{"id":91721,"date":"2022-08-07T04:18:30","date_gmt":"2022-08-07T04:18:30","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=91721"},"modified":"2022-08-07T04:18:33","modified_gmt":"2022-08-07T04:18:33","slug":"quando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=91721","title":{"rendered":"Quando a Venezia ci si giocava la camicia"},"content":{"rendered":"\n<h3>Quando a Venezia ci si giocava la camicia<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dicono che tutto ebbe inizio nel 1172. Un capo mastro di origine bergamasca, tale <strong>Nicol\u00f2 Barattieri<\/strong>, riesce a rizzare due enormi colonne trasportate dall\u2019Oriente come bottino di guerra. Erano rimaste abbandonate per decenni sul molo di San Marco perch\u00e9 nessuno sapeva come fare. A lavori conclusi alle loro sommit\u00e0 svetteranno le statue di San Totaro, cio\u00e8 San Teodoro, e del leone alato di San Marco, segnando per sempre l\u2019accesso all\u2019area marciana per chi proveniva dal mare. Ci sarebbe stata anche una terza colonna, ma and\u00f2 perduta nel fango della laguna durante le operazioni di scarico. Il <strong>Barattieri<\/strong> si era gi\u00e0 segnalato per la realizzazione della cella del campanile di San Marco mettendo in campo tutto un marchingegno di casse di legno mosse da carrucole che agevolarono il trasporto dei materiali sino alla cima della torre. Rester\u00e0 nella storia anche per aver costruito il primo Ponte di Rialto, tutto in legno. Anche nel caso delle colonne impieg\u00f2 un ingegnoso e complicato sistema di corde bagnate, paranchi e zeppe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Una zona franca per il gioco d\u2019azzardo<\/strong>. A lavoro ultimato ebbe pure il suo bravo tornaconto: ottenne dal doge <strong>Sebastiano Ziani<\/strong> che attorno alle colonne fosse decretata una zona franca dove praticare il gioco d\u2019azzardo fino ad allora proibito ovunque nella Serenissima. Pare fossero molto di moda i dadi, tanto che entreranno a far parte dello stemma di famiglia, fino che un discendente dell\u2019ingegnoso bergamasco decider\u00e0 di abiurarli come simboli di un deprecabile passato connesso con il vizio. Infatti, con il tempo il termine \u201c<em>barattieri<\/em>\u201d era finito per designare i gestori di banchi per il gioco d\u2019azzardo, una consorteria regolata da norme fisse, tacitamente riconosciute e accettate dai biscazzieri, cio\u00e8 i padroni delle bische.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Barattieri, biscazzieri e allocchi<\/strong>. Cosicch\u00e9 il malaffare prese a dilagare ovunque. Il gioco era per lo pi\u00f9 favorito dal calendario veneziano che segnava un\u2019infinit\u00e0 di feste, numerose ricorrenze di santi protettori di parrocchie e corporazioni, sagre e altro, una manna per i barattieri di ogni parte che piovevano in citt\u00e0 per svuotare le tasche agli allocchi. Nel 1487 era stato poco saggiamente permesso il gioco in occasione delle feste nuziali e durante il lungo periodo del carnevale quando tutta la citt\u00e0 indossava la \u201c<em>bauta<\/em>\u201d, cio\u00e8 la maschera, anche bari e truffatori. Il doge <strong>Andrea Gritti<\/strong> lo aveva revocato, ma il danno era fatto. Le colonne di piazza San Marco erano oramai diventate il ritrovo della peggior feccia. Ma carte e dadi sbucavano dappertutto, per strada, nelle case e nei cosiddetti \u201c<em>Casin dei Nobili<\/em>\u201d, case da gioco contrabbandate per salotti da conversazione. Ci si rovinava anche nei \u201c<em>redutti<\/em>\u201d, ovvero bische clandestine, e pi\u00f9 di un\u2019attivit\u00e0 nascondeva sotto vesti legali quella dell\u2019azzardo. Biscazzieri per antonomasia erano i barbieri, poco importando loro dei pochi ducati di multa o di qualche settimana di carcere perch\u00e9 l\u2019azzardo fruttava pi\u00f9 del mestiere di \u201c<em>conzateste<\/em>\u201d o radere barbe. Famosa tra Rinascimento e Barocco la bisca nascosta nella bottega di barberia di <strong>Vincenzo Gobbo<\/strong> a <em>San Stin<\/em> nel sestiere di San Polo, in <em>calle del Magazen<\/em>. Il <strong>Gobbo<\/strong> era pure finito in carcere, ma la bisca aveva continuato a prosperare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La difficile opera di contrasto al gioco d\u2019azzardo<\/strong>. Giocatori, bari, biscazzieri, \u201c<em>tagliatori<\/em>\u201d e tutto il serraglio di prostituzione e lenoni connesso si beffava di guardie e zaffi, quando addirittura non venivano presi a botte e talvolta anche peggio. Alcuni bari godettero di grande fama, come <strong>Zuane Martini<\/strong>, detto \u201c<em>Balla<\/em>\u201d o \u201c<em>Balletta<\/em>\u201d, tanto noto che ho deciso di farne un personaggio del mio libro giallo \u201c<em>Il Signore di Notte<\/em>\u201d \u200bambientato nella Venezia del 1605. Anche la bisca del <strong>Gobbo<\/strong> nel racconto diventa meta delle indagini. L\u2019insanabile piaga infest\u00f2 in modo trasversale la societ\u00e0 veneziana in ogni epoca e senza distinzione di rango. L\u2019azzardo era nell\u2019aria, compenetrato nella citt\u00e0 stessa, amalgamato con i traffici commerciali e con gli arricchimenti, connesso alla storia di Venezia fin dai tempi pi\u00f9 remoti e non solo dal 1172. Le sentenze degli <em>Esecutori Contro la Bestemmia<\/em> e quelle delle altre magistrature che li avevano preceduti per competenza in materia non incutevano alcun timore. Il male non era regredito d\u2019un passo neppure di fronte alle pi\u00f9 severe sentenze di bando, messa alla berlina e carcere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I modi per rovinarsi alla ricerca della fortuna<\/strong> L\u2019elenco dei modi per buttar via soldi era davvero lungo: <em>piastrelle, primiera, gil\u00e9 col bresciano, trappola, stusso, cricca, minoreto, trentaun per forza, sequentia, chiamare, dar la cartaccia e banco fallito<\/em>. Un gioco molto diffuso era la <em>basseta<\/em>, un vero flagello. Il proverbio veneziano \u201c<em>la matina una messeta, dopo pranzo una basseta e la sera una doneta<\/em>\u201d, cio\u00e8 alla mattina la messa, al pomeriggio il gioco della \u201c<em>basseta<\/em>\u201d e la sera una donna, l\u2019avrebbe detta lunga, ma c\u2019era poco da ridere perch\u00e9 il gioco era una peste che divorava i pochi denari dei poveracci e interi patrimoni dei ricchi. Susciter\u00e0 clamore la disavventura di un giovane patrizio che al gioco aveva perso ogni avere, perfino le fibbie d\u2019oro che adornavano le sue calzature. Nel tentativo di rifarsi alla fine si era giocato pure la propria promessa sposa. Nessuno ha tramandato come si era chiusa la vicenda della poveretta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Conseguenze finanziarie per lo stato Il gioco aveva pesato anche sulle casse dello stato. Tra il 1776 e il 1788 per rimpinguarle il governo aveva deciso di aprire le porte del patriziato a quaranta famiglie, vendendo il titolo per 100.000 ducati. In precedenza, tra il 1646 e il 1669, questa misura era gi\u00e0 stata adottata con successo in altre due occasioni quando c\u2019era stata la corsa per accaparrarselo. Questa volta non fu cos\u00ec: solo tredici famiglie furono disponibili a scucire la somma. Tra le ragioni di tanta disaffezione alcuni studiosi hanno individuato nel gioco del lotto la rovina di molte famiglie. Bersaglio di numerose proibizioni, come quella del 7 luglio 1603 con la quale il <em>Consiglio dei Dieci<\/em> aveva tentato di non \u201c<em>permetter alcuna sorte di Loti<\/em>\u201d, perch\u00e9 evidentemente ce n\u2019era pi\u00f9 di un tipo, era stato infine regolamentato dal governo nel 1734.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201c<em>Chi \u00e8 causa del suo mal &#8230;<\/em>\u201d si potrebbe concludere. Invece, preferisco sottolineare la grandezza dell\u2019antica Repubblica di Venezia, oltre undici secoli di gloria, retta in generale da governi avveduti, quando non geniali, da personaggi responsabili e quasi sempre all\u2019altezza delle situazioni. Va bene! Qualche vizietto glielo possiamo concedere &#8230; (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Gustavo Vitali. <em>Articolo originale<\/em>: <a href=\"https:\/\/www.ilsignoredinotte.it\/azzardo.html\">Il Signore di Notte &#8211; Quando a Venezia ci si giocava la camicia<\/a><\/p>\n<style id=\"bwg-style-0\">      #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 #bwg_mosaic_thumbnails_div_0 {        width: 100%;        position: relative;        background-color: rgba(255, 255, 255, 0.00);        text-align: center;        justify-content: center;                  margin-left: auto;          margin-right: auto;                    padding-left: 4px;          padding-top: 4px;                }          #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg_mosaic_thumb_spun_0 {        display: block;        position: absolute;\t\t\t\tborder-radius: 0;\t\t\t\tborder: 0px none #CCCCCC;    \t\t    \t\tbackground-color:rgba(0,0,0, 0.30);        -moz-box-sizing: content-box !important;        -webkit-box-sizing: 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storia (Il Signore di Notte), il baro Zuane Martini, detto \u201cBalla\u201d o \u201cBalletta\u201d; Sotoportego Casin dei Nobili; Campo San Barnaba e il Sotoportego Casin dei Nobili; Affresco con dadi nel soffitto del Sotoportego del Rio Ter\u00e0 de le Colonne; Calle del Magazen a San Stin nel sestiere di San Polo, dove era nascosta la bisca nella bottega di barberia di Vincenzo Gobbo (Il Signore di Notte); Sotoportego tra Corte Canal e Campiello dei Nerini; Campiello dei Nerini<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Quando a Venezia ci si giocava la camicia Dicono che tutto ebbe inizio nel 1172. Un capo mastro di origine bergamasca, tale Nicol\u00f2 Barattieri, riesce a rizzare due enormi colonne trasportate dall\u2019Oriente come bottino di guerra. Erano rimaste abbandonate per decenni sul molo di San Marco perch\u00e9 nessuno sapeva come fare. 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