{"id":61225,"date":"2020-08-30T05:42:43","date_gmt":"2020-08-30T05:42:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61225"},"modified":"2020-08-30T18:17:40","modified_gmt":"2020-08-30T18:17:40","slug":"bertuccio-valiero-doge-cii-anni-1656-1658","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61225","title":{"rendered":"Bertuccio Valiero. Doge CII.  &#8211; Anni 1656-1658"},"content":{"rendered":"\n<h3>Bertuccio Valiero. Doge CII. \u2014 Anni 1656-1658 (a)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il d\u00ec 15 giugno 1656, gli elettori di comune accordo elessero doge <strong>Bertuccio Valiero,<\/strong> bench\u00e9 si trovasse aggravato da febbre e tormentato dalla podagra; motivo per cui non pot\u00e9 prendere il possesso della sede ducale se non il 10 luglio susseguente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A continuare la guerra di <em>Candia<\/em>, alla fine di maggio dell&#8217;anno medesimo, <strong>Lorenzo Marcello<\/strong>, sostituito nella carica di <em>capitano generale<\/em> al defunto <strong>Luigi Leonardo Mocenigo<\/strong>, scioglieva con la flotta da <em>Candia<\/em> e si recava di fronte allo stretto dei <em>Dardanelli<\/em>, alfine d&#8217;impedire nuovamente l&#8217;uscita della turca armata, che si stava col\u00e0 allestendo per ripigliare le pugne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non appena giunse la nuova a Costantinopoli dell&#8217;arrivo della veneta classe, assunto il comando della turca <strong>Sinan-Pasci\u00e0<\/strong> si affrett\u00f2 d&#8217;uscire; ed uscito present\u00f2 la battaglia, che fin\u00ec con una fra le pi\u00f9 grandi e splendide vittorie, che abbiano mai coronato le armi veneziane; in cui \u00e9 inciso il dipinto del cav. <strong>Pietro Liberi<\/strong>, collocato nella <em>sala dello Scrutinio<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La morte gloriosamente incontrata dal <strong>Marcello<\/strong> lasciava vacante il carico di capitano supremo del mare, e perci\u00f2 veniva degnamente sostituito <strong>Lazzaro Mocenigo<\/strong>, che in quella battaglia aveva partecipato alla gloria, e ben meritato della patria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Frattanto la flotta veneta attaccava <em>Tenedo<\/em> e la conseguiva, lasciando ivi a rettore <strong>Giovanni Contarini<\/strong>; si impossessava di <em>Lenno<\/em> e di <em>Stalimene<\/em>, ed altre minori imprese operava fino al chiudersi dell&#8217;anno 1656.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In mezzo a tanti sforzi di valore, di costanza, di sacrifici di vite e di averi, che i Veneziani fatto avevano, e stavano per ripetere alacremente, fa meraviglia lo scorgere come l&#8217;intera Europa rimaneva quasi indifferente spettatrice, ed alle calde rimostranze e fervorosi inviti della Repubblica per essere soccorsa nessuno dava ascolto, e se lo dava si risolvevano le date promesse in vane parole. Il pontefice stesso, <strong>Alessandro VII<\/strong>, che in sulle prime pareva volesse sostenere con aiuto efficace la sacra causa dei Veneziani, finiva con il concedere loro soltanto i beni dei cenobi soppressi dei <em>Crociferi<\/em> e di <em>Santo Spirito in isola<\/em>; ma in compenso domandava il ritorno dei <em>Gesuiti<\/em> in Venezia, espulsi per legge del 14 giugno 1606.\u00a0 Portata la cosa in <em>Senato<\/em> fu avversata da <strong>Giovanni Soranzo<\/strong> e da <strong>Francesco Querini<\/strong>; ma sorto a parlare in favore <strong>Giovanni Da Pesaro<\/strong>, fu con maggioranza di voti acconsentita la riammissione dei <em>Gesuiti<\/em>, per\u00f2 legata a certe condizioni, fra le quali una fu, che dovessero acquistare il <em>monastero dei Crociferi<\/em> per cinquantamila ducati: il che eseguito rientrarono egli ed aprirono le scuole il 23 aprile 1657.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla nuova stagione di questo medesimo anno, i Turchi allestivano poderosa armata terrestre e navale, affine di lavar l&#8217;onta delle sconfitte toccate; nel mentre che <strong>Lazzaro Mocenigo<\/strong> scioglieva dalla patria, con il pensiero di conservare gli acquisti fatti, di battere il nemico sul mare e d&#8217;impedire che uscisse la flotta di esso dallo <em>stretto dei Dardanelli<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Destinava quindi una squadra opportuna per guardar <em>Tenedo<\/em>, tenuto siccome punto interessantissimo; ne mandava un&#8217;altra velocemente verso <em>Scio<\/em> ad incontrare le navi turche, che a quella v\u00f2lta navigavano, e un&#8217;altra ancora ne spediva ad incrociare le acque del <em>canale dei Dardanelli<\/em>.\u00a0 Ordinava a <strong>Vincenzo Querini<\/strong> che con diciannove galee e sei galeazze lo seguisse per dar la caccia alla flotta turca verso <em>Scio<\/em>, e tosto si abbatt\u00e9 in alcune navi che formavano parte della carovana procedente dal <em>Cairo<\/em>, e due vascelli e cinque saicche pred\u00f2, una di queste ne arse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma al <strong>Mocenigo<\/strong> stava a cuore d&#8217;incontrare la flotta del <em>capitan pasci\u00e0<\/em>, n\u00e9 tard\u00f2 molto a trovarla. La quale veniva da <em>Rodi<\/em> rinforzata da nove galee del <em>Bei<\/em>; e quindi si pose tosto a darle la caccia. Ripartiti con buon ordine i posti e gli uffici, e preso il vantaggio del vento, incominci\u00f2 a percuoterla s\u00ec vivamente, che in breve la sgomin\u00f2 e la vinse, acquistando con altri legni eziandio la capitana comandata dal <em>capitan pasci\u00e0<\/em> <strong>Mehemet<\/strong>, che, ferito, rimase prigione con quattrocento dei suoi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa vittoria saputa a Venezia, volle la Repubblica che meritasse al suo capitan generale <strong>Mocenigo<\/strong> l&#8217;onore del procuratorato di San Marco, il che fu il primo giugno 1657.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <strong>Mocenigo<\/strong> per\u00f2 non s&#8217;acquetava nelle opere di Marte, ch\u00e9 pi\u00f9 animato che mai dava la caccia ai legni turchi fuggiti, e si preparava gi\u00e0 all&#8217;impresa di <em>Scio<\/em>. Ma udito che un altro corpo d&#8217;armata, uscito da Costantinopoli, si trovava ai <em>Dardanelli<\/em>, dove posto si aveva a campo lo stesso <em>gran visir<\/em> con cinquantamila soldati, con animo di volgersi al ricuperamento di <em>Tenedo<\/em>, vol\u00f2 tosto nel canale dei <em>Castelli<\/em>, ove gi\u00e0 stava ancorato <strong>Marco Bembo<\/strong> capitan delle navi. Unitosi ivi anche con le navi di Malta, divise la flotta nei posti pi\u00f9 vantaggiati, attentamente osservando i movimenti dei nemici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Stretta poi consulta fra i capitani, deliberarono di sforzare il passo de\u00ec <em>Dardanelli<\/em>, batter la flotta nemica, ed avanzarsi fin sotto le mura di Costantinopoli. N\u00e9 davano loro timore le fortezze dei <em>Castelli<\/em>, pensando di farle fulminare da sedici navi, al favor delle quali procedere poi a forza di remi. Ci\u00f2 tutto volevano operar notte tempo, ma essendo lor necessario provvedersi di acqua, le galee si recarono ad <em>Imbro<\/em> per fornirne anche alle navi. Il vento che per il corso di otto giorni furiosamente spir\u00f2 contrario, imped\u00ec che ritornassero s\u00ec tosto; anzi dalla tempesta stessa agitate le navi, portate furono dalla parte dell&#8217;Asia, rimanendo di qua solo la capitana con una o due altre navi. Non poteva il <strong>Mocenigo<\/strong> con l&#8217;ardor suo domare la forza delle onde, sebbene lo tentasse pi\u00f9 volte. Finalmente, rimesso alcun poco il vento, sped\u00ec quattro galee, affinch\u00e9 ad ogni costo di rischio e di fatica recassero acqua alle navi, venute per mancanza all&#8217; ultimo stremo. Il giorno appresso fu concesso alle altre galee di partire da <em>Imbro<\/em>, quantunque il vento, ancora contrario, impedisse che giugner potessero quella stessa sera ai <em>Castelli<\/em>. I Turchi attentissimi di cogliere ogni vantaggio, scelsero quel momento, e prima dell&#8217;arrivo delle galee, la mattina per tempo del 17 luglio 1657, si accinsero ad uscir dal canale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si componeva la flotta loro di trentatr\u00e8 galee, nove maone, ventidue navi, cinquanta saicche e molti altri legni minori, e fulminando da ogni parte le batterie di terra, pieg\u00f2 alla parte di Grecia, dove, per il vento, erano indebolite di numero le venete navi. Le quali da ogni lato battute, affrettarono la mossa per torsi dal danno e per investire il nemico. Il <strong>Bembo<\/strong> stava ancora sull&#8217;ancora, e cintolo i Turchi da ogni parte, tentavano abbordarlo; ma egli, tagliate le gomene, si pose in mezzo di quattro navi e tre maone nemiche, infin che aiutato da un&#8217; altra nave, sparse, tuonando, fra i nemici, la confusione e la morte. Frattanto le altre navi dei Veneziani poste si erano in miglior ordinanza, e tosto si diede allora a un battagliare confuso, tremendo, continuo, con alterna fortuna, durato fin verso la sera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non e a dire di quanta e quale impazienza fossero presi i capitani delle venete armi nello accorrere in aiuto delle navi loro, all&#8217;udire della incagliata battaglia. Ma il soffiare del forte vento contrario impediva loro di giungere alla pugna. A forza di remi superato il <em>capo Giannizzero<\/em>, rimanca un&#8217;altra punta da vincere, ma la burrasca vieppi\u00f9 sempre ingagliardiva. Alcuni consigliavano di far sosta: senonch\u00e9 il <strong>Mocenigo<\/strong> tanto fece e tanto disse, che fu deliberato avanzare quanto pi\u00f9 si poteva, per cui ebbero modo le tre galee capitane, seguite da altre nove, di entrar nel canale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si sparse allora l&#8217;avvilimento nei Turchi, i quali parte si gettarono in mare, parte cercarono scampo nel prossimo lido, e parte dei legni loro investirono. Tanto era per\u00f2 la burrasca, che le galee venete stavano nel punto di pericolare, se tostamente non avessero dato fondo alle \u00e0ncore. Per qualche tempo la sola capitana di Malta diede la caccia a tutta l&#8217;armata nemica, ed il <strong>Mocenigo<\/strong>, non curando i pericoli della tempesta, tagli\u00f2 fuori una galea e, investendola, la sottomise.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sorta la notte, pensavano il d\u00ec appresso di continuar la battaglia, ma la tempesta imperversando imped\u00ec alle flotte di tornare al conflitto. Abbonacciatosi il vento la notte seguente, diede modo alle galee venete di unirsi tutte in corpo, apparecchiandosi novellamente alla pugna. Rinforzava ancora il vento la mattina, e stabilissi quindi, che se si fosse placato sul chiudersi di quella stessa giornata, avrebbero, sull&#8217;imbrunire, attaccato il nemico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rimesso per\u00f2 il vento alquanto della sua forza prima dell&#8217;ora convenuta, il <strong>Mocenigo<\/strong> impaziente si mosse, seguito da undici galee, e trapass\u00f2 felicemente la principal batteria dei nemici sempre pi\u00f9 incalorito nel desiderio della vittoria, pieno d&#8217;ardir marziale, si avanzava velocemente per il canale. Stava egli appoggiato al suo stendardo, e con la voce e col gesto comandava e animava i suoi, quando una palla nemica, come sembra, caduta nelle munizioni, fece scoppiar la galea, che quasi tutta avvamp\u00f2. Nel precipitare l&#8217;antenna, schiacci\u00f2 il capo al Mocenigo; che tosto cadde estinto. Il caso inopinato fece arrestar subitamente i veneti legni, ed ogni tentativo fu abbandonato. Si cur\u00f2 peraltro di ricuperare le reliquie della galea capitana, ed ogni cosa preziosa, e la pi\u00f9 preziosa di ogni altra, il cadavere dello sfortunato generale. Per tal modo ebbe fine questo conflitto durato tre giorni, in cui acquistarono i Veneziani tre legni, e ne arsero molti altri; ma tale acquisto fu scarso compenso alla perdita fatta di uno dei pi\u00f9 illustri e dei pi\u00f9 intrepidi capitani che avuto mai avesse la Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la morte del <strong>Mocenigo<\/strong> le cose della guerra voltarono faccia, per cui le navi pontificie e di .Malta si ritirarono, e passato il comando per anzianit\u00e0 in <strong>Lorenzo Renier<\/strong>, capitano delle galeazze, vennero a mancare la disciplina, l&#8217;ordine e l&#8217;accostumato coraggio. <em>Tenedo<\/em> e <em>Lemno<\/em>, acquistate l&#8217;anno avanti, si persero; e sebbene in <em>Dalmazia<\/em> si ottenessero alcuni vantaggi, e <em>Cattaro<\/em> si fosse salvata, erano fatti troppo insignificanti appetto la lotta gigantesca che gi\u00e0 da dodici anni Venezia sosteneva quasi sola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo mezzo sorgeva una qualche lusinga di pace; imperocch\u00e9 il <em>gran visir<\/em>, a cui pesavano, non men che a Venezia, le importabili spese della guerra, amava questa finire, per volgere le armi ad altre imprese di pi\u00f9 facile e largo successo. Chiamato adunque a se da <em>Adrianopoli<\/em> il segretario <strong>Ballarini<\/strong>, gli fece intendere la possibilit\u00e0 di un accomodamento, quando per\u00f2 la Repubblica consentisse alla cessione di <em>Candia<\/em> e delle piazze annesse. Rispose il <strong>Ballarini<\/strong>, a tanto non estendersi il suo mandato, e dover riferire alla Repubblica, alla quale fu spedito un <em>dragomano<\/em> dandogli tempo due mesi per la risposta. Portata la cosa in collegio, varie furono le opinioni agitate; ma finalmente, e massime per lo discorso tenuto da <strong>Giovanni Pesaro<\/strong>, a cui ader\u00ec poi anche il doge, fu deciso di repulsare la proposta e continuare nei sacrifici magnanimi ; per cui il doge stesso offerse per il primo diecimila ducati, il <strong>Pesaro<\/strong> ne diede seimila, ed altri altre somme promisero; ma non furono tali da dimostrare in loro quell&#8217;affetto e quello zelo spiegati da quei due nobilissimi cuori. Poi il 7 gennaio 1658 rispondevasi al <strong>Ballarini<\/strong>: non potere, non dover la Repubblica, s\u00ec per rispetto alla religione, come per quello del naturale diritto, abbandonare l&#8217;antico e giustissimo possedimento di <em>Candia<\/em>; quindi non convenirle accettare la pace alle condizioni proposte<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In attesa dei fatti che dovevano accadere nella primavera veniente, moriva doge <strong>Bertuccio Valiero<\/strong> li 2 aprile 1658, lodato in funere dal padre S<strong>tefano Cosmo<\/strong>, con orazione che va alle stampe, e veniva sepolto nella <em>chiesa di San Giobbe<\/em>, da cui poi fu trasportato nel <em>tempio dei Santi Giovanni e Paolo<\/em>, ove <strong>Elisabetta Quirini<\/strong> moglie di suo figlio <strong>Silvestro<\/strong>, che fu poi doge, come vedremo, erigeva a s\u00e9, al marito ed al suocero suo un monumento splendidissimo (b).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nessun fatto accadde di singolare nella citt\u00e0, ducando il <strong>Valiero<\/strong>, tranne una orribile scionata, che impervers\u00f2 il 5 agosto 1657, dalla quale rimasero quasi distrutti i <em>monasteri di Santa Maria Maggiore<\/em> e della <em>Celestia<\/em>, e ruin\u00f2 molte case, palazzi, campanili e cammini per dove pass\u00f2, svelse parecchie statue della <em>basilica di San Marco<\/em> ed i <em>piombi del ponte di Rialto<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ritratto di questo doge, \u00e9 opera del cav. <strong>Pietro Liberi<\/strong>. Sul campo \u00e9 tracciata l&#8217;iscrizione seguente:<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">BERTVCIVS VALERIO, PRVDENTIA, ELOQVENTIA, LI BERALITATE CLARVS, ANNONAE AFFLVENTIA ET CLASSIVM EVENTV REPVBILICAE AVSPICATISSIMVS OBIIT.(1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Palazzi riporta invece questa leggenda : <em>Brevi aevo multarum aetatum gesta Orbi representavi copiis carnpos texi: Classibus operili Mare. Ad fauces Hellesponti elisi Turcarum guttura hiantia, et anhelantia caedes. Insulus continenti navium ponte iunxi. Vicina Troia e littore totum pelagus ardere vidit ad incendii sui solatium. Nusquam victus, ubique triumphator. Obrutus mole trophaeorum, ses qui annum vix explevi<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(a) Dalla famiglia romana Valeria trasse l&#8217;origine quella Valiero veneziana, siccome affermano parecchi scrittori, tra i quali lo Zabarella, nella sua opera Gli Valerii; Giulio dal Pozzo, nel Valeriae gentis elogium; Pier Giustiniano, nella Historia Venetiana; Domenico Longo, nella sua Soteria. Da Roma quindi, per le dissensioni di Mario e Silla, passarono i Valerii ad abitar Padova e la Venezia terrestre, fino a che, per le irruzioni dei barbari, fuggiti da col\u00e0, vennero, nel 423, a por stanza nelle isolette delia Laguna, sotto la condotta di Lucio Massimo delli Valerii. Cessate per\u00f2 quelle correrie funeste, ritornarono i Valerii a Padova, e questa l&#8217;istaurarono: ma irrompendo Attila nell&#8217;italiane Provincie, ripassarono novellamente, nel 453, nelle isolette della Laguna, ove fissarono da quel punto il lor soggiorno, mutando poi, coll&#8217;andare degli anni, il cognome, per semplice trasposizione di lettere, di Valerii in Valieri. Quindi sostennero il tribunato, ed uscirono dal seno loro infiniti uomini illustri in ogni facolt\u00e0, delle azioni dei quali \u00e9 fatta ricordazione onorata nelle istorie. A segno della imperiale discendenza romana porta questa famiglia, nell&#8217;unico usato suo scudo, l&#8217;aquila coronata, in campo diviso d&#8217; oro e di vermiglio, dei colori contrapposti, e per cimiero un&#8217; altra aquila nero. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">Bertuccio Veliero nacque da Silvestro q. Bertuccio, nel 1596. Incominci\u00f2 la carriera delle magistrature fino dal 1621, in cui lo troviamo savio agli ordini; poi camerlengo di comune; capitano a Bergamo; savio di Terraferma, e, nel 1629, commissario delle milizie venete nella Valtellina. Fu indi censore, capo del consiglio dei X; ambasciatore straordinario al gran duca di Toscana; e nel 1633, al cardinale infante, fratello del re cattolico, che era venuto a Milano; nella quale occasione us\u00f2 tale pomposa magnificenza da lasciarne per lungo tempo memoria. L&#8217;anno stesso fu eletto savio grande e consigliere, la qual carica fu da lui pi\u00f9 volte sostenuta. Nel 1642, fu provveditore e commissario all&#8217;esercito appo il gran duca di Toscana, nella guerra contro li Barberini; e nel 1644 si rec\u00f2 ambasciatore d&#8217;obbedienza ad Innocenzo X, nella sua esaltazione al pontificato, dal quale gerarca fu creato cavaliere. Negli anni 1645 e 1650 fu riformatore dello studio di Padova, indi generale a Palma; provveditore straordinario nel Friuli; e, nel 1655, ambasciatore a papa Alessandro VII, per il suo avvenimento al trono. Fu eletto in seguito podest\u00e0 di Brescia, ma venne dispensato, ed in quella vece venne nomi nato provveditore di Terraferma. Fu savio del consiglio, e concorse due volte al principato, finch\u00e9, morto Francesco Cornaro, fu esultato a quell&#8217;onore supremo. Narra il Palazzi, che a motivo di perorato il Valiero con molto calore in Senato sull&#8217;argomento di proseguire la guerra col Turco, cadde malato di pleurisia, da cui mori in et\u00e0 d&#8217;anni 62. Nell&#8217;atto che ricevette il santissimo Viatico, fervorosamente preg\u00f2 il cielo, affinch\u00e9 concedesse vittoria e pace alla cara sua patria.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">2) Intorno al monumento superiormente citato si veda quanto\u00a0 pi\u00f9 avanti diciamo nella nota N. 2 del ducato di Silvestro Valiero figlio di Bertuccio, che fu doge CIX. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Bertuccio Valiero. Doge CII. \u2014 Anni 1656-1658 (a) Il d\u00ec 15 giugno 1656, gli elettori di comune accordo elessero doge Bertuccio Valiero, bench\u00e9 si trovasse aggravato da febbre e tormentato dalla podagra; motivo per cui non pot\u00e9 prendere il possesso della sede ducale se non il 10 luglio susseguente. 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