{"id":64541,"date":"2020-11-29T05:25:27","date_gmt":"2020-11-29T05:25:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64541"},"modified":"2024-03-25T18:34:57","modified_gmt":"2024-03-25T18:34:57","slug":"pietro-grimani-doge-cxv-anni-1741-1752","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64541","title":{"rendered":"Pietro Grimani. Doge CXV. &#8211; Anni 1741-1752"},"content":{"rendered":"\n<h3>Pietro Grimani. Doge CXV. \u2014 Anni 1741-1752 (a)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il d\u00ec 30 giugno 1741 veniva chiamato al trono ducale il cavaliere e procurator di sier <strong>Marco Pietro Grimani<\/strong>, uomo non solo resosi benemerito della patria per molti ed utili servigi prestati, ma anche degnissimo per la sua sapienza ed erudizione profonda. Egli aveva avuti a competitori il cavaliere e <em>procurator di San Marco<\/em> <strong>Barbon Morosini<\/strong>, ed il procuratore <strong>Nicol\u00f2 Veniero<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La morte dell&#8217;imperatore <strong>Carlo VI<\/strong>, accaduta il 20 ottobre 1740, poneva in grande trambusto l&#8217;Europa per la successione a quel trono; poich\u00e9 <strong>Carlo<\/strong> non lasciava che un&#8217;unica figlia, la celebre <strong>Maria Teresa<\/strong>, maritata a <strong>Francesco di Lorena<\/strong>, gran duca di Toscana. La Francia, principalmente, poi <strong>Carlo<\/strong> <em>elettore di Baviera<\/em>, <strong>Filippo V<\/strong> re di Spagna, <strong>Federico<\/strong> re di Prussia, <strong>Augusto III<\/strong> <em>di Sassonia<\/em> re di Polonia, infine il re di Sardegna, tutti, o per l&#8217;uno o per l&#8217;altro movente, desideravano lo smembramento di casa d&#8217;Austria; tutti agognavano di allargare, per vantati diritti, i loro Stati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un trattato, conchiuso, il 18 maggio 1741, fra i detti principi, mirava a spossessare <strong>Maria Teresa<\/strong>, e ridurre a brevissimi limiti i domini austriaci.&nbsp; La guerra quindi si rompeva in Germania ed in Italia; ma la Repubblica, ferma nel suo sistema di neutralit\u00e0 armata, non diede ascolto, anche questa volta, alle proposte fattele, quando da una e quando dall&#8217;altra parte, dichiarando a tutti di non volere immischiarsi nelle loro contese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A meglio provvedere alla sicurezza dei propri Stati pose in piedi un&#8217;armata di osservazione di ventiquattro mila uomini, retta dal provveditor generale <strong>Angelo Emo<\/strong> e dal provveditore straordinario <strong>Jacopo Bold\u00f9<\/strong>; e questa fece distribuire sulle rive dell&#8217;Adige e sulle frontiere; concedendo per\u00f2 alle parti belligeranti di poter liberamente approvvigionarsi nelle terre veneziane, a condizione di soddisfare subitamente a giusto prezzo le tolte derrate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo modo, nel mentre tutta Europa era allagata di armi e di sangue, Venezia sola godeva profonda pace, fino a che il trattato segnato in <em>Aquisgrana<\/em>, nel 1748, pose a termine le lunghe lotte, e regol\u00f2 sopra un nuovo piano gli Stati dei principi contendenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed appunto per aversi astenuto dalle armi pot\u00e9 la Repubblica sostenersi in grande reputazione all&#8217; esterno; regolare, con utili ordinamenti, l&#8217;interna sua amministrazione; e cos\u00ec porre in grado i cittadini di abbellire vieppi\u00f9 con nuove fabbriche la dominante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All&#8217;esterno operava prima, nel 1742, con l&#8217;Inghilterra affinch\u00e9 fossero riannodate le relazioni interrotte a cagione delle onorificenze fatte al figlio del pretendente <strong>Carlo Eduardo Stuard<\/strong>, quando, sotto il nome di <em>conte d&#8217; Albany<\/em>, era venuto a Venezia: stringeva poscia trattato di alleanza col papa, col re delle Due Sicilie, con Genova, con Malta, a cui ader\u00ec anche il re di Spagna, onde purgare il Mediterraneo dai pirati, e massime da quelli di <em>Algeri<\/em> e di <em>Tunisi<\/em>: passava di buon accordo con la Prussia, con la Germania, con la Danimarca, con la Polonia e con la Russia; ma specialmente vive erano e frequenti le sue trattazioni con la corte di Vienna. La contesa insorta, fin dal 1734, intorno alla giurisdizione del <em>patriarca di Aquileja<\/em>, al quale si voleva sottrarre Gorizia, stabilendo in essa una nuova sede episcopale, o&nbsp; venisse nominato, morto il patriarca, una volta dall&#8217;Austria, un&#8217;altra dalla Repubblica, il successore; quella contesa, si diceva, veniva al fin definita dall&#8217;autorit\u00e0 di papa <strong>Benedetto XIV<\/strong>, il quale, per l&#8217; interposizione della corte di Torino, soppressa, nel 1750, la sede patriarcale di <em>Aquileja<\/em>, eresse in quella vece le due nuove sedi arcivescovili di Udine e di Gorizia. Oltre questa, fu ridotta quasi a termine un&#8217;altra non meno difficile questione, quella cio\u00e8 intorno alle acque del fiume <em>Tartaro<\/em>, nel Mantovano, per certi diritti di navigazione da ambedue le parti pretesi, sicch\u00e9 pot\u00e9 essere alfine appianata con speciale accordo, nel 1753.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In ci\u00f2 concerne agli ordinamenti interni, erano questi divenuti necessari dai vari abusi introdotti, massime nell&#8217;arsenale, per le lentezze e le fraudi che si commettevano. Per cui per ben tre volte furono eletti inquisitori, nel 1732, 1742, 1752, a prenderne in esame la condizione, ascoltare le lagnanze degli operai e portarle al <em>Senato<\/em>, dando esatta notizia dei disordini di ogni maniera che vi avessero incontrato. Nell&#8217;ultimo anno citato, confermate le leggi precedenti, nuove ne furono aggiunte, risguardanti la totale sua amministrazione, la sopravveglianza necessaria sulle guardie e sui custodi, sui depositi, sulle artiglierie, sui bastimenti e loro attrezzi; furono fatte nuove provvisioni per i boschi, che a quell&#8217;importantissimo stabilimento fornivano il legname. Quindi si divenne alla elezione dei patroni dell&#8217;arsenale medesimo, che ebbe luogo poi per legge del 1757. Anche a riparare ai disordini introdottisi nel governo delle provincie, specialmente della <em>Dalmazia<\/em> ed <em>Albania<\/em>, volse le sue cure il <em>Senato<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E di vero li sindaci inquisitori, che di tempo in tempo si mandavano a visitare le provincie, affine di scoprirne i mali, ascoltarvi le querele dei popoli, od applicarvi quei rimedi che pi\u00f9 estimavano opportuni, per la lunga guerra di <em>Candia<\/em>, si aveva intermesso quell&#8217;utilissimo uso, sicch\u00e9, approfittando di quell&#8217;abbandono, parecchi rettori in <em>Dalmazia<\/em> e nella <em>Albania<\/em> lasciavano a proprio vantaggio correre ogni maniera di abusi, onde gli arbitri, le venalit\u00e0, i monopoli, la mala amministrazione della giustizia, disertavano quei poveri popoli, che disperati abbandonavano la patria, quali recandosi nei territori dell&#8217; Austria, quali, persino, in quelli del Turco.&nbsp; A por fine a tanti mali, a cui non valse l&#8217;autorit\u00e0 e lo zelo dei tre inquisitori eletti, ma residenti in Venezia, sorse <strong>Marco Foscarini<\/strong> allora savio, poscia doge, e con eloquente e robusta orazione, detta da lui nel <em>Maggior Consiglio<\/em> il 17 dicembre 1747, vinceva il partito, oppugnato da molti, di mandar inquisitori in <em>Dalmazia<\/em> a riconoscere e correggere gli abusi introdotti nell&#8217; amministrazione di quella provincia; e quindi furono eletti a quell&#8217;uffizio gravissimo <strong>Gio. Battista Loredano<\/strong>, <strong>Vincenzo Nicol\u00f2 Erizzo<\/strong> e <strong>Sebastiano Molino<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche l&#8217;oggetto dei dazi richiam\u00f2 l&#8217;attenzione del governo. Riuscendo difficile l&#8217;esazione giusta ed esatta dei medesimi nelle varie provincia stabiliti, poich\u00e9 molti e di diversa natura, deliberati separatamente al pubblico incanto, infiniti perci\u00f2 erano i pericoli di defraudo all&#8217;erario, pens\u00f2 la Repubblica a rimediarvi, il che fece con la elezione di due <em>Inquisitori sopra li dazi della Terraferma<\/em>, nel 1749, 23 marzo. Ai quali diede l&#8217;incombenza, di riconoscere principalmente la quantit\u00e0 degli oli estratti nei territori di <em>Sal\u00f2<\/em> e di Verona; di rilevare i motivi del degrado degli altri dazi; di por regola a toglimento dei contrabbandi; di pensare a redimere i dazi tutti pregiudicati. Essi inquisitori si occuparono tosto della importante materia, e proposero poi, nel 1751, al <em>Senato<\/em>, di unire in qualche provincia, e se giovasse anche in tutte, quasi impresa unita e congiunta, la somma dei dazi in un solo appalto, onde una sola per tutti uniti fosse l&#8217;impresa medesima. Fu accolta la proposta, e riuscito utilissimo l&#8217;esperimento nelle due camere di Vicenza e di Crema, nel 1765 fu decretata per massima generale, l&#8217;unione dei dazi in tutte le provincie della Terraferma, da deliberarsi ad un solo appaltatore, stabilendo un regolamento valevole a torre qualsiasi abuso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A meglio tutelare gl&#8217;interessi dei cittadini, e a regola e norma delle arti in generale, nel 1751 si riform\u00f2 la conferenza stabilita sopra le arti medesime, ordinando che dovesse esser questa formata da molti giudici, prendendone uno solo dai magistrati seguenti, cio\u00e8 dai cinque savi, dai deputati al commercio, dai provveditori sopra la giustizia vecchia, dai provveditori in zecca, dai provveditori di comun, e da ognuno competente ordinario magistrato di giustizia vecchia e sopra consoli, ai quali fu prescritto di adunarsi nel solo caso che si trattasse di regolare quell&#8217;arte la quale fosse a qualcheduno di loro rispettivamente soggetta. Si elesse eziandio nello stesso anno un inquisitore, estratto dal corpo del Senato, al quale si delegarono gli obblighi seguenti; vale a dire, di rintracciare le cagioni dalle quali provenisse l&#8217;alzamento eccedente dei prezzi nei commestibili con aggravio dei sudditi, e l&#8217;eccesso delle mercedi delle manifatture, e quindi il danno generale del commercio; inquisire, con il rito del <em>Senato<\/em>, sull&#8217;arte principalmente della seta, e sopra l&#8217;ufficio dei mercatanti di questo genere, rilevandone gli abusi, gli arbitri, i dispendi inutili ec. dai quali derivava il difetto delle contribuzioni all&#8217;erario ed ai privati creditori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La pace anche, come notammo, diede modo ai cittadini d&#8217;innalzare, intorno a questi tempi, vari palazzi, tra quali quello dei <em>Grassi<\/em>, dei <em>Morolin<\/em>, dei <em>Curti<\/em>, dei <em>Mangilli<\/em>, dei <em>Fontana<\/em>, dei <em>Rezzonico<\/em>, degli <em>Emo<\/em>, dei <em>Martinengo<\/em>, dei <em>Labia<\/em>, sul gran canale, e dei <em>Zenobio<\/em> ed altri nell&#8217;interno della citt\u00e0; ed anim\u00f2, la pace stessa, la piet\u00e0 loro a procurare la erezione o la rinnovazione di parecchie chiese. Tali furono; 1.a quella di <em>San Tommaso apostolo<\/em>, rifabbricata di pianta nel 1742, coi disegni di <em>Francesco Bognolo<\/em>;&nbsp; 2.a quella di <em>Santa Maria della Piet\u00e0,<\/em> di cui pose la prima pietra, nel 1745, lo stesso doge, avendosi coniata apposita medaglia a perpetua memoria;&nbsp; 3.a quella di <em>Santa Teresa<\/em>, la quale arsa da un incendio accaduto nel detto anno 1715, fu subitamente rifatta; 4.a quella della <em>Maddalena<\/em>, eretta nel 1749, coi disegni del celebre architetto <strong>Tommaso Temanza<\/strong>; e finalmente la 5.a di <em>San Barnaba<\/em>, rinnovata nel detto ultimo anno, sul modello di <strong>Lorenzo Boschetti<\/strong>. Anche il <em>campanile di San Bartolomeo<\/em>, uno dei pi\u00f9 eleganti della citt\u00e0, veniva innalzato nel 1747. Il governo anche diede mano ad erigere la pi\u00f9 colossale e utile opera che vanti Venezia. E&#8217; questa i murazzi, costrutti contro la furia del mare, che di continuo minacciava d&#8217;irrompere nelle lagune. Perci\u00f2 decretava il <em>Senato<\/em>, che sul disegno offerto da <strong>Bernardino Zendrini<\/strong>, si devenisse a murar quella mole, che desta tuttavia la meraviglia dello straniero. Quindi il d\u00ec 24 aprile 1744 si poneva la prima pietra dal Iato di <em>Pellestrina<\/em>, e dopo sette anni di continuato lavoro, veniva consegnata quell&#8217;opera insigne, siccome propugnacolo della veneta sicurezza, con questa inscrizione :<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">VT. SACRA. AESTVARIA \u2014 VRBIS. ET. LIRERTATIS. SEDES \u2014 PERPETVVM. CONSERVENTVR \u2014 COLLOSSEAS. MOLES \u2014 EX. SOLIDO. MARMORE \u2014 CONTRA. MARE. POSVERE \u2014 CVRATORES. AQVVARVM \u2014 ANN. SAL. MDCCLI \u2014 AB. VRBE. CON. MCCCXXX.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;anno dopo, vale a dire il 7 marzo 1752, il doge <strong>Pietro Grimani<\/strong> moriva, nell&#8217;et\u00e0 sua di anni 74, e nei suoi funerali, celebrati nel <em>tempio dei Santi Giovanni e Paolo<\/em>, diceva le sue lodi il canonico di San Marco <strong>Bartolommeo Schiantarelli<\/strong>, che vanno alle stampe. Poscia venia tumulato in <em>Sant&#8217;Andrea della Certosa<\/em> in isola, nell&#8217;arca dei suoi maggiori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I casi straordinari accaduti nella citt\u00e0 sotto la sua ducea sono i seguenti: Il 17 marzo 1744, cadde, con gran rovina, il <em>campanile della Carit\u00e0<\/em>. Il 31 ottobre 1746, e il 9 novembre 1750, crebbe s\u00ec alta la marea, che si andava in barca per la piazza di San Marco. Arsero parecchi incendi in vari luoghi della citt\u00e0, ma li due che recarono maggior danno furono quelli del 10 gennaio 1746, che ruin\u00f2 parte del <em>convento di San Nicol\u00f2 dei Frari<\/em>, e l&#8217;altro, del 5 ottobre 1747, al <em>teatro di San Samuele<\/em>. Da ultimo, <strong>Apostolo Zeno<\/strong>, morendo il 10 novembre 1750, lasciava la sua preziosa libreria in eredit\u00e0 ai <em>padri Domenicani<\/em> sulle Zattere, passata poi, alla soppressione di quel cenobio, alla <em>biblioteca di San Marco<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II ritratto del nostro doge \u00e9 lavorato da <strong>Francesco Salvatore Fontebasso<\/strong>, e reca sul campo questa nota :<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">PETRVS GRIMANI DVX V. 1752 (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> (a) Nacque Pietro Grimani il 5 ottobre 1677, da Pietro q. Murino. Fu egli uno dei pi\u00f9 svegliati intelletti del tempo suo; e per le scienze e le lettere da lui con grande amor coltivate, distinto. Il di lui padre, che lo vide inclinato ad ogni maniera di studio, gli propose di battere la carriera ecclesiastica: ma egli, sentendosi di poter riuscire utile alla patria, abbracci\u00f2 la via delle magistrature: per cui fu tosto eletto camerlengo di comune, poi sopra gli uffici, poi savio di Terraferma. Nel 1710 fu spedito quindi ambasciatore alla regina Anna d&#8217;Inghilterra, dalla quale venne insignito della dignit\u00e0 di cavaliere. Ivi essendo, fu nel 1713 eletto ambasciatore alla corte di Vienna, e due anni dopo destinato alla corte stessa siccome ambasciatore straordinario; nel quale incontro conchiuse la lega fra l&#8217; imperatore Carlo VI e la Repubblica contro il Turco. Ripatriato, sostenne varie magistrature, tra cui quelle di savio del consiglio, di riformatore dello studio di Padova, di luogotenente nel Friuli.&nbsp; Nel 4719 venne decorato della stola procuratoria de supra, infine fu, nel 1741, eletto doge. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> Il conte Girolamo Dandolo, che a titolo di onore e di stima citiamo, nella sua opera La caduta della Repubblica di Venezia, ed i suoi ultimi cinquanta anni, da lui dettata alfine di lavare la patria dalle accuse nefande che le appose, con nuovo esempio, un di lei ingratissimo figlio, affermante essere sparita dal mondo quella Repubblica per mancanza di fede, di educazione, di costumi, di armi, di tesoro, di consiglio, il conte Dandolo, dicevamo, a convenire costui di falso, di calunniatore, anzi diremo meglio, di traditore della propria madre, annoverando veniva gli uomini illustri in tutte le facolt\u00e0 ed in ogni ordine, che fiorirono in Venezia in quell&#8217; ultimo periodo della sua esistenza politica ; e fra questi comprese, a molta ragione, il doge Grimani; e di lui cos\u00ec scrisse. \u00ab Pietro Grimani, molto pi\u00f9 che per l&#8217;altezza degli uffizi sostenuti, vuol essere con grande onore ricordato per il suo molto e vario sapere, e per la splendida lucidezza della sua grave e dignitosa parola, che, quasi regale fiume, cui nessuna forza impedisce o ritarda, sgorgava con sempre uguale fluidit\u00e0 dal suo labbro: per cui, o dottamente ragionasse di astronomia alla presenza di Newton nella reale societ\u00e0 di Londra, di cui era membro egli stesso; o, cittadino fervoroso del pubblico bene, perorasse in Senato e nel Maggior Consiglio, intorno ai pi\u00f9 gravi interessi di Stato; o capo e supremo rappresentante della pubblica maest\u00e0, accogliesse ambasciatori, prelati ed altri personaggi cospicui, in tutti destava sempre uguale lo stupore e la meraviglia. N\u00e9 si dica questi sua rara facilit\u00e0 al ragionare improvviso, doversi credere, pi\u00f9 che altro, special privilegio di una felice disposizione d&#8217;ingegno; perch\u00e9, se entro certi confini pu\u00f2, in qualche modo, menarsi buona l&#8217;osservazione finche usava fra noi la patria favella; non \u00e9 da dirsi altrettanto, d&#8217;allora che svolgeva, con finissimo tatto argomenti di alta politica presso le corti straniere, o che discuteva in lingua francese coi pi\u00f9 datti oltramontani intorno alle scienze pi\u00f9 astruse, l&#8217;usar favellando, speditamente e con garbo, qualunque sia il soggetto intorno a cui si aggira il discorso, una lingua straniera, e sia pur essa quanto pi\u00f9 si vuole vicina alla propria, non fu mai quella facile cosa che vanno spacciando certi spiriti fatui, i quali si persuadono sapere a fondo una lingua, quando abbiano fatto incetta di una qualche dozzina di frasi che gli aiuti ad intendere, bene o male, il Gazzettino della moda. Al Grimani per\u00f2 non \u00e9 intervenuto ci\u00f2 che a molti altri non di rado interviene, di essere condotto, cio\u00e8, dal soverchio affetto per le altrui lingue, a trascurare vergognosamente la propria.&nbsp; Ed infatti, fu egli ottimo prosatore cosi nell&#8217;italiana, come nella latina favella; e valoroso e giudizioso poeta in un tempo in cui l&#8217;Italia non era per anco interamente guarita dalla lebbra del turgido seicento. Di che rimasero testimoni i suoi componimenti gi\u00e0 impressi nelle Rime degli Arcadi, ai quali appartenne col nome di Almiro Elettreo; le quattro latine inscrizioni da lui collocale a decoroso ornamento della sua domestica libreria, che si leggono riferite dal Moschini nella sua Letteratura Veneziana; e dodici grossi volumi manoscritti in forma di ottavo, nei quali aveva raccolti i dispacci, le relazioni e le allocuzioni politiche da lui dettate o proferite nell&#8217;esercizio delle gravi incombenze affidategli dalla patria, che ancora vivente depositava egli stesso nella medesima libreria. E di questa pure parlando, non deve tacersi che tali e cos\u00ec fatte furono la solerzia e la splendidezza da lui usate a metterla insieme, che ben presto crebbe a tanta dovizia, cosi pel numero, come per la rarit\u00e0 delle opere manoscritte e stampate, da essere annoverata fra le principali della citt\u00e0: e che in essa si conduceva abitualmente a ricreare lo spirito travagliato dalle gravi cure del governo, trattenendosi bene spesso in lunghi e dotti colloqui cogli uomini pi\u00f9 celebrati del tempo suo, all&#8217;uso dei quali lasciatala costantemente aperta, come accennava una delle inscrizioni che vi si leggeva: GENIO. FAMILIAE. AMICORUM. VSVI.&nbsp; Non e quindi da meravigliare se il nome di Pietro Grimani, sempre generoso di ogni favore alle lettere ed ai letterali, si vede cosi spesso lodato nelle opere dei suoi pi\u00f9 illustri contemporanei nostrali e stranieri; se tanti credevano acquistar favore alle opere del proprio ingegno a lui intitolate; se l&#8217;Universit\u00e0 di Padova, a celebrare il suo esaltamento al dogado, gli alzava una statua, e gli poneva una gloriosa inscrizione. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Pietro Grimani. Doge CXV. \u2014 Anni 1741-1752 (a) Il d\u00ec 30 giugno 1741 veniva chiamato al trono ducale il cavaliere e procurator di sier Marco Pietro Grimani, uomo non solo resosi benemerito della patria per molti ed utili servigi prestati, ma anche degnissimo per la sua sapienza ed erudizione profonda. 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