{"id":64905,"date":"2021-03-07T12:51:21","date_gmt":"2021-03-07T12:51:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64905"},"modified":"2021-03-07T12:51:24","modified_gmt":"2021-03-07T12:51:24","slug":"la-guerra-della-lega-di-cambrai-1508-1516-xv-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64905","title":{"rendered":"La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XV parte"},"content":{"rendered":"\n<h3>La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XV parte<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Sconfitta dei Veneziani nel Vicentino<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia al crescere del pericolo, buoni rinforzi di nobili e popolani andarono alla difesa di Padova e di Treviso, nel mentre che l&#8217;<strong>Alviano<\/strong>, proseguendo la sua marcia, aveva saputo cos\u00ec bene recare ad atto il suo divisamento, che il <strong>Cardona<\/strong> gi\u00e0 si trovava a pessimo partito; mancanti le vettovaglie, stretti e difficili i luoghi per cui aveva a passare, grossi presidi veneziani da combattere e respingere; perci\u00f2 nella disperata sua condizione, disperatamente risolvendo, decise aprirsi con la spada il passaggio attraverso il campo dell&#8217;<strong>Alviano<\/strong>. E bench\u00e9 gi\u00e0 buona parte del giorno fosse passata, disposte le sue truppe in ordinanza, mand\u00f2 innanzi la cavalleria e alcune compagnie di fanti spagnoli, che con grande impeto si gettarono sulle guardie del campo veneziano. Ma accolte da un fuoco tremendo di artiglieria, rincularono e precipitosamente tornarono ai loro. Intanto il <strong>Cardona<\/strong> erasi approssimato con il resto dell&#8217;esercito, ma sopraggiunta la notte, ordin\u00f2 ai soldati non si partissero quella notte dalle armi e la passassero a sereno tenendosi distesi in terra senza lume e in silenzio, mentre altrettanto si faceva nel campo veneziano. Una mossa del capitano veneziano <strong>Gian Paolo Baglione<\/strong> che con l&#8217;artiglieria venne ad occupare l&#8217;altra parte della valle, posta all&#8217;incontro del campo dell&#8217;<strong>Alviano<\/strong>, tolse agli Spagnoli ogni speranza di aprirsi il varco da quella parte, onde essi mutato pensiero, si diressero ai monti di <em>Schio<\/em>, divisi in tre schiere e lasciando dietro a s\u00e9 ogni impedimento. Era il 7 d&#8217;ottobre nebbioso il di, e favorevole alla ritirata del nemico, quando appena di questa accortosi l&#8217;<strong>Alviano<\/strong>, che ordinati i suoi in tre corpi di battaglia, mescolando in alcune parti i vecchi con i nuovi soldati raccolti allor allora dalla campagna a questa bisogna, pose i pi\u00f9 valorosi nello squadrone di mezzo che era il maggiore e pi\u00f9 fermo, e nel quale si trovavano oltre all&#8217;<strong>Alviano<\/strong>, <strong>Guido di Rangone<\/strong>, <strong>Giulio Manfrone<\/strong>, <strong>Giovanni Battista da Fano<\/strong>, <strong>Gian Paolo da Sant&#8217;Angelo<\/strong> ed altri condottieri: sommavano in tutto le genti a circa dieci mila fanti italiani, mille cinquecento uomini d&#8217;arme e mille cavalli leggeri. Aveva il comando dell&#8217;ala sinistra <strong>Antonio de Pii<\/strong>, della destra il <strong>Bagliori<\/strong>; a quello ordin\u00f2 l&#8217;<strong>Alviano<\/strong> si rimanesse aspettando i suoi ordini; al <strong>Baglioni<\/strong> che per pi\u00f9 larga via trapassando l&#8217;ultimo squadrone dei nemici, gli urtasse vigorosamente di fianco subito vedesse ingaggiata la battaglia, della quale <strong>Andrea Loredano<\/strong> provveditore scriveva al <em>Senato<\/em> ripromettersi luminoso evento. Cos\u00ec disposta ogni cosa, i Veneziani mossero dietro al nemico. Il quale vedendo che ormai altra via di salute non gli rimaneva se non di commettere il caso suo all&#8217;esito di una battaglia, deliber\u00f2 di affrontarla e rivolta l&#8217;ultima sua squadra fece che quella incominciasse ad investire, il che avvenne con tanto impeto che la prima schiera veneziana gi\u00e0 volgeva a ritirarsi. Accorse l&#8217;<strong>Alviano<\/strong> e cominci\u00f2 una terribile ed acerrima zuffa. Pareva la sorte piegare al fine in favore dei Veneziani, quando sopraggiunto il <strong>Cardona<\/strong> e dando addosso primamente a gran turba di contadini accorsi a predare, questi cominciarono disperatamente a fuggire, scorando coi loro gridi <em>volta! volta!<\/em> e portando la confusione nei campo veneziano, il quale sgominato e pi\u00f9 non attendendo agli ordini dei capitani, ma solo a salvarsi, qua e col\u00e0 si disperdeva, e in parte si drizzava a Vicenza, ove sperava trovar rifugio, fu da sopraggiunti spagnoli dinanzi alle mura stesse della citt\u00e0, barbaramente sterminato. N\u00e9 il <strong>Baglioni<\/strong> pot\u00e9 secondo gli ordini dell&#8217;<strong>Alviano<\/strong> dar dentro alla prima schiera, intricato e impedito nei luoghi paludosi della valle, anzi circondato egli stesso dai nemici, cadde con buona parte dei cavalli, in poter loro. Il provveditore <strong>Loredano<\/strong> preso dai tedeschi fu ammazzato, altri capitani morirono, altri furono fatti prigionieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Notizia fu questa che a Venezia tanto pi\u00f9 commosse gli animi, quanto che pi\u00f9 inaspettata arrivava, gi\u00e0 tenendosi ognuno per le lettere antecedenti dal campo, sicuro della vittoria. Tuttavia il <em>Senato<\/em> non si lasciando avvilire scriveva all&#8217;<strong>Alviano<\/strong> dolersi della sua disfatta non poco, ma non perci\u00f2 lasciarsi cadere dell&#8217;animo: esortarlo a voler essere anch&#8217;egli di buono e saldo proponimento e non cedere alla fortuna, ma pensare piuttosto al rimedio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sconfina dei Veneziani non ebbe quelle pessime conseguenze che erano ad aspettarsene, poich\u00e9 gli Spagnoli stanchi e dilacerati anch&#8217;essi, sopraggiunti dalle piogge invernali e sopra terreni melmosi, entrarono agli alloggiamenti in <em>Este<\/em> e <em>Montagnana<\/em>. Durante il qual riposo furono di nuovo introdotte pratiche di pace con <strong>Massimiliano<\/strong>, che ebbero esito infelice al paro delle precedenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E mentre cosi Spagnoli, Tedeschi e Veneziani si combattevano in Italia, ardeva la guerra anche in Francia contro gli Inglesi, che avevano fatto uno sbarco a Calais e il 17 giugno posto l&#8217;assedio a <em>Terrovana<\/em>, di cui s&#8217;impadronirono il 22 agosto. In pari tempo gli Svizzeri penetravano nella <em>Borgogna<\/em>, dal che avveniva che la Francia occupata della difesa propria non aveva potuto mandar nuove truppe in Italia in soccorso della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Assedio di Marano<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;abbassamento di Francia, la mala condizione di Venezia cominciavano a far nascere nuovi pensieri in <strong>Leone X<\/strong>, che per vero non avrebbe voluto troppo potente <strong>Massimiliano<\/strong> e vedeva gravissimi pericoli minacciarsi all&#8217;Europa dalla parte dei Turchi, poich\u00e9 sultano <strong>Selim<\/strong> avendo balzato dal trono <strong>Bajezid II<\/strong> suo padre l&#8217;11 aprile del 1512, si mostrava avido di conquiste e se non fosse stato distratto dalla <em>guerra di Persia<\/em>, gi\u00e0 avrebbe assalito l&#8217;Europa. Perci\u00f2 la Repubblica provvedendo ai casi propri, si era affrettata a rinnovare con esso i trattati con il mezzo di <strong>Antonio Giustinian<\/strong> il 17 ottobre 1513, tanto pi\u00f9 che della pace con <strong>Massimiliano<\/strong> poca o nulla speranza rimaneva; anzi non cessavano i suoi di recare molestia al territorio veneziano ed il conte <strong>Cristoforo Frangipane<\/strong>, raccolte alcune genti di Gorizia, con quelle scorrazzava nel Friuli, commettendovi orrende crudelt\u00e0 fino a far cavare gli occhi e tagliare le dita ai villani di <em>Mozzana<\/em>, ed ebbe per tradimento <em>Marano<\/em>. Il sito era di grande importanza e a ricuperarlo mand\u00f2 tosto la Repubblica il conte <strong>Pietro Baldassare Scipione<\/strong> per terra e <strong>Bartolommeo da Mosto<\/strong> savio di terraferma per mare, ma con infelice successo; n\u00e9 meglio vi riusc\u00ec <strong>Girolamo Savorgnano<\/strong>, perch\u00e9 mal sostenuti i suoi sforzi; onde il <strong>Frangipane<\/strong>, venuto in maggior animo, assai maggiori cose meditando, occupava Udine e Cividale, e poco meo che tutto il Friuli. E gi\u00e0 si volgeva a battere Osopo, fortezza in cui il nerbo delle genti veneziane erasi raccolto, difendendola <strong>Girolamo Savorgnano<\/strong> che lasci\u00f2 ai posteri onorata memoria ed esempio di singolare fede e di amore verso la repubblica veneziana. Chi per quella strada carreggiabile, la quale da <em>Vilacco<\/em> conduce a <em>Venzone<\/em>, viene di Germania in Italia, giunto al luogo detto <em>Ospitale<\/em>, vede i monti in due parti dividersi, e l&#8217;un braccio stendersi all&#8217;occidente verso Trento, l&#8217;altro con contraria direzione verso Gorizia formando la le Alpi Carniche, quale Giulie. Tra mezzo \u00e8 posto il paese del Friuli, e all&#8217;uscire da codesta serie di monti, si presenta agli occhi il <em>castello d&#8217;Osopo<\/em>, sopra un picciolo monte tutto di sasso che si solleva sulla pianura come guardia e custodia con la locata quasi da natura a chiudere di l\u00e0 il passo dell&#8217;Alemagna. Sorge la rocca in cima al monte per natura ed arte fortissima e a questo monte venne a rompersi l&#8217;orgoglio del <strong>Frangipane<\/strong>: il quale tentato pi\u00f9 volte l&#8217;assalto, invano adoperate le artiglierie, invano ricorso agli approcci e ai lavori nel duro sasso, sempre respinto dal <strong>Savorgnano<\/strong>, pur tuttavia si ostinava in quell&#8217;assedio, finch\u00e9 giunto l&#8217;Alviano con poderosi soccorsi e di gi\u00e0 rioccupata gran parte del Friuli, deliber\u00f2, bruciate le macchine ossidionali, levare l&#8217;assedio, e volgersi con l&#8217;esercito verso la Germania. Senonch\u00e9 inseguito dall&#8217;<strong>Alviano<\/strong> e assalito fra quei monti e dirupi furono le sue genti interamente rotte e poste in fuga, ed egli stesso preso da <strong>Giovanni Vetturi<\/strong> che lo mand\u00f2 prigione a Venezia. Arrivatovi il 9 giugno 1514 con la fusta di <em>Cherso<\/em> scese dapprima alla casa del fratello del <strong>Vitturi<\/strong> ove desin\u00f2, poi fu condotto alla riva di palazzo ove attendevate <strong>Nicol\u00f2 Aurelio<\/strong> segretarlo del <em>Consiglio dei Dieci<\/em> e il capitano di esso Consiglio, i quali lo introdussero nella camera nuova dei <em>Signori di Notte<\/em> per essere esaminato dai capi. Era giovane di trentadue anni, di bell&#8217;aspetto, vestito alla tedesca e d&#8217;indole fiera e leale. Invitato a recarsi sotto <em>Marano<\/em> ed intimarvi la resa, rispose: non voglio esser traditore dell&#8217; imperatore ma avrete <em>Marano<\/em> fra quattro o cinque giorni perch\u00e9 non hanno vittuarie, e se mi menerete sotto grider\u00f2 che si tengano. Fu posto in <em>Torricelle<\/em> e vi rimase finch\u00e9 alle replicate istanze del papa, dell&#8217;imperatore e del re di Francia fu liberato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nuove speranze di soccorsi dalla Francia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A rialzare le speranze della Repubblica avvenne che la Francia, rinnovata per un altro anno la tregua con Ferdinando di Spagna, ottenuto dagli Svizzeri che si ritirassero dal suo suolo, conclusa pace il 7 agosto 1514 col re d&#8217;Inghilterra, si trovava di nuovo libera e in caso di poter dare a Venezia efficaci soccorsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Pietro Pasqualigo e Sebastiano Giustinian ambasciatori in Francia e loro udienza<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perci\u00f2 si affrett\u00f2 questa a mandare a congratularsene <strong>Pietro Pasqualigo<\/strong> in Francia e <strong>Francesco Donato<\/strong> in Inghilterra, al quale ammalatosi, fu surrogato <strong>Sebastiano Giustinian<\/strong>. Doveva esser loro primo ufficio rallegrarsi con il re della pace conclusa delle nozze che egli, rimaste vedovo di <strong>Anna di Bretagna<\/strong>, il 9 di gennaio del 1514 aveva novellamente contratte con <strong>Maria<\/strong> sorella d&#8217;<strong>Enrico d&#8217;Inghilterra<\/strong>, rendere le pi\u00f9 efficaci grazie che l&#8217;uno e l&#8217;altro avessero in quel trattato nominati come aderenti ed inclusi i Veneziani; poi affermassero al re Cristianissimo non essere mai venuta meno verso di lui l&#8217;osservanza della loro Repubblica sempre pronta ad accrescere le forze della lega e a rinnovare la guerra, quando a lui piacesse mandar nuove genti in Italia, al che anzi lo confortavano e con ogni pi\u00f9 opportuno modo sollecitavano. I quali uffici pur far dovevano con il re d&#8217; Inghilterra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste dimostrazioni d&#8217;amicizia a Francia spiacevano al papa che non cessava dall&#8217;adoprarsi per la pace, ma troppo chiaramente mostrando inclinare a favorire l&#8217;imperatore. Il possesso di Vicenza e Verona formava ancora l&#8217;ostacolo principale ad ogni accordo, e a <strong>Pietro Bembo<\/strong> segretario di Sua Santit\u00e0 e da questa mandato a Venezia per consigliare la Repubblica ad aderire piuttosto all&#8217;Impero e alla Spagna e cacciare dall&#8217;Italia i Francesi, rispondeva il Senato il 14 dicembre 1514 che i Veneziani non potevano rinunciare a Verona ed ostare la venuta del re Cristianissimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Arrivavano nel marzo del 1515 gli oratori veneti <strong>Pietro Pasqualigo<\/strong> e <strong>Sebastiano Giustiniano<\/strong> a Parigi e trovavano morto re Luigi fino dal principio dell&#8217;anno e succedutogli il genero<strong> Francesco duca d&#8217;Angoul\u00e8me<\/strong>, primo principe del sangue, in et\u00e0 di soli ventun anni e che tosto assumendo il titolo di duca di Milano per le ragioni di <strong>Valentina Visconti<\/strong> sua bisavola, ben mostrava quali avessero ad essere le sue mire e ove avesse dapprima a volgersi la sua ambizione. Gli ambasciatori veneziani furono onorevolmente ricevuti ed il 25 ammessi all&#8217;udienza di re <strong>Francesco<\/strong>. In sull&#8217;ora di vespero furono levati al loro albergo dai vescovi <strong>d&#8217;Angoul\u00e8me<\/strong> e <em>Costanza<\/em>, e dal <strong>siniscalco di Tolosa<\/strong>, e condotti al reale palazzo. Sedeva il re in una gran sala vestito molto riccamente tutto di bianco di soprariccio sotto un baldacchino, avendo da una parte disposti per or dine tutti i principi e signori del sangue, dall&#8217;altra il gran cancelliere con molti prelati; dietro al trono stavano in piedi l&#8217;infante d&#8217;Aragona, il <strong>bastardo di Savoja<\/strong>, monsignor di <strong>Boissi<\/strong> gran maestro, monsignor de <strong>La Palisse<\/strong>, il marchese di <strong>Roltolin<\/strong>, il grande scudiere e il <strong>Robertet<\/strong>, con altri assai. All&#8217;entrare degli ambasciatori, il re si lev\u00f2 e cosi tutti gli altri, tenendo la berretta in mano, e fatta che quelli gli ebbero la debita riverenza, non permise, per quanto ne facessero istanza, che gli baciassero la mano, ma stando in piedi, gli abbracci\u00f2 con grande benevolenza. Presentarono gli ambasciatori le credenziali e sedutisi per volere del re a lui rimpetto, sedutisi pur tutti gli altri e fatto generale silenzio, prese il <strong>Giustiniano<\/strong> ad esporre in ben ornato sermone latino le condoglianze della Repubblica per la morte di re <strong>Luigi XII<\/strong>, e in pari tempo le congratulazioni per l&#8217;assunzione del nuovo re al quale ella si protestava, come fu sempre verso la reale casa di Francia, affezionatissima. Rispose il gran cancelliere in nome del re ringraziando, e profferendosi, poi Sua Maest\u00e0 levatasi e chiamati a s\u00e9 gli ambasciatori domand\u00f2 loro se alcuna cosa avessero a conferire in segreto, e con essi ritirandosi nel vano di una finestra, disse essere dispostissimo ad ascoltarli. Allora il <strong>Pasqualigo<\/strong> disse essere ferma intenzione della Signoria di perseverare nell&#8217;alleanza ed lo eccitava anzi ad inviare presto nuove forze in Italia, di ci\u00f2 adducendo l&#8217;oratore molto efficaci e persuasive ragioni. Al che rispose il re: &#8220;<em>l&#8217;ambasciatore qui<\/em> ( accennando <strong>Marco Dandolo<\/strong> che gi\u00e0 si trovava come ordinario alla corte di Francia) <em>mi \u00e8 buon testimonio dell&#8217; amore e della devozione che ho portato prima ancora di essere re a quella illustrissima Signoria ed ora che \u00e8 piaciuto all&#8217;Altissimo Iddio di sollevarmi a tanto grado, ho al tutto deliberato di aiutarla e favorirla e farla pi\u00f9 grande che mai non sia stata per l&#8217; addietro e di ci\u00f2 la certificherete da mia parte, e in breve verr\u00f2 io in persona con l&#8217;esercito mio in Italia, che mal si converrebbe a un giovane mandar altri. Ed \u00e8 certo che non solo io ma tutta la Francia ha grande obbligazione colla Signoria di Venezia, che mentre gli altri, fatto il loro pro&#8217;, ci hanno poi abbandonato, ella sola con tanti pericoli e danni ci \u00e8 rimasta sempre fedele. Il che dovendo io ben riconoscere, le sar\u00f2 il miglior amico che mai le sia stato alcun re di Francia od altro principe cristiano e serber\u00f2 sempre con lei buona al leanza con inviolabile fede<\/em>&#8220;. Poi soggiunse che per meglio assicurar il proprio regno e poter quindi pi\u00f9 di proposito attendere alle cose d&#8217;Italia, aveva fatto pace con l&#8217;arciduca <strong>Carlo<\/strong> signore dei Paesi Bassi; cercherebbe egualmente di rinnovare l&#8217;alleanza con l&#8217;Inghilterra invitando gli ambasciatori a volerlo in ci\u00f2 coadiuvare, n\u00e9 si mostrerebbe rest\u00eco dal consentire alla tregua che il re di Spagna proponeva. (1) &#8230; <em><strong>segue<\/strong><\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.<\/p>\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). 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