{"id":63415,"date":"2020-10-18T04:34:08","date_gmt":"2020-10-18T04:34:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=63415"},"modified":"2024-03-24T10:02:16","modified_gmt":"2024-03-24T10:02:16","slug":"silvestro-valier-doge-cix-anni-1694-1700","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=63415","title":{"rendered":"Silvestro Valier. Doge CIX. &#8211; Anni 1694-1700"},"content":{"rendered":"\n<h3>Silvestro Valier. Doge CIX. \u2014 Anni 1694-1700 (a)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>Promissione ducale<\/em>, in sede vacante, si assoggettava a nuova correzione, al fine d&#8217;impedire che il doge avesse ad assumere per l&#8217;avvenire, ad esempio del <strong>Morosini<\/strong>, anche il comando supremo dell&#8217;armata, ci\u00f2 non piacendo a molti gelosi repubblicani. Quindi fu stabilito, che rinnovandosi il caso di una siffatta proposta, non si potesse sospendere l&#8217;elezione del capitano generale, se non con quattro voti dei sei consiglieri e due dei capi dei quaranta, e deliberata che fosse la proposta in <em>Senato<\/em> e presentala al <em>Maggior Consiglio<\/em>, non s&#8217; intendesse accettata se non con due terzi dei voti del Consiglio stesso, che doveva essere numeroso almeno di ottocento individui.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 statuito, si passava alla elezione del principe nuovo. Concorrevano al ducato <strong>Girolamo Basadonna<\/strong>, procuratore di San Marco; <strong>Andrea Erizzo<\/strong>, nipote del doge <strong>Francesco<\/strong>, e <strong>Silvestro Valiero<\/strong> figlio del doge <strong>Bertuccio<\/strong>, cavaliere e procuratore di San Marco; il quale ultimo fu eletto il 25 febbraio 1694, con molta gioia del popolo, che festeggi\u00f2 grandemente la sua coronazione, come festeggiava quella della dogaressa sua moglie, <strong>Elisabetta Quirini<\/strong>, coronata sette giorni dopo, ad onta della legge del 1646 che aboliva quella solennit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In luogo del <strong>Morosini<\/strong> defunto, si surrogava nel comando generale delle armi <strong>Antonio Zeno<\/strong>; il quale subitamente si volse alla conquista dell&#8217;<em>isola di Scio<\/em>, recando con s\u00e9 ottomila fanti e quattrocento cavalli, che imbarc\u00f2 su una flotta composta di novantatr\u00e9 vele. Sofferta fiera burrasca, giungeva l&#8217;armata a prender terra sulle coste di <em>Scio<\/em> il 7 settembre 1694, ed eseguito lo sbarco, ed accolta nei borghi occupati dai cristiani, si diede a battere il castello, ad occupare il porto ed a bombardare la citt\u00e0, la quale, disperata d&#8217;ogni soccorso, si arrese. Saputo poi lo <strong>Zeno<\/strong> dello approssimarsi della classe nemica, si pose, per\u00f2 con alquanta lentezza, a gli parve incontro con la sua. Se non che, presi da subito spavento i Turchi, si salvarono, con la fuga, nel <em>canale dei Dardanelli<\/em>, ma per la calma del vento ci\u00f2 non fu acconsentito alle navi maggiori, e si che lo <strong>Zeno<\/strong> poteva dare a queste battaglia e vincerle agevolmente. Ma sia per una o per altra cagione, ad onta delle rimostranze degli altri capitani e del mormorar delle ciurme, non volle egli incagliar la battaglia, perdendo, al dire dello storico <strong>Pier Garzoni<\/strong>, l&#8217;occasione propizia di ottener certa vittoria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello stesso anno la <em>Dalmazia<\/em> veniva assicurata dal valore del provveditore generale <strong>Girolamo Dolfino<\/strong>, e da quello di <strong>Luigi Marcello<\/strong>, i quali repulsarono le scorrerie dei <em>Morlacchi<\/em>, e contennero i <em>Ragusei<\/em> favoreggiatori dei Turchi, conquistando, il primo, la <em>fortezza di Ciclut<\/em>, il secondo quella di <em>Clobuch<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella nuova stagione del 1695, si trovarono le due flotte alle prese nelle acque di <em>Scio<\/em>; la pugna riusc\u00ec sanguinosa con la peggio dei Turchi; i quali, pochi d\u00ec appresso, tornarono in quelle acque, senza per\u00f2 voler accettare battaglia, schermendosi. Allora i nostri capitani tennero consiglio di guerra, e conclusero sulla impossibilit\u00e0 di conservare l&#8217;<em>isola di Scio<\/em>, di difendere la <em>Morea<\/em>, e di far testa da ogni lato ai nemici, per cui fu deliberato di abbandonare l&#8217;isola detta, e di ritirarsi in <em>Morea<\/em>. E cos\u00ec fecero tostamente, e s\u00ec, che saputa la cosa, il Senato depose e fece arrestare lo <strong>Zeno<\/strong>, che mor\u00ec poi in carcere prima che spedito fosse il suo processo, ed elesse in suo luogo <strong>Alessandro Molino<\/strong>. Questi infatti corrispose al nobile incarico affidatogli, poich\u00e9 sgomin\u00f2 per terra le truppe del <em>serraschiere di Livadia<\/em>, e nel canale di <em>Scio<\/em> diede sanguinosa rotta alla flotta turca, ristabilendo per cotal modo l&#8217;onore delle venete armi, e l&#8217; imperio della Repubblica sul mare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">N\u00e9 minore operosit\u00e0 e fortezza mise il <strong>Molino<\/strong> in opera durante le campagne da lui sostenute sul mare negli anni 1696 e 1697, nei quali nelle acque di <em>Andro<\/em>, presso l&#8217;<em>isola di Tine,<\/em>&nbsp;e vicino a quella di <em>Zia<\/em>, ruppe replicatamente e vinse la flotta turca, fino a che, compiuto il triennio della carica di capitano generale, veniva, nel 1698, surrogato da <strong>Jacopo Cornaro<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non appena assunto egli il comando in <em>Napoli di Romania<\/em>, un\u00ec le forze tutte terrestri e marittime, radun\u00f2 consulta di guerra, e concluse che la flotta dei vascelli, assistita da dodici galeotte venete e undici corsare, indirizzasse la prora verso dei mari superiori, e che la sottile avanzasse a <em>San Giorgio di Sciro<\/em>, attendendo ivi gli avvisi per regolarsi, quale corpo di riserva, secondo le mosse nemiche, per non perdere le propizie occasioni. <strong>Girolamo Dolfino<\/strong>, frattanto, provveditore straordinario dell&#8217;armata, prendeva la direzione delle navi, e scioglieva dalla <em>Morea<\/em>, pervenendo celermente a vista di <em>Lenno<\/em>; n\u00e9 potendo, a cagione della calma, proseguire fino al canale di Costantinopoli, discese in quell&#8217;isola e pose a fuoco alcune ville situate presso il mare, continuando quindi il cammino lungo le <em>coste d&#8217;Imbro<\/em>, nel mentre la flotta turca, ancorata entro il canale del Bosforo, vedeva le fiamme di cui avvampavano le ville incendiate. Comandava quella flotta il <em>capitan-pasci\u00e0<\/em> <strong>Mezzomorto<\/strong>, pauroso delle armi venete, da lui esperimentate pi\u00f9 valide delle sue, n\u00e9 certo avrebbe tentato assalirle, se non gliene fosse venuto espresso comando dal suo signore. Usciva egli impertanto con venticinque sultane, cinque barbaresche e due brulotti, dando fondo nel <em>canale di Tenedo<\/em>, difeso dagli scanni e dai bassi fondi di <em>Troja<\/em>. Frattanto univasi al <strong>Delfino<\/strong> colle navi il capitan generale <strong>Cornaro<\/strong>, ma vedendo scorrere alquanti giorni senza che <strong>Mezzomorto<\/strong> inchinasse alla battaglia, deliber\u00f2 di sciogliere l&#8217;ancora da <em>Imbro<\/em> affine di provocarlo maggiormente, sia con l&#8217;appostarsi vicino alle <em>bocche dei Dardanelli<\/em>, sia com l&#8217;impedire l&#8217; ingresso di quelle ai piccoli legni: ma n\u00e9 anche quest&#8217;arte valendo a farlo muovere, risolvette il <strong>Delfino<\/strong> salire sovra una squadra di sei galee, retta dall&#8217;altro provveditore straordinario <strong>Filippo Donato<\/strong>, e recarsi a riconoscere il nemico. Neppur ci\u00f2 tutto valse ad indurre il Turco a battaglia, ch\u00e9 anzi volendosi egli ritrarre ai <em>Dardanelli<\/em>, per lo disordine col quale oper\u00f2 quella mossa, perdette fra le altre la <em>capitana di Tunisi<\/em>, investitasi nelle secche, senza speranza di pi\u00f9 sortirne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pass\u00f2 da questo fatto un intero mese, nel quale <strong>Mezzomorto<\/strong> si tenne in guardia, ora coperto dalle batterie dei castelli, ora favorito dal tempo, riuscendo inutile ogni industria del <strong>Delfino<\/strong> per costringerlo di venire a battaglia; ma finalmente tanto lo segu\u00ec, che poche ore innanzi la sera del 21 settembre 1698, lo strinse nelle acque di <em>Metelino<\/em> a riceverla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Laonde, venute, con bella ordinanza, le due flotte all&#8217;assalto, e pi\u00f9 la veneta, era gi\u00e0 per dichiararsi propizia la vittoria per questa; quando la nave comandata da <strong>Marc&#8217;Antonio Diedo<\/strong>, inavvedutamente s&#8217;incontrava per poppa con quella del <strong>Delfino<\/strong> in modo s\u00ec violento che l&#8217;arrest\u00f2, la rese immobile, e la cacci\u00f2 sotto quattro delle pi\u00f9 forti sultane in mezzo a un diluvio di fuoco. Dur\u00f2 in quell&#8217; ineguale conflitto oltre due ore, dopo le quali spigliatasi, riprese il largo per cader poscia in mezzo alla linea nemica, dal quale novello disastro la liberava l&#8217;aiuto efficace della nave comandata da <strong>Fabio Bonvicini<\/strong>. Nel tempo che correa s\u00ec tremendo pericolo il <strong>Delfino<\/strong>, le altre navi veneziane affrontavano i nemici con buon successo, durando la pugna fino al cadere del giorno, separando le sorte tenebre i combattenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <strong>Delfino<\/strong> quindi poggiando era seguito dalle altre navi, ma non da quella retta da <strong>Andrea Cornaro<\/strong>, la quale fino dall&#8217;esordir della pugna era stata in pi\u00f9 parti danneggiata, rotto l&#8217;albero di parrocchetto, stracciate le manovre di prora, squarciate le vele di poppa, per cui non poteva seguire unita il viaggio delle sue compagne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Osservandola i nemici cos\u00ec impigliata, supposero, bench\u00e9 sorta la notte, di potersene agevolmente impossessare; poich\u00e9 la attorniarono con una squadra, la bersagliarono col cannone, e due fra le pi\u00f9 poderose sultane si appressarono ad essa per abbordarla. Non \u00e8 a dire qual nuovo e sanguinoso combattimento si ridestasse, giacch\u00e9 prossimi i Turchi a montarle sulla poppa,&nbsp; facevano cadere i marinai ed i soldati che resistevano. Nulla per\u00f2 valse loro per conseguirla; poich\u00e9, animati tutti dall&#8217;intrepido valore del <strong>Cornaro<\/strong>, col fuoco incessante dei bronzi e dei fucili non poterono vincerla, e s\u00ec che gloriosamente uscita da quell&#8217;orrida mischia, ebbe modo di giungere ed unirsi alla flotta ormai per lungo tratto da essa divisa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel corso medesimo di tempo si combatteva con vario evento, ma di poco rilievo nella <em>Dalmazia<\/em>. Poich\u00e9, dopo levato l&#8217;assedio di <em>Dulcigno<\/em>, il provveditore generale si era v\u00f2lto nella <em>Erzegovina<\/em>, per sorprendere la citt\u00e0 di <em>Stolaz<\/em>: ma non riuscendo a bene l&#8217;impresa dovette retrocedere. Meglio per\u00f2 risultarono le spedizioni da lui operate nella <em>Bosnia<\/em> e nella <em>Servia<\/em>, ove pose a sacco e devast\u00f2 ogni luogo, e trasse grosse contribuzioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto le cose dell&#8217;Europa universa sembravano inclinare alla pace, e massime in Francia, la quale impegnava la Repubblica, col mezzo dell&#8217;ambasciatore veneto <strong>Nicol\u00f2 Erizzo<\/strong>, di farsi mediatrice nelle perpetue questioni d&#8217; Italia. Il Turco ancora, dopo i rovesci toccati in terra dalle invitte armi del principe <strong>Eugenio di Savoja<\/strong>, e sul mare dalla flotta veneziana, desiderava la pace; ed a pace pure anelava l&#8217;Imperatore, la cui attenzione era rivolta alla grande questione prossima ad occupare le corti d&#8217;Europa, quella cio\u00e8 della successione al trono di Spagna, alla morte del re <strong>Carlo II<\/strong>, che non aveva figliuoli. La Repubblica pur essa, stanca e spossata dalla lunga e dispendiosissima guerra, guardava alla pace; sicch\u00e9 a chiuderla tutti gli animi erano disposti. A convenir della quale, col Turco, fu raccolto un congresso, il 13 novembre 4698 a <em>Carlovitz<\/em>, ove si riunirono i plenipotenziari dell&#8217;imperatore, del re di Polonia, dell&#8217;autocrate delle Russie, del sultano e della Repubblica, la quale fu rappresentata da <strong>Carlo Ruzzini<\/strong>, che fu poi doge. Tante per\u00f2 nacquero discussioni, tante le alterazioni alle prime basi fissate, promosse ad ogni tratto dalla mala fede dei Turchi, che il congresso pi\u00f9 volte fu al punto di sciogliersi.&nbsp; Nulladimeno le differenze con tutti si accomodarono, tranne con Venezia, poich\u00e9 al <strong>Ruzzini<\/strong> non sembravano i patti abbastanza respondenti all&#8217;interesse della sua Repubblica, particolarmente in riguardo alla demolizione voluta dal Turco di <em>Lepanto<\/em> e del castello di <em>Prevesa<\/em>. Insistevano gli altri perch\u00e9 il <strong>Ruzzini<\/strong> accogliesse i patti proposti, sotto comminatoria di formare particolari trattati per i loro governi, e di scioglier quindi il congresso, concedendo a lui in fine una dilazione di al quanti giorni perch\u00e9 scrivere potesse alla patria. Ma scorso il tempo fissato, n\u00e9 giugendo risposta, i plenipotenziari di Cesare, di Moscovia e Polonia segnarono i loro accordi, e prima di sciogliere il congresso, estesero un trattato anche per la Repubblica in sedici articoli, salva sempre la sua approvazione. Per essi statuivano, oltre ai confini della <em>Morea<\/em>, gi\u00e0 dal <strong>Ruzzini<\/strong> approvati, lo sgomberamelo di <em>Lepanto<\/em>, la demolizione dei castelli ai <em>Dardanelli<\/em> e di <em>Prevesa<\/em>; Io stato di possesso delle isole dell&#8217;<em>Arcipelago<\/em> come innanzi la guerra; la soppressione del balzello pagato fino allora dalla Repubblica per <em>Zante<\/em>; la linea di confine della <em>Dalmazia<\/em> tracciata da Knin per Verlica, Sign, <em>Delovar<\/em>, <em>Lodvar<\/em>, Vergoraz, <em>Cielut<\/em>; l&#8217;aperta comunicazione immediata del territorio ottomano con quello della <em>Signoria di Ragusa<\/em>; i confini dalla parte di <em>Cattaro<\/em>, la punizione dei turbatori della pace; la libert\u00e0 reciproca di restaurare le proprie fortezze; il cambio dei prigionieri ; la cessazione, in fine, di ogni ostilit\u00e0 anche colla Repubblica fino alla sua sottoscrizione, avendosi allora a determinare altres\u00ec altri articoli utili allo stabilimento maggiore della pace e alla buona corrispondenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quattro giorni ancora attese il congresso le deliberazioni della Repubblica, n\u00e9 queste pervenendo, si sciolse, recandosi i plenipotenziari cristiani a <em>Petervaradino<\/em>, ove li segu\u00ec il <strong>Ruzzini<\/strong>. Conoscendo finalmente il <em>Senato<\/em> inutile la resistenza, e la impossibilit\u00e0 di sostener solo la guerra col Turco, diede facolt\u00e0 al <strong>Ruzzini<\/strong> di segnare il trattato, il che avvenne il 21 febbraio 1699. In seguito, per le sollecitudini e la virt\u00f9 di <strong>Lorenzo Soranzo<\/strong>, ambasciatore straordinario, Venezia pot\u00e9 ottenere un&#8217;ampliamento dei patti, sicch\u00e9 il vero trattato venne a comporsi di trentatr\u00e9 articoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Memorabile \u00e8 questa pace, sia per la conferma degli acquisti fatti dalla Repubblica nella <em>Dalmazia<\/em> e nella <em>Morea<\/em>, sia per lo riacquisto conseguito dall&#8217;imperatore dell&#8217;Ungheria e della <em>Transilvania<\/em>, come per le vie e per le forme con cui venne fermata, da segnare positivamente il decadimento della potenza ottomana; decadimento che pi\u00f9 sempre and\u00f2 progredendo, fino a ridursi al punto in cui \u00e8 attualmente discesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ricomposte le cose in Europa, pareva che durar dovesse la quiete, a cui procurare avevano con lutto l&#8217;animo i principi inteso. Ma ecco il demonio della discordia suscitar nuove calamit\u00e0, a motivo della successione al trono di Spagna, a cui aspiravano, per la morte di <strong>Carlo II<\/strong>, le case d&#8217; Austria e di Borbone. Scoppiava quindi la guerra tra l&#8217;imperatore e il re di Francia, e le armi austriache, capitanate da <strong>Eugenio di Savoja<\/strong>, inondarono l&#8217;Italia. La Repubblica, sollecitata da ambidue i contendenti ad entrar con loro in lega, ripuls\u00f2 fermamente ogni invito, ogni lusinghiera proposta, e decide rimanere neutrale. In questo stato la lasciava il doge <strong>Silvestro Valiero<\/strong>, il 5 luglio 1700, in cui moriva nell&#8217;et\u00e0 sua d&#8217;anni 70, e veniva tumulato nel <em>tempio dei santi Giovanni e Paolo<\/em>, ove la dogaressa sua moglie, gli erigeva un grandioso monumento unitamente al suocero ed a s\u00e9 stessa (b).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al suo tempo, cio\u00e8 nel 1698, si rinnov\u00f2 la <em>chiesa di santa Sofia<\/em>, e l&#8217;anno appresso si aperse un nuovo <em>teatro a San Fantino<\/em>, durato venti anni soltanto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ritratto del <strong>Valiero<\/strong> \u00e8 opera di <strong>Antonio Zanchi<\/strong>, e reca nel campo l&#8217;inscrizione seguente :<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">SYLVESTER VALIBRO, BERTVCY DVCIS FILIVS. MAGNVS IN PATRE, MAXIMVS IN SE IPSO. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> (a) Silvestro Valiero, nacque nel 1630 da Bertuccio, che fu poi doge: e non appena indossata la toga patrizia, travagliata la patria dalla dispendiosa guerra col Turco, in seguito olla parte presa dal Maggior Consiglio il 26 luglio 1649, verso lo esborso di 25,000 ducati, fu creato procuratore di San Marco de supra. Nel 1666, fu mandato ambasciatore straordinario a Margherita infanta di Spagna, moglie di Leopoldo I imperatore, in occasione che passava per gli Stati Veneti, dalla quale, a nome di Cesare e del re Cattolico, fu creato cavaliere. In quella occorrenza, Silvestro, emul\u00f2 la splendidezza e generosit\u00e0 del padre suo, quando incontr\u00f2 il cardinale Infante. Salito al trono pontificale Clemente X, nel 1(570, fu mondato il Valiero ambasciatore d&#8217;obbedienza in Roma.&nbsp;<\/span><span style=\"font-size: 10pt;\">Rimpatriato, coperse la magistratura di riformatore dello studio di Padova, e per decreto del Senato, 5 gennaio 1678, fu eletto bibliotecario di San Marco, in luogo del defunto cavaliere Gio. Battista Nani; carica che persolse con grande zelo e attivit\u00e0, ponendo norma e regola alla pubblica biblioteca, e massime in riguardo alla custodia dei codici preziosi del Bessarione. Sostenne questo uffizio fino al suo esaltamento al trono ducale, consegnando il d\u00ec primo giugno 1694, la biblioteca al suo successore Francesco Cornaro, procuratore di San Marco (atti MSS nella Marciana). Durante questo tempo, cio\u00e8 nel 1689, fu nuovamente spedito a Roma ambasciatore straordinario, per gratulare Alessandro VIII, nella sua assunzione al soglio pontificale. Finalmente, come pi\u00f9 sopra dicemmo, veniva eletto doge il 25 febbraio 1694, morendo dopo circa sei anni di principato. Da<\/span><span style=\"font-size: 10pt;\">lla moglie Elisabetta, figlia di Paolo Quirini Stampalia, procuratore di San Marco, non ebbe figliuoli, sicch\u00e9 in lui si estinse il ramo di sua famiglia, che abitava in Cannaregio, redando l&#8217;avere l&#8217;altro ramo della casa stessa che abitava a San Maurizio. Silvestro fu giusto, prudente, magnanimo, di spiriti veracemente reali. Zelator di religione, ebbe in cuore la patria, fu misericordioso verso i poverelli; in una parola, nacque e visse da vero ed ottimo principe. Nel suo testamento, scritto il 20 ottobre 1696, edito col suo ritratto, benefic\u00f2 i congiunti e gli amici, lasci\u00f2 molto oro a vantaggio di monasteri ed ospitali; istitu\u00ec mansionario nella capitole e fuori; leg\u00f2 una collana di preziose margherite alla Vergine del Rosario, verso la quale nutr\u00ec particoiare devozione; assegn\u00f2 46.000 ducati per maritar povere donzelle, e 50.000 ne lasci\u00f2 alla Repubblica. Queste ed altre beneficenze e le sue grandi virt\u00f9 raccolse il p. Silvestro Rovere, monaco cassinese, nella vita diffusa che di lu\u00ec ne dett\u00f2, pubblicata nel 1704 in Venezia dal Bortoli. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(b) Il monumento colossale e magnifico, ordinato dalla dogaressa Elisabetta Quirini, morta nel 1708, fu cretto col disegno dell&#8217;architetto Andrea Tirali. Collocato a destra entrando per la porta maggiore del tempio dei Santi Giovanni e Paolo, occupa dall&#8217;alto al basso la parete, e nella parte centrale lascia aperte due porte, una delle quali mette fuori del tempio, l&#8217;altra introduce nella cappelletta, ora di santa Maria della Pace. Quattro grandi colonne corinzie fanno ala ad un padiglione, sotto il quale si ergono i simulacri dei dogi Bertuccio e Silvestro e della principessa ordinatrice, ornati delle assise proprie del loro grado. Quello del centro figura il doge Bertuccio, ed \u00e8 scolpito da Pietro Baretta: il secondo, a destra di quello, presenta le forme di Silvestro, ed \u00e8 lavorato da Antonio Tersia: l&#8217;ultimo, dall&#8217;opposto lato, \u00e8 quello della dogaressa, condotto da Giovanni Bonozzo. Il nobile basamento \u00e8 decorato da sette bassorilievi, rappresentanti la Mansuetudine, la Carit\u00e0, la Costanza, il Tempo, il Valore, la Pace, ed il centrale offre simboleggiata la Vittoria conseguita dalla veneta flotta ai Dardanelli il giorno 26 giugno 1656, sacro alle glorie dei Santi Giovanni e Paolo, leggendovisi in un angolo: SVB AVSPIC. &#8211; SS. &#8211; IO: ET PAVLI &#8211; VICT: NAVAL: &#8211; MDCLVI. Sopra il basamento stesso sono altre due statue, la Ricchezza e la Scienza, e nella parte centrale, fra le due porte accennate, un gruppo esprimente la Virt\u00f9 che corona il Merito. Sotto al simulacro di doge Bertuccio, leggesi : <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> BERTVCIVS VALERIVS DVX PRVDENTIA ET FACONDIA MAGNVS HELLESPONTIACA VICTORIA MAIOR PRINCIPE FILIO MAXIMVS OBYT ANNO MDCLVIII. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">Sotto a quello di doge Silvestro \u00e8 scritto: <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">SILVESTER VALERIVS BERTVCII FILIVS PRINCIPATVM AEMVLATIONE PATRIS MERVIT MAGNIFICENTIA ORNAVIT SYRMENSI PACE MVNIVIT OBIIT ANNO MDCC. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">E sotto all&#8217;ultimo della dogaressa \u00e8 tracciato : <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">ELISABETH QVIRINA SILVESTRI CONIVX ROMANA VIRTVTE VENETA PIETATE ET DVCALI CORONA lNSIGNIS OBIIT MDCCVIII. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Silvestro Valier. Doge CIX. \u2014 Anni 1694-1700 (a) La Promissione ducale, in sede vacante, si assoggettava a nuova correzione, al fine d&#8217;impedire che il doge avesse ad assumere per l&#8217;avvenire, ad esempio del Morosini, anche il comando supremo dell&#8217;armata, ci\u00f2 non piacendo a molti gelosi repubblicani. 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