{"id":64555,"date":"2021-01-10T06:55:41","date_gmt":"2021-01-10T06:55:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64555"},"modified":"2021-01-10T06:55:44","modified_gmt":"2021-01-10T06:55:44","slug":"ludovico-manin-doge-cxx-3-3-anni-1789-1797-a","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64555","title":{"rendered":"Ludovico Manin Doge CXX 3\/3. &#8211; Anni 1789-1797  (a)"},"content":{"rendered":"\n<h3>Ludovico Manin Doge CXX 3\/3. \u2014 Anni (a)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sorpresa e terrore, misti a qualche impeto generoso, furono i sentimenti di cui rest\u00f2 compreso quel solenne consesso ad un linguaggio s\u00ec fiero e s\u00ec ingiusto. Due vie quindi rimanevano da abbracciare, o gloriosamente perire con solenne protesta in faccia a tutta l&#8217; Europa, o scendere nell&#8217;avvilimento, concedendo ci\u00f2 tutto si chiedeva.\u00a0 Il collegio, composto per la maggior parte di uomini deboli, o aspiranti a nuovo ordine di cose, prefer\u00ec l&#8217;ultima, e rispose, per il labbro del doge, parole conciliatiti, e che la bisogna sarebbe portata alla deliberazione del <em>Senato<\/em>; al quale infatti fu comunicata la stessa sera, ma in tali forme vestita da indurre quel corpo deliberativo, dopo varie e vive discussioni, a statuire l&#8217;invio di due lettere, una al ministro <strong>Lallement<\/strong>, l&#8217;altra a <strong>Bonaparte<\/strong>, nelle quali, in termini dimessi, si assicurava perpetua amicizia, scusando la levata in armi delle popolazioni siccome spontanea, e a solo oggetto di reprimere la rivolta e di respingere la violenza dei sollevati: essere disposta la Repubblica di secondare gli espressi desideri del generalissimo; usata da lei ogni diligenza per scoprire i rei degli attentati contro le milizie francesi per debitamente punirli: finalmente annunziava, che, per conciliare ogni vertenza, sarebbero spediti al quartier generale due nuovi deputati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Furono quindi a cotal carica eletti <strong>Francesco Don\u00e0<\/strong>\u00a0e <strong>Leonardo Giustiniani<\/strong>, ai quali si diede l&#8217;uffizio d&#8217;insinuare a voce vieppi\u00f9 i sentimenti espressi nella scritta; offrire ogni schiarimento; calmare ad ogni modo <strong>Bonaparte<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La debolezza dei savi, oltre che mettere in libert\u00e0 i prigionieri fatti a Sal\u00f2, fece s\u00ec che proposero decreto di sospensione ai reclutamenti. Ma per le vigorose rimostranze di <strong>Marcantonio Michiel<\/strong> e <strong>Daniele Renier<\/strong>, e pi\u00f9 per quelle generose di <strong>Girolamo Giustiniani<\/strong>, che offerse i suoi medesimi figli a difesa della patria, si autorizzarono, in quella vece, i vari rettori nella Terraferma di reclutare unicamente fino all&#8217; intero completamento di quei corpi che gi\u00e0 esistevano nei loro territori. Avvisato <strong>Bonaparte<\/strong>, da <strong>Balland<\/strong>, comandante in Verona, di questa disposizione, dava a lui nuovo motivo di sdegno, per cui poco buona accoglienza si preparava agli inviati veneziani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La rete da ogni parte era tesa per far cadere, per le male arti di Francia, la innocente e troppo debole Repubblica. Cos\u00ec l&#8217;ambasciatore <strong>Querini<\/strong>, a Parigi, era tratto per esse a credere che con l&#8217;esborso di 700.000 lire, dato al capo del direttorio esecutivo, si potesse salvare da una rivoluzione il governo veneziano; per cui egli, autorizzato dal Senato, rilasciava biglietti per quella somma, pagabile ad un mese data, con dieci giorni di rispetto.\u00a0 Se non che, prima della scadenza di quella obbligazione, doveva compiersi il tradimento, a cui diedero mano a Bonaparte altri iniquissimi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le pratiche di pace di questo con l&#8217;imperatore a <em>Judemburgo<\/em> erano state nel frattempo continuate; e mostrandosi il generalissimo disposto ad offrire all&#8217;Austria compensi nei veneti territori, fu promulgata la tregua fin che fossero accordati i preliminari di pace. A porsi in grado di dare cotesti meditati compensi non si lasciava di commettere dalle truppe francesi gli atti pi\u00f9 sleali ed iniqui. Disarmavano desse gli abitanti tutti delle valli e del territorio bresciano; occupavano, nel Friuli, il <em>castello di Osopo<\/em>: il generale <strong>Mayoux<\/strong> intimava, per ordine di <strong>Bonaparte<\/strong>, che entro ventiquattro ore fossero espulsi da <em>Legnago<\/em> tutti i Veneti della capitale, che non formassero parte del governo e della truppa veneta di quella fortezza; ordine poi che non ebbe effetto, per la fermezza dimostrata dal provveditore <strong>Bertucci Pizzamano<\/strong>: oltre al <em>Mincio<\/em> poi commettevano i Francesi incalcolabili soprusi a danno dei veneti sudditi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Verona si preparava sanguinosa tragedia. La nuova del disarmo operato dai Francesi a <em>Castelnovo<\/em>, l&#8217;avanzare che faceva un corpo di Cispadani verso Verona medesima, ed il timore che entrassero nella citt\u00e0, a cui opporsi non assent\u00ec il <strong>Beaupoil<\/strong>, facente le funzioni del generale francese <strong>Balland<\/strong>, posero in necessit\u00e0 i provveditori di dar ordine ai capitani <strong>Maffei<\/strong> e <strong>Miniscalchi<\/strong> di tenersi ben sulle guardie, e di far marciare verso la <em>Croce Bianca<\/em> cinquecento Schiavoni con qualche pezzo d&#8217; artiglieria; ai quali poscia si un\u00ec il corpo del co. <strong>Francesco Emilii<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ai quali movimenti infuriava il generale <strong>Kilmaine<\/strong> da Milano, scrivendo parole terribili ai provveditori; ed il generale <strong>Balland<\/strong> da Verona minacciava di far fuoco sulla citt\u00e0 al minimo attentato contro i Francesi.\u00a0 In tanto irritamento degli animi era impossibile non sorgesse qualche motivo per romperla. Difatti, sia per una o per l&#8217;altra cagione, il 17 aprile, in cui cadeva la seconda festa di Pasqua, nacque un tafferuglio tra una pattuglia civica veronese ed alcuni Francesi, vari dei quali rimasero uccisi; sicch\u00e9 il popolo tutto infuri\u00f2. Quindi sul declinare del giorno stesso scoppiava ad un tratto la terribile sollevazione veronese, in cui, insultate da prima le guardie francesi sparse nei vari luoghi della citt\u00e0, il comandante <strong>Carr\u00e9re<\/strong> fece sonare a raccolta, ponendosi sulle difese nella piazza d&#8217;armi, ritirandosi poscia nel <em>castel Vecchio<\/em>. Crescendo il tumulto, il <strong>Balland<\/strong> tirar fece tre cannonate dal castello, per cui infuriata pi\u00f9 sempre la popolazione, si volse contro di quello; ed allora le cannonate continuarono. E pi\u00f9 cresceva il furore, si dava nelle campane: i Francesi sparsi per la citt\u00e0 cercavano ricovero frettolosi al castello, ma spesso cadevano vittime del popolo, che con urla e grida, con armi e sassi li perseguitava; onde seguirono abbominevoli fatti, dappoich\u00e9 perfino le donne, i vecchi, i fanciulli, i malati, barbaramente si trucidarono. Invano adopravano i veneti rappresentanti ogni mezzo per acquetare il popolo, per metter termine alle stragi, ch\u00e9 ascoltati non erano. Intanto i castelli tuonavano. Al pericolo della sua patria accorse, da <em>Castelnovo<\/em>, il co. <strong>Francesco Emilii<\/strong>, con le sue genti; si present\u00f2 alla porta San Zeno con due pezzi di cannone, sei cento Schiavoni e duemillecinquecento villici, e, respinti i Francesi, entr\u00f2 nella citt\u00e0, schierandosi in ordine di battaglia sulla <em>piazza Br\u00e0<\/em>. Il <strong>Nogarola<\/strong> pure entr\u00f2, vinta ogni resistenza, dalla porta San Giorgio. Si fece allora la mischia ancor pi\u00f9 feroce; ed il generale <strong>Beaupoil<\/strong>, che ricevuti, in un momento di tregua, i parlamentari mandati dal <strong>Giovanelli<\/strong> e dal <strong>Contarini<\/strong>, per accertarlo, non essere derivati gli atti ostili per parte del Governo, scendeva in palazzo per abboccarsi con essi. E convennero, obbligandosi, il <strong>Beaupoil<\/strong>, di far cessare il fuoco dai castelli, sospendere la venuta del corpo francese che si avanzava da <em>Peschiera<\/em>; ed il <strong>Giovanelli<\/strong>, di far uscire dalla citt\u00e0 i corpi armati dei villici, rimettere le guardie sul piede primiero, pubblicare un bando per contenere gli abitanti nella moderazione prescritta dalle massime del Governo; riserbando la questione del disarmamento dei villici alle pratiche gi\u00e0 avviate con <strong>Bonaparte<\/strong>. Ma rientrato il <strong>Beaupoil<\/strong> nel castello, accadde che il <strong>Balland<\/strong>, suo superiore, rifiutandosi di approvare lo stabilito, mand\u00f2, in quella vece, al provveditore e al podest\u00e0 intimazione, che il disarmo fosse assoluto e pronto entro tre ore, tanto dei cittadini come dei villici; fossero riaperte le comunicazioni; dati a lui sei ostaggi a sua scelta; data pronta e solenne soddisfazione di tutti gli omicidi commessi sopra i Francesi. Invano rappresentavano, <strong>Giovanelli<\/strong> e <strong>Contarini<\/strong>, la buona disposizione loro, ma insieme le difficolt\u00e0 che alle domande si opponevano; ed invano le offerte loro di riparare al male nel miglior modo possibile; ch\u00e9 il popolo non ne volle sapere di accordi, e saccheggiando la notte non solo le propriet\u00e0 dei Francesi, ma quelle anche di parecchi cittadini sospetti, e massime il quartier degli ebrei; il d\u00ec appresso insist\u00e9 onde li provveditori dessero ordine per l&#8217;assalto del castello. E cercando aiuto di fuori, mandava perfino al <strong>Laudon<\/strong>, che allora scendeva dal Tirolo, perch\u00e9 venisse a soccorrerlo. Allora il provveditore e il podest\u00e0, non vedendo modo di quietare la effervescenza dell&#8217;esaltata giovent\u00f9, n\u00e9 volendo infrangere gli ordini del <em>Senato<\/em>, col rompere in aperte ostilit\u00e0 contro i Francesi, decisero partir da Verona e ritirarsi a Vicenza, di dove scrivevano al <em>Senato<\/em> l&#8217;accaduto, implorando per essi stessi indulgenza, se migliore spediente non trovarono per salvare i riguardi politici del Governo, che quello di allontanarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbandonata a s\u00e9 stessa la citt\u00e0, trascendeva. I preti ed i frati rappresentavano la causa dello Stato indivisa da quella della religione; sicch\u00e9 il popolo, infiammato dalle loro perorazioni, ripigliava l&#8217;assalto dei castelli: grande era da ambedue le parti il furore, immensa la strage; la citt\u00e0, in varie parti, ardeva. Giunta la nuova a Venezia, il <em>Senato<\/em> ordinava a <strong>Nicol\u00f2 Erizzo<\/strong>, provveditore straordinario a Vicenza, di recarsi subitamente a Verona con valide forze per ristabilire l&#8217;ordine; e scriveva ai deputati spediti a <strong>Bonaparte<\/strong>, informandoli dell&#8217;accaduto a loro norma. Poco stante riceveva il <em>Senato<\/em> medesimo nuovo avviso, che il <strong>Giovanelli<\/strong> e il <strong>Contarini<\/strong>, per consiglio dell&#8217;<strong>Erizzo<\/strong>, e per la speranza di nuove pratiche di accomodamento, introdotte col generale <strong>Balland<\/strong>, erano ritornati a Verona. Ma nulla poterono conchiudere; per cui, allora che giunsero, aveva ricominciato pi\u00f9 furioso che innanzi il fuoco dai castelli, e, rotta ogni trattativa, non rimaneva loro che invocare pronti soccorsi, altrimenti era la ruina della citt\u00e0 inevitabile. L&#8217;<strong>Erizzo<\/strong> infatti, per nuovo ordine del Senato, si recava, unitamente al generale co. <strong>Stratico<\/strong>, coi rinforzi, ma intanto il generale <strong>Chabran<\/strong>, sconfitti i veneti alla <em>Croce Bianca<\/em> e a <em>San Massimo<\/em>, impadronitosi di <em>Pescantina<\/em>, e giunto alle porte di Verona, intimava di lasciarlo entrare con le sue truppe. Acconsentiva per\u00f2, dopo la risposta negativa del provveditore, a trattare, garantendo la sicurezza dei deputati che a lui venissero a parlamentare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">l popolo non si lasciava cadere dell&#8217;animo, e furiosamente combatteva anche il giorno 22 aprile, crescendo ognor pi\u00f9 le morti, gli incendi e le rovine. Ma il <strong>Giovanelli<\/strong>, desideroso di trovar via di componimento, si recava con il co. <strong>Emilii<\/strong>, il co. <strong>Giorgio Giusti<\/strong> e F<strong>rancesco Merighi<\/strong> ad un abboccamento con il <strong>Chabran<\/strong> tra le mura ed il campo. Sennonch\u00e9 nulla poterono conchiudere per le smodate esigenze del generale francese, che per fino non volle accordare due giorni di tempo, affinch\u00e9 ne fosse data partecipazione al <em>Senato<\/em>. Il quale, informato di ci\u00f2, non cessava di raccomandare ai rappresentanti, continuassero ad adoprarsi con ogni possibile mezzo alla conciliazione, per salute dei cittadini; sicch\u00e9 il <strong>Giovanelli<\/strong> scriveva, il 23, al generale <strong>Balland<\/strong> per riannodare le trattative. Ci\u00f2 valse perch\u00e9 fosse accordato un armistizio di due giorni, durante i quali i provveditori non risparmiarono opera alcuna per mare il popolo, disposti, quanto a loro, prestarsi ad un accomodamento secondo le circostanze chiedevano. Con tal fine formulavano un atto, che servir doveva di base alle risoluzioni del Senato: ma neppur questo fu accolto dal <strong>Balland<\/strong>, sicuro come era del prossimo arrivo delle truppe guidate dal generale <strong>Vietor<\/strong>, e della pace gi\u00e0 conchiusa con l&#8217;imperatore. In quella vece domand\u00f2 si calasse a capitolazione; e, come preliminare di questa, dettava, a condizioni durissime, gli articoli seguenti: 1.o La consegna della porta San Zeno ad un commissario francese, accompagnato da due corpi di granatieri; 2.o la consegna di tutti i Francesi detenuti, o dimoranti in Verona; 3.o l&#8217;inchiodamento delle artiglierie; 4.o la consegna di sedici ostaggi, tra i quali i due provveditori, il vescovo, i fratelli <strong>Miniscalchi,<\/strong> il co. <strong>Emilii<\/strong>, il <strong>Maffei<\/strong> condottiere d&#8217; armi, il <strong>Filiberi<\/strong> e il dott. <strong>Garavetta<\/strong> ; 5.o vietata l&#8217; uscita dalla citt\u00e0 ad uomini, vetture e cavalli; 6.o la truppa veneta d&#8217;ogni genere deponesse le armi nella pianura, lontano cinquecento passi dal gran campo di fronte alla <em>Croce Bianca<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I provveditori, ridotti alle strette, n\u00e9 vedendo altra via di salvezza, soscrissero, a condizione per\u00f2 che avessero ad essere salve le vite e le propriet\u00e0 dei Veronesi e delle truppe. Sennonch\u00e9, giunto intanto il generale <strong>Kilmaine<\/strong>, non ratificando la detta interessantissima clausola, dett\u00f2 il trattato sulle norme dei preliminari accennati; e ritenuti nel castello <strong>Rocco Sanfermo<\/strong>, il co. <strong>Emilii<\/strong> e il dott. <strong>Garavetta<\/strong>, sped\u00ec la carta ai provveditori.\u00a0 I quali, dopo maturo riflesso, credettero non dover sottoscrivere quei patti non solo umilianti, ma neppur valevoli ad assicurar le persone e le propriet\u00e0, pensando, in quella vece, sottrarsi cautamente. E ci\u00f2 eseguirono, uscendo la notte dalla citt\u00e0, con grave pericolo, unitamente al generale <strong>Stratico<\/strong>, scortati fino a Vicenza da un corpo di dragoni, comandati dall&#8217;ufficiale <strong>Filiberi<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allorch\u00e9 fu nota, nella ventura mattina, la partenza dei provveditori, li cittadini costituivano la Municipalit\u00e0, nominando quattro fra loro per trattare con il <strong>Kilmaine<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Furono da molti accagionati i provveditori di vilt\u00e0, d&#8217;inconsideratezza, di crudele paura: addussero eglino in scusa la impossibilit\u00e0 di ridurre il nemico a condizioni pi\u00f9 miti, l&#8217;ira del popolo se le avessero confermate al modo voluto. La cagione vera della loro evasione pu\u00f2 quindi attribuirsi tanto a buono e ragionevole sentimento, quanto a debolezza d&#8217; animo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla notizia della loro fuga infuriava <strong>Kilmaine<\/strong>, ed imponeva alla citt\u00e0 una contribuzione di quarantamila ducati, convenendo con la nuova autorit\u00e0 municipale della salvezza delle persone e degli averi; fossero per\u00f2 disarmati e rinviati i villici ; mandate le truppe venete, con armi e bagaglio, a Vicenza. Acconsentite queste condizioni, vennero infrante tosto dai Francesi. Per cui le milizie rimasero cattive. il cappuccino <strong>Luigi Colloredo<\/strong>, che perorato aveva il popolo all&#8217;armi, i conti <strong>Francesco Emilii<\/strong>, <strong>Augusto Verit\u00e0<\/strong> e il <strong>Malenza<\/strong>, furono tratti a morte, espilato il monte di piet\u00e0, imposta una taglia di centoventimila zecchini, ed altri cinquantamila di caposoldo per i soldati; poi tolte forzate di ogni maniera nella citt\u00e0 e nelle campagne; poi case spogliate; poi tanti gli arbitri e le violenze, che lo stesso generale <strong>Augereau<\/strong>, venuto al comando della citt\u00e0, seriveva a <strong>Bonaparte<\/strong> d&#8217; esserne stato inorridito. La storia quindi di Verona, venuta alla decantata giocondit\u00e0 repubblicana di Francia, star\u00e0 a perpetuo testimonio di quali frutta produce sempre l&#8217; albero amaro della libert\u00e0 fescennina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La fellonia commessa dai Francesi a Verona non era che l&#8217;esordio di quella pi\u00f9 insigne, che doveva finalmente porre in atto <strong>Bonaparte<\/strong> per distruggere la Repubblica veneziana. Ed egli tosto vi diede opera. Era legge, promulgata pi\u00f9 volte, che vietava l&#8217;ingresso nel porto di Venezia ad ogni naviglio armato; legge, che essendo stata allora rinnovata, veniva resa nota al ministro di Francia.\u00a0 Ad onta di ci\u00f2, Bonaparte dava ordine, con il mezzo del generale <strong>Kilmaine<\/strong> a <strong>Giambattista Laugier<\/strong>, comandante del naviglio francese <em>Il liberatore d&#8217;Italia<\/em>, di unirsi ad altri due bastimenti francesi, onde correre il golfo contro la bandiera veneziana. <strong>Laugier<\/strong> infatti partiva dai paraggi di <em>Lagoscuro<\/em>, ed incontrata nelle acque di <em>Caorle<\/em> una barca di pescatori, s&#8217;impadron\u00ec di un cotal <strong>Domenico Lombardo<\/strong> di <em>Chioggia<\/em>, e l&#8217;obblig\u00f2 con la forza a dirigere il naviglio verso il Lido. Avvicinatosi il <strong>Laugier<\/strong> quindi con il proprio legno al porto, fece alcuni tiri di saluto. Ma il comandante del <em>castello di Sant&#8217;Andrea<\/em>, <strong>Domenico Pizzamano<\/strong>, secondo le istruzioni ricevute alla evenienza di simili casi, staccava tosto due lance, facendo rammentare al capitano, come le leggi della Repubblica vietavano per assoluto a qualunque legno armato l&#8217;ingresso del porto. Fu alteramente respinta l&#8217; ammonizione, e mostrando di non voler ritirarsi, furono fatti due tiri di volata dal castello, per avvertire gli due altri legni, che susseguivano in qualche distanza, di non proseguire, i quali obbedirono voltando bordo. Ma non cos\u00ec il <em>Liberatore<\/em>, che pi\u00f9 sempre avanzava. Fosse poi per mala direzione o per la violenza delle acque che lo trascinasse, venne a dar dentro nei legni veneziani, e particolarmente nella galeotta del capitano <strong>Viscovich<\/strong>. Allora si accese feroce battaglia, tonando eziandio il <strong>Pizzamano<\/strong> dal castello, onde alla fine, entrate le venete ciurme nel legno francese, fecero man bassa su quanti trovarono, rimanendo ucciso lo stesso <strong>Laugier<\/strong>. Accorse il <strong>Pizzamano<\/strong>, e riusc\u00ec a grave stento a metter limite al furore, e salvare il restante dell&#8217; equipaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 accadeva il d\u00ec 20 aprile; ed informato dal <strong>Pizzamano<\/strong> il <em>Senato<\/em>, questo decretava lodi e ricompense al medesimo, per avere eseguito gli ordini ricevuti, e agli ufficiali e soldati per essersi distinti con valor nella pugna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e9 a dire quali e quanti rumori ne facessero i Francesi per questo fatto, da loro in cento modi svisato, e massime dal <strong>Lallement<\/strong>, il quale aveva animo per fino di alterarlo in faccia al <em>Senato<\/em>, domandandone soddisfazione piena e solenne, e chiedendo l&#8217;arresto del <strong>Pizzamano<\/strong>, che accagionava di falso nella relazione che desso aveva rassegnato al suo Governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma questo era quel pretesto cui occorreva a <strong>Bonaparte<\/strong> per attaccar lite con la Repubblica veneta, affine di adonestare il suo tradimento, le mire sue di rapina, dopo che le pratiche di pace con l&#8217;imperatore avevano condotto al <em>trattato di Leoben<\/em>, segnato il 18 aprile. Nel quale veniva statuito, che i compensi all&#8217;imperatore, per la cessione del Belgio ed altri mutamenti territoriali, sarebbero dati con quella parte della Terraferma veneziana compresa fra l&#8217;Oglio, il Po, il mar Adriatico e i suoi Stati ereditari, nonch\u00e9 con la Dalmazia e l&#8217;Istria veneziana, compensando dall&#8217;altro canto la Repubblica con la cessione, che le doveva esser fatta, delle tre legazioni di Romagna, Ferrara e Bologna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di queste disposizioni, maneggiate nel pi\u00f9 profondo segreto, trapelava pur qualche cosa; ed <strong>Alvise Mocenigo<\/strong> luogotenente di Udine, e <strong>Pietro Grimani<\/strong> ambasciatore a Vienna, e li due deputati a <strong>Bonaparte<\/strong>, che erano tuttavia in viaggio, <strong>Francesco Don\u00e0<\/strong>\u00a0e <strong>Leonardo Giustiniani<\/strong>, ne davano avviso al <em>Senato<\/em>. E il provveditore generale da mare, <strong>Angelo Diedo<\/strong>, avvertiva del prossimo arrivo in golfo di due fregate e due brick francesi; sicch\u00e9 tutte queste cose augumentavano lo sgomento, e rendevano necessari immediati provvedimenti. Pertanto si raccomandava all&#8217;almirante delle navi in golfo <strong>Leonardo Correr<\/strong>, e al provveditore alle lagune e lidi, la pi\u00f9 oculata vigilanza; autorizzandoli, al caso, di adoprare la forza per impedire l&#8217;ingresso nell&#8217;estuario di ogni legno armato; si ingiungeva ai magistrati alle artiglierie, all&#8217;armar, alle fortezze, all&#8217;arsenale ed al savio alla scrittura di doversi ripartire fra loro il tempo, in guisa di essere sempre pronti ad ogni evenienza; si sollecitava, in fine, l&#8217;armamento della nave <em>Vittoria<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I crescenti bisogni fecero decretare un nuovo prestito di seicentomila ducati, che nella generale diffidenza incontr\u00f2 molte difficolt\u00e0; n\u00e9 si erano risparmiati gli argenti delle chiese e dei monasteri, n\u00e9 ommesse le ritenute di soldo sugli impiegati, appaltatori ed altri. Fu rinnovato il divieto di ammissione di forestieri in Venezia, se non in casi speciali e per i corrieri riconosciuti di appartenenza dei ministri esteri. Contemporaneamente si scriveva ai deputati a <strong>Bonaparte<\/strong>, perch\u00e9 a lui tostamente si presentassero, affinch\u00e9 nei modi pi\u00f9 adattati all&#8217;urgenza, facessero di condurlo a chiaramente spiegare i suoi disegni, autorizzandoli ad entrar seco lui nelle negoziazioni valevoli ad assicurare l&#8217;oggetto importantissimo della conservazione dello Stato. Ma non erano appena date queste istruzioni ai deputati, che giungeva notizia della rivoluzione operata in Vicenza dal generale <strong>Lahoz<\/strong>, il quale, con il proclama 27 aprile, chiamava il popolo alla libert\u00e0, ed a pensare alla propria sicurezza; ed altro consimile, il d\u00ec appresso dirigeva a Padovani; sicch\u00e9 da per tutto scoppiava l&#8217;insurrezione, per cui i veneti rappresentanti di Padova, <strong>Girolamo Barbaro<\/strong> e <strong>Francesco Labia<\/strong>, come il d\u00ec prima, li provveditori <strong>Giovanelli<\/strong> ed <strong>Erizzo<\/strong> ed il capitano di Verona, <strong>Alvise Contarini<\/strong>, riparavano a Venezia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel frattempo il 25 aprile i deputati avevano ottenuto udienza da <strong>Bonaparte<\/strong> a <em>Gratz<\/em>. Presentati a lui dal generale <strong>Berthier<\/strong>, gli accoglieva in sulle prime cortesemente, lasciando che esponessero la loro missione; cosicch\u00e9 fecero del loro meglio nell&#8217;accertarlo dei leali sentimenti della Repubblica verso i Francesi, nel rischiarare gli equivoci insorti, nel proporre le vie per il buono accordo avvenire, sperando che egli non fosse per volere l&#8217;oppressione dei popoli inermi, n\u00e9 che i rivoltosi avessero, succeduto il disarmo, gli uni dopo gli altri a sottometterli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma anzich\u00e9 rispondere in relazione al soggetto, <strong>Bonaparte<\/strong> usciva improvviso con molte domande, con maggiori pretese, con cento ingiurie e dilegi contro il governo veneziano. Voleva la liberazione di tutti indistintamente i detenuti per opinioni politiche; gridava agli assassinamenti dei suoi, commessi in Venezia e nella Terraferma; affermava vero il manifesto impresso a nome del <strong>Battagia<\/strong> dal <em>Senato<\/em>, gi\u00e0 provato falso; diceva odiare il popolo veneto i Francesi, perch\u00e9 questi erano odiati dai nobili; voleva puniti tutti i rei di offese ai Francesi; cacciato il ministro inglese; disarmati i popoli, altrimenti intimava la guerra; finendo con il dire: Io non voglio pi\u00f9 inquisizione, non voglio <em>Senato<\/em>, sar\u00f2 un <strong>Attila<\/strong> per il governo veneto; questo essere gi\u00f9 vecchio, dover quindi cessare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non per ci\u00f2 si smarrirono di animo i deputati, pacatamente respingendo le accuse e le ingiurie, dimostrando essere stata sempre amica di Francia Venezia: sicch\u00e9 il discorso placido, ragionato, insinuante del <strong>Giustiniani<\/strong> valse a calmare quel furibondo, il quale assegn\u00f2 loro nel dopo pranzo una conferenza da soli nel suo gabinetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Chi per avventura si fosse allora innalzato profeta di fronte a <strong>Bonaparte<\/strong>, e gli avesse predetto che troverebbe egli pure un altro <strong>Attila<\/strong> a <em>Sant&#8217;EIena<\/em>, che gli avrebbe fatto scontare questo con altri tradimenti, scontare le parole tiranniche da lui pronunciate, sarebbe stato risguardato siccome stolto. E ben lo trov\u00f2 egli in Sir <strong>Hudson Love<\/strong>; n\u00e9 a nulla valsero i lamenti, il gridare alla ingiustizia, alla barbarie, al vergognoso destino a cui era stato serbato.\u00a0 Oh quanti rimorsi pes\u00f2 su quell&#8217;anima superba! ultimo dei quali, crediamo, non fu quello di avere ingannato fellonescamente e tradito con mille atti nefandi l&#8217;innocente Repubblica veneziana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La conferenza del dopo pranzo manifest\u00f2 pi\u00f9 ancora di quella della mattina, essere Bonaparte deciso a non accettare trattative, ed a voler imporre egli la legge per la sovversione della Repubblica. Aggiungeva ancora nuove pretensioni, come di ventidue milioni di capitali di zecca, e la consegna degli effetti di ragione inglese in Venezia. Tutti gli sforzi e gli argomenti non valsero a persuaderlo di mutar consiglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sciolta la conferenza, e gi\u00e0 partito <strong>Bonaparte<\/strong> alla volta di <em>Bruck<\/em>, giungeva notizia ai deputati dell&#8217;infausto avvenimento del Lido, di cui avevano a dargli ragguaglio, in modo di mitigare l&#8217;esasperamento che doveva in lui suscitarsi. Il fecero, ma per lettera, concepita in termini propri si alla lor dignit\u00e0, come all&#8217;ambizione e ai disegni del generale supremo. Poco stante giungeva loro l&#8217;altra dolorosa notizia dell&#8217;entrata dei Francesi in Vicenza ed in Padova, e delle loro arti per far rivoltare lo Stato. La ducale che ricevevano, li incaricava di veder nuovamente <strong>Bonaparte<\/strong>: ed egli non rispondevano, che avrebbero fatto del loro meglio, attendendolo a Palmanova, ove doveva giungere tra poco; ma che disperavano dell&#8217;esito, e perci\u00f2 pregavano volesse il Senato affidare l&#8217;incarico ad altri pi\u00f9 esperti cittadini, dell&#8217;opera dei quali potesse la patria ripromettersi miglior successo, da quello che essi prevedevano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto le truppe francesi avevano occupato tutti i margini delle lagune, e il generale <strong>Baragucy d&#8217;Hilliers<\/strong> si era anche recato a Venezia dal ministro <strong>Lallement<\/strong>; dai quali portatosi il procurator <strong>Pesaro<\/strong>, nulla pot\u00e9 ricavare, tranne che parole fallaci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I deputati, secondo l&#8217;ordine del <em>Senato<\/em>, chiesero nuova udienza a <strong>Bonaparte<\/strong>, e dopo molte difficolt\u00e0 si presentarono a lui a <em>Palmanova<\/em>; ma non ritrassero che improperi ed insulti, e la formale dichiarazione di guerra, nel caso che il <em>Senato<\/em> non soddisfacesse a tutte le sue pretese. Essi quindi, per giusto riguardo alla dignit\u00e0 delle loro persone, si licenziarono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel tempo che la procella rumoreggiava ogni d\u00ec pi\u00f9 vicina, il <em>Senato<\/em> emanava nuovi decreti, affili di provvedere, con la massima urgenza, alla tranquillit\u00e0 della capitale con opportune pattuglie, e alla vigilanza e difesa dell&#8217;estuario, ordinando agli inquisitori di tener d&#8217;occhio tutte le persone sospette; ordinava che la citt\u00e0 fosse provveduta di acqua, di annona, di ogni genere di sussistenze, per il caso eventuale di blocco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Furono questi gli ultimi atti del <em>Senato<\/em>: perch\u00e9, giunto il dispaccio dei deputati, nel quale si faceva cenno, per la prima volta, delle intenzioni di <strong>Bonaparte<\/strong> di alterare la forma del governo veneto, i savi credettero opportuno di non pi\u00f9 convocare il <em>Senato<\/em>, parendo loro pi\u00f9 acconcio maneggiare le trattative sullo argomento in conferenze straordinarie nelle stanze del doge; conferenze illegali, dalla costituzione concesse soltanto in casi urgenti, nel tempo delle ferie, e le cui deliberazioni dovevano per\u00f2 esser sempre sottoposte di poi al <em>Senato<\/em>, e da esso approvate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tali conferenze si componevano dal <em>doge<\/em>, dai <em>sei suoi Consiglieri<\/em>, dai <em>tre capi delle quarantie<\/em>; a cui si aggiunsero i <em>sei savi grandi<\/em>, i <em>cinque savi di Terraferma<\/em>, i <em>cinque agli ordini<\/em>, quelli del <em>collegio<\/em> usciti, che erano dieci, li <em>tre capi del Consiglio dei Dieci<\/em>, i <em>tre avvogadori<\/em>. In tutti quarantadue.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sera del 30 aprile 1797 si raccoglieva essa Conferenza, per la prima volta, e ci\u00f2 per trovare il modo pi\u00f9 acconcio di comunicare al <em>Maggior Consiglio<\/em> la trista condizione in cui si trovava la Repubblica, a motivo del sempre pi\u00f9 approssimarsi delle armi francesi alle lagune; comunicare l&#8217;espresso volere di <strong>Bonaparte<\/strong> di mutar forma alla veneta costituzione. Parl\u00f2 primo il doge, dopo di lui il provveditore <strong>Dolfin<\/strong>, quindi altri ancora, e massime il procurator <strong>Pesaro<\/strong>; il quale dichiarava la inutilit\u00e0 di qualunque progetto, da quello in fuori della difesa e della tranquillit\u00e0 che mantener si doveva nella capitale, insistendo sulla necessit\u00e0 di rinvenire i mezzi pi\u00f9 propri ad allontanare le ostili armi francesi. Erano tuttavia in discussione i progetti proposti, quando giungeva alla consulta una scritta di <strong>Tommaso Condulmer<\/strong>, comandante la flottiglia, con la quale avvertiva che i Francesi avevano dato principio ai lavori nelle paludi per avanzarsi sempre pi\u00f9 verso Venezia; assicurando per\u00f2 d&#8217;impegnarsi distruggere con il cannone tutte quelle opere loro. Intanto si udiva lontano lontano tuonare le artiglierie, e la costernazione e l&#8217;avvilimento s&#8217;impossessarono di quegli animi imbelli; e pi\u00f9 il doge si mostr\u00f2 inquieto per guisa che lasciava intendere le parole: <em>sta notte no senno sicuri n\u00e9 anche nel nostro letto<\/em>.\u00a0 Alcuni perfino, in tanta agitazione, proponevano la resa; ma <strong>Giuseppe Friuli<\/strong>, <strong>Nicol\u00f2 Erizzo III<\/strong> e gli altri <em>savi di Terraferma<\/em> sostennero doversi difendere; e quindi fu deliberato di scriver tosto al <strong>Condulmer<\/strong>, si difendesse, impedendo qualunque ulteriore avanzamento delle opere ostili, o con l&#8217; uso della forza, o con l&#8217;introdurre trattative d&#8217;armistizio con il generale francese, fintantoch\u00e9 abbia luogo la conchiusione del maneggio gi\u00e0 incamminato con <strong>Bonaparte<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ricompostasi la Consulta, si stabil\u00ec finalmente il modo secondo il quale il doge doveva presentare al <em>Maggior Consiglio<\/em>, da convocarsi il domani, il tenore delle presenti con<span style=\"font-size: inherit;\">dizioni, e la <em>Parte<\/em> che autorizzava i deputati ad entrare in trattative intorno alla forma di governo da adottarsi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era il primo di maggio, e gi\u00e0 si raccoglieva il <em>Maggior Consiglio<\/em>, a sicurezza del quale imprudentemente si aveva fatto circondare il palazzo con armati e cannoni appuntati e miccia accesa; onde tutto quell&#8217; apparato guerresco spargeva il terrore nei cittadini, non ben conoscendo la causa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Entrava il doge nel <em>Maggior Consiglio<\/em>, pallido in volto e lagrimoso, e dopo alcune parole, nelle quali compendi\u00f2 i mali in cui si trovava avvolta la Repubblica, propose la <em>Parte<\/em>, formulata la sera innanzi dalla Consulta, la quale conteneva anche la facolt\u00e0 ai deputati di promettere la liberazione dalle carceri di tutti i detenuti per opinioni politiche dal tempo dell&#8217;ingresso degli eserciti francesi in Italia, secondo la nota di <strong>Bonaparte<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era grave deliberazione da prendersi, ma a tutti argomenti prevalse la considerazione di salvare la citt\u00e0, e che la Repubblica avesse a continuare sotto forme democratiche; per cui il partito fu vinto con cinquecentonovantotto voti affermativi, contro sette negativi e quattordici non sinceri. Partiva la sciagurata deliberazione, e con essa una lettera ai deputati <strong>Don\u00e0<\/strong> e <strong>Giustiniani<\/strong>, a cui si aggiunse per terzo <strong>Alvise Mocenigo<\/strong>, luogotenente di Udine. La quale deliberazione, confermando le prime concessioni, raccomandava ai deputati di usare i pi\u00f9 cauti modi, e tutta la desterit\u00e0 per ottenere che gli effetti riuscissero di minor danno e meno funesti che fosse possibile alla patria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma nello stesso giorno invece, partiti i deputati dalla conferenza di <em>Palmanova<\/em>, <strong>Bonaparte<\/strong> pubblicava, in data primo maggio, un manifesto di guerra, nel quale, ripetendo le antiche accuse, provate false ed inique, contro la Repubblica, intendeva per cotal modo adonestare l&#8217;ingiusto atto e malvagio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II 2 maggio giungeva <strong>Bonaparte<\/strong> stesso a Treviso, ove veniva visitato da quel provveditore straordinario <strong>Angelo Jacopo Giustiniani<\/strong>. Alle proteste di questo, dell&#8217;amicizia della Repubblica verso la Francia, orgogliosamente rispondeva, essere anzi nemiche, per le ostilit\u00e0 da quella a questa praticate, e che quanto a lui che veniva messo di pace, ci dovesse entro dicci ore partire, u sarebbe fucilato. Ma il <strong>Giustiniani<\/strong>, uno di quei pochi in cui scorreva ancora nelle vene magnanimo sangue, imperterrito rispose., affermando nuovamente la lealt\u00e0 del suo Governo; ed in quanto a lui, protestava, che essendo stato destinato dalla patria a quella carica, non gli era lecito, come buon cittadino, se non dipendere dagli ordini di quella.\u00a0 Tornava <strong>Bonaparte<\/strong> alle solite escandescenze ed alle solite accuse, ed il <strong>Giustiniani<\/strong>, quantunque dignitosamente le dimostrasse, con evidenti ragioni, ingiuste e infondate, non pertanto riusciva il suo dire di nullo effetto; che <strong>Bonaparte<\/strong> protestava voler distruggere la Repubblica, ed altro mezzo non esservi a salvarla se non quello che il <strong>Giustiniani<\/strong> stesso si producesse al <em>Maggior Consiglio<\/em>, onde fargli tenere le teste di dieci! <em>inquisitori di Stato<\/em>. Inorridito alla proposta, rispose l&#8217;invitto, non si sarebbe reso giammai a uffizio s\u00ec vile; che se pretendeva a forza risarcimenti, altri ve ne potrebbero essere di natura diversa. Finalmente, vedendo che a nulla riuscivano le sue parole, spinto da patrio zelo, scintasi la spada, gliela depose ai piedi, dichiarandosi prigioniero ed ostaggio per la sua Repubblica, finch\u00e9 patentemente constasse la irreprensibile lealt\u00e0 di essa, o, se ci\u00f2 non bastasse, ed esigesse assolutamente sangue, gli offriva di buon grado il proprio ad espiare le colpe supposte del suo Governo, fino all&#8217;ultima stilla, purch\u00e9 rimanesse salva ed incolume la cara sua patria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla insolita fierezza e costanza d&#8217;animo rimaneva attonito <strong>Bonaparte<\/strong>, e lodato il <strong>Giustiniani<\/strong> come buon cittadino, gli prometeva, a premio della sua lealt\u00e0, che avrebbe salvati i suoi beni nella distruzione generale, che pensava di fare di quelli degli altri nobili. Acu\u00ec, il <strong>Giustiniani<\/strong>, sdegnosamente rispondeva: non essere s\u00ec vile da pensare alla propria salvezza in mezzo al sacrificio della sua patria. Atto e parlare generoso fu questo di <strong>Angelo Giustiniani<\/strong>, e degno che trapassi alla posterit\u00e0, per dimostrare, contro la malvagit\u00e0 di tanti scrittori, esservi stato, anche in quel tempo, uomini illustri nella Repubblica, pari agli antichi eroi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Bonaparte<\/strong> intanto faceva scrivere ai deputati scelti per trattare con lui, che altri menti non gli avrebbe ascoltati, se prima il <em>Maggior Consiglio<\/em> non facesse arrestare e punire i tre <em>inquisitori di Stato<\/em> e il grande ammiraglio, quelli per aver perseguitolo i Veneziani che avevano accolto i Francesi, e questo per aver ordinato l&#8217;assalimento e la distruzione del legno francese, comandato dal <strong>Laugier.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La debolezza di alcuni e la fellonia di altri, che facevano parte della Conferenza, fece s\u00ec che fu proposto e si fece prender la <em>Parte<\/em> dal <em>Maggior Consiglio<\/em>, il 4 maggio, di arrestare i tre <em>inquisitori di Stato<\/em>, non che il comandante del <em>castello del Lido<\/em>. Con questo atto si prepar\u00f2 la macchina dai traditori, ai quali non poterono far fronte i magnanimi <strong>Giuseppe Priuli<\/strong> e <strong>Nicol\u00f2 Guido III Erizzo<\/strong>, per far cadere alla, fine la patria nelle ladre mani del conquistatore. Lungo e doloroso sarebbe il narrare le arti adoperate da costoro, che mercarono eterna infamia, che che ne dica per scusarli uno storico recente. Baster\u00e0 riferire soltanto, che seminato per ogni dove da essi lo spavento, e fatto credere essere sistemata in Venezia una congiura di sedicimila persone, disposte a sostenere l&#8217;invasione minacciata dalle milizie francesi; e fatte allontanare dalla citt\u00e0 le fedeli truppe schiavone, e quindi disarmate le lagune ed i lidi, o reso inutile l&#8217;armo, il d\u00ec 12 maggio 1797 convocarono il <em>Maggior Consiglio<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era legge fondamentale della Repubblica, che ogni volta si trattava di pronunziare deliberazione di massima, dovesse il <em>Maggior Consiglio<\/em> toccare il numero di seicento nobili ; in caso diverso la deliberazione era illegittima e nulla. Eppure si pass\u00f2 sopra a questa inviolabile costituzione, e l&#8217;assemblea composta di cinquecentotrentasette soli individui, deliber\u00f2 il grande atto. Il doge, uomo piissimo, ma debole; senza coraggio, e pari in tutto allo sfortunato <strong>Luigi XVI<\/strong>, non diede peso a questa circostanza; e pallido, tremante, trangosciato, epilog\u00f2 il contenuto delle insidiose dichiarazioni dei traditori; parl\u00f2 sui desideri di <strong>Bonaparte<\/strong>, sulla inutilit\u00e0 della resistenza, sulle promesse che si facevano in contraccambio della voluta riforma ; propose in fine un governo rappresentativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel mentre parlava e si leggevano gli atti relativi, tutto ad un tratto si odono alcune scariche di fucile, con le quali gli Schiavoni, nell&#8217;atto d&#8217;imbarcarsi, salutavano nel sottoposto canale i loro patrioti. Un subito spavento invase gli animi dei radunati, perciocch\u00e9 si credeva che fossero li cospiratori contro il doge e la nobilt\u00e0, sognati dai veri congiurati che avevano cospirato al totale rovesciamento della Repubblica. In quella confusione adunque, si grid\u00f2 disperatamente alla <em>Parte<\/em>, alla <em>Parte<\/em>, ossia alla ballottazione. E la <em>Parte<\/em> gi\u00e0 preparata, e forse neppur letta all&#8217;assemblea, si accettava con cinquecento dodici voti favorevoli, venti contrari e cinque non sinceri. E la <em>Parte<\/em> adottava il sistema proposto del governo provvisorio rappresentativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbracciato questo vergognoso partito, gli stessi nobili, che nel gran Consiglio lo avevano sanzionato, ne rimasero avviliti e confusi. Ma i fautori della novit\u00e0 esultanti per la felice riuscita delle loro trame, diedero il convenuto segnale da un verone del palazzo, e sentissi tosto gridare: Viva la libert\u00e0. Il popolo, incerto da prima sull&#8217; esito della discussione, n\u00e9 mai sospettando s\u00ec profonda abbiezione nell&#8217;animo dei patrizi, venuto in chiaro del fatto, si scaten\u00f2 furioso con incredibile veemenza contro chi emetteva quelle voci di libert\u00e0, e si pose a gridare: Viva san Marco. Nel tempo medesimo fu portata, come in trionfo, per la piazza l&#8217;immagine di San Marco, e ne furono inalberate le bandiere sulle tre grandi antenne, che stanno di fronte alla basilica. Ma il tumulto cresceva pi\u00f9 sempre, e la pubblica sicurezza era minacciata palesemente, perciocch\u00e9 il popolo furibondo scagliato si era sopra le case di coloro che aveva conosciuti nemici e traditori della patria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Senonch\u00e9 il furore popolare essendo un mare in burrasca senza freno, tale tumulto era per minacciare la intera citt\u00e0, e involger nella ruina e nel lutto cittadini innocenti. La patria era caduta, n\u00e9 rimaneva altro che salvarla dagli orrori di una plebe irata e senza legge. A ci\u00f2 accorse la carit\u00e0 di un suo cittadino, il nobile <strong>Bernardino Renier<\/strong>, il quale, investito subitamente del potere di domare il tumulto, con alto coraggio e acutezza di mente, radunati quanti pi\u00f9 pot\u00e9 ufficiali e soldati, scorse le vie della <em>Merceria<\/em>, ed avviatosi al <em>ponte di Rialto<\/em>, pens\u00f2 d&#8217; impedire il transito per quello ai tumultuanti, e col\u00e0 far loro testa e disperderli. Fece quindi barricare le vie laterali di esso ponte. e per poco non perdeva la vita per mano di un di coloro, il quale forsennatamente correndo sopra di lui con la spada in pugno, era l\u00ec per ucciderlo, se due colpi di fucile non lo avessero ferito. Poscia fece recare un cannone, e il fece piantare sul dorso del ponte stesso, appuntandolo verso il <em>campo di San Bartolommeo<\/em>.\u00a0 In quel frattempo s&#8217;ingrossavano i rivoltosi, e gi\u00e0 una mano di loro era presso a superare ogni resistenza e rendersi padroni del posto, se l&#8217;ufficiale che lo comandava non avesse ordinato lo scarico della moschetteria, e poscia, veduto inutile quel mezzo, anche quello del cannone a mitraglia, con il quale colpo alcuni di coloro rimasero estinti, e pi\u00f9 altri feriti. La notte seguente fece collocare il <strong>Renier<\/strong> un altro cannone sul ponte; per cui gli riusciva di salvare da maggiori mali la derelitta sua patria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per tal modo si spegneva, dopo quattordici secoli, la Repubblica veneziana, vittima sfortunata e innocente della sua lealt\u00e0, della generosa ospitalit\u00e0 sua, e di quella impuntabile ed imparziale amicizia, con cui riguard\u00f2 ed accolse nel suo seno ospiti sconoscenti ed ingrati, amici sleali, scellerati e perversi, come diceva il <strong>Tentori<\/strong>. Cadde ella, diciamo noi, per mano di pochi e possenti traditori, i quali abbindolarono i saggi suadendoli per una o per altra maniera, ovveramente sforzandoli con male arti, ad abbracciare il dannato partito di una neutralit\u00e0 disarmata; mentre poteva, ed era in grado di farlo, sostenere una neutralit\u00e0 armata, per la quale salvata si sarebbe, almeno allora, dal naufragio, nonostante la scadenza politica e morale in cui era discesa. E ben diceva uno scrittore della <em>Civilt\u00e0 cattolica<\/em> (Voi. VII, pag. 67; Vol. VIII., pag. 206, 2.da seric), che la caduta di essa Repubblica fu un&#8217;opera di tenebre, un mistero d&#8217;iniquit\u00e0 e di perfidia la pi\u00f9 esecranda, mentre aveva ancora, la Repubblica stessa, in s\u00e9 tanto di sano, e si gagliardi e invitti elementi di vita, che allorquando <strong>Bonaparte<\/strong> diceva aperto: che quel carcame di vecchia era ormai senz&#8217;anima e senza fiato, s&#8217;ingannava a partito. Quel che ci duole, e ci duole nell&#8217;animo altamente, \u00e9 che alla tristizia aggiunsero i traditori le calunnie pi\u00f9 nere, seminate da loro in cento modi e in mille carte. Ma \u00e9 venuta l&#8217;ora anche per queste, che vennero smascherate vittoriosamente da molti degni figli di questa patria lacrimata, la quale vivr\u00e0 sempre nella memoria dei posteri, giusti e gentili, cara e laudata; poich\u00e9<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">La vittoria dei rei triste \u00e8 siccome<br \/>Una notte di colpa; e quella fronda<br \/>Che la incorona, al Sol del vero cade<br \/>Inaridita, e maledetta giace<br \/>Sul terren calpestata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mutato il governo, il doge <strong>Manin<\/strong>, con assai pi\u00f9 pudore ed amor patrio del doge di Genova, <strong>Jacopo Brignole<\/strong>, rifiut\u00f2 la presidenza della instituita Municipalit\u00e0 provvisoria, e ritiravasi nel palazzo di sua moglie gi\u00e0 defunta, <strong>Elisabetta Grimani<\/strong>, ai <em>Servi<\/em>, essendo il suo a <em>San Salvatore<\/em> sul Canal grande, allora in rifabbrica, vivendo vita ritiratissima e tutta v\u00f2lta alle opere di piet\u00e0. Accaduta la sua morte il 23 ottobre 1802, il governo austriaco, allora dominante in Venezia, acconsent\u00ec che si ponesse la sua immagine, in seguito a quelle degli altri dogi, nella <em>sala dello Scrutinio<\/em>, opera di <strong>Girolamo Prepiani<\/strong>, sotto la quale fu scritto il semplice suo nome, cos\u00ec :<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">LVDOVICVS MANIN. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> (a) Dalla gente Manlia romana, o Manilia, vogliono parecchi scrittori, tra i quali il Torrelli, nelle. annotazioni alla Soteria di Lorenzo Longo, il p. Ireneo Della Croce, nell&#8217; Istoria di Trieste, e Francesco Tomasini, nella Istoria della famiglia Manini, che derivassero i Manini medesimi. Imperocch\u00e9, dicono, passati i Manilii da prima in Fiesole, e quindi, minata essa citt\u00e0 dai Goti, si ripararono, ai tempi di Carlo Magno, in Firenze, contribuendo alla riedificazione di quella citt\u00e0; ove, per corruzione di nome, appellaronsi Manini, siccome attestano alcuni marmi ed antiche scritture. Ivi, questa famiglia, produsse molti illustri personaggi, grandi confalonieri, generali di quella Repubblica e capitani delle armi di santa Chiesa. A cagion poi delle guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, nel 4312, si trasfer\u00ec in Udine, nella persona di Manino dei Manini, e vi si radic\u00f2 con fortunati auspizi, rendendosi distinta, con la nobilt\u00e0 del sangue e con la copia delle ricchezze, fra le principali famiglie di quella provincia, godendo la signoria delle contee e castelli di Polcenigo, Fanno, Merso, Mielis, Cordovado, Sedegliano, Bugnis, Chiavaco e Andreis, con altri domini.\u00a0 Pei bisogni della Repubblica, nella dispendiosissima guerra di Candia, avendo offerto il co. Lodovico Manini q. Bernardino, 60.000 ducati in libero dono, ed altri 40.000 di deposito in Zecca, fu ascritto al patriziato con tutta la sua discendenza, per decreto del Maggior Consiglio 11 giugno 1651. Innalza per arme questa famiglia uno scudo quadripartito, recante, nel primo ed ultimo punto in campo d&#8217;oro un leone vermiglio, e nel secondo e terzo, partito d&#8217; azzurro e d&#8217; argento, un cane marino verde coronato d&#8217;oro, sopra l&#8217;azzurro, ed una fascia azzurra sopra l&#8217; argento.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> Nacque Lodovico Manin li 23 luglio 1726, da Lodovico detto Alvise e da Maria Basadonna. Educato nel collegio dei cherici regolari di San Paolo in Bologna, s&#8217;incammin\u00f2 poi nella carriera civile e politica presso Giovanni Da Lezze, e fu con esso a Roma allorch\u00e9 questi sostenne la carica di ambasciatore a quella corte.\u00a0 Ripatriato Lodovico, s&#8217;impalm\u00f2 con Elisabetta Grimani; ed entrato nelle magistrature, per le favorevoli disposizioni naturali, essendo maestoso e gentile nei modi, accorto, pronto e nobile parlatore, prudente nei consigli ed\u00a0 costumatissimo, veniva mandato capitano a Vicenza, donde, non ancora tocco il termine prefisso di sedici mesi, ottenne di ritornare alla patria, ed ivi coprire alcune magistrature che aprivano la via a cariche maggiori.\u00a0 Nel 1757, venne nominato capitano di Verona, ove si distinse per la sua solerte carit\u00e0 nella grande inondazione seguita dell&#8217; Adige, che rec\u00f2 lutto e desolazione a quella citt\u00e0 e provincia. Ripatriato, era eletto senatore, e quindi podest\u00e0 di Brescia. Le zelanti opere esercitate da lui anche nel governo di questa ultima citt\u00e0 gli meritarono, al suo ritorno, la dignit\u00e0 di procurator di San Marco de ultra, il che accadde il d\u00ec 25 novembre 1763.\u00a0 Sostenne in seguito molte magistrature, e cooper\u00f2 alla riduzione delle valli veronesi, alle opere per raddrizzare le svolte dell&#8217; Adige, e ad altre ancora, godendo esso bel nome fra i migliori economisti dei tempi suoi. Nel 1782, fu destinato ad accompagnare il pontefice Pio VI nel suo passaggio per le Provincie venete, allorch\u00e9 si rec\u00f2 a Vienna; e tale fu l&#8217;accoglienza, tale l&#8217;aggradimento dimostratogli dal Santo Padre, che volle decorare il nostro Manin col titolo di cavaliere, ponendogli al collo, egli stesso, in solenne udienza, data in Udine, una collana d&#8217;oro con medaglia di squisito lavoro, e concedendogli parecchi spirituali benefici per s\u00e9 e per la sua famiglia. Tanta fu la gloria che perci\u00f2 consegui, tanta la fede che pose in lui la Repubblica, che morto il doge Paolo Renier, lo volle insignito della suprema dignit\u00e0 della patria, conie superiormente dicemmo. Nei primi anni del suo ducato, nei quali durava tuttavia la calma, volse il pensiero a riedificare il palazzo Delfino a San Salvatore, divenuto di suo propriet\u00e0, affidandone il lavoro all&#8217;architetto Antonio Selva. E perch\u00e9 era splendido proteggitore delle arti, delle lettere, volle che nel detto palazzo si disponessero due magnifiche sale, una per custodirvi una preziosa raccolta di libri e patri monumenti da esso lui acquistati, l&#8217;altra all&#8217;uopo di collocarvi le statue ed i marmi raccolti dalla famiglia Farsetti, che a quei giorni correvano pericolo di essere trasportati fuor di Venezia, studioso con ci\u00f2 di conservare olla patria tanta preziosit\u00e0 Divisamento, che allora, per le agitazioni e lo scompiglio delle pubbliche sorti, non ebbe effetto. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> Caduta la Repubblica, Lodovico Manin, rifiut\u00f2 di accettare la presidenza delta allora instituita Municipalit\u00e0 provvisoria, e ritiratosi nel palazzo Grimani ai Servi, di suo moglie Elisabetta, gi\u00e0 morta, fino dal 1792, come superiormente dicemmo, visse privata vita, bench\u00e9 e dai suoi cittadini e da coloro che in appresso occuparono il dominio delle provincie venete si procurasse di attestargli quella considerazione ben dovuta alle esimie sue personali virt\u00f9. Divideva quindi il tempo suo in opere di piet\u00e0 e di beneficenza. Mor\u00ec il 23 ottobre 1802, ed ebbe sepoltura nell&#8217;arca dei suoi maggiori nella chiesa dei padri Scalzi, uno dei vari templi che attestano solennemente la munifica religione della famiglia Manin. Il nostro Lodovico volle anche in morte lasciare un saggio della sua generosa e prudente carit\u00e0 verso i suoi concittadini, legando, col suo testamento 1.o ottobre 1802, centodiecimila ducati, parte per il mantenimento di pazzi ed imbecilli, e parte per quello di fanciulli o fanciulle abbandonate; il che diede principio in Venezia al pio istituto Manin, riconosciuto di tanta utilit\u00e0 pubblica, che venne in seguito augumentalo per altri lasciti di pii cittadini, e che in oggi forma la gemma pi\u00f9 splendida della carit\u00e0 veneziana.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Ludovico Manin Doge CXX 3\/3. \u2014 Anni (a) Sorpresa e terrore, misti a qualche impeto generoso, furono i sentimenti di cui rest\u00f2 compreso quel solenne consesso ad un linguaggio s\u00ec fiero e s\u00ec ingiusto. 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