{"id":62145,"date":"2020-09-13T04:20:53","date_gmt":"2020-09-13T04:20:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=62145"},"modified":"2020-09-13T04:20:56","modified_gmt":"2020-09-13T04:20:56","slug":"domenico-ii-contarini-doge-civ-anni-1659-1675","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=62145","title":{"rendered":"Domenico II Contarini. Doge CIV. &#8211; Anni 1659-1675"},"content":{"rendered":"\n<h3>Domenico II Contarini. Doge CIV. \u2014 Anni 1659-1675 (a)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quantunque lontano dalla patria, e quieto fra gli ozi della sua villa in Este, veniva <strong>Domenico Contarini<\/strong> chiamato al trono ducale il 16 ottobre 1659: la integrit\u00e0 sua e la sua modestia lo reputarono degno di tanto onore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la nuova campagna del 1660 raccoglieva il Turco formidabili armate, e gi\u00e0 minacciando la <em>Dalmazia<\/em>, aveva scorso le campagne di <em>Spalato<\/em> e <em>Tra\u00f9<\/em>, ma giunto fin sotto <em>Sebenico<\/em>, fu ripulsato da quel presidio, e quindi volgeva tutte sue forze in Ungheria e Transilvania.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A soccorrer <em>Candia<\/em> nel frattempo venivano da Francia quattromila uomini, guidati dal principe <strong>Almerigo d&#8217;Este<\/strong>; e giunti soltanto alla fine di agosto, con le venete genti si misero alla impresa di dare assalto improvviso al campo nemico. Ma postisi all&#8217;azione, quantunque i Turchi non fossero pi\u00f9 che tremila, nella fretta di operare, e di operare senza tal qual direzione, diedero modo che il nemico ingrossasse; sicch\u00e9 furono da ultimo posti in rotta ed obbligati di rientrare nelle mura di <em>Candia<\/em>. Poco appresso sopravennero le malattie a desolare le truppe francesi, per cui si dovette far loro mutar aria, e spedirle nelle isole greche, in una delle quali, cio\u00e8 a <em>Paros<\/em>, moriva il principe <strong>Almerigo<\/strong>, e la Repubblica ad onorarlo gli erigeva monumento cospicuo nel <em>tempio di Santa Maria dei Frari<\/em>. Per tal modo torn\u00f2 inutile il soccorso francese, e del pari riusciva nullo l&#8217;altro aiuto di duemila Tedeschi, mandati dall&#8217;imperatore, perch\u00e9 giunti in ritardo, e quando la stagione avanzata non acconsentiva tentare alcuna impresa. Il capitano generale <strong>Morosini<\/strong> incolp\u00f2 di quella disavventura il provveditore <strong>Antonio Barbaro<\/strong>, per avere controperato a suoi ordini, e fatto muovere fuori di tempo alcune truppe, donde poi era derivata la confusione; e lo puniva di bando capitale. Ma il <strong>Barbaro<\/strong> si rec\u00f2 a Venezia a lavarsi dall&#8217;accusa, ed infatti fu assolto. In quella vece, rimpatriato il <strong>Morosini<\/strong>, gli si tolse il comando generale, dandogli a successore suo fratello <strong>Giorgio<\/strong>, e fu obbligato difendersi da gravi imputazioni; ma s\u00ec bene riusc\u00ec dimostrarne la falsit\u00e0, che fu dichiarato innocente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nuovo generalissimo, all&#8217;aprire della propizia stagione del 1661, assedi\u00f2 da prima la flotta turca nel <em>canale di Scio<\/em>; ma poich\u00e9 seppe che il capitano pasci\u00e0, con trentasei galee, imbarcato a <em>Rodi<\/em> poderoso esercito, preparava recar questo in <em>Canea<\/em>, lasciato a <em>Scio<\/em> il provveditore <strong>Girolamo Battaggia<\/strong>, partiva con venti galee, compresa la squadra di Malta; e, il 27 agosto, incontrato il nemico vicino a <em>Milo<\/em> gli offerse battaglia, da cui usc\u00ec vincitore, di modo che pred\u00f2 dieci galee, altre ne col\u00f2 a fondo, e fece cattivi da intorno duemila infedeli. Avutane notizia il Senato, rese grazie a Dio, creava <strong>Giorgio Morosini<\/strong> cavaliere di San Marco, ed inviava all&#8217;armata sei ricche collane d&#8217;oro per essere dispensate ai capitani, ed un&#8217;altra del valsente di mille scudi per il generale di Malta. Il rimanente dell&#8217;anno pass\u00f2 in piccoli scontri sia in <em>Candia<\/em> come in <em>Dalmazia<\/em>, di poco rilievo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;anno seguente 1662, si spedirono nuove armi e nuovi capitani in <em>Candia<\/em>; ed anche in questo periodo avvennero fatti lievissimi, tranne quello accaduto il 28 settembre. Incontrata dal generalissimo <strong>Morosini<\/strong>, tra <em>Andro<\/em> e <em>Scio<\/em>, la carovana, che da Costantinopoli si recava ad Alessandria, l&#8217;attacc\u00f2, la vinse, e pred\u00f2 diciotto saicche, diciassette ne abbruci\u00f2: poscia abbattutosi in quattro sultane cariche di molte preziosit\u00e0, dirette alla Mecca, dopo cinque ore di fiero conflitto notturno, se ne rese padrone di tre, l&#8217;altra incendi\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma nei seguenti quattro anni, cio\u00e8 a tutto il 1666, pochi fatti successero, e tutti di lieve importanza, a motivo principalmente, che gli Ottomani erano impegnati nella guerra d&#8217;Ungheria; la quale, dopo la memorabile sconfitta fatta loro toccare dal prode <strong>Montecuccoli<\/strong>, sulle rive del <em>fiume Rab<\/em>, flu\u00ec con la pace da loro conchiusa con l&#8217;imperatore. Laonde durante quegli anni, e in <em>Dalmazia<\/em> ed in <em>Candia<\/em>, furono limitate le opere di Marte, in frequenti scaramucce e scorrerie in terra, in tentativi di combattimenti sul mare, da cui sempre si sottrassero i Turchi; per cui <strong>Angelo Correr<\/strong>, sostituito in questo mezzo a <strong>Giorgio Morosini<\/strong> nel supremo comando, non pot\u00e9 illustrarsi con magnanime geste, tanto pi\u00f9 quanto che le furiose burrasche di mare, le copiose nevi e le piogge dirotte impedirono di poter condurre a fine le imprese a cui pensava dar mano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo mezzo si era nuovamente trattato di pace; ma il Senato non trov\u00f2 di accogliere le proposte del gran visir; il quale, nel mentre acconsentiva che la citt\u00e0 di <em>Candia<\/em>, con poco terreno allo intorno, restasse alla Repubblica, pretendeva poi la restituzione di quanto la <em>Porta<\/em> avesse perduto in Dalmazia, e fossero demolite le principali fortezze di <em>Candia<\/em> stessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Caduto anche questo maneggio di pace, si preparavano i Turchi ad aprir la campagna del 1667 con adunare poderose armi e validi argomenti di guerra, onde espugnar <em>Candia<\/em> con ogni sforzo; al qual fine lo stesso gran visir si recava al campo. Per loro parte i Veneziani allestirono i pi\u00f9 necessari apprestamenti, ed ogni baloardo, o fortezza, o luogo munito, si era dato a guardare e a difendere a uno fra i capitani pi\u00f9 distinti. Tali furono il marchese Villa, <strong>Lorenzo Pisani<\/strong> provveditore, il tenente generale <strong>Vertouiller<\/strong>, <strong>Francesco Battaggia<\/strong> duca, <strong>Giovanni Morosini<\/strong>, il cavaliere <strong>Grimaldi<\/strong> governatore, il generale <strong>Barbaro<\/strong>, e da ultimo avevasi dato in guardia il baloardo <strong>Vitturi<\/strong> ai nobili della colonia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il d\u00ec 22 maggio dell&#8217;anno citato si present\u00f2 sotto le mura la formidabile armata del primo visir, circondandole per ogni lato, e ponendo un corpo dicontro ad ogni baloardo. Dopo ci\u00f2, sfidata la piazza con la esplosione di sette cannoni, piantarono i Turchi tostamente quattro batterie contro il <em>baloardo Martinengo<\/em>, una al <em>Betlemme<\/em> e due al <em>Panigr\u00e0<\/em>, le quali di d\u00ec in d\u00ec si moltiplicarono fino al numero di diciassette, dall&#8217;opera <em>Santa Maria<\/em> fino al <em>baloardo Sant&#8217;Andrea<\/em>; nelle quali si annoveravano cinquantacinque grossi cannoni, altri molti minori e undici mortai. Se non che presto si vide, che tutti questi apprestamenti di ossidione erano stati cos\u00ec disposti a fine di dividere e confondere i difensori, mentre tutti gli sforzi nemici s&#8217;indirizzarono contro i baluardi <em>Panigr\u00e0<\/em> e <em>Betlemme<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Andavano i Turchi diuturnamente avanzandosi sempre sotto la citt\u00e0, nella quale i difensori con ogni maniera di munimenti si fortificavano, operando del loro meglio, affine di rendere lunga, ostinata, mortale l&#8217;impresa nemica. Nessuna persona dal nobile al plebeo si risparmi\u00f2: quindi si videro a lavorare intorno alle difese non solamente le milizie, ma i cittadini tutti, anche le donne, e la storia accenna, con nota onorata e pietosa, il nome della moglie del maggiore <strong>Battaggia Motta<\/strong>, la quale, fattasi capo delle femmine tutte, con animo virile, generosamente si impieg\u00f2 con intrepidezza ad animare le altre nei lavori di munimento, recando materiali e ci\u00f2 tutto occorreva per alleviar la fatica dei padri, degli sposi e dei fratelli, esponendosi quanto essi ai pericoli, fino a che periva unitamente a molte compagne; su quelle stesse mura che cercavano di rendere inespugnabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma non bastano parole a descrivere la ostinata ed invitta difesa di <em>Candia<\/em>, e meno in brevi confini restringersi. Senza annoverare li trentadue assalti dati e le diciassette sortite compiute dal 22 maggio al 10 novembre del 1667, diremo che la costanza degli assediati mai non venia meno; e s\u00ec che memorabile sar\u00e0 sempre nei fasti della veneta storia la fermezza d&#8217;animo dimostrata dai Veneziani in mezzo all&#8217;orrore di quelle tragiche scene, nelle quali d\u00ec non passava che segnato non fosse dalla morte di qualche illustre, seguita da molte perdite non meno funeste. E di vero, calcavano essi un suolo per cos\u00ec dire moventisi, squarcialo ad ogni tratto da cave, da fornelli, da mine, divenuto eccidio e tomba di uomini, che o balzati in aria cadevano laceri, deformi, mutilati nelle membra palpitanti, ovveramente tuttavia vivi erano sepolti sotto le macerie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A fronte per\u00f2 di queste incalcolabili perdite, pochi vantaggi avevano ottenuto i Turchi, e s\u00ec che soggiunto l&#8217;inverno del detto anno, a cagione delle dirotte piogge, dovettero ritirarsi alquanto dall&#8217;assedio. Ma sorta la novella stagione con l&#8217;anno seguente, i nemici ricominciarono col dare un assalto generale al bastione di Santo Andrea, da cui, dopo due ore di sanguinoso combattimento, furono costretti ritirarsi, lasciando sul campo da oltre due mila soldati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poco per\u00f2 stettero a ripigliare con pi\u00f9 feroce accanimento lo assedio, che strinsero fortemente, e s\u00ec che dopo un novello assalto, poterono impadronirsi di un bastione; ed appena fermato il piede su quello, ne assalirono in un tempo stesso tre altri. Ma i Veneziani ripulsavano valorosamente quegli assalti, riparavano continuamente le brecce, ed operavano continue disperate sortite, le quali riuscivano sempre feconde di bottino e di stragi sopra i nemici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ne la flotta veneziana rimaneva inoperosa; perci\u00f2 <strong>Lorenzo Cornaro<\/strong> scorreva il mare con sette galee, fugando spesso le nemiche, diuturnamente inquietandole, e s\u00ec che pensava il visir battere quella squadra. Perci\u00f2 con dodici galee mandava il famoso corsaro <strong>Durac<\/strong>, con ordine di tenersi in agguato, e quindi assalire, venuto il destro, quelle dei Veneziani che scorrevano allora verso <em>Santa Pelage<\/em>; e poscia recarsi alla <em>Standia<\/em>, ed occupato uno dei porti, fortificarsi, ed incendiare i legni della Repubblica. Ala penetrato il disegno dal capitan generale <strong>Francesco Morosini<\/strong>, usc\u00ec tosto da <em>Candia<\/em>, ed unite venti galee, si spinse la notte, dopo il settimo giorno di marzo, a quella volta, e nel buio sopraffatti i nemici, dopo lunga ed ostinatissima pugna, li disperse e li vinse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E senza arrestarci a narrare gli altri molti assalti dati dai Turchi e dai Veneziani sostenuti, le molte morti a cui soggiacquero tanti invitti campioni, le generose e nuove sortite operate, gli infiniti argomenti e stratagemmi guerreschi usati in vano dagli oppugnatori per vincer la piazza ben contrastata; diremo che stanche le truppe ottomane incominciavano a mormorare, ed anzi spedirono istanza al sultano, supplicandolo del cambio. Il quale rispose loro: non pensassero goder mai altro riposo che entro le mura di <em>Candia<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pertanto continuava l&#8217;assedio, e in pari tempo continuavano le sortite; la maggiore delle quali accadde il 4 ottobre del 1668. In essa <strong>Caterino Cornaro<\/strong> tanta fece strage dell&#8217;oste avversa, che spaventata abbandon\u00f2 i posti pi\u00f9 importanti. Accorsi per\u00f2 i capitani, con l&#8217;esempio loro e col castigo di alcuni, tornarono i presidi ai luoghi assegnati; poi, restaurate le offese batterie e risarcite le opere, pi\u00f9 che mai attesero i Turchi a proseguire l&#8217;attacco. Contendevasi incessantemente con fatica reciproca a fabbricar e a distruggere, e s\u00ec da vicino che facilmente era noto quanto da una e dall&#8217;altra parte si operava. Erano a vista i lavori; udivasi il frastuono, anzi le voci dei soldati, confuse coi gemiti dei feriti e dei morenti. In s\u00ec fatto bollore dell&#8217;armi, disperato il visir di superare la citt\u00e0 con la forza, col mezzo di <strong>Nicasio Panagiotti<\/strong>, suo <em>dragomano<\/em>, scrisse al capitan generale <strong>Francesco Morosini<\/strong>, esortandolo a ceder la piazza, con promessa di farlo principe di <em>Valachia<\/em> e di <em>Moldavia<\/em>. Ma il <strong>Morosini<\/strong> gli rispose con forti parole negando; sicch\u00e9 dovette prepararsi novellamente alle pugne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giungevano in auto, al principiar di novembre, i volontari guerrieri guidati dal duca di <strong>Feuillade<\/strong>, e dal conte di <strong>Saint Pol<\/strong>, e sbarcati in numero di seicento, chiesero che fosse loro assegnato il posto di <em>Santo Andrea<\/em>, come il pi\u00f9 importante e di maggior pericolo. Poi insistettero di fare una sortita, alla quale mal suo grado accondiscese il <strong>Morosini<\/strong>. Divisi adunque in quattro squadre, e spinti avanti tre piccoli corpi, dei quali faceva parte <strong>Sante Barbaro<\/strong>, sortirono sul romper dell&#8217;alba del giorno 10 dicembre, e diedero con tanto valore sopra gli alloggiamenti, che il nemico non pot\u00e9 resistere nei posti avanzati. Li secondava il cannone della fortezza, e il continuo fuoco dei moschettieri, e s\u00ec che i Turchi si diedero qui e qua alla fuga. Oltre a duemila salivano i nemici, che guardavano le vicine trincee, ma sparso il rumore dell&#8217;attacco, correvano dai pi\u00f9 lontani luoghi al soccorso, e dirizzate le artiglierie a quella parte, ferivano con ogni maniera d&#8217;armi i Francesi. Il duca tra il ferro ed il fuoco passeggiava intrepidamente, scorreva ogni luogo, animava i suoi e provvedeva a tutte bisogne. Ma conveniente non era di dover pi\u00f9 a lungo soffrire la inutile perdita di quella gente valorosa. Periti gi\u00e0 erano il menzionato <strong>Sante Barbaro<\/strong> e il duca di <em>Candia<\/em> <strong>Francesco Battaggia<\/strong>; e veduto per soprassello venire alla volta loro un grosso corpo nemico che stava per tagliare la strada al ritorno, comand\u00f2 il <strong>Feuillade<\/strong> la ritirata, e con pena gravissima ridusse i suoi sotto le mura in sicuro. Perdettero i nostri trentacinque soldati, altri settantasei furono gravemente feriti; ma il nemico di oltre mille fu menomato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec chiudevasi l&#8217;anno 1668, nel quale, siccome dimostrava l&#8217;ambasciatore <strong>Antonio Grimani<\/strong> al pontefice <strong>Clemente IX<\/strong>, la Repubblica, con poco pi\u00f9 che con le sole sue forze, oltre le spese ordinarie, aveva spedito in <em>Candia<\/em>, durante la campagna di quell&#8217;anno, 975.000 ducati in danaro sonante, 8700 soldati, oltre gli ausiliari; 2.000 guastatori; 4000 marinai; 221 bombardieri; sessanta operai di varie arti; grani, farine, biscotto 470.000 stara; pezzi di cannone quarantauno; armi di pi\u00f9 sorta in molta quantit\u00e0; polvere da guerra 2.879.000 libbre; miccie 730.000 libbre; piombo 790.000 libbre, con infiniti apprestamenti di ferro, legnami, fuochi artificiali, vestiti, ordigni, il tutto spedito col mezzo di settantanove vascelli grossi e settantasette legni minori. Ma se la Repubblica con costanza inaudita sosteneva coloro che pugnavano per la religione e per la patria, non poteva per\u00f2 rimettere s\u00ec facilmente gli illustri mancati, con altrettanti illustri pari in valore agli estinti. E di vero durante il citato anno 1668 perirono 5340 soldati e 586 ufficiali, oltre 2400 tra guastatori e marinai; e poco era il conforto sapere come i nemici avessero toccate pi\u00f9 gravi perdite, contandosi fra loro 23.200 soldati, oltre un gran numero di schiavi e di altra gente di manuale servigio, rimasti sul campo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma la maggior perdita che fecero i Veneziani, fu quella del prode <strong>Caterino Cornaro<\/strong>, provveditore generale. Indefesso in ogni opera, nella nuova stagione del 1669, aveva preso a difendere il <em>forte Santo Andrea<\/em>, ne mai abbandonava il suo posto; era sempre involto in cure e pericoli gravissimi, a lutto voleva sopraintendere, tutto operare, or ai nemici resistendo, or travagliandoli con ogni maniera di offese. Quando, trovandosi egli il d\u00ec 13 maggio in una galleria del forte prefato, fra molti ufficiali, ordinando fervidamente alcune opere utili alla difesa, una bomba caduta in mezzo di loro, spezzandosi, lo fer\u00ec per guisa nel fianco, che caduto subitamente fra le braccia dei circostanti, poco appresso passava a vita migliore. Il Senato, saputa la trista nuova, ordin\u00f2 che venissero celebrate esequie magnifiche, e memorate le sue geste ed i meriti suoi con funebre orazione, che va alle stampe, da <strong>Stefano Cosmo<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il papa in frattanto, che, ad aiutar la Repubblica, le aveva concesso, con bolla del 6 dicembre 1668, la soppressione degli ordini dei gesuati, dei <em>canonici regolari di S. Giorgio in Alga<\/em>, e degli eremiti della <em>congregazione di Fiesole di S.ta Maria delle Grazie in isola<\/em>, aveva del pari caldamente sollecitato il re di Francia ad assisterla; sicch\u00e9 questi mandava un&#8217;armata navale retta da <strong>Francesco di Vandome<\/strong> <em>duca di Beaufort<\/em>, sulla quale si imbarcavano dodici reggimenti di scelte milizie, guidati dal duca di <strong>Noailles<\/strong>. Questa flotta adunque dava fondo a <em>Candia<\/em> il 19 giugno 1669, e la notte stessa, il <strong>Noailles<\/strong>, si rec\u00f2 nella piazza per riconoscerne lo stato, e per convenire con il capitan generale sul modo di difesa. Deliberarono quindi fra essi, senza il concorso degli altri capi, e senza attendere il general pontificio con nuovi rinforzi che erano per via, di sbarcar le milizie, ed uscire all&#8217;attacco dei nemici quartierati al forte della, <em>Sabbionera<\/em>. Si schierarono quindi nel mezzo della citt\u00e0 le milizie venute in due corpi, il primo composto di 5000 fanti e 500 cavalli, guidato dal duca di <strong>Noailles<\/strong>, il secondo di circa 2000 pedoni, retti dal duca di <strong>Beaufort<\/strong>; e tosto quello si volse ad occupare il fortilizio detto <em>Crevacuore<\/em>, e questo si mise entro le fosse del <em>forte S. Demetrio<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La notte del 25 dello stesso mese il duca di <strong>Noailles<\/strong>, fatto interrare il fosso ed un torrentello, pose in ordine la sua gente, divisando condurla per fianco al nemico, ed in schiena delle lor batterie, nel mentre che il duca di <strong>Beaufort<\/strong> doveva attaccare per fianco le trincee fatte dai Turchi alla <em>Sabbionera<\/em> situate nella valle. Cos\u00ec disposte le cose, si avviarono con molto ardore alla pugna; e giunti alle prime linee, furono soltanto allora scoperti dal nemico, il quale li accolse col fuoco ben nutrito dei loro moschetti. Ma i Francesi corsero tosto lor sopra, obbligandoli a subita fuga, nella quale inseguiti, perdettero molti la vita, e si che poterono gli assalitori, nel primo impeto, rendersi padroni delle due batterie situale una sopra l&#8217;altra nel monticello verso il mare, detto <em>Manila<\/em>. Se non che in questo frattempo, incendiatasi, sotto il detto monticello, la munizione ivi raccolta dal nemico, oper\u00f2 che il terreno sovrapposto in qualche parte saltasse in aria, procurando la morte di alcuni. Ci\u00f2 mise in molta confusione e disordine gli assalitori, i quali, senza essere costretti dai Turchi, retrocedettero disordinatamente, e si che la fanteria tirava contro la propria cavalleria, e i battaglioni amici si uccidevano reciprocamente; onde accortisi i nemici ripigliarono coraggio, e ritornarono a far testa dentro le linee, ove i Francesi non sapevano da qual parte ritrarsi, costruite quelle lince com&#8217;erano a modo di labirinto, per cui molti perirono miseramente. Il duca di Noailles, fece del suo meglio per arrestare quella confusa ritirata, ma senza frutto: perci\u00f2 le milizie, prese da insolito timore, non si arrestarono se non giunsero all&#8217;opera del <em>Crevacuore<\/em>, ove armando le traverse interrate della piazza, battagliarono sino alle due ore del giorno. Il duca di <strong>Beaufort<\/strong> si perse nella mischia entro le lince dell&#8217; inimico, abbandonato dalle sue genti, morendo gloriosamente. Altri molti illustri perirono in quel fatto, contandosi la perdita ad oltre cinquecento combattenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con questo solo fatto d&#8217;armi infelice tramontarono le speranze tutte della Repubblica, e andarono a male i dispendi considerabili profusi dal re di Francia. Se non che non perdette per\u00f2 l&#8217;animo la prima, cio\u00e8 la Repubblica, la quale pens\u00f2 tosto a raccogliere nuove milizie, al comando delle quali fu destinato <strong>Alessandro Pico<\/strong>, <em>duca della Mirandola<\/em>, che bram\u00f2 segnalarsi con la persona in quella guerra, alla quale l&#8217;intera Europa aveva rivolto lo sguardo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto gli assediati, dopo la mala sorte incontrata dalle milizie francesi, non si smarrirono punto, e, dopo tre giorni, usciti dalla breccia di <em>S. Andrea<\/em>, cercarono, quantunque invano, respingere il nemico. Ben il duca di <strong>Noailles<\/strong> oper\u00f2 un&#8217;altra minore sortita, la quale ebbe virt\u00f9 di cacciare il Turco dalle prime trincee dal lato del rivellino. Ma queste ed altre simili fazioni, fra cui quella operata il 23 luglio da tutta la veneta flotta giunta in quelle acque, poco o nullo profitto recarono; finch\u00e9 la stagione sempre pi\u00f9 avanzando, dava di che avvantaggiarsi ai Turchi nelle opere loro, e toglieva il modo agli assediati di repulsarli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il duca di <strong>Noailles<\/strong> intanto deliberato aveva di partire per Francia con la sua gente; del che avvertito il <strong>Morosini<\/strong>, conoscendo egli che cotale abbandono avrebbe trascinato seco la perdita di ogni cura e fatica fino allora sostenuta, deliber\u00f2 pregare tutti gli altri ,generali che si trovavano alla <em>Standia<\/em> di recarsi tosto in <em>Candia<\/em>, affinch\u00e9 uniti trovassero modo di far tor gi\u00f9 il <strong>Noailles<\/strong> dal suo proposito. Ma intanto che per il vento contrario erano essi impediti di venire, il <strong>Morosini<\/strong> si rec\u00f2 egli stesso dal duca medesimo, sollecitandolo di fermarsi almeno fintantoch\u00e9 giugessero: ma non valsero n\u00e9 queste sollecitazioni, n\u00e9 le preghiere dei magistrati, del clero e del popolo a farlo rimuovere dal suo proposito, sicch\u00e9 partiva, senza ordine del re che lo aveva spedito, per cui ritornato in patria, veniva esiliato dalla corte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non appena partito il duca di <strong>Noailles<\/strong> con le sue genti, si scopersero trentatr\u00e9 vele, che formavano il convoglio guidato dal <em>duca della Mirandola<\/em>, il quale recava soccorso di denaro, di munizioni e di oltre mille soldati. E ben opportuno giungeva, perch\u00e9, ridotto il presidio non pi\u00f9 che a tremila uomini atti alle pugne, avevano ordinato i capitani che, non potendosi mutare le guardie, nessuno partisse pi\u00f9 dalle brecce e dai posti assegnati: dura legge al par della morte, perch\u00e9 non si dava pi\u00f9 requie ai difensori; non davasi loro pi\u00f9 modo di sperare salute nell&#8217;alternare dei casi dell&#8217;orrido Marte diuturnamente operoso. Quindi i salvati da tanto pericolo erano tenuti siccome vivi prodigi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si rallegrarono i Turchi osservando l&#8217;imbarco dei Francesi e l&#8217;uscita loro dal porto; ma scoperto pur essi il nuovo aiuto, deliberarono, innanzi che sbarcasse, di dare il d\u00ecvegnente terribile assalto. Tratti dunque celermente dalle trincee diecimila soldati, ed uniti a questi i pi\u00f9 strenui guerrieri, si posero all&#8217;opera. Ma avvertito di ci\u00f2 il <strong>Morosini<\/strong>, si dispose tosto alla difesa; e poich\u00e9 il posto di <em>Santa Pelagia<\/em>, in cui restavano soli trenta soldati, non poteva pi\u00f9 resistere, lo abbandon\u00f2. Quindi, rinforzate meglio che ci pot\u00e9 le difese, e fornitele di ogni argomento guerresco, pose siccome corpo di riserva le truppe di Malta, affinch\u00e9 accorressero, al caso, nei luoghi di maggior bisogno. Circa al mezzogiorno, dato il segnale, uscirono impetuosamente i Turchi dalle loro trincee, e dapprima s&#8217;indirizzarono sopra il forte di <em>Santa Pelagia<\/em>, dove quei pochi difensori, non soliti ad abbandonare i loro posti, tentarono resistere pi\u00f9 agli ordini avuti ed oltre al dovere, e quindi la pi\u00f9 parte rimasero uccisi sugli spaldi; gli altri fuggirono. Nell&#8217;inseguire i quali, i Turchi giunsero fin presso le palificate; ma vennero coraggiosamente respinti, e siche, per l&#8217;indomato valore di <strong>Pietro Gabrieli<\/strong>, molti ne rimasero sul campo, per modo che atterriti non vollero pi\u00f9 cimentarsi ad onta degli ordini dei lor capitani; c maggiormente perch\u00e9, saltata in aria una mina, recava loro molta strage, e perch\u00e9 in ogni altra parte delle mura, e massime alla breccia di <em>Sabbionera<\/em>, con pari valore venivano respinti da <strong>Luigi Minio<\/strong>. Se torn\u00f2 di grave danno ai nemici l&#8217;assalto, non riusc\u00ec per\u00f2 di lieve perdita ai difensori, stremati di trecento. Per altro si rallegravano per il buon esito sortito e per il giunto soccorso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sbarc\u00f2 questo col duca della <strong>Mirandola<\/strong>, ma era in numero s\u00ec tenue, che servir poteva piuttosto di compagnia nell&#8217;eccidio, che di aiuto alla difesa; e pi\u00f9 perch\u00e9 era formato di gente inesperta, stanca dal viaggio, non assuefatta all&#8217;aspetto di quell&#8217;orrido assedio e al sanguinoso cimento delle battaglie. Ci\u00f2 non di meno si posero alla guardia nel luogo detto il <em>Taglio<\/em>, nel mentre che il duca, sbarcate le genti e consegnato il danaro e le munizioni, nuovamente s&#8217;imbarc\u00f2 per ritornare in Italia. Partirono anche, il d\u00ec appresso, i seicento soldati francesi che ancor rimanevano, e con essi part\u00ec lo squadrone valoroso di Malta, diminuito di oltre due terzi. Tale esempio indusse i Tedeschi a domandare l&#8217;imbarco, adducendo essere di gi\u00e0 passato l&#8217;anno per cui si erano obbligati al servizio, e con essi lo chiesero gli altri ausiliari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In mezzo a tante avversit\u00e0, e continuando sempre il nemico a travagliare la piazza lacerata in tante parti, e con guarnigione s\u00ec tenue e s\u00ec domata, deliber\u00f2 il <strong>Morosini<\/strong>, il d\u00ec 27 agosto, chiamare a consulta i migliori guerrieri, ai quali, esponendo lo stato grave a cui era ridotta la fortezza, domandava loro consiglio della via che dovesse, in tal miserabile stato, tenere. Ed essi, addoloratissimi, chi l&#8217;una, chi l&#8217;altra cosa proponendo, convennero in fine, che largamente avendosi soddisfatto al valore ed al debito, ed avendosi, per il corso di quasi tre anni di attacco e di ventidue di assedio, sacrificato alla gloria oro e sangue infinito, si dovesse, arrendendo, con onorevoli patti, <em>Candia<\/em>, provvedere alla quiete e alla salute della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perci\u00f2 spediva il <strong>Morosini<\/strong> due inviati a parlamentare coi Turchi, i quali, quantunque resi insolenti per la prosperit\u00e0 dei successi, pure assentirono conchiudere i patti di una onorevole resa. Quindi, raccolti sotto i padiglioni nella propinqua campagna, dopo molti contrasti, si convenne in questi punti principali: che sarebbe resa la citt\u00e0 di <em>Candia<\/em>, preservati per\u00f2 trecento ventotto cannoni dei migliori, le cose sacre, le munizioni: che le fortezze della <em>Suda<\/em>, <em>Caradusa<\/em>, <em>Spinalunga<\/em> e Clissa, coi loro territori, e tutti gli altri luoghi acquistati in <em>Bossina<\/em> nella guerra presente, dovessero rimanere in pacifico possesso della Repubblica: che per sicurezza di questi ed altri patti si consegnassero tre ostaggi di grado cospicuo per parte. Sottoscritto senza ritardo il trattato, fu posto fine con esso alla guerra, durata venticinque anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non cos\u00ec tosto fu pubblicata la pace, stava a cuore dei Veneziani sollecitar la partenza; onde con le ciurme sopravanzate allestirono quattordici galee e cinque galeazze, impiegando gli scafi vuoti per il trasporto dei cavalli e degli apprestamenti di guerra a loro lasciati per convenzione. Spettacolo miserando offriva <em>Candia<\/em>, sembrante piuttosto un sepolcro composto da vaste rovine, che una citt\u00e0 che resist\u00e9 allo sforzo di tanta oste per il corso di quasi tre anni. Gli abitanti ridotti a soli 4.000, di ogni et\u00e0 e di ogni sesso, il 26 settembre assegnato alla partenza, si recarono, smunti e domati da tanti travagli, al capitan generale <strong>Morosini<\/strong>, pregandolo ad una voce: volesse tradurli in altro luogo, non riconoscendo pi\u00f9 la patria loro squallida e deformata, e quel che era peggiore, caduta in mano degli infedeli. Volere essi conservarsi liberi nella cattolica fede, volere esser sempre soggetti a san Marco. Il <strong>Morosini<\/strong> li consol\u00f2 assicurandoli che questa loro magnanima risoluzione accettava: indi a tutti veniva assegnando vitto e stipendio, concedeva a tutti privilegi speciosi, sanciti poi dal Senato, e ne raccoglieva molti in <em>Parenzo<\/em>, citt\u00e0 dell&#8217; Istria, con assegnamento di case e terreni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ripatriato il <strong>Morosini<\/strong>, ebbe a lottare con chi lo veniva accusando di violatore delle patrie leggi e usurpatore della sovrana potest\u00e0, perch\u00e9, non consapevole il <em>Senato<\/em>, aveva di proprio arbitrio ceduta <em>Candia<\/em>, e segnata la pace. Tra gli accusatori fu <strong>Antonio Corraro<\/strong>, <em>avvogador di Comune<\/em>, il quale, oltre a queste colpe, quelle gli apponeva di vilt\u00e0, di corruzione e di peculato. Ma a difenderlo sorgevano il cavaliere <strong>Giovanni Sagredo<\/strong> e <strong>Michele Foscarini<\/strong>, e s\u00ec che il <em>Maggior Consiglio<\/em> a pienezza di voti repulsava la proposta di spogliare della veste procuratoria l&#8217;accusato; e dato poi corso alla regolare inchiesta sulla difesa di <em>Candia<\/em>, e sul maneggio del pubblico danaro, risult\u00f2 l&#8217;innocenza del <strong>Morosini<\/strong>, onde pi\u00f9 crebbe verso di lui la stima del popolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ratificata la pace, pose il <em>Senato<\/em> ogni sua cura nel riparare i mali che la lunga guerra aveva inflitto nella amministrazione. Restaur\u00f2 le fortezze, disciplin\u00f2 le milizie, rianim\u00f2 il commercio, abbassando le gabelle e i dazi, pose norma al debito pubblico, onde venne ad acquistar fede maggiore, e ad altri provvedimenti diede mano, valevoli a ripristinare la decaduta floridezza. A tutte queste opere di saggio reggimento intese, con il <em>Senato<\/em>, il doge <strong>Domenico Contarini<\/strong>, fin che giunse all&#8217;estremo suo giorno, che fu il 26 gennaio 1674, e nella <em>chiesa di s. Benedetto<\/em> venia tumulato nell&#8217;arca dei suoi maggiori, appiedi dell&#8217;ara massima, ottenendo l&#8217;orazione in funebre da <strong>Vincenzo Todeschini<\/strong>, che fu poi pubblicata colle stampe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molti fatti degni di nota accaddero nella citt\u00e0 ducando il <strong>Contarini<\/strong>. E prima accenneremo le nuove istituzioni statuite. Il d\u00ec 14 agosto 1660 si decret\u00f2, che gli ambasciatori, al loro rimpatrio, dovessero recare al <em>Senato<\/em> le loro relazioni, sotto pena di essere esclusi dal <em>Senato<\/em> medesimo. L&#8217;anno appresso, si ordin\u00f2 una nuova redecimazione generale di tutti i beni. Nel 1662, venne attivato, con apposito regolamento, il porto franco in Venezia, durato fino al 1689; e nello stesso anno si cre\u00f2 il <em>Magistrato alla compilazione delle leggi<\/em>, composto di due nobili, il cui incarico fu di compilare e ridurre in giusti sommari tutte le leggi del <em>Maggior Consiglio<\/em> e del Pregadi, sparse nei volumi della cancelleria ducale, e principalmente quelle che regolavano il governo e la distribuzione degli uflizi. Finalmente, nel .1665, si istitu\u00ec il <em>Magistrato dei tre deputati sopra le miniere<\/em>, onde coltivare e porre in buon ordine esse miniere, fino allora trascurate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ad onta della guerra accanita che combattevasi di questi anni col Turco, si eressero molte fabbriche a decoro della citt\u00e0. Tali furono: nel 1661 la chiesa di San Basso, rovinata dal fuoco nell&#8217;anno stesso; nel quale anche si aperse, per la prima volta, il teatro di san Luca. L&#8217;altro teatro di San Cassiano veniva nuovamente murato nel 1663 dall&#8217;architetto <strong>Bognolo<\/strong>; e nel medesimo anno si elevava la facciata della chiesa del Santissimo Salvatore dall&#8217;architetto <strong>Giuseppe Sardi<\/strong>, per lascito di <strong>Jacopo Galli<\/strong>, che dispose per ci\u00f2 cinquantamila ducati. Nel 1668 si rifabbricava, dalla pianta, la <em>chiesa di San Pantaleone<\/em>, coi disegni di <strong>Francesco Comino<\/strong>; e dall&#8217;architetto <strong>Alessandro Tremignan<\/strong>, si elevava, con l&#8217;oro della nobil famiglia <strong>Fini<\/strong>, la facciata di <em>San Mois\u00e9<\/em>. Due anni appresso, <strong>Baldassare Longhena<\/strong> murava il <em>cenobio dei somaschi alla Salute<\/em>, ora seminario patriarcale. Nel 1672 erigevasi, da <strong>Andrea Tirali<\/strong>, il <em>campanile dei santi Apostoli<\/em>, e la vicina scuola dell&#8217;<em>Angelo custode<\/em>, adesso oratorio della confessione augustana. Il seguente anno, costruivasi, da <strong>Giuseppe Sardi<\/strong>, la fronte della <em>chiesa dei Mendicanti<\/em>; e, finalmente, nel 1674. si rifabbricavano la <em>chiesa dell&#8217;Ospedaletto<\/em> coll&#8217;annesso luogo pio; quella coi disegni di <strong>Baldassare Longhena<\/strong> e questo per opera di <strong>Matteo Lucchesi<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">N\u00e9 feste mancarono di celebrarsi per la venuta di personaggi distinti, tra i quali ricordiamo <strong>Cosimo III<\/strong>, gran duca di Toscana, che visit\u00f2 Venezia nel 1664.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II ritratto del nostro doge \u00e8 lavoro di <strong>Pietro Bellotti<\/strong>, espertissimo in questo genere. Nel campo si legge:<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">DOMIN. CONTARENVS, BELLO CRETICO SAEVIENTI FORTVNAE INVICTVM ANIMI, ROBVR SPEMQ. OPTIMAM OPPOSVIT PACEQ. DIVINITVS PARTA PIETATE AC IVSTITIA FESSIT REUVS SVBVENIENS NONACENARIVS DECESSIT, ANNO MDCLXXIV.&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quella vece il Palazzi reca questa inserizione : Bellu ex bellis fata lauros mihi et palmas pepererunt. Stupens in meis clussibus mare obriguit. Legationibus peragravi Europam. Pluritnos excepi hospitio Principes. Ad Cretam totius urbis vires expertus, multis praeliis victor extiti: bello tamen non victor, sed pace decora foelix, et quae omni victoriae extitit gloriosior. Haec elicita potius precario, quam vi extorta, ea quasi testamento patriae relicta, decrepitus obii. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\"> (1) Domenico Contarini nacque da Giulio nel 1584, e di lui il Cappellari nota, che fu cinque volte savio, altrettante consigliere, ed otto volte oratore alle varie corti d&#8217;Europa; e nota ancora, che unitamente a suo fratello Angelo, procuratore di s. Marco e senatore illustre, eresse il maggior altare della chiesa di S. Benedetto, ove fino dal 1650 posero onorata inscrizione all&#8217;altro Domenico figlio di Maffio loro antenato, senatore cospicuo; e nel 1657, il nostro doge ne poneva un&#8217;altra a ricordo de&#8217; meriti del detto fratello suo Angelo: inscrizioni per\u00f2 che non pi\u00f9 si vedono. Moriva, come superiormente dicemmo, nel 1675 d&#8217;oltre novanta anni.<\/span><\/p>\n\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Domenico II Contarini. Doge CIV. \u2014 Anni 1659-1675 (a) Quantunque lontano dalla patria, e quieto fra gli ozi della sua villa in Este, veniva Domenico Contarini chiamato al trono ducale il 16 ottobre 1659: la integrit\u00e0 sua e la sua modestia lo reputarono degno di tanto onore. 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