{"id":88303,"date":"2022-04-24T05:42:10","date_gmt":"2022-04-24T05:42:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=88303"},"modified":"2022-04-24T05:42:13","modified_gmt":"2022-04-24T05:42:13","slug":"quando-a-venezia-si-profumavano-le-monete","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=88303","title":{"rendered":"Quando a Venezia si profumavano le monete"},"content":{"rendered":"\n<h3>Quando a Venezia si profumavano le monete<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venezia era rimasta a lungo nella sfera di influenza bizantina assorbendo parecchio dalla cultura orientale. Infatti, dopo la caduta dell\u2019Impero Romano d\u2019Occidente e sessant&#8217;anni di dominio goto, tutta la regione \u201c<em>Venetia<\/em>\u201d, era stata conquistata dal generale <strong>Narsete<\/strong> e unita all&#8217;Impero Romano d\u2019Oriente nel 555 alla fine della terribile guerra greco-gotica. Tuttavia nel 568 erano sopraggiunti i Longobardi che avevano lasciato ai Bizantini solo la parte costiera, la cosiddetta \u201c<em>Venetia Maritima<\/em>\u201d, sottoposta all&#8217;Esarcato di Ravenna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La conquista dell\u2019autonomia.<\/strong> Man mano che Bisanzio, in una Italia oramai in gran parte longobarda, faticava a mantenere il controllo degli smorti residui della passata egemonia, la sua provincia lagunare era stata eretta in ducato con a capo un \u201c<em>dux<\/em>\u201d, cio\u00e8 un governatore civile e militare. Ma di fronte a un impero sempre pi\u00f9 assente, i \u201c<em>Venetici<\/em>\u201d avevano acquistato una sempre maggiore autonomia a partire dal diritto di eleggere il proprio dux, \u201c<em>doxe<\/em>\u201d in lingua veneta, da parte della \u201c<em>Concio<\/em>\u201d, adunanza di liberi cittadini di incerta origine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019eredit\u00e0 di Bisanzio.<\/strong> Con il tempo la sudditanza verso l\u2019impero conserver\u00e0 solo aspetti formali: nelle cerimonie Venezia continuer\u00e0 a esibire simboli di origine bizantina anche quando, emancipata da Bisanzio, avr\u00e0 consolidato una totale indipendenza. Resteranno anche profondi segni nella sua architettura mutuati da quella orientale, cos\u00ec come dai sofisticati costumi bizantini, contemplanti i profumi quale parte integrante dello stile di vita, prender\u00e0 origine una propria arte profumiera assolutamente originale e di grossa importanza economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Profumi dimenticati in Europa, ma non in oriente<\/strong>. Se nell\u2019alto Medioevo in occidente l\u2019uso del profumo, retaggio della Roma imperiale, era stato dimenticato fino a diventare sconosciuto, lo stesso non era avvenuto in Oriente. Gi\u00e0 nel VI secolo erano note formule per produrre profumi a base di mirra, iris, nardo, cipero, storace, rosa e altro, profumi da diffondere nell\u2019ambiente tramite combustione su carboni ardenti oppure trasformando le materie prime in unguenti a uso corporale. Dimostrando indipendenza dal mondo occidentale e dalle scelte imposte dalla Chiesa, che in questa, come in materie meno frivole, aveva remato contro, a Venezia si produceva ogni sorta di essenze e si profumava tutto: persone, abiti, biancheria, sale e saloni, perfino le monete. Infatti, mentre il mondo orientale e quello musulmano elaboravano profumi sofisticati, in Europa si faticava ad accettarli, lasciandoli relegati in poche enclave bizantine e tra esse la laguna. Ci sarebbero voluti secoli perch\u00e9 cessassero le inibizioni e l\u2019uso del profumo si espandesse nel resto del continente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La forchetta e i bagni di rugiada.<\/strong> Nel frattempo, timorati uomini di Dio si erano preoccupati di adottare le loro brave contromisure, bollando il modus vivendi bizantino come immorale e quindi destinatario di immancabili punizioni celesti. Unguenti, profumi, lavarsi spesso, perfino la forchetta, bandita dal vescovo e teologo <strong>Pier Damiani<\/strong> come \u201c<em>oggetto demoniaco<\/em>\u201d, erano stati gli incolpevoli bersagli dei loro strali. La forchetta, in lingua veneta \u201c<em>piron<\/em>\u201d, storpiatura del greco \u201c<em>peirein<\/em>\u201d, cio\u00e8 infilzare, sarebbe stata introdotta a Venezia dalla principessa <strong>Teodora Anna Ducas<\/strong>, figlia dell\u2019imperatore <strong>Costantino X Ducas<\/strong>, presa in moglie dal doge <strong>Domenico Selvo<\/strong>, o <strong>Silvo<\/strong>, in carica dal 1071 al 1084 , quando l\u2019altalenante rapporto con Bisanzio aveva segnato anni di collaborazione. La dogaressa era diventata subito famosa soprattutto per i suoi raffinati costumi e per l\u2019abbondante uso di profumi. Cosicch\u00e9 l\u2019inflessibile <strong>Pier Damiani<\/strong>, dopo la forchetta, si era scagliato in reprimende contro il suo stile di vita. Aveva scritto come disdegnasse lavarsi con l\u2019acqua preferendo immergersi in vasche di rugiada raccolta a fatica dai servi, come le sue stanze odorassero d\u2019ogni sorta di incensi e come si cospargesse a pioggia di profumi. Inevitabile il giusto castigo divino: il \u200b suo corpo si era corrotto, marcito, la sua stanza si era riempita di un lezzo tremendo e un sollievo generale aveva accolto la sua morte dopo una lunga e atroce agonia. Il sermone strampalato aveva avuto una certa efficacia sui creduloni, sebbene difficilmente <strong>Pier Damiani<\/strong> avrebbe potuto conoscere <strong>Teodora<\/strong> essendo scomparso nel 1072, quindi prima dell\u2019arrivo della principessa a Venezia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il profumo diventa scienza<\/strong>. Con il tempo l\u2019arte del profumo aveva acquisito connotati propri della scienza. La citt\u00e0 era assunta a centro privilegiato di diffusione delle \u201c<em>acque odorifere<\/em>\u201d, un monopolio destinato a durare a lungo prima che le nuove rotte verso le Indie lo mettessero in discussione, cos\u00ec come accadr\u00e0 pure per le spezie. Agli addetti alla preparazione di cosmetici e profumi era stata affibbiata la denominazione di \u201c<em>muschiari<\/em>\u201d, da muschio, sostanza largamente impiegata nelle lavorazioni. I Muschiari costituivano un\u2019arte chiusa e ben definita perch\u00e9 allora nessun mestiere poteva essere praticato al di fuori della rispettiva corporazione, tanto che ai primi del \u2018600 si era arrivati a contarne circa 130. La distillazione, retaggio degli antichi Romani e perfezionata poi dagli arabi, era stata introdotta come metodo rivoluzionario di fabbricazione gi\u00e0 negli antichi testi di <strong>Dioscoride<\/strong>, pubblicati a Venezia alla faccia degli strali ecclesiastici. In seguito il trattato di <strong>Giovan Ventura Rosetti<\/strong> aveva introdotto la definizione di \u201c<em>acque odorifere<\/em>\u201d, laddove con il termine \u201c<em>acque<\/em>\u201d si era intesa l\u2019acquavite, distillato di uva di gran tenore alcolico utile per diluire e conservare gli oli essenziali. Agli onori della fama era assunta l\u2019\u201c<em>acqua arabesca<\/em>\u201d, una composizione di materie prime strutturate e composte in maniera assai complessa durante complicate fasi di produzione. Lungo l\u2019elenco: zibetto, muschio, ambracane, stirax, chirobalsamo e olibano, poi iris, sandalo, cinnammomo, calamo, garofano, noce moscata, rosa, cipero odoroso, fiori di lavanda, di cedro, di gelsomino e d\u2019arancio. La distillazione aveva comportato un salto epocale per l\u2019intero comparto profumiero: possibilit\u00e0 di conservare il profumo con pi\u00f9 tempo per commercializzarlo e l\u2019apparizione di bottigliette, ampolle e contenitori vari si erano qualificati come i tratti salienti del fondamentale passaggio da una profumeria di stampo antico a quella dell\u2019epoca moderna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Imbiondire i cappelli<\/strong>. Quella di imbiondire le chiome era un\u2019usanza molto diffusa tra le donne veneziane di ogni ceto che affrontavano lunghe e spossanti sedute sotto il sole per riuscire nell\u2019intento. Per garantirsi la migliore insolazione, chi poteva sfruttava le \u201c<em>altane<\/em>\u201d, sorta di terrazze in legno erette sopra i tetti dei palazzi. Indossato lo \u201c<em>schiavonetto<\/em>\u201d, cio\u00e8 una vestaglia per proteggere l\u2019abito, e accomodate su un seggiolone in pieno sole, le dame si calcavano in testa la \u201c<em>solana<\/em>\u201d, un grande cappello di paglia privo di cupola in modo che i capelli fuoriuscissero adagiandosi sulle larghe tese. Serviva anche a proteggere il volto dai raggi del sole perch\u00e9 la carnagione rimanesse bianca. Poi con l\u2019aiuto di una spugnetta si inumidivano i capelli innumerevoli volte e con diverse acque a base di cenere, guscio d\u2019uovo, scorza d\u2019arancio, zolfo, camomilla e chiss\u00e0 cos\u2019altro. Le tese della solana proteggevano pure il volto da eventuali schizzi delle misture.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il sapone<\/strong>. Venezia era stata una delle prime realt\u00e0 a raffinarlo in prodotto cosmetico e gli artigiani dediti a questa lavorazione si erano consorziati nell\u2019immancabile corporazione dei \u201c<em>saoneri<\/em>\u201d. Nel corso del \u2018500 erano state contate circa quaranta aziende e il comparto era balzato a particolare importanza per l\u2019economia, tanto da essere paragonato a quello del vetro. All\u2019inizio il sapone era stato impiegato quasi esclusivamente per la produzione tessile e per ingrassare il cordame; in seguito la lavorazione era stata perfezionata con l\u2019aggiunta di profumi per adibirlo a uso igienico. \u200bIl \u201c<em>bianco veneziano<\/em>\u201d era talmente ricercato da essere addirittura oggetto di contraffazioni e conseguenti misure protezionistiche da parte del governo. Il mondo intero era pronto a pagare a peso d\u2019oro i pani opportunamente bollati per certificarne l\u2019origine. Tuttavia, nonostante le molte cautele, i segreti del suo processo di produzione erano sfuggiti di mano ai governanti e altri empori se ne erano appropriati, come Marsiglia e Savona. Erano citt\u00e0 dedite alla produzione saponiera ancor prima della stessa Venezia, ma erano dovute ricorrere ai segreti carpiti ai \u201c<em>mastri saoneri<\/em>\u201d veneziani per raffinare le loro. Altre perdite di significative quote di mercato erano avvenute per la concorrenza di Ancona, Gaeta e Gallipoli con costi di produzione inferiori a quelli veneziani grazie alla facile reperibilit\u00e0 in loco delle materie prime come ceneri e olio che, invece, a Venezia dovevano essere portate via mare. Soprattutto, il fabbisogno di quest\u2019ultimo era rilevante nel processo di produzione del sapone migliore, costituendo circa un terzo del peso finale del prodotto. Per lo pi\u00f9 olio e ceneri d\u2019importazione erano diventati oggetto di una pesante imposizione fiscale e si era arrivati al paradosso quando le lamentele erano piovute dai ranghi di quello stesso governo causa del male del quale ora si lagnava. Nel frattempo il numero dei saponifici era precipitato a soli diciassette, con quaranta caldaie attive e senza che si potesse intravedere una fine al declino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La lisciva<\/strong>. La produzione avveniva di solito in ambiente domestico. Enormi pentoloni di acqua e cenere, conservata oculatamente dallo svuotamento dei camini durante l\u2019inverno e mescolata in rapporto di cinque parti a una, venivano messi a bollire per almeno un paio d\u2019ore. L\u2019efficacia si testava intingendo un dito nella mistura e portandolo alla bocca: un leggero pizzicore sulla lingua indicava che era pronta. Dopo una opportuna decantazione veniva filtrata con panni e travasata in altri recipienti, badando a non sommuovere la pasta di cenere formatasi sul fondo: sarebbe stata messa da parte per lavare pentole e stoviglie. Era cos\u00ec tirata fuori la liscivia, una panacea per le pulizie domestiche, sgrassante e disinfettante, di buon potere detergente accompagnato da una debole azione corrosiva. Usata anche per il bucato in quanto sbiancante e per l\u2019igiene personale a patto che fosse ben diluita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Oltre trecento volumi<\/strong>. Per gli interessati alla materia cosmetica e profumiera non c\u2019era che l\u2019imbarazzo della scelta tra gli oltre trecento volumi che avevano inondato la Serenissima nel corso del \u2018500. Dopo l\u2019antico testo del I secolo d. C. di <strong>Pedanius Dioscorides<\/strong>, stampato per la prima volta in italiano a Venezia nel 1568 sotto il titolo \u201c<em>De\u2019 Materia Medica<\/em>\u201d, erano stati editi molti libri sotto la formula del ricettario; altri a carattere medico e scientifico si erano rifatti ad antichi testi, quelli di <strong>Ippocrate<\/strong> e <strong>Galeno<\/strong> i pi\u00f9 stimolanti. Eccone alcuni tra i pi\u00f9 diffusi: \u201c<em>De\u2019 Secreti del Reverendo donno Alessio Piemontese, prima parte divisa in sei libri. Opera utilissima &amp; universalmente necessaria &amp; dilettevole a ciascheduno<\/em>\u201d, una commistione di cosmesi e medicina scritta sotto pseudonimo da <strong>Girolamo Ruscelli<\/strong>. Poi: \u201c<em>I Secreti della Signora Isabella Cortese, ne\u2019 quali si contengono cose minerali, medicinali, artificiose &amp; alchemiche, &amp; molte de\u2019 l\u2019arte profumatoria, appartenenti a ogni gran Signora<\/em>\u201d, e la \u201c<em>Opera nova piacevole la quale insegna di far varie compositioni odorifere per far bella ciascuna donna<\/em>\u201d di <strong>Eustachio Celebrino<\/strong>, dedicato alla sola cosmesi e senza velleit\u00e0 mediche. I \u201c<em>Secreti Medicinali di Magistro Guasparino de Venexia<\/em>\u201d, contemplava prescrizioni mediche sulla produzione di unguenti per \u201c<em>far nascere la bella pelle<\/em>\u201d o \u201c<em>pirole finissime contra el puzzare del la bocha<\/em>\u201d, ma anche indicazioni per \u201c<em>far andar via le lentigene<\/em>\u201d, \u201c<em>far la facia candida vel splendida<\/em>\u201d e per ostacolare la caduta dei capelli. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Gustavo Vitali. <em>Articolo originale<\/em>: <a href=\"https:\/\/www.ilsignoredinotte.it\/profumi.html\">Il Signore di Notte<\/a><\/p>\n<style id=\"bwg-style-0\">      #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 #bwg_mosaic_thumbnails_div_0 {        width: 100%;        position: relative;        background-color: rgba(255, 255, 255, 0.00);        text-align: center;        justify-content: center;                  margin-left: auto;          margin-right: auto;                    padding-left: 4px;          padding-top: 4px;                }          #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg_mosaic_thumb_spun_0 {        display: block;        position: absolute;\t\t\t\tborder-radius: 0;\t\t\t\tborder: 0px none #CCCCCC;    \t\t    \t\tbackground-color:rgba(0,0,0, 0.30);        -moz-box-sizing: content-box !important;        -webkit-box-sizing: content-box !important;        box-sizing: content-box !important;      }\t\t\t#bwg_container1_0 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Infatti, dopo la caduta dell\u2019Impero Romano d\u2019Occidente e sessant&#8217;anni di dominio goto, tutta la regione \u201cVenetia\u201d, era stata conquistata dal generale Narsete e unita all&#8217;Impero Romano d\u2019Oriente nel 555 alla fine della terribile [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":88316,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[2788],"tags":[4102,222,175],"class_list":{"0":"post-88303","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-storie-e-leggende","8":"tag-https-www-conoscerevenezia-it-p88303","9":"tag-parrocchia-di-san-cassiano","10":"tag-sestiere-di-santa-croce"},"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/DSC_6781.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/88303","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=88303"}],"version-history":[{"count":11,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/88303\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":88325,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/88303\/revisions\/88325"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/88316"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=88303"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=88303"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=88303"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}