{"id":64076,"date":"2020-12-27T12:12:35","date_gmt":"2020-12-27T12:12:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64076"},"modified":"2020-12-27T12:12:38","modified_gmt":"2020-12-27T12:12:38","slug":"la-guerra-della-lega-di-cambrai-1508-1516-vi-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=64076","title":{"rendered":"La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). VI parte"},"content":{"rendered":"\n<h3>La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). VI parte<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Operazioni di guerra<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesi avevano gi\u00e0 cominciato le ostilit\u00e0 in Lombardia, e d&#8217;accordo con loro operavano <strong>Francesco Gonzaga<\/strong> <em>marchese di Mantova<\/em>, entrato anch&#8217;egli nella lega, e <strong>Francesco Maria della Rovere<\/strong> nipote e capitano delle genti del papa in Romagna. Le genti veneziane, comandate dal <em>conte di<\/em> <strong>Pitigliano<\/strong> con il titolo di capitano generale e da <strong>Bartolomeo d&#8217;Alviano<\/strong> con quello di governatore generale, si trovavano raccolte a <em>Pontevico<\/em>, luogo posto sull&#8217;<em>Oglio<\/em> a sette leghe di Brescia, e dal campo si scriveva la sera del 29 aprile come l&#8217;esercito si trovava ben disposto ed eccellentemente animato, come il capitano e il governatore erano stati tutto quel d\u00ec a consulta, e avevano deliberato di passare sul territorio nemico, solo varie essere ancora le opinioni in ci\u00f2, che alcuni pensavano doversi gettar sul Mantovano, altri passando l&#8217;<em>Adda<\/em> sul Milanese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Diversit\u00e0 di opinioni tra i due comandanti veneziani Bartolomeo d&#8217;Alviano e il conte di Pitigliano<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;<strong>Alviano<\/strong>, d&#8217;animo ardito e intraprendente, voleva andare adirittura alla volta di <em>Lodi<\/em> e passar l&#8217;<em>Adda<\/em>, tenendo per fermo che i Francesi non sarebbero in grado di resistergli poich\u00e9 non ancora raccolti e non presente il re; molto potersi ottenere da rapide mosse che ogni loro consiglio sventassero. E sebbene il <strong>Pitigliano<\/strong>, uomo cauto, stimasse che sarebbe un arrischiare troppo ad un colpo e che meglio valesse attendere alla difesa dei propri confini e riacquistare quei luoghi che di qua dall&#8217;<em>Adda<\/em> erano venuti nelle mani del nemico, tra i quali principalmente <em>Treviglio<\/em>, dopo lunga discussione fu vinto il partito dell&#8217;<strong>Alviano<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia scrittone al <em>Senato<\/em>, anche in questo diverse erano le opinioni, propendendo <strong>Andrea Venier<\/strong> e <strong>Giorgio Emo<\/strong> non si dovesse passar l&#8217;<em>Adda<\/em> se non con grande vantaggio, mentre invece <strong>Andrea Tron<\/strong> e <strong>Paolo Pisani<\/strong> volevano si scrivesse ai provveditori <strong>Giorgio Corner<\/strong> e <strong>Andrea Gritti<\/strong> rimettendo in loro, che erano sopra luogo e meglio conoscevano la vera condizione delle cose, la decisione; e questo partito fu vinto con centocinquantadue voti contro trentatr\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo di che <strong>Alvise Mocenigo<\/strong> savio di terraferma propose che passando l&#8217;<em>Adda<\/em>, le truppe veneziane avessero a gridare Italia e libert\u00e0 e portassero uno stendardo con le parole <em>Defensio Italiae<\/em> acci\u00f2 i popoli Milanesi e di altre terre si persuadessero non essere l&#8217;intenzione dei Veneziani volta ad alcuna conquista, ma solo a liberare Milano e cacciare i Francesi dall&#8217;Italia. Ma la proposizione, qualunque ne fosse il motivo, tuttavia non Italia fu neppur libert\u00e0 ballottata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia <em>Italia e libert\u00e0<\/em> erano le grida fra le quali le genti veneziane respingevano un corpo di Francesi che si era attentato di passar l&#8217;<em>Adda<\/em>, poi si volgevano al riacquisto di <em>Treviglio<\/em>, che veniva presa e data al sacco; tutta la guarnigione francese fu spogliata delle arni e rimandata con giuramento, molti distinti capitani furono spediti prigioni a Venezia. Il <em>Senato<\/em> scrisse lettere al campo molto lodando la buona riuscita di quell&#8217;impresa e bene augurandosene per l&#8217;avvenire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Imprudenza di quello e sconfitta alla Ghiaradadda<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma fu speranza illusoria. Il bottino di <em>Treviglio<\/em> disordin\u00f2 le truppe, molti di quei soldati poco avvezzi alla disciplina se ne andarono a vendere gli oggetti predati nelle citt\u00e0 vicine; gli stradioti ed altre genti che si attendevano, tardavano. Del che profittarono i Francesi per passare l&#8217;<em>Adda<\/em> a <em>Cassano<\/em>, luogo acconcio per la sua postura elevata, circondato da un canale del fiume che facendone un&#8217;isola il rafforza, piantato allora d&#8217;alberi opportunissimi a coprire le guerresche operazioni e alle imboscate. Dal qual luogo, il re venuto intanto egli stesso all&#8217;esercito, mosse contro <em>Rivolta<\/em>, posta pure sulle ripe dell&#8217;<em>Adda<\/em>, che non pot\u00e9 a lungo difendersi, poi verso <em>Pandino<\/em> nella speranza di presto avere Cremona. Il qual pensiero gli sarebbe assai probabilmente andato fallito, se l&#8217;esercito veneziano tenendosi nella sua vantaggiosa posizione avesse evitata la battaglia, costringendo il re a ritirarsi per la mancanza dei viveri, cosa temuta dal suo vecchio capitano <strong>Gian Giacopo Trivulzio<\/strong> che il passaggio dell&#8217;<em>Adda<\/em> aveva sconsigliato. Ma non seppe contenersi l&#8217;Alviano e il suo ordine di combattere, ogni cosa guast\u00f2. Lasciato il forte alloggiamento per far fronte ai Francesi comandati dal d&#8217;<strong>Amboise<\/strong>, s&#8217;era avanzato verso di essi: collocati i suoi fanti con l&#8217;artiglieria sopra un argine elevato lungo un torrente allora asciutto, assal\u00ec impetuosamente la cavalleria nemica sopra un suolo coperto di vigneti che le impediva il libero movimento e la respinse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto per\u00f2 arrivava il re con il grosso dell&#8217;esercito, mentre invece quello del <strong>Pitigliano<\/strong> si rimaneva ancora addietro; una dirotta pioggia sopravvenuta aveva reso sdrucciolevole il terreno; tuttavia il valore del generale si era trasfuso nelle sue genti le quali sostennero per ben tre ore con ammirabile intrepidezza il terribile urto: la fanteria italiana dei <em>Briseghella<\/em>, distinta per le sue casacche bianche e rosse, si mostr\u00f2 degna della sua riputazione e del suo capitano <strong>Naldo da Briseghella<\/strong> da cui prendeva il nome. Ma alfine le truppe della Repubblica accerchiale, incalzate, non sostenute a tempo dal <strong>Pitigliano<\/strong>, furono messe in rotta, l&#8217;<strong>Alviano<\/strong> stesso ferito in volto fu preso, grande fu il numero dei feriti e dei morti, intanto l&#8217;esercito del <strong>Pitigliano<\/strong> rimasto salvo pot\u00e9 tranquillamente ritirarsi per attendere i nuovi eventi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Relazione della battaglia dello stesso Alviano<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale fu l&#8217;esito della battaglia di <em>Vailate<\/em> o di <em>Agnadello<\/em> nella <em>Ghiaradadda<\/em>, combattuta il 14 maggio 1509 e che apriva la serie di quelle sciagure che condur dovevano la Repubblica agli estremi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbiamo una relazione della battaglia esposta dallo stesso <strong>Alviano<\/strong> in <em>Collegio<\/em> al suo ritorno dalla prigionia di Francia. &#8220;<em>Ordinato l&#8217;esercito istruttissimo di duemila lance e ventimila fanti e andato in campo, fu consultato quello che si aveva a fare. Io che era ultimo a dir l&#8217;opinione mia perch\u00e9 voleva udir mio padre conte di <strong>Pitigliano<\/strong>, et acci\u00f2 li condottieri aderissero alla mia opinione, dissi: era mia opinione andar su quel del nemico avanti giungesse il re a Milano e era gran ben metter in fuga gl&#8217; inimici e dar cuor ai nostri. Il conte non fu di opinione, dicendo: non par di principiare, e cos\u00ec ser <strong>Giorgio Corner<\/strong> e ser <strong>Andrea Gritti<\/strong> provveditore si lasciarono intender che questo era il voler del senato. Onde visto non poter far quello era il ben dell&#8217;impresa, dissi andiamo verso ponte Molin per aver quel passo, e li feci fare un bastione. In questo mezzo ebbesi avviso che i nemici francesi i quali non erano ottocento lance e diecimila fanti erano venuti a Cassano, e io pur desiderando spingermi avanti feci tanto che venimmo verso Brescia e fu scritto a Vostra Sublimit\u00e0 le opinioni nostre e massime la mia di andar contro i nemici e ne fu rescritto in campo (<\/em>che<em>) tra noi si consultasse il meglio. In questo mezzo si ebbe la nuova che i nemici avevano preso Trevi, onde dissi al conte non era pi\u00f9 d&#8217;aspettare. E cos\u00ec venimmo col campo pi\u00f9 avanti e giunse la Maest\u00e0 del re in campo, che valse assai la sua venuta, ed io pur volendo passar, mai non furono della mia opinione; che Dio volesse si avesse ci\u00f2 fatto. Di comune accordo si and\u00f2 a ricuperar Trevi onde usai ogni sforzo che non fosse saccheggiato per non invilir l&#8217;esercito, ed ebbi in questo grandissima fatica. E voleva fortificar e munir Brescia e il castello di Cremona che del nemico poco mi curava avendo tanto esercito quanto avevamo. E ridotto il campo nostro presso all&#8217;Adda (dove si diceva il re a Cassan voleva passar di qua e (<\/em>io<em>) sapeva non si poter tenere un esercito (<\/em>che<em>) non passi una fiumara lunga), et ordinato li colonelli, tutti stavano preparati; e perch\u00e9 sapeva di ora in ora li andamenti de&#8217;nemici (<\/em>e in questo spendeva assai e val molto ad un capitano <em>) onde intesi ad\u00ec . . . maggio come l\u00e0 notte i francesi passavano di qua e andai dal sig. conte e gli dissi se volesse andare ad obstarli, rispose esser notte e s&#8217;indugiasse alla mattina, che poi si consulteria. E io mi disperava; se era solo gli andava all&#8217;incontro e li rompe va certo. E pensava dove volessero andare. Se andavano a Cremona noi li eravamo alle spalle; a Crema no, perch\u00e9 era fortissima, ed essendo il re passato di qua d&#8217;Adda con l&#8217;esercito, io per inanimar li nostri li faceva scaramucciar insieme ogni giorno, inanimandoli che questo voleva perch\u00e9 coll&#8217;esercito avevamo, sperava indubitata vittoria. E intesi per spie, che d&#8217;ora in ora sapeva quello facevano i nemici, che volevano andar a prender l&#8217;alloggiamento di Pandin che \u00e8 sito fortissimo e star li e ne avrebbero tolto la via delle vittuarie perch\u00e8 se venivano a Charazo (<\/em>Caravagio<em>?) over a quelli lochi, io era di opinion passar Adda e andar a Milan ch&#8217;\u00e8 poco forte e si avrebbe avuto. Ed in questo m. <strong>Giorgio Corner<\/strong> era amalato e io lo confortai si partisse di campo perch\u00e9 non era bisogno di uomini inutili. Et cosi adi . . . maggio fatto consulto col capitano conte di <strong>Piligliano<\/strong>, che lo teneva per mio padre, e cogli altri, e con m. <strong>Andrea Gritti<\/strong> fu concluso levarsi anche noi e per un&#8217;altra strada di qua di loro, qual era segura ed in mezzo di uno fosso, andar prima di loro a torre detto alloggiamento di Pandin e con questo presupposto se i nemici torneranno sono mezzi rotti, se vorranno venir a giornata etiam saranno rotti pel grande esercito avevamo e sull&#8217; avvantaggio noi all&#8217;alto e loro alla bassa e convenivano venir per tre vie sicch\u00e9 ad ogni modo sperava certa vittoria. E cosi col nome di Dio quella mattina del giorno Infortunato si levamo anche noi e loro.\u00a0<\/em><em>Cavalcavamo in ordinanza tutti e come fu l&#8217; ora . . . sentii l&#8217;artiglieria trarre e mi fu detto che i nostri s&#8217;erano appiccati (<\/em>col nemico<em>) cio\u00e8 le fanterie della compagnia di <strong>Jacopo da Spoleto<\/strong> qual era antiguardia. E perch\u00e9 la compagnia era disordinata sonammo alto per ridurla. Ma i nemici fatto alto, mandai a dire ni capitano che stesse in ordine e facesse metter li elmetti in testa agli uomini d&#8217; arme perch\u00e9 s&#8217; era appiccata ( l<\/em>a zuffa<em>) ed io andai avanti ad ordinar il fatto d&#8217; arme. Il sig. Conte mand\u00f2, premergli che gli andassi a parlar; dissi non era tempo ed era un miglio lontano che tanto teneva il campo nostro e pi\u00f9. Onde convenne venir per me m. <strong>Andrea Gritti<\/strong> e mi fu forza lasciar il dato buou ordine al combattere e sopra un cavallino andar da detto capitano il qual era molto impaurito, e il conobbi alla ciera; li feci (<\/em>coraggio?<em>) dicendo li prometteva indubitata vittoria e attendesse a far l&#8217;ufficio di buon capitano che l&#8217;onor era suo (<\/em>di<em>) aver rotto un re di Francia. Sicch\u00e9 inteso questo e che eravamo appiccati, disse me ne ho tolto la peliccia, atta buona ora. E io tornai al loco mio ed avea dei mici nel mio colonello settecento uomini d&#8217;arme, ma di questi quattrocento soli fecero fatti, come dir\u00f2. In questo mezzo venne un grosso squadrone di Francesi di lande ottocento e gi\u00e0 il primo loro squadrone era stato rotto dai nostri perch\u00e9 il re avea tre squadroni e nui quattro e eravamo da ottomila delle ordinanze in una. E vedendo io questo squadron venire a queste povere fanterie per non le abbandonar, andai contro coi miei uomini d&#8217;arme da quattrocento, e il sig. <strong>Pietro Dal Monte<\/strong> qual disse: M. <strong>Bartolomeo<\/strong> \u00e8 da far fatti e non stimar la morte per aver vittoria. E combattemmo tanto che li rompemmo. E passai le loro artiglierie e mandai a dire al conte mi mandasse un squadrone. E mi riport\u00f2 che fuggivano. E in questo mezzo <strong>Gian Francesco Gambara<\/strong> e <strong>Francesco Gambara<\/strong> e <strong>Giacomo Secco<\/strong> condottieri nostri estraordinarii andarono in campo di Francia e <strong>Antonio de&#8217; Pii<\/strong> si mise a fuggir. E visto questo sinistro fu forza tornar di nuovo alla battaglia vedendo i nostri fuggir. E m. <strong>Vicenzo Falier<\/strong> provveditore di stradioti, mi era appresso e fu scavalcato, lo feci rimontar a cavallo e dissi : salvatevi, messere, e cos\u00ec fece. Io poteva fuggir ma non volsi e fu morto il sig. <strong>Piero dal Monte<\/strong> e gli altri da valenti uomini, maxime <strong>Jacopo da Spoleto<\/strong> e mi sopravenne addosso &#8230;. uomini d&#8217; arme francesi che mi scavalcarono; io con lo stocco combattendo ne atterrai alcuno e mai potei rimontar a cavallo e sempre una mia lanciaspezzata mai mi abbandon\u00f2 qual non so che sia di lui. Et mi venne addosso alcuni &#8230;. e volendomi ammazzar, sento una voce credo fusse la lanciaspezzata: non far, l&#8217;\u00e8 il signor <strong>Bartolomeo<\/strong>. E cos\u00ec tre di loro mi si buttarono addosso perch\u00e9 non fossi morto e per avermi prigione. Tutti mi volevano, mi dierono alcune ferite e sulla faccia e altrove, sicch\u00e9 ho avuto ferite &#8230; E preso che fui, fui portato al re perch\u00e9 io diceva dov&#8217;\u00e8 il re? E voglio dir questo, S.mo Principe, mi affrontai prima col gran maestro di Milano e li detti tante bastonate collo stocco che ancora fugge &#8230;&#8221;. <\/em>Disse poi come era stato ben trattato dal re e condotto a Milano, poi nel castello di <em>Loches<\/em> in Francia; fece lodi e biasimi dei condottieri, concludendo: &#8220;<em>Dio avesse voluto fossi stato capo solo<\/em>.&#8221;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Spavento in Venezia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Venezia intanto si aveva avuto notizia della grande battaglia imminente e se ne attendeva con la massima ansiet\u00e0 il risultamento. Narra il <strong>Sanudo<\/strong>, come mentre il giorno 15 maggio i <em>Savi<\/em> si trovavano raccolti a consulta, e che egli con ser <strong>Angelo da Pesaro<\/strong>, <strong>Alvise Cappello<\/strong> e altri senatori stavano davanti alla carta geografica dell&#8217;Italia dipinta sulle pareti della sala del <em>Senato<\/em>, giunse a ore 22 il corriere con le lettere portanti il funestissimo annunzio. Scritte queste in fretta e sulle prime notizie da <strong>Sebastiano Giustiniano<\/strong> e <strong>Marco Dandolo<\/strong> rettori di Brescia portavano la rotta totale\u00a0 del campo, la fuga del capitano generale a Bergamo, del provveditor <strong>Gritti<\/strong> a Crema, essere <strong>Giovanni Diedo<\/strong> e <strong>Vincenzo Falier<\/strong> feriti nella testa, l&#8217;<strong>Alviano<\/strong> stesso ferito, o morto, o prigioniero, le artiglierie tutte dal nemico, essere per\u00f2 ancor salve le genti d&#8217;arme. Alle quali nuove tutti rimasero tramortiti, e del doloroso caso della patria lacrimavano: tuttavia intervenuto anche il doge e ripreso alquanto d&#8217;animo, si volse il pensiero ai necessari provvedimenti &#8220;<em>fu deliberato di chiamare intanto subito, bench\u00e9 l&#8217;ora fosse tarda, il Pregadi, e fu mandato per i procuratori, e per i senatori<\/em>&#8220;. Volevasi per alquanto tenere segreto il fatto, ma non fu possibile e gi\u00e0 per le strade si vociferava della rotta del campo e in poco spazio tutta la corte di palazzo fu piena di gentiluomini e del popolo chiedenti notizie, e tutti si dolevano molto dell&#8217;avversa fortuna che un si bell&#8217;esercito fosse stato rotto cos\u00ec miseramente, e biasimavano l&#8217;<strong>Alviano<\/strong>, ma pi\u00f9 ancora il capitano generale e, come al solito, si sparlava del governo e a lui si faceva carico d&#8217;aver perduto un s\u00ec eccellentissimo Stato, onde fu necessario al C<em>onsiglio dei Dieci<\/em> intervenire; e parecchi furono come detrattori della Repubblica arrestati e processati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Deliberazioni del Senato e apparecchi di difesa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si raccoglieva il <em>Senato<\/em>. <strong>Paolo Barbo<\/strong> vecchio procuratore, uomo savio e molto esercitato negli affari della Repubblica, che da parecchi anni per\u00f2 non interveniva ai Consigli, alla notizia della rotta di <em>Ghiaradadda<\/em>, cominci\u00f2 a lacrimare e disse alla moglie: <em>dame la vesta che voio andar in Pregadi e dir quattro parole e poi morir<\/em>. Sebbene egli disse le cose per disperate, pure propose vari provvedimenti a farsi per la salvezza principalmente della Repubblica. <strong>Alvise Priuli<\/strong> esort\u00f2 si dovessero fare immediatamente due nuovi provveditori e mandarli al campo, ma gli eletti non accettarono fu pessima cosa, come osserva il <strong>Sanudo<\/strong>, il quale dal canto suo dichiara francamente che quanto a s\u00e9 avrebbe subito spiccato due oratori al Turco per averne soccorso, <em>la qual cosa mai \u00e8 sta voluta far<\/em>, e mandato il doge stesso verso Verona a rinfrancare le genti. Fu deliberato fare nuove raccolte di truppe e di danaro, scrivere ai rettori di Brescia, al capitano generale e al provveditor <strong>Gritti<\/strong> che il governo della Repubblica non si era punto smarrito dell&#8217;animo e che anzi far voleva magnanimamente ogni provvisione, e giacch\u00e9 le genti d&#8217;armi erano salve si riducessero in luogo sicuro; scriveva egualmente e nello stesso senso agli oratori alle varie corti, ma ai cardinali <strong>Grimadi<\/strong> e <strong>Corner<\/strong> a Roma molto sommessamente, rinnovando le profferte di restituzione delie terre del papa, pensasse questi alla mina onde era tutta Italia minacciata, volesse riaccogliere i Veneziani in conto di buoni e devoti figliuoli. (1) &#8230; <strong>segue<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). 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