{"id":67787,"date":"2021-03-05T06:24:57","date_gmt":"2021-03-05T06:24:57","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=67787"},"modified":"2024-02-01T07:11:07","modified_gmt":"2024-02-01T07:11:07","slug":"i-nobili-barnabotti-o-subioti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=67787","title":{"rendered":"I nobili &#8220;barnabotti&#8221; o &#8220;subioti&#8221;"},"content":{"rendered":"\n<h3>I nobili &#8220;barnabotti&#8221; o &#8220;subioti&#8221;<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">In ogni tempo, ma pi\u00f9 specialmente negli ultimi tre secoli, i patrizi veneziani erano tanto gelosi della preminenza avuta in retaggio, che persino tra loro non egualmente si apprezzavano, distinguendo nei segni di onoranza i nobili di antica origine dai recenti, i nobili ricchi da quelli poveri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;antagonismo fra i rappresentanti delle case vecchie, chiamati &#8220;<em>i longhi<\/em>&#8221; e quelli delle nuove, chiamati &#8220;<em>i curti<\/em>&#8220;, si manifest\u00f2 per la prima volta nel 1486, nella elezione del doge <strong>Agostino Barbarigo<\/strong>, appartenente alle case nuove, e dur\u00f2 fino al 1620 in cui &#8220;<em>i longhi<\/em>&#8221; ripresero il sopravvento con la elezione inopinata di sier <strong>Marco Antonio Memmo<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma quello che dur\u00f2 sempre fra la casta nobiliare fu il malanno dei patrizi poveri, classe turbolenta, invidiosa, esigente, chiamati dapprima &#8220;<em>squizari<\/em>&#8221; e poi &#8220;<em>barnabotti<\/em>&#8220;, della <em>contrada di San Barnaba<\/em>, dove la maggior parte di loro abitavano, al di l\u00e0 del Canal Grande. I gentiluomini ricchi, che pur si compiacevano dei titoli boriosi, non avevano vergogna di comperare i voti dai &#8220;<em>barnabotti<\/em>&#8220;, i poveri e dispregiati loro colleghi, per essere eletti nel <em>Maggior Consiglio<\/em> ai pi\u00f9 alti uffici, e lo afferma anche il <strong>Sanudo<\/strong> nei suoi <em>Diari<\/em> quando scrive: &#8220;<em>Chi vol honori bisogna dar danaro a questi poveri zentiluomeni sempre afamadi<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sebbene gravi pene, come grosse multe e il bando perpetuo, fossero statuite contro i patrizi che miravano a conseguire &#8220;<em>con mezzi illeciti magistrati, offizi, reggimenti et altre dignit\u00e0, la distributione delle quali conviene sia fatta con justitia et severit\u00e0<\/em>&#8220;, pure le legge non impediva il mercimonio, e il <strong>Sanudo<\/strong> si sdegnava vedendo spesso i pubblici uffici concessi, non gi\u00e0 all&#8217;ingegno e al merito, bens\u00ec a chi meglio pagava &#8220;<em>et cuss\u00ec va la justitia di questa terra, che \u00e8 matto che se fatica de pi\u00f9<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma di contro a parecchi nobili, che accrescevano anche nel Cinquecento le loro pingui sostanze con una saggia amministrazione o con fortunate imprese andavano sempre aumentando i patrizi impoveriti, invidiosi, cupidi, che mostravano pubblicamente la loro miseria e chiedevano apertamente allo Stato i mezzi per vivere e un tetto sotto cui riparare. Non c&#8217;era pi\u00f9 ritegno, la miseria dei &#8220;<em>barnabotti<\/em>&#8221; non conosceva pi\u00f9 vergogne e gli <em>Annali Veneti<\/em> del <strong>Malipiero<\/strong> raccontano: &#8220;<em>che a tre de marzo 1499 sier Andrea Contarini \u00e8 and\u00e0 con gran esclamation davanti la Signoria, digando che l&#8217;\u00e8 nobele de cha&#8217; Contarini; et ha solamente fioi alle spale; et no ha hab\u00f9 officio za sedese anni et no sa guadagnarse el viver con nissun mestier; et per sessanta ducati de debito, l&#8217;ufficio de le Cazue<\/em> (imposte arretrate) <em>ghe ha venduto la casa che l&#8217;habita, pregando che se habia piet\u00e0 de lui, et, et che no &#8216;l se vogia mandar sotto i porteghi<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E come <strong>Andrea Contarini<\/strong> ce n&#8217;erano molti e molti, i nobili ricchi destinavano somme ingenti alla costruzione di case per i patrizi caduti in miseria, il Governo pensava poi a concedere a qualcuno di loro, tra i migliori, qualche ufficio dalla rendita annua di circa cento ducati, ma spinti sempre dal bisogno il loro provento pi\u00f9 proficuo era il traffico illecito dei voti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del resto non era questa soltanto una piaga di Venezia, Genova ne aveva un numero maggiore e i &#8220;<em>poveri nobili genovesi<\/em>&#8221; vivevano miseramente dei lasciti provenienti dalle compere di San Giorgio, e nelle elezioni del doge vendevano pubblicamente il loro voto al migliore offerente nelle logge dei Banchi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Settecento il nobile spiantato traeva un discreto guadagno anche dal <em>Ridotto<\/em> dove si faceva regalare dai vincitori qualche ducato o ai banchi del gioco, con qualche inesperto, correggeva un po&#8217; di fortuna, ma quando il <em>Ridotto<\/em> venne chiuso nel novembre del 1774 cessarono i proventi, e allora tra i &#8220;barnabotti&#8221; furono riunioni e proteste e tutti uniti presentarono alla Signoria una supplica che cominciava: &#8220;<em>Have sera el Ridotto, ma cossa magnaremo nu poveri barnabotti se ne togli\u00e8 el pan? Vu altri god\u00e8 dele bone entrade e con quele ve la pass\u00e8 da Siori; ognun de vu gha el suo palasso, la so puta, vin bon e bona tola, e dopo de haver magn\u00e0 da crepar, vegn\u00ec in Piazza col curadenti de hosso o de oro, mentre nu se spassemo i dentii a stomego nuo per far credar che gh&#8217;avemo magn\u00e0<\/em>&#8220;. E la supplica proseguiva narrando le loro misere condizioni e concludendo che &#8220;<em>per dar le nostre bale contra el Redoto hav\u00e8 promesso molto ma mantegnudo gnente, minchionado cuss\u00ec tutti nualtri<\/em>&#8220;,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La supplica fece ridere molti: si era in carnevale, la Piazza era sempre gremita di gente, di maschere, di venditori tra i quali primeggiavano i venditori di zufoli che si sgolavano a gridare: &#8220;<em>El nobile subioto, el nobile subioto!<\/em>&#8220;. Il popolo, sempre proclive alla satira, fece suo quel grido e vedendo i &#8220;<em>barnabotti<\/em>&#8220;, boriosi ma affamati, tra quella folla allegra li battezz\u00f2 per &#8220;<em>li nobili subioti<\/em>&#8220;, che vivevano del fiato altrui, e fino alla caduta della Repubblica il motto rimase.&nbsp;(1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 31 agosto 1926<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"I nobili \"barnabotti\" o \"subioti\" In ogni tempo, ma pi\u00f9 specialmente negli ultimi tre secoli, i patrizi veneziani erano tanto gelosi della preminenza avuta in retaggio, che persino tra loro non egualmente si apprezzavano, distinguendo nei segni di onoranza i nobili di antica origine dai recenti, i nobili ricchi da quelli poveri. 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