{"id":98441,"date":"2023-04-06T04:54:01","date_gmt":"2023-04-06T04:54:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=98441"},"modified":"2023-04-06T04:54:05","modified_gmt":"2023-04-06T04:54:05","slug":"lantico-rito-patriarchino-e-le-cerimonie-ducali-nella-chiesa-di-san-marco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=98441","title":{"rendered":"L&#8217;antico rito Patriarchino e le Cerimonie ducali nella Chiesa di San Marco"},"content":{"rendered":"\n<h3>L&#8217;antico rito Patriarchino e le Cerimonie ducali nella Chiesa di San Marco<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella Chiesa vi furono, nei tempi andati, diversi tipi di riti liturgici, tutti derivati dai tempi apostolici. Il papa <strong>Pio V<\/strong> determin\u00f2 di mettere rimedio a questo disordine, e con le due Bolle <em>Quod a Nobis<\/em> (9 luglio 1568) e <em>Quo primum tempore<\/em> (14 luglio 1570) stabiliva un unico rito, il <em>Gregoriano<\/em> o <em>Romano. <\/em>Dei riti occidentali, oltre al <em>Romano<\/em>, ne rimasero altri quattro approvati, ed erano il <em>Mozarabico<\/em>, il <em>Gallicano<\/em>, il <em>Patriarchino<\/em> e l&#8217;<em>Ambrosiano<\/em>, oggi solo quest&#8217;ultimo \u00e8 ancora in vigore. Il rito <em>Patriarchino <\/em>era il sacro rito della Cappella Ducale di San Marco<em>.<\/em>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non vi \u00e8 dubbio che il <em>Patriarchino<\/em>, il quale dur\u00f2 sino al 19 ottobre 1807 (anno in cui di fatto la chiesa di San Marco divenne Basilica), fosse l&#8217;antico rito <em>Gradese<\/em>. Il <em>Gradese<\/em> era per certo l&#8217;antichissimo rito introdotto in Aquileia dai primi capi di questa chiesa. \u00c8 noto, come nel 489 <strong>Marcelliano<\/strong>, vescovo aquileiese, per fuggire la persecuzione di <strong>Teodorico<\/strong>, si ricoverasse tra le mura di Grado trasferendovi la sede episcopale, ed \u00e8 perci\u00f2 pi\u00f9 che probabile vi trasferisse altres\u00ec il proprio rito. Tra i quattro riti occidentali quello che meno si discostava dal <em>Gregoriano<\/em> o <em>Romano<\/em> era proprio il <em>Patriarchino<\/em>, specialmente nella celebrazione della santa messa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con il Breve apostolico di <strong>Callisto III<\/strong>&nbsp; (1456), ottenuto ad istanza del patriarca <strong>Maffeo Contarini<\/strong>, successore di San <strong>Lorenzo Giustiniani<\/strong>, cess\u00f2 nella diocesi di Venezia il rito <em>Patriarchino<\/em>, rimanendo in vigore soltanto in San Marco, Cappella Ducale del Doge. Per tale motivo nel rito <em>Patriarchino<\/em>, chiamato in dialetto anche <em>Marcolino<\/em>, continuavano ad introdursi delle modificazioni per volere dei dogi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le pricipali differenze, fra il rito <em>Romano<\/em> e il rito <em>Patriarchino<\/em>, esistevano nei colori dei paramenti sacri, nel culto di Maria Vergine,&nbsp; nell&#8217;amministrazione dei Sacramenti, nelle maggiori solennit\u00e0 dell&#8217;anno, e nelle cerimonie religioso-politiche, ovvero ducali. &nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il papa <strong>Innocenzo III<\/strong> prescrisse per i paramenti sacri quattro colori: bianco, rosso, verde e nero; quest&#8217;ultimo si usava per i mortori e nei giorni di penitenza e digiuno: in seguito si aggiunse ai precedenti un quinto colore, il violaceo o pavonazzo, che si adoperava nei giorni penitenziali, riservando il nero per il <em>Venerd\u00ec Santo<\/em> e per gli uffici mortuari. Secondo il rito <em>Romano<\/em> per l&#8217;officio delle Sante, siano vergini o vedove, si usa ora il bianco ed ora il rosso (questo nel caso che abbiano sofferto il martirio per Cristo); mentre il rito <em>Patriarchino<\/em> per le sante donne ammetteva tre colori, il bianco, il rosso ed il verde, vale a dire, per le vergini non martirizzate il primo, il secondo per le martiri, ed il verde per le altre. Nella <em>Cappella Ducale<\/em> di San Marco si conserv\u00f2 l&#8217;uso del color nero in certe sacre cerimonie, nei tempi di sventura e specialmente di pestilenza.&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 cosa notissima essere stata in Venezia fino dai suoi primord\u00ee fervente la devozione verso la Vergine; sarebbe bastevole a provarlo, oltre al gran numero di chiese, cappelle e confraternite, qui erette in onore della Madre di Dio, che nel giorno dell&#8217;<em>Annunziazione di Maria Vergine<\/em> si festeggiava la fondazione della citt\u00e0. Da qui venne, che nel rito di San Marco vi fossero speciali preghiere e cerimonie relativamente al culto di Maria. In primo luogo, nelle messe della Madonna si recitavasi o si cantava il <em>Gloria<\/em>, in secondo luogo mentre il rito <em>Romano<\/em> ammette le sole litanie lauretane, speciali litanie si cantavano in San Marco ad onore di Maria Vergine (tratte dalle aquileiesi) le quali comprendono ben quarantuno invocazioni alla Madonna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Battesimo il rito <em>Patriarchino<\/em> conservava gli esorcismi, le preghiere e le cerimonie che prescrive il <em>Romano<\/em>,&nbsp; ma vi faceva qualche aggiunta, tra cui quella, che il padrino deponeva sul pavimento della chiesa il battezzando e tosto lo ripigliava tra le braccia; nel frattempo si recitavano alcune preghiere, fra le quali il <em>Pater Noster<\/em>.&nbsp; Nel Matrimonio il rito <em>Patriarchino<\/em> variava dal <em>Romano<\/em> nelle benedizioni, e nell&#8217;anello, che non si metteva nell&#8217; annulare sinistro ma nel destro. nel Matrimonio patriarchino era previsto inoltre che il sacerdote sull&#8217;altare benedicesse pane e vino, dandone poi ai due sposi in simbolo di unione e convivenza. Nell&#8217;Estrema Unzione, nel rito <em>Patriarchino<\/em> si suonava una campana ad avvertire che un fedele era in punto di morte; inoltre, mentre nel rito <em>Romano<\/em> si ungono occhi, orecchie, narici, bocca, mani e piedi (agli uomini anche i lombi), sei o sette unzioni, nel <em>Patriarchino<\/em> erano nove, giacch\u00e8 (omessa sempre quella dei lombi) il sacerdote ungeva prima degli occhi il capo, e dopo la bocca il petto e il dorso fra le scapole: e queste nove unzioni erano seguite da molte preghiere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nelle celebrazione delle primarie solennit\u00e0, alla vigilia dell&#8217;Epifania, vi era il rito d&#8217;immergere tre volte nella vasca dell&#8217;acqua una delle reliquie della Croce. Quest&#8217;uso di benedire con solennit\u00e0 la Reliquia della croce, nella vigilia dell&#8217;Epifania, vigeva anche nelle altre chiese parrocchiali di Venezia, tuttavia nelle altre chiese in luogo della Reliquia s&#8217;immergeva nella vasca dell&#8217;acqua una croce d&#8217;argento, perci\u00f2 questa benedizione si chiamava il <em>Battesimo della Croce<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>Domenica delle Palme<\/em> quando la processione usciva dalla chiesa per la porta che d\u00e0 nel cortile del palazzo del Doge, giunta innanzi alla porta maggiore, sostava, ed alcuni cantori salivano alla loggia ove sono i quattro cavalli della basilica, e durante il canto dell&#8217;inno <em>Gloria, laus et honor<\/em> ecc., i cherichetti gettavano al popolo colombi, uccelli e corone d&#8217;ulivo. \u00c8 certo che, in qualche occasione la pressa del popolo per cogliere questi donativi, aveva prodotto confusione e tramestio, poich\u00e9, il 18 marzo 1625, il doge <strong>Giovanni Corner<\/strong> &#8220;<em>mosso da convenienti rispetti<\/em>&#8221; comandava ai canonici ducali &#8220;<em>che nella Domenica delle Palme non dobbiate gettar ne far gettar uccelli di sorte alcuna al popolo, come si soleva far gli anni passati; ma del tutto resti levato quest&#8217; uso, per non partorir quelli buoni effetti che faceva quando fu istituito<\/em>&#8220;. Tuttavia, forse a conferma del nostro antico proverbio: &#8220;<em>La legge veneziana dura una settimana<\/em>&#8220;, questo uso non fu levato.&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel <em>Gioved\u00ec Santo<\/em> il <em>Confiteor<\/em> (il quale si canta prima della Comunione generale del clero e del popolo) discordava dal <em>Romano<\/em>, si recitava o si cantava anche in altre occasioni. Alla sera si usava mostrare al popolo le principali Reliquie della Passione di Nostro Signore, cerimonia la quale non era esclusivamente propria di Venezia. In questa ostensione, che si faceva in San Marco anche nella sera della vigilia dell&#8217;Ascensione, con la differenza tuttavia, che in questo giorno le sole donne avevano accesso alla chiesa, mentre ne erano escluse nel <em>Gioved\u00ec Santo<\/em>. Dopo le due ostensioni si dispensavano candeline benedette.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al <em>Venerd\u00ec Santo<\/em>, quando nel canto della passione si giungeva al <em>Di viserunt sibi ecc<\/em>., i cherici denudavano l&#8217;altare; e poi, finito il passio, si toglieva la cortina che copriva la Pala d&#8217;oro, il celebrante scopriva poi, una preziosa reliquia della Croce che tosto dopo era adorata dal Doge con il suo seguito e dal clero. Questa reliquia dopo la solenne adorazione era collocata sui gradini dell&#8217;antico altare del Sacramento. Alla sera dopo la predica, in processione si portava nel sepolcro il Sacramento; uscivano per la porta della Carta in piazza a fare tre soste (alla pietra del Bando, innanzi la porta maggiore della chiesa ed in piazzetta di San Basso) si collocava nel Sepolcro la Santissima Eucaristia ivi portata in una specie di feretro (<em>caileto<\/em>) sulle spalle di quattro canonici vestiti di tunicelle di sciamito nero. Posto il Sacramento nel Sepolcro (nell&#8217;odierna cappella della Beata Vergine dei Mascoli) il Gran Cancelliere riceveva dal Doge l&#8217;anello che egli dava al Vicario, e questi tosto con esso suggellava il tabercolo, restituendolo quindi al Serenissimo.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel <em>Sabato Santo<\/em>, non dodici, ma cinque profezie si leggevano dopo la benedizione del Cero pasquale, ed erano la prima, la quarta, l&#8217;ottava, l&#8217;undecima e la quinta. Gi\u00e0 fin dalla mattina il fuoco ed i cinque grani d&#8217;incenso erano stati privatamente benedetti. Dopo le solite preghiere susseguenti la lettura delle profezie, nella cappella del Battisterio si benediceva il Fonte, e poi nel ritorno al coro tutti si fermavano tre volte all&#8217;intimazione del diacono che portava il Cero e che, progressivamente in tuono sempre pi\u00f9 alto, tre volte cantava: <em>Attendite<\/em>. Alla terza sosta, poco lontano dalla porta maggiore verso il presbiterio, il diacono dava fuoco alla <em>maregna<\/em>, vocabolo veneziano corrispondente a <em>matrigna<\/em>, ma che in questa occasione indicava un globo di sottile filo di ferro ripieno di stoppa ed attaccato alla catena donde anche adesso pende la lampada crociata. Questa cerimonia alcuni la interpretano quale ammonizione salutare delle vanit\u00e0 di questo mondo. Dopo la messa i cinque grani d&#8217;incenso (invece di rimanere affissi al Cero) ed il <em>Lumen Cristi<\/em> si dividevano tra il Serenissimo, il Primicerio, il Celebrante e gli assistenti alla sacra funzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla mattina della <em>Domenica di Pasqua<\/em> il clero si recava al palazzo Ducale, e e con il Doge, con gli ambasciatori e con la Signoria, uscendo per la porta della Carta, si fermava fuori della maggiore: l\u00e0 il celebrante per ben tre volte vi picchiava con uno degli anelli di bronzo ad essa attaccati. I cantori dall&#8217;interno cantavano allora: &#8220;<em>Quem qu\u00e6ritis in sepulcro, christicol\u00e6?<\/em>&#8221; e gli altri di fuori rispondendo: &#8220;<em>Jesum Nazarenum crucifixum, o C\u0153licol\u00e6<\/em>&#8221; soggiungevano i primi: &#8220;<em>Non est hic: <\/em><em>surrexit sicut pr\u00e6dixerat. Ite, nuntiate quia surrexit, dicentes: Venite et videte locum ubi positus erat Dominus, alleluja, alleluja<\/em>&#8220;. Si aprivano tosto le porte, e tutti processionalmente si recavano al Sepolcro; qui il monsignor Vicario, nello scendere la gradinata per ben tre volte diceva: &#8220;<em>Surrexit Christus<\/em>&#8221; al che si rispondeva in coro: &#8220;<em>Deo <\/em><em>gratias<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le Rogazioni, che erano prescritte per il giorno di San Marco, si facevano nella Cappella Ducale nel giorno precedente la festa del Santo patrono di Venezia, non dovendosi in tal giorno &#8220;<em>far attioni di lutto et meste<\/em>&#8220;. Al <em>Magnificat<\/em> dei primi vesperi dell&#8217;Apparizione del Santo patrono un sacerdote girava per la chiesa, aspergendola di acqua odorosa (acqua d&#8217;Angeli), e ci\u00f2 a ricordo &#8220;<em>della fragranza sentita il giorno dell&#8217; Apparitione di <\/em><em>san Marco nella Colonna alla Croce<\/em>&#8220;. A tale scopo la Procuratia provvedeva annualmente una <em>bozza<\/em> (tre litri) di quest&#8217;acqua nanfa (acqua profumata estratta per distillazione dai fiori di arancio).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine per le sacre funzioni ducali, giova ricordare, come il Doge avesse pieno ed assoluto dominio sulla Cappella Ducale, e che, quando vi si recava alle sacre cerimonie, egli fosse cinto delle pi\u00f9 smaglianti pompe ed onoranze. Il Doge aveva non pochi privilegi cerimoniali, fra cui quello di tener coperto il capo, anche durante la messa, con il camauro di rensa (detto <em>scufia<\/em>) cui levava soltanto in certe solenni occasioni, cio\u00e8 all&#8217;adorazione della Croce nel Venerd\u00ec Santo, alla processione del Corpus Domini, ecc.. Inoltre il Doge, genuflesso su ricco cuscino di velluto <em>chermesino<\/em>, rispondeva all&#8217;introito nelle messe solenni, alle quali poi assisteva, anticamente dal <em>bigonzo<\/em> (chiamavano allora cos\u00ec il pergamo ottagono a capo della navata centrale in San Marco nel corno dell&#8217;epistola ) e pi\u00f9 tardi dalla sua sfarzosa sedia nel presbiterio; mentre sei canonici in piviale gli stavano ai lati e con esso recitavano il Kyrie, il Gloria, il Credo e l&#8217;Agnus; prima del celebrante il doge baciava il Vangelo, era incensato e riceveva la pace. Ed a queste onoranze ci teneva molto il Serenissimo; basti pensare, che nell&#8217;anno 1654 l&#8217;arcidiacono <strong>Capis<\/strong> fu bandito con il maestro di cerimonie per aver incensato il Patriarca, non dopo, ma contemporaneamente al doge <strong>Francesco Molino<\/strong>. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) La Basilica di San Marco in Venezia. Ilustrata nella storia e nell&#8217;arte da scrittori veneziani sotto la direzione di Camillo Boito. Ferdinando Ongania Editore. VENEZIA 1888<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"L'antico rito Patriarchino e le Cerimonie ducali nella Chiesa di San Marco Nella Chiesa vi furono, nei tempi andati, diversi tipi di riti liturgici, tutti derivati dai tempi apostolici. 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