{"id":67505,"date":"2021-03-01T06:25:03","date_gmt":"2021-03-01T06:25:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=67505"},"modified":"2021-12-27T07:37:22","modified_gmt":"2021-12-27T07:37:22","slug":"il-patriziato-veneto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=67505","title":{"rendered":"Il patriziato veneto"},"content":{"rendered":"\n<h3>I patriziato veneto<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si solevano dividere in tre classi, non perch\u00e9 i loro titoli e le loro prerogative fossero differenti, ma per una maggior chiarezza nel riconoscere l&#8217;antichit\u00e0 dell&#8217;origine loro. La prima classe comprendeva le famiglie dei dodici tribuni che elessero il primo doge. Erano essi i <strong>Contarini<\/strong>, i <strong>Morosini<\/strong>, i <strong>Badoari<\/strong>, i <strong>Tiepolo<\/strong>, i <strong>Michieli<\/strong>, i <strong>Sanudi<\/strong>, i <strong>Gradenigo<\/strong>, i <strong>Memmo<\/strong>, i <strong>Falieri<\/strong>, i <strong>Dandolo<\/strong>, i <strong>Polani<\/strong> ed i <strong>Barozzi<\/strong>. Non cedevano a queste in antichit\u00e0 altre quattro famiglie, che, insieme alle dette dodici, segnarono nell&#8217;800 il contratto di fondazione dell&#8217;<em>abbazia di San Giorgio Maggiore<\/em>; per lo che soleva dirsi che se le prime erano i dodici apostoli, le seconde erano i quattro evangelisti: erano esse i <strong>Giustiniani<\/strong>, i <strong>Cornaro<\/strong>, i <strong>Bragadini<\/strong> ed i <strong>Bembo<\/strong>. Si annoveravano per\u00f2 a questa prima classe anche altre otto famiglie esistenti molto innanzi al serrar del maggior consiglio, tra cui i <strong>Quirini<\/strong>, i <strong>Dolfini<\/strong>, i <strong>Soranzo<\/strong>, i <strong>Zorzi<\/strong> ed i <strong>Marcello<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Avvenuta nel 1296, per opera del doge <strong>Pietro Gradenigo<\/strong>, la celebre chiusura del maggior consiglio (<em>serrar<\/em> del maggior consiglio) tutti i nobili che allora vi si trovavano composero la seconda classe, alla quale pur ascritte vennero anche le trenta famiglie aggregate alla nobilt\u00e0 Veneziana nel 1380, nell\u2019occasione della guerra di Chioggia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Finalmente si componeva la terza classe di circa ottanta famiglie che acquistarono il patriziato con lo sborso di 100.000 ducati per soccorrere lo stato nei bisogni o della guerra di <em>Candia<\/em> od in altri incontri posteriori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C&#8217;era per\u00f2 una quarta classe, ed era quella dei nobili fatti per merito. In essa si annoveravano tutte le teste coronato, molti sovrani e principi, varie famiglie illustri di Francia e d\u2019Italia, non che tutti i nipoti dei pontefici da <strong>Innocenzo VIII<\/strong>, e di molti segnalati ministri di alcuna potenza. Trovandosi in Venezia, anche quei nobili potevano assumere la veste dei patrizi, entrare nel gran consiglio ed aver diritto ai suffragi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1515 fu instituito il libro d\u2019 oro, cio\u00e8 quel registro nel quale scrivevano quanti avevano diritto alla nobilt\u00e0 veneziana ed ingresso nel maggior consiglio. L\u2019 ingresso al maggior consiglio era determinato dapprima da tre elettori; ma dando ci\u00f2 luogo a vari abusi si \u00e8 decretato che chiunque giungesse all\u2019et\u00e0 dei 25 anni fosse abilitato di entrarvi, dietro l&#8217;esame dei suoi titoli fatto dagli <em>avvogadori<\/em>. Talvolta erano ammessi anche coloro che non fossero arrivati a quell&#8217;et\u00e0; anzi per un tal fine ogni anno, nel giorno di <em>Santa Barbara<\/em>, ne venivano estratti trenta a sorte dal doge. Per\u00f2 entrar non potevano nel maggior consiglio i nati avanti il matrimonio ancorch\u00e9 per nozze posteriori legittimati; in quel caso prima era mestieri di un processo fatto dagli <em>avvogadori<\/em> sul quale deliberava il collegio. Ma i figli nati da padre nobile e da donna plebea non erano mai ammessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La veste dei nobili, per quanto ci viene fatto d\u2019apprendere dai documenti rimasti, era anticamente ricamata con un manto superiore pur ricamato. Ora la barretta loro era tonda ed adagiata al capo, ora terminava in punta , avendo sul dinanzi, chi fosse costituito in dignit\u00e0, una cordella incrocicchiata. Ora in capo mettevano i cappucci, i quali pendevano dal la parte di dietro o da uno dei lati, e penzolando gi\u00f9 per le spalle formavano quello che poi si \u00e8 detto la stola. Di mano in mano nacquero varie modificazioni, fino a che sopravvenuta una malattia occhi, che dall\u2019ignoranza dei medici fu attribuita a quel cappuccio, fu esso levato, e ritenuto solamente il cerchio, a cui il cappuccio medesimo s\u2019applicava, il cerchio fu coperto di panno e si form\u00f2 quella berretta a tozzo che poscia sempre si \u00e8 usata. Tagliandosi il lembo del cappuccio che pendeva dal capo lo si fece appoggiare alla spalla e cos\u00ec ne provenne la stola la quale era di tanta larghezza quanto bastasse a coprire il capo in caso di pioggia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secolo XIII ed il secolo XIV fu introdotta la cosi detta <em>dogalina<\/em> che era una veste a maniche aperte, senza cintura; ma in seguito, ritenute le maniche larghe, le strinsero in bocca per porvi dentro fazzoletti, scritture, ec. e quelle maniche furono dette a <em>comeo<\/em>. Nell\u2019autunno si adornavano le vesti con strisce di pelli di varo, e nell\u2019inverno di dosso, stringendo le vesti medesime con cintura di velluto, guernita talvolta di sodo argento. Grande arbitrio era in antico circa il colore, usando alcuni il rosato, altri il paonazzo, altri il purpureo. La materia fu o di velluto o di damasco, o di drappo d\u2019 oro senza distinzione; ma una legge del senato del 1651 fiss\u00f2 finalmente che l\u2019abito ordinario di tutti i nobili fosse di panno nero con ampie maniche, restando il pavonazzo ai savi grandi, a quei di terraferma in certe congiunture, agli <em>avvogadori<\/em> e finalmente ai <em>capi delle quarantie<\/em> ed ai <em>savi agli ordini<\/em> la veste pure paonazza con le maniche a <em>comeo<\/em>. La differenza tra l&#8217;estate e l\u2019inverno non era che questa; che nell&#8217;estate non si riportava la veste di pelli n\u00e9 si allacciava con la cintura; ma tutta si apriva ed ondeggiava, mentre nell\u2019inverno si stringeva con una cintura di velluto nero orlata di seta e guernita da dodici quadranti d\u2019argento. I senatori nei giorni solenni portavano la veste rossa o di velluto o di damasco, secondo che fosse e inverno od estate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I giovani non erano obbligati a portare questa veste se non all&#8217;et\u00e0 dei venticinque anni in cui entravano nel maggior consiglio; tuttavolta facilmente i genitori ottenevano che potessero portarla anche di quindici anni, da poich\u00e9 considerava la repubblica questo abito come quello della Religione e come atto pi\u00f9 che altro mai a serbare una certa gravit\u00e0 influente a moderar le passioni in sul nascere loro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ogni volta che per la morte di un altro o per qualunque motivo un nobile&nbsp; fosse stato eletto inaspettatamente o procuratore o consigliere del proprio sestiere, od <em>avvogadore<\/em>, subito era chiamato a sedere nel posto vacante ed era contraddistinto con la stola purpurea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sin quasi alla fine del secolo XVI i nobili che fossero stati decorati del titolo di dottore avevano luogo distinto nelle pubbliche adunanze, e sebbene portassero la veste degli altri patrizi, pure stringevano la cintura con fibbie dorate. L&#8217;ultimo ad occupare quel posto distinto fu <strong>Luigi Pesaro<\/strong>, morto nel 1580 nell\u2019 et\u00e0 di quarantasei anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019 abito di corruccio per la morte di alcun parente era una gran sopravveste nera ed un turbante appuntito in testa; ma quest\u2019 abito si vietava ai senatori nelle pubbliche comparse, nelle quali per segno di mestizia portavano solo una stola di velluto paonazzo. Cessava per\u00f2 al tutto la mestizia all\u2019arrivo in Venezia di alcun estero potentato, o nel caso di contagio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il giovane nobile, prima entrare nel mondo, vestiva negli ultimi tempi in cappa, la quale era un sotto-abito corto ricoperto nel davanti da una specie di grembiulino (volgarmente detto <em>groppiglia<\/em>), tutto guarnito di merli neri, e da un mantello corto che aveva da tre a quattro liste di merli inferiormente. Quel vestito annunziava il prossimo scioglimento di un nobile dalla severa custodia paterna, ed il vicino suo ingresso nel maggior consiglio, e nei doveri quindi di repubblicano. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia. I quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi veneziani. Vol IV (Venezia, Tommaso Fontana Tipografico Edit., 1840).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"I patriziato veneto Si solevano dividere in tre classi, non perch\u00e9 i loro titoli e le loro prerogative fossero differenti, ma per una maggior chiarezza nel riconoscere l'antichit\u00e0 dell'origine loro. La prima classe comprendeva le famiglie dei dodici tribuni che elessero il primo doge. 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