{"id":64832,"date":"2021-02-14T13:26:43","date_gmt":"2021-02-14T13:26:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64832"},"modified":"2021-02-14T13:26:46","modified_gmt":"2021-02-14T13:26:46","slug":"la-guerra-della-lega-di-cambrai-1508-1516-xiii-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64832","title":{"rendered":"La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XIII parte"},"content":{"rendered":"\n<h3>La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XIII parte<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Battaglia di Ravenna vinta per i Francesi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I Francesi assediavano Ravenna, quand&#8217;ebbero notizia dell&#8217;avvicinamento dell&#8217;esercito del <strong>Cardona<\/strong>, contro il quale drizzarono tosto le loro artiglierie; fece il <strong>Foix<\/strong> nella notte del 10 aprile gettare alcuni ponti sul fiume <em>Ronco<\/em> e spianare gli argini che lo frenavano in tempo di piena; e la seguente mattina, domenica di Pasqua, fece passare i suoi fanti tedeschi dall&#8217;altra parte, mentre il restante dell&#8217;esercito passava il fiume a guado. Rest\u00f2 <strong>Ivone d&#8217;Allegre<\/strong> con quattrocento lance e la fanteria della retroguardia sulla sinistra del <em>Ronco<\/em> per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna: due capitani italiani, i fratelli <strong>Scotto<\/strong>, guardavano con mille fanti il <em>ponte del Montone<\/em>, altro fiume che scendendo dall&#8217;Appennino si congiunge sotto le mura di Ravenna col <em>Ronco<\/em>, per assicurare al caso di bisogno la ritirata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <strong>Cardona<\/strong> dal canto suo, invece di entrare nella citt\u00e0, con che avrebbe potuto ridurre a mal partito i Francesi, si accamp\u00f2 tre miglia distante, attendendo a fortificarsi: aveva da una parte il <em>Ronco<\/em>, dall&#8217;altra un profondo fosso da lui fatto cavare; tutta la fronte dell&#8217;esercito era guarnita d&#8217;artiglierie. I Francesi, passato il <em>Ronco<\/em> ed avvicinatisi all&#8217;esercito spagnolo, cominciarono a sparare la loro artiglieria, ma con poco danno degli Spagnoli riparati dietro il dicco, mentre essi invece erano esposti a tutto il fuoco dell&#8217;artiglieria nemica; perci\u00f2 dopo un inutile assalto e aver perduti ben mille duecento uomini furono costretti a ripiegarsi. Se non che giunto intanto il duca <strong>Alfonso<\/strong> si mise a fulminare di fianco gli Spagnoli; gli Italiani capitanati da <strong>Fabrizio Colonna<\/strong> non pi\u00f9 soffrendo di perire cosi ingloriosamente, vollero uscire all&#8217;assalto contro l&#8217;artiglieria del duca, ma assaliti di fianco da <strong>Ivone d&#8217;Allegre<\/strong>, dopo ostinatissima difesa furono rotti e dispersi. <strong>Fabrizio<\/strong> vedendo ormai disperate le cose sue si arrese ad <strong>Alfonso<\/strong> che gli promise di non consegnarlo ai Francesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D&#8217;altra parte i fanti spagnoli venuti finalmente nella mischia superavano i tedeschi dell&#8217;esercito di Francia. <strong>Ivone d&#8217;Allegre<\/strong>, gi\u00e0 perduti i figliuoli, si gett\u00f2 disperato tra i nemici e cadde trafitto da mille colpi, <strong>Gastone di Foix<\/strong> accorso, fu parimenti ucciso, la cavalleria francese atterrita per la perdita dei suoi capi, si ferm\u00f2, e la fanteria spagnola pot\u00e9 continuare tranquillamente la sua ritirata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu la battaglia di Ravenna memoranda fra tutte quelle del secolo, per l&#8217;accanimento dei combattenti, per i prodi capitani che vi ebbero parte, per le sue conseguenze. Perci\u00f2, sebbene i Francesi avessero a deplorare grandi perdite e quella specialmente di <strong>Gastone<\/strong>, le truppe della lega si trovavano cosi mal ridotte, che Ravenna il d\u00ec seguente si arrese ai Francesi, lo stesso fecero <em>Imola<\/em>, <em>Forli<\/em>, <em>Cesena<\/em>, <em>Rimini<\/em>, ed il papa intimorito gi\u00e0 mostrava inclinare alla pace, se non che lo dissuadevano gli ambasciatori veneziani, rappresentandogli avere ancor forze sufficienti, e gi\u00e0 pronti gli Svizzeri a calare in loro soccorso. Difatti questi si adunavano a <em>Coira<\/em> in numero di ventimila; e il papa riconfortato dichiarava nel concilio aperto il 3 maggio nel <em>Laterano<\/em>, voler persistere nella guerra. Gli Svizzeri, ottenuto il passo da <strong>Massimiliano<\/strong>, scendevano per il Trentino e si congiungevano nel Veronese con le genti veneziane comandate da <strong>Gian Paolo Baglioni<\/strong>, succeduto al <strong>Malvezzi<\/strong> morto l&#8217;anno innanzi. Per cui la condizione del <strong>La Palisse<\/strong>, che aveva assunto il comando delle truppe francesi, si faceva ogni di pi\u00f9 pericolosa; le truppe stesse erano stanche delle lunghe guerre, scemate nel numero anche per le genti richiamate in Francia per opporle al re d&#8217;Inghilterra che vi aveva fatto uno sbarco, sparse sopra un ampio territorio. Fu quindi necessit\u00e0 al <strong>La<\/strong> <strong>Palisse<\/strong> sguarnire Bologna e gi\u00e0 pericolando Milano si vedeva costretto a concentrare possibilmente le sue truppe da quella parte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Sventure di Francia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma&nbsp; l&#8217;esercito spagnolo e pontificio rifattosi, riprendeva <em>Rimini<\/em>, <em>Cesena<\/em>, <em>Ravenna<\/em> e minacciava Bologna. <strong>La Palisse<\/strong> vedendo impossibile di tener testa a tanti nemici, pensava di distribuire le sue genti nelle piazze forti per stancare l&#8217;impeto degli Svizzeri ed esaurire le finanze del papa e dei Veneziani, quando ad un tratto gli vennero a mancare anche i Tedeschi che <strong>Massimiliano<\/strong>, a tenore della tregua, richiamava in Germania. Nel tempo stesso gli Svizzeri andavano sempre avanzando, e gi\u00e0 presa era Cremona, alla quale occasione il Senato scriveva al general <strong>Cappello<\/strong>, lodando quanto aveva fatto di offrire ai capitani svizzeri una taglia in luogo del sacco che volevano dare alla citt\u00e0; Bergamo alz\u00f2 spontaneamente le bandiere della Repubblica; Bologna cacciati di nuovo i <strong>Bentivoglio<\/strong> accettava il duca d&#8217;Urbino; <strong>Gian Giacopo Trivulzio<\/strong>, veduta l&#8217;impossibilit\u00e0 di sostenersi a Milano, si ritirava con le sue truppe in Piemonte; vano tornava il divisamento del <strong>La Palisse<\/strong> di difendersi in Pavia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec la fortuna francese cadeva del tutto in Italia, ma il carico delle spese della guerra era sostenuto interamente dalla Repubblica, la quale scriveva al suo oratore a Roma, dichiarasse a quella corte non esser pi\u00f9 tempo da parole, e che il modo pi\u00f9 pronto di terminar la guerra era quello di conservarsi gli Svizzeri pagandoli; altrimenti tutto andrebbe in mina; doversi considerare che ora la propria sorte era del tutto in mano loro, e che bisognava necessariamente tenerli contenti. &#8220;<em>Non c&#8217;\u00e8 rimedio, diceva la lettera, hanno si pu\u00f2 dire in quattro giorni fugati i nemici, e continuando, in brevissimo li manderanno di l\u00e0 dei monti, rivolteranno lo Stato di Milano: Ferrara e Bologna e tutto il resto della Romagna verranno all&#8217;obbedienza di nostro Signore. Ma lo diciamo di nuovo, e lo replichiamo, bisogna soddisfarli nel miglior modo si possa e non esacerbarli perch\u00e9 non hanno mezzo, toccano gli estremi, e conclusive vogliono denari<\/em>&#8220;. La lega continuava a prosperare: Genova ribell\u00f2 a Francia e accolse doge quel <strong>Giano Fregoso<\/strong> che era stato fin allora al soldo della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Milano alzava la bandiera sforzesca in favore di <strong>Massimiliano<\/strong> figlio di <strong>Lodovico il Moro<\/strong>; il papa non solo riacquistava il suo, ma aggiungeva ai propri Stati, Parma e Piacenza, pretendendo essere compresi nella donazione di <em>Carlomagno<\/em>; il duca di Ferrara, abbandonato dai suoi alleati, aveva dovuto umiliarsi; i Veneziani tornavano in possesso di quasi tutta la terraferma, meno qualche fortezza che come Brescia si teneva ancora pei Francesi; il cardinale <strong>Giovanni de Medici<\/strong> preso da loro prigioniero nella battaglia di Ravenna e sottrattosi nella loro ritirata pot\u00e9 coll&#8217;appoggio delle genti spagnole comandale dal <strong>Cardona<\/strong> rientrare in Firenze e ristabilirvi al governo <strong>Giuliano<\/strong> suo fratello che vi tenne il suo ingresso il 2 settembre. L&#8217;apparenza che egli diede a principio di voler conservare una giusta libert\u00e0, ben tosto svan\u00ec, per cedere il luogo al governo oligarchico di una bal\u00eca composta di una ventina di individui proposti dal <strong>Medici<\/strong> con facolt\u00e0 di prorogarsi d&#8217;anno in anno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si convocava intanto una dieta della&nbsp; lega in Mantova per discutere e regolare le nuove condizioni di cose, cominciando gi\u00e0 a sorgere anche alcuni disgusti, principalmente per la suddetta usurpazione del papa a danno del ducato di Milano, e perch\u00e9 <strong>Massimiliano<\/strong> nel favorire la lega non intendeva minimamente di rinunziare alle sue pretensioni sulle terre che egli diceva dell&#8217;impero. Egli chiedeva il pagamento dei diciotto mila ducati di cui andava ancora creditore a motivo della tregua; che fosse dato un salvacondotto ai Francesi che si trovavano nella fortezza di Legnago; che i Veneziani non dovessero tentare n\u00e9 Cremona pervenuta al duca di Milano, n\u00e9 Brescia n\u00e9 altri luoghi finch\u00e9 non fosse assestata ogni altra cosa.<\/p>\n<p><strong>I Veneziani ricuperano Crema e Brescia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del che altamente si dolevano i Veneziani, e raccomandavano al provveditore generale, sollecitasse, facesse di tutto per aver Brescia ; se venissero Tedeschi da Verona o Francesi da Legnago per difenderla, li trattasse pur da nemici. Cos\u00ec Brescia si trovava di nuovo assediata e la Repubblica non ristava dal mandare rinforzi al campo per stringerla sempre pi\u00f9. Crema veniva ceduta da <strong>Benedetto Crivelli<\/strong> che in ricognizione fu fatto nobile veneziano con due mila ducati di rendita l&#8217;anno, una casa donata in Padova, e ottocento ducati di benefici ecclesiastici per un suo nipote ed altri privilegi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il papa che si era fatto intanto mediatore della pace, voleva dettarla a modo suo e richiedeva che i Veneziani rinunciassero a <strong>Massimiliano<\/strong>, Vicenza e Verona e pagassero trecento libbre d&#8217;oro l&#8217;anno a titolo di censo e duemila cinquecento per l&#8217;investitura delle altre terre. Le quali condizioni trovava la Repubblica incomportabili, e per la gravezza delle somme e per lo costituirsi perpetuamente censuari, offrendo invece ragionevole somma, da pagarsi solo vita durante di Sua Maest\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Udienza di Antonio Giustinian dal re Luigi XII<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cadde alfine Brescia, ma dall&#8217;<strong>Aubigny<\/strong> che vi comandava fu ceduta al principe di <strong>Cariati<\/strong> per l&#8217;imperatore, anzich\u00e9 ai Veneziani, i quali non poco se ne alterarono. Ritiratisi i Francesi dalla Lombardia fino ad Asti, il <strong>Trivulzio<\/strong>, chiamato a s\u00e9 <strong>Antonio Giustinian<\/strong> fatto prigioniero a Brescia, gli disse: meravigliarsi grandemente di non aver avuto risposta dalla Repubblica a quanto le aveva fatto sapere col mezzo del <strong>Gritti<\/strong>; che egli continuava nella medesima buona disposizione verso di essa, anzi lo avrebbe&nbsp; condotto fino a <em>Blois<\/em> ove ci\u00f2 intenderebbe dalla bocca stessa del re. Difatti giunto il <strong>Giustinian<\/strong> a Blois prima di esser ammesso alla presenza di <strong>Luigi<\/strong> allora malato di gotta fu introdotto a quella di <strong>Gian Giacopo<\/strong>&nbsp; e <strong>Teodoro Triulzi<\/strong>, e del <strong>Robertet<\/strong> primo ministro. Prese quest&#8217;ultimo a parlare&nbsp; dicendogli&nbsp; le stesse cose, e che quanto era fino allora succeduto era stato contro la volont\u00e0 del re, trascinato da cattivi consigli, specialmente dall&#8217;ambizione del cardinale di <strong>Roan<\/strong>; che ora la concordia tra Francia e Venezia sarebbe perpetua avendo l&#8217;esperienza dimostrato che il disaccordo loro era la mina d&#8217;ambedue, esortava quindi il <strong>Giustinian<\/strong> a recarsi presto a Venezia che farebbe buon officio per la patria sua, e onore e utile a s\u00e9, anzi sarebbe fin d&#8217;ora libero e senza alcuna taglia. Poi gli disse segretamente che se la Repubblica consentisse, le si farebbero tali partiti che avrebbe a tenersene ben soddisfatta. Il giorno seguente presentatosi al re che era nella sua camera da letto con le finestre chiuse e steso in un seggiolone incortinato, presenti soltanto <strong>Gian Jacopo Triulzio<\/strong> e il <strong>Robertet<\/strong>, e fatte le debite riverenze al re, questi si lev\u00f2 la berretta e stese all&#8217;ambasciatore la mano, domandandogli se volesse che gli parlasse francese ovvero gli facesse parlare italiano. E avendo il <strong>Giustinian<\/strong> risposto che si sarebbe pienamente conformato al piacere di Sua Maest\u00e0, ma che intenderebbe meglio l&#8217;italiano, il re ordin\u00f2 a <strong>Robertet<\/strong> di parlare. Espose il <strong>Robertet<\/strong> quanto gli aveva gi\u00e0 detto ma con maggiore efficacia, e il re postasi la mano al petto, disse che questa era la sua mente, e che da lui non mancherebbe se la Signoria volesse, n\u00e9 lasci\u00f2 di esortare l&#8217;ambasciatore a consigliarla a questo, e ad accordarsi con Francia. Il <strong>Giustinian<\/strong> rispose che il tutto avrebbe riferito e si accomiat\u00f2. Il re gli fece dare salvacondotto ed una mula, ed esposta che ebbe il <strong>Giustinian<\/strong> al Senato la sua missione, fu deciso doverne prima d&#8217; ogni altra cosa dar parte al re Cattolico e al papa. &nbsp; (1) &#8230; <em><strong>segue<\/strong><\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). 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