosso“, i venditori di droghe, di confetti, di zucchero, di mandorle, erano sempre affollate, specialmente in carnevale, non solo dai servi delle case patrizie, ma anche dal popolo che in certe occasioni aveva adottato il costume delle cucine nobiliari, ed erano famose per la buona qualità dei prodotti le botteghe di Zuan Franco Bianchi, in Frezzeria, all’insegna dello “Spiron d’oro“, di Francesco Scoperti “in cao de piaza ad signum Columbine“, di Marco Zoia in Campo San Barnaba, e parecchie altre.

Nel fantastico avvicendarsi di feste e di spettacoli che allietò a Venezia il soggiorno di Enrico III di Francia nel 1574 la Signoria offerse all’ospite regale nella Sala del Maggior Consiglio una colazione tutta composta di zucchero: il pane, i piatti, i coltelli, le forchette, le tovaglie, le salviette erano di zucchero e tanto fedelmente imitate che il monarca, come racconta il Della Croce nella sua “Historia delle feste“, rimase piacevolmente sorpreso quando gli si ruppe fra le mani la salvietta.

Era tutta una colazione di dolci zuccherini: il piatto dinanzi ad Enrico rappresentava una regina seduta su due tigri, che avevano disegnate sul petto le armi di Francia e di Polonia, e sulla grande tavola erano sparse moltissime statuette raffiguranti papi, re, numi, arti, pianeti, virtù, animali, frutta, tutte di zucchero e preparate su modelli di Jacopo Sansovino, dallo speziale Nicolò della Cavalleria, che aveva bottega all’insegna “della Pigna” vicino alla chiesa dell’Ascensione.

Con gli ornamenti, che poi si rompevano e si mangiavano, erano state apparecchiate altre vaste tavole nella sala dello Scrutinio e i convitati in quel giorno a circa duemila.

Tutta Venezia parlò per qualche tempo di quella dolcissima o stranissima colazione e “mistro Nicolò della Cavalleria” divenne per fama il primo “spezier da grosso” della città e fu egli che propose e ottenne dal Consiglio dei Dieci di trasportare la scuola dell’arte dei droghieri, dedicata a San Gottardo, dalla chiesa di San Matteo a Rialto “i cui contorni erano pieni di meretrici e persone disoneste“, in quella di Sant’Apollinare, chiesa tranquilla e abbastanza lontana dai rumori lontani.

Nei banchetti veneziani, allo zucchero adoperato in gran copia, facevano concorrenza le droghe, ma non erano questi gran banchetti di cerimonia, bensì conviti in cui il vino voleva la sua parte, e se i condimenti piccanti stimolavano la sete erano pronte parecchie qualità di vini eccellenti chiamati “salubri, stomacali, cordiali, matricali, gagliardi, mezzani e dolci“.

Ma qualche volta sulle salse, e di salse ce n’erano sempre una rispettabile quantità, se le droghe apparivano troppo forti, si aggiungevano acque profumate e quasi sempre polvere d’oro, poiché il medico Viviani nel suo trattato “Del ben custodire la Sanità“, libretto che andava in quel tempo per le mani di tutti, aveva stabilito, con ragionamenti che allora si chiamavano “conclusivi“, che la polvere d’oro rinvigoriva il cuore.

Oltre lo zucchero e le droghe grande importanza avevano nei pranzi e nelle cene nobiliari le paste dolci, sebbene il magistrato alle pompe avesse proibito “le confection grosse come pignocade, pistacchi, calisoni, spongade, pastissi et altre sifatte delicature, non permettendo che marzapani, scalete e confeti menudi“.

Ma se la legge proibiva, i patrizi non erano dello stesso parere, anzi come protesta facevano peggio e si giunse perfino a gettar contro gli ufficiali della Repubblica aranci, pomi e salse piccanti, il magistrato alle pompe ribatteva: “se qualsiasi persona s’intrometterà fra i nostri uficiali, o li impedirà o li molesterà in qualche modo, facendo uso di epiteti ingiuriosi, o scaglierà pani o aranci sulle loro teste, come certe presuntuose persone hanno fatto, i camerieri dovranno lasciare immediatamente la casa e avranno il loro salario intiero“.

Ma nessun cameriere si presentò al magistrato, lo sforzo continuò, e spesso qualche pane o qualche frutto colpì alle spalle il povero “fante alle pompe“.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 6 novembre 1932.

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