{"id":61187,"date":"2020-10-25T14:02:15","date_gmt":"2020-10-25T14:02:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61187"},"modified":"2020-10-25T15:11:48","modified_gmt":"2020-10-25T15:11:48","slug":"la-guerra-di-candia-1645-1669-xii-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61187","title":{"rendered":"La Guerra di Candia (1645-1669). XII parte"},"content":{"rendered":"\n<h3>La Guerra di Candia (1645-1669). XII parte<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Assedio di Candia.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era stato nuovamente nominato capitan generale <strong>Francesco Morosini<\/strong>, e costante si mostrava la Repubblica nella difesa, sebbene non intermettesse mai nello stesso tempo di tener vivi i maneggi di pace. Erano in <em>Candia<\/em> seimila uomini di truppe regolari, oltre agli abitanti capaci alle armi e prontissimi alle fazioni; non mancavano esperti ufficiali ed ingegneri eccellenti; pi\u00f9 di quattrocento si numeravano i cannoni tutti di bronzo e in gran parte di grosso calibro; i viveri e le munizioni abbondavano e spalleggiandosi dall&#8217;armata i soccorsi, togliendoli invece, come raccomandava il <em>Senato<\/em>, e specialmente l&#8217;arrivo di viveri ai Turchi, ognuno bene si prometteva del cimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era il 28 maggio quando <strong>Ahmed Koprili<\/strong> di mano ad aprire le trincee intorno a <em>Candia<\/em> sotto il fuoco di trecento cannoni. Videro i difensori innalzarsi dai Turchi gran massa di terra cavata da fosse profonde, dentro alle quali come altrettante caverne alloggiando, instancabilmente operavano. &#8220;Sette batterie di lontano piantarono (cos\u00ec descrive il contemporaneo e ben istruito storico <strong>Nani<\/strong> le operazioni di questo memorabile assedio) per difendere le opere loro et andarle avanzando. N\u00e9 solo si servirono di cannoni, ma di mortari in gran numero. Era perci\u00f2 terribile il tuono incessante dell&#8217;artiglierie, che con palle di grandissimo peso squarciavano le muraglie, e fracassavano i tetti; n\u00e9 men molesto il flagello delle bombe, e sopra tutto de sassi, che volando, e portando per aria la morte, non lasciavano ai difensori alcun momento certo, n\u00e9 alcun luogo sicuro. Ma nella citt\u00e0 stando ben disposte le cose, non appariva spavento, n\u00e9 si curava il pericolo. Era di lontano battuta la <em>Corona Santa Maria<\/em>, ma la <em>mezzaluna Mocenigo<\/em> pi\u00f9 da vicino assalita, il <em>rivellino Betlemme<\/em>, e pi\u00f9 di ogni altra, l&#8217;opera a <em>corna del Panigr\u00e0<\/em>. I difensori con le controbatterie inferivano strage in ogni parte a nemici, e con frequenti sortite li travagliavano, uccidendo le guardie et i guastatori, disfacendo trincee e ridotti, in che il <em>colonnello di<\/em> <strong>Chateauneuf<\/strong> si segnal\u00f2, e la militia savoiarda riport\u00f2 grandissima laude.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma poste in uso le opere sotterranee, non si pu\u00f2 dire con quanta fierezza d&#8217;ambe le parti s&#8217;incrudelisse, ora volando semiarsi gli uomini in aria, ora vivi restando sepolti, perci\u00f2 riempiendosi di polvere le cave, e dandole fuoco, con grande elevation di terreno e non minor scuotimento scoppiando, distruggevano tutto. Nelle gallerie o per guadagnare i rami, o per contendere al nemico i progressi, ad ogni ora s&#8217;incontravano i soldati, combattendo al buio, e nell&#8217;orrore di quegli oscuri recessi, et in particolare con le granate, et anche si battevano con le mani, quando l&#8217;angustia de luoghi non permetteva altro uso dell&#8217;armi. I Turchi profondavano sin sotto i lavori de Venetiani, e questi all&#8217;incontro s&#8217;invisceravano tanto, che con la fatica procuravano deludere l&#8217;arte; e bene spesso accadeva, che penetrando gli uni pi\u00f9 a basso, facevano volar quei, che nell&#8217;istesso tempo pensavano distruggere chi sopra stava. Si confondevano pertanto in comune sepolcro le membra lacere et i cadaveri degli amici e dei nemici, e correvano in quelle caverne indistintamente rivi di sudore e di sangue. Tanto veniva permesso dalla qualit\u00e0 del terreno che facilmente cede alla zappa; e come i Veneti avevano scavato gli anni addietro sia al filo dell&#8217;acqua, cos\u00ec l&#8217;estrema siccit\u00e0 di quest&#8217;anno tollerava, che molto pi\u00f9 penetrar si potesse, di modo, che i lavori andavano pi\u00f9 di novanta piedi sotto la controscarpa. Ma i Turchi accostandosi all&#8217;<em>opera del Panigr\u00e0<\/em> diedero principio a pi\u00f9 calde azioni, tentando con fornelli di spianare i bonetti avanzati, e con assalti occuparli, et all&#8217;incontro i difensori con l&#8217;arti medesime contendevano loro i progressi. Si vedevano perci\u00f2 volar in aria le genti, che si preparavano d&#8217;andar all&#8217;assalto, e sottentrando altre squadre, se trovavano spianati i terreni, s&#8217;affacciavano loro altri nuovi ripari innalzati in momenti con pali e con sacchi, che riempiti di terra formavano un&#8217;altra difesa. Molti bravi ufficiali et i migliori soldati morivano, n\u00e9 valeva il ripartirsi o coprirsi, poich\u00e9 dal seno della terra scoppiando sotto i piedi la morte, perivano indistintamente i pi\u00f9 valorosi et i vili. Alla fama di cosi celebre assedio molti cavalieri si mossero volontari da ogni parte di Europa, e tra i pi\u00f9 cospicui furono il baron <strong>Gustavo di Wrangel<\/strong> svedese et il cavalier <strong>d&#8217;Arcourt<\/strong> francese, che ancor giovanetto, sbarcato con quaranta persone di suo seguito, diede saggi di estremo coraggio, fin a tanto, che gravemente ferito in testa, convenne con dispiacer suo ritirarsi&#8221;. Dal maggio al novembre 1667 avvennero trentadue assalti, diciassette sortite, seicentodiciotto mine erano scoppiate tra l&#8217;una parte e l&#8217;altra, perirono tremila duecento de Veneziani, con quattrocento ufficiali, ben ventimila dei Turchi, che costretti furono a ritirarsi a qualche distanza. Ci\u00f2 che non aveano potuto per le armi, tentarono con le seduzioni, con le minacce, ma tutto invano, che ogni soldato, ogni abitante di <em>Candia<\/em> era un eroe, le donne stesse combattevano, prestavano opera alle fortificazioni, e ad ogni bisogna diligentemente provvedeva il <em>Senato<\/em> con numerosi convogli di munizioni e di viveri che quasi ogni mese partivano da Venezia; resistenza, perseveranza uniche negli annali della storia militare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa condizione erano le cose, quando arriv\u00f2 il nuovo <em>capitano generale<\/em> <strong>Francesco Morosini<\/strong>. Durante l&#8217;inverno l&#8217;una parte e l&#8217;altra diedero opera a rimettere in buono stato le fortificazioni, a costruirne di nuove, a prepararsi a nuovo e terribile conato all&#8217;aprirsi della stagione. Grande perdita fu quella del marchese di <strong>Villa<\/strong> richiamato dal duca di <strong>Savoia<\/strong> suo signore, in cui luogo fu dalla Repubblica stipendiato <strong>Alessandro de Puy<\/strong> <em>marchese di Sant&#8217; Andrea<\/em>; ma il nuovo papa <strong>Clemente IX<\/strong>, molto pi\u00f9 del suo predecessore infervorato per le cose di <em>Candia<\/em>, aiutava quanto pi\u00f9 poteva la Repubblica e vi esortava i principi, onde oltre ai soccorsi della Francia, ventimila scudi furono contati dal duca di Lorena per ammassare truppe e mandarle in <em>Candia<\/em>, la regina di Spagna promise, bench\u00e9 poi le promesse restassero senza effetto, le sue squadre di Napoli, e ordin\u00f2 a suoi ministri di dare assistenza, ma nulla fu fatto; l&#8217;imperatore invi\u00f2 seicento fanti ai confini, e poi tremila alla fine dell&#8217;anno ne spedi sotto il comando di <strong>Enrico di Chimensech<\/strong>; mand\u00f2 il gran duca di Toscana un reggimento, mand\u00f2 il duca di Milano cinquantaquattro botti di polvere, altrettanta ne fornirono i Lucchesi; alcune munizioni e danaro invi\u00f2 altres\u00ec qualche principe di Germania. Con tali sussidi, inferiori certamente di gran lunga al bisogno, osserva il Nani, si aperse la campagna del mille seicento sessantotto, o continu\u00f2 piuttosto la precedente, solo dall&#8217;inverno e per la comune stanchezza interrotta, non si per\u00f2 che frequenti avvisaglie ed esplosioni di mine di tempo in tempo non succedessero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Battaglia navale alla Standia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei primi giorni di marzo, il <em>vezir<\/em> meditando togliere ai Veneziani in <em>Candia<\/em> l&#8217;opportunit\u00e0 dei viveri, fece tacitamente uscire una squadra per battere quella con cui <strong>Lorenzo Cornaro<\/strong> scorreva le vicine acque, incaricandone <strong>Chalil Pasci\u00e0<\/strong>, e con lui <strong>Durac<\/strong> famoso corsaro, con l&#8217;ordine di tenersi in agguato, sorprendere le navi veneziane, portarsi poi alla <em>Standia<\/em>, e occupato uno dei porti, fortificarsi, incendiare e distruggere i legni della Repubblica. Ma penetrato dal <strong>Morosini<\/strong> il suo pensiero, usc\u00ec prestamente di <em>Candia<\/em>, e unite venti galee si spinse nella notte del sette di marzo a quella volta, per modo che sopraffatti i Turchi, i quali crederono essere il <strong>Cornaro<\/strong> con la solita squadra, gli assal\u00ec con gran forza e pari coraggio. Riusc\u00ec aspro e duro il combattimento, reso pi\u00f9 tremendo dall&#8217;orrore delle tenebre. Due galere nemiche che assalito avevano la <em>Reale<\/em> della Repubblica vennero in mano dei Veneziani; <strong>Durac<\/strong> stava per occupare la galea di <strong>Nicol\u00f2 Polani<\/strong>, quando accorsovi il <strong>Morosini<\/strong> a lune di torcia fece nella nemica entrar le sue genti. A quell&#8217;improvviso splendore, creduto di fuochi artificiali; tale fu lo sbigottimento dei Turchi, che caduto estinto <strong>Durac<\/strong>, fatto macello della milizia, rest\u00f2 ai Veneziani la vittoria, e con essa vennero in loro potere cinque galere, quattrocento prigioni, pi\u00f9 di mille schiavi cristiani che furono liberati, onde fu il <strong>Morosini<\/strong> altamente lodato, e dal Senato creato cavaliere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Gentiluomini francesi al soccorso di Candia. Dopo un&#8217;infelice sortita si partono. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>vezir<\/em> intanto spinto sempre pi\u00f9 vivamente dalle notizie di Costantinopoli e dalle minacce del Sultano incalzava con ogni studio l&#8217;assedio, non badando punto al sacrificio di migliaia di vite, purch\u00e9 lo scopo conseguisse; tre volte in uno stesso giorno occuparono i Turchi un bonetto sulla <em>controscarpa della Sabbionara<\/em>, e altrettante ne furono respinti; si incendi\u00f2 per la furia dei colpi l&#8217;officina ove i fuochi artificiali si preparavano, lo scoppio, l&#8217;immenso fragore, le fiamme sparsero per qualche momento, non sapendo che cosa si fosse, lo spavento negli abitanti che gridavano al tradimento, ma quando ne conobbero la causa, ripreso animo, diedero opera allo estinguere e tornarono alla difesa con lo stesso se non maggior ardore di prima. Cos\u00ec era un combattere continuo, un perdere e riprendere di forti, uno scoppiare e sventare di mine, un misurarsi da corpo a corpo, una ferocia, un accanimento senza pari; nella citt\u00e0 ogni fabbrica demolita, gli abitanti vivevano nelle caverne, e i soldati o stavano esposti sopra le brecce a tutti i pericoli, o mal sicuri nei fessi delle muraglie; erano di cadaveri pieni i cimiteri, di malati o feriti gli ospedali, il presidio ridotto a soli cinquemila uomini, i guastatori quasi del tutto consunti, e fu uopo domandare rinforzi all&#8217;armata. Il nome di <em>Candia<\/em> suonava famoso in tutta l&#8217;Europa, tutti gli occhi erano rivolti a quel breve spazio di terra sul quale da tanti anni succedevano s\u00ec mirabili prove di valore; il romanzesco dell&#8217;impresa, il desiderio di gloria, il poter vantare di aver fatto altres\u00ec le proprie prove in un si famoso conflitto eccitavano specialmente tra i Francesi molta nobile giovent\u00f9 ad accorrere volonterosa in quel luminoso arringo. Il <em>duca de la<\/em> <strong>Feuillade<\/strong> si fece capo di cinquecento ufficiali per la maggior parte da lui stesso pagati, e con lui erano i <em>duchi<\/em> di <strong>Castel Thierry<\/strong> e di <strong>Caderousse<\/strong>, il <em>conte<\/em> di <strong>Villemor<\/strong>, il <em>conte<\/em> di <strong>Saint Pol<\/strong> <em>principe di Neuchatel<\/em> che contava appena diciassette anni di et\u00e0, parecchi degli <strong>Aubusson<\/strong>, dei <strong>Crequ\u00ec<\/strong> ecc. Ma giunti che furono a <em>Candia<\/em> quella condizione di semplice difesa gli impazientava, vedevano svanirsi i loro sogni di fatti cavallereschi, splendidi di meravigliose azioni, stupivano che al solo loro arrivo le cose non avessero mutato aspetto e sollecitavano con tutta insistenza una sortita dalla quale si ripromettevano niente meno che di obbligare i Turchi a levare l&#8217;assedio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I Veneziani per\u00f2 che gi\u00e0 avevano fatto tante sortite, che gi\u00e0 tanti assalti avevano sostenuti e gloriosamente respinti, erano ben lontani dal lasciarsi trasportare dall&#8217;ardore di una giovent\u00f9 inconsiderata ed inesperta, e attendendo prossimo un respiro per l&#8217;avanzata stagione che fra poco avrebbe obbligato i Turchi a desistere, stimavano a ragione una vera pazzia il commettere tutta la loro sorte all&#8217;esito di una battaglia generale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma i Francesi insistevano tanto, che al fine il <strong>Morosini<\/strong> dovette suo malgrado consentire che il <em>duca di<\/em> <strong>Feuillade<\/strong> corresse da s\u00e9 il pericoloso cimento come si offriva coi suoi, con un battaglione di maltesi e un centinaio di granatieri italiani che seppe trascinare nel medesimo proponimento. Era il 16 di dicembre, quando alla punta del giorno uscirono divisi in quattro squadre con guide pratiche dei confusi sentieri del campo che presentava un vero labirinto intralciato ad ogni passo da barricate e traverse, da trinceramenti e difese d&#8217;ogni genere. Tuttavia diedero addosso con tanto vigore al nemico, che secondati dalle batterie della piazza e dal continuato fuoco dei moschettieri, poterono cacciarlo in fuga da un posto, ma tosto altri, e in gran numero correvano. Il conflitto diveniva micidiale, tremendo; quattro cappuccini e due padri dell&#8217;Oratorio che in qualit\u00e0 di cappellani avevano seguito il valoroso drappello, col crocifisso in mano i combattenti esortavano, ai feriti soccorrevano. Il duca scorreva tra il ferro ed il fuoco intrepidamente, si mostrava per tutto, animava i suoi, provvedeva ad ogni cosa. Ma la lotta era troppo impari, e fu uopo alfine ritirarsi; i conti <strong>Villemor<\/strong>, <strong>Tavanes<\/strong> ed altri furono uccisi, pi\u00f9 di sessanta furono i feriti, fra i quali il d&#8217;<strong>Aubusson<\/strong>, il <strong>Montmorin<\/strong>, il <strong>Crequi<\/strong>; ultimo a rientrare fu il <strong>Feuillade<\/strong> riportando tre ferite. Tale fu il termine di questa sortita, che per vero dire fu una fazione vigorosissima, ma di nessuna utilit\u00e0, perch\u00e8 manc\u00f2 il fine principale che deve avere una sortita, quello cio\u00e8 di dare molestia ai nemici e guastare le loro fortezze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E con la medesima impazienza con che aveano voluto uscire ad affrontare il nemico, vollero ora i pochi superstiti, credendo aver fatto abbastanza per l&#8217;onore, rimbarcarsi portando seco il germe della peste che fin\u00ec di decimarli durante il viaggio. Cos\u00ec nessun sollievo era stato da loro recato all&#8217;afflitta Repubblica, la quale solo quanto pi\u00f9 si avvicinava agli estremi sembrava eccitare le simpatie, come or diremmo, dell&#8217;Europa. Essa in questa sola campagna, come l&#8217;ambasciatore <strong>Antonio Grimani<\/strong> fece vedere in apposito registro a papa <strong>Clemente<\/strong>, avea mandato in <em>Candia<\/em> novecento settanta quattro mila ducati in danaro contante, ottomila settecento soldati oltre gli ausiliari, due mila guastatori, mille remiganti, duecentovent&#8217;un bombardieri, sessanta operai di vari mestieri, grani e formento, farine, biscotti cento sessanta mila staia; quarantun pezzi di cannone, armi di pi\u00f9 sorte in gran quantit\u00e0; polvere due milioni ottocento settantanove mila libbre, miccia settecentotrentamila, piombo novanta mila, ed inoltre infinito apprestamento di ferro, legnami, fuochi artificiati, vestiti, ordigni ed altro onde solo in quest&#8217;anno 1668 cost\u00f2 il mantenimento di quella piazza ben quattromilioni trecentonovantaduemila ducati; somma a cui il papa rest\u00f2 stupefatto, e concesse quindi la soppressione di tre <em>Ordini regolari<\/em>, cio\u00e8 <em>San Giorgio in Alga<\/em>, i <em>Gesuati<\/em> e <em>Santa Maria delle Grazie<\/em>, e l&#8217;incameramento dei loro beni che diedero il ritratto di oltre un milione di ducati, reiterando in pari tempo con novella efficacia le sue istanze presso alle varie potenze onde al soccorso di <em>Candia<\/em> sovvenissero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ogni ulteriore resistenza diviene impossibile. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli eccitamenti del papa, i maneggi di <strong>Giovanni Morosini<\/strong> presso il re di Francia valsero ad ottenere da questo la deliberazione di aiutare la Repubblica con l&#8217;armata navale sotto il comando di <strong>Francesco di Vandone<\/strong> <em>duca di Beaufort<\/em>, e imbarcarvi sopra dodici reggimenti dei pi\u00f9 agguerriti sotto il <em>duca di<\/em> <strong>Noailles<\/strong>. Anche dal resto d&#8217;Europa, perfino dalla Svezia accorrevano genti stipendiate o volontarie, ma intanto che codesti soccorsi venivano, la piazza ridotta agli estremi continuava nella sua meravigliosa resistenza, e ad ogni avvicinarsi del nemico gettava fuoco da tutte le parti, il terreno s&#8217;approfondava, sbalzava sotto i piedi dei Turchi, e lanciava in aria uomini, batterie, cannoni, quanto vi si trovava, terribile sopra ogni altra fu una mina di sedici mila libbre di polvere al cui scoppio pareva tutta l&#8217;isola avesse a subissare, e a ravvolgere nel medesimo fato assalitori e assaliti. Il forte Sant&#8217;Andrea versava in grande pericolo; i Turchi non potendo guadagnare il bastione volsero l&#8217;opera a demolirlo e con inaudito esempio, suggerito come si vede dalla disperazione, ne strappavano con le mani la terra e a forza di braccia la portavano lontana. Si contendeva pertanto per ogni palmo d&#8217;arena, ed essendo le guardie da una parte e dall&#8217;altra s\u00ec vicine, non solo combattevano, corpo a corpo, ma si aggrappavano a vicenda, si trascinavano ne propri ridotti. E ben si vide quanto possa la pertinacia ed il lavoro di molte mani, che il bastione fu quasi del tutto demolito, e pi\u00f9 non restava se non una stretta striscia di terra, e quella ancora ferocemente disputavano i difensori che pi\u00f9 volte respinsero i Turchi, e poi costretti a lasciarla la fecero saltare in aria. Ebbero a piangere i Veneziani molte morti, quella principalmente di <strong>Caterino Cornaro<\/strong> che mentre il 13 di maggio stava ordinando, secondo il solito, alcune cose per la difesa, fu colpito dallo scoppiare d&#8217;una bomba e cadendo tra le braccia degli assistenti, ancora morendo raccomandava la difesa del <em>Sant&#8217;Andrea<\/em>. Arrivavano in buon punto alla met\u00e0 di giugno i soccorsi francesi e veneziani, ma colla solita impazienza francese, volle anche il <strong>Noailles<\/strong>, malgrado l&#8217;esempio precedente del <em>duca della<\/em> <strong>Feuillade<\/strong>, che si facesse una sortita senza neppur attendere l&#8217;arrivo del resto delle truppe. Si opponevano il <strong>Morosini<\/strong> e lo stesso <em>conte di<\/em> <strong>Monbrun<\/strong>, ma l&#8217;ostinazione del <strong>Noailles<\/strong> e del <strong>Beaufort<\/strong> la vinse, e con seimila uomini a piedi e settecento a cavallo uscirono nella notte che precorse il 25 di giugno dalla <em>porta di Sabbionara<\/em>. &#8220;Passava concerto, cos\u00ec racconta il <strong>Nani<\/strong> l&#8217;avvenimento, che quando fossero i Francesi alle mani con il nemico, il <em>sergente generale<\/em> <strong>Chimensech<\/strong> uscisse lungo il mare, et attaccasse le batterie, che infestavano la porta et il fianco della <em>Sabbionara<\/em>, e che le galeazze battessero il posto del <em>Lazzaretto<\/em>, e le navi i quartieri dalla parte del <em>Giofiro<\/em>; ma come l&#8217;impiego dell&#8217;armata, sempre incerto, fu all&#8217;ora impedito dal vento, cos\u00ec si scus\u00f2 il <strong>Chimansech<\/strong> dalla sortita, perch\u00e8 nel tempo di farla ritornarono indietro disordinatamente i Francesi. Stettero questi fuori delle muraglie avanti giorno chetamente col ventre a terra aspettando il segnale della mossa, quando, dato prematuramente, non essendo ancora sgombrata l&#8217;oscurit\u00e0 della notte, insorsero tutti con mirabile coraggio e meravigliosa ordinanza; ma non scorgendo la strada, n\u00e9 discernendosi tra loro stessi, una delle squadre avanzate si batt\u00e9 con un&#8217;altra credendo di aver incontrato i nemici. Si rimisero per\u00f2 presto, e di buon passo, inoltrandosi in quelle inviluppate trincee, uccidevano quanti tentavano di resistere. Occuparono arditamente tre ordini di quei ridotti, e giunti alle batterie, le trovarono abbandonate, perci\u00f2 lo spavento aveva confuso i Turchi di modo, che lasciata senza difesa ogni cosa, fuggendo si ritiravano sopra alcune colline. Pervenuti con felicit\u00e0 i Francesi ad una batteria in luogo eminente, che chiamano delle <em>Grotte<\/em>, il Cielo fece vedere con uno dei suoi colpi, che la vittoria non dipende dalla mano degli uomini, ma scende dall&#8217;alto, e che il coraggio \u00e8 uno spirito di Dio, che soffia e svanisce a suoi cenni. Caduto, non si sa come, fuoco sopra alcuni barili di polvere, si accesero con morte di trenta soldati; ma ci\u00f2 credutosi dai pi\u00f9 lontani una mina, cagion\u00f2 tal terrore, che volte le spalle e senza esser inseguiti fuggendo, rotta ogni ordinanza, e rovesciandosi i battaglioni l&#8217;uno sopra l&#8217;altro, gettate l&#8217;armi da molti, tutti nell&#8217;istesso disordine involti, corsero verso la piazza. Teneva <strong>Noailles<\/strong> collocato un grosso in sito proprio a rompere la comunicazione del campo, et ad opporsi a soccorsi, che venissero dall&#8217;altra parte; et avevano questi prosperamente battuto una partita di Turchi, che il <em>visir<\/em> vi spingeva, quando vedendo la fuga degli altri, invece di sostenere l&#8217;empito dei nemici, che scendevano dalla collina, si lasciarono rapire dalla confusione comune. Il duca con la spada in mano, oper\u00f2 meraviglie, e do per tutto, procur\u00f2 di opporsi a nemici, e di rimettere i suoi, castigando, minacciando, pregando; ma indarno, perch\u00e8 non si udivano nel tumulto le voci sue, n\u00e9 si obbedivano per timore i comandi. Convenne in fine egli pur ceder, mentre i Turchi scesi dai colli, accrescevano il danno e lo strepito, castigando con veri colpi il falso timore dei fuggitivi. Il capitan generale, che dal <em>forte di San Dimitri<\/em> vedeva l&#8217;esito infausto della sortita, usc\u00ec dalla porta per sostenere la ritirata, ordinando a suoi, che col cannone e coi moschetti frenassero l&#8217;ardir dei nemici. Alcuno voleva, che riordinati e rimessi sotto il calore della piazza, per non restare con la vilt\u00e0 e la vergogna, si replicasse nuovo attentato, ma il duca afflittissimo per il caso, scorgendo le milizie non meno sbigottite che stanche, comand\u00f2, che rientrassero nella piazza. Si trov\u00f2 mancarne cinquecento quasi tutti uccisi, perci\u00f2 otto o dieci soli restarono prigioni in potere dei Turchi . . .&#8221;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le perdite dolorose fu quella del <em>duca di<\/em> <strong>Beaufort<\/strong>, che ebbe sontuosi funerali e degni elogi a Venezia e a Roma, e sebbene alcune altre sortite si eseguissero, l&#8217;esito non corrispondeva alle aspettazioni, alle speranze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesi pi\u00f9 ormai non pensavano che alla partenza; vane tornarono le rimostranze, le preghiere del <strong>Morosini<\/strong> per ritenerli, vani i pianti, vane le suppliche degli abitanti. Il 21 d&#8217;agosto il <em>duca di<\/em> <strong>Noailles<\/strong> si imbarcava seguito poco dopo dalle galere papali, dai Tedeschi e dai Maltesi, in guisa che i Veneziani si trovarono ridotti a tremila uomini, quando i Turchi avvisati di quanto accadeva nella citt\u00e0, inorgogliti dell&#8217;ultimo fatto, correvano ad un assalto generale, e tuttavia con non miglior esito dei precedenti; pareva in <em>Candia<\/em> non uomini, ma soprannaturali esseri combattessero!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">N\u00e9 per tanto furore d&#8217;armi erano state sospese le trattative; morto il <strong>Ballarino<\/strong> era stato fino dal 17 novembre 1666 nominato il segretario del <em>Consiglio dei Dieci<\/em> <strong>Girolamo Giavarina<\/strong> per recarsi ad assistere il segretario <strong>Giovanni Battista Padavino<\/strong> che in et\u00e0 avanzata e di mal ferma salute si trovava presso il <em>vezir<\/em>. Se non che ambedue poco sopra vissero, e difficile riuscendo la nomina di un nuovo inviato tra i segretari, parecchi dei quali erano stati aggregati alla nobilt\u00e0, ed altri non raggiunsero il numero legale di suffragi, fu uopo cercare tra i patrizi chi andasse a continuare il non mai interrotto filo della negoziazione. Eletto <strong>Andrea Valier<\/strong>, a principio rifiut\u00f2 adducendo che assente da tre anni da Venezia come provveditore delle tre isole, non bene conosceva lo stato delle cose. Tuttavia obbedendo partiva, ma ammalatosi in viaggio gli fu sostituito il cavaliere <strong>Alvise Molin<\/strong>, al quale veniva data l&#8217;istruzione che ridotte le cose agli ultimi termini, consentisse per salvar <em>Candia<\/em>, a cedere anche <em>Suda<\/em> dopo demolita, con patto di non pi\u00f9 riedificarsi, e alla fine la cedesse anche come si trovava, ritirandone per\u00f2 i cannoni e le munizioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma nulla giovava, l&#8217;ostinazione del <em>gran vezir<\/em> era inflessibile, e bisognava prepararsi a nuovi conflitti. Niuno per\u00f2 poteva pi\u00f9 farsi illusione; il presidio a s\u00ec piccolo numero ridotto, non poteva pi\u00f9 lusingarsi di tener fermo, dopo l&#8217;abbandono degli alleati. Cos\u00ec il <strong>Morosini<\/strong> chiamati a consulta gli ufficiali tutti, esposta loro la vera condizione delle cose, commiserata la sorte a che si vedevano ridotti, li preg\u00f2 considerassero bene, e quella risoluzione prendessero che stimassero pi\u00f9 acconcia. Per dolore tacevano tutti, e alcuni frammischiavano sospiri al silenzio, e uno guardando l&#8217;altro, nessuno voleva essere il primo ad esporre il proprio parere in si difficile emergente. Finalmente invitato ad uno ad uno ad esprimere il proprio sentimento, vi fu chi proponeva spianar la fortezza a forza di fornelli e di mine, ma difficile sommamente rendevasi cavarne a tempo le milizie, gli abitanti, gli armamenti; altri proponevano introdurre tutte le ciurme alla costruzione di nuovo riparo, ma oltre che se ne vedeva l&#8217;inutilit\u00e0, come difendere durante i lavori il primo? come esporre la <em>Standia<\/em>, ove ancorava l&#8217;armata e questa stessa a divenir frattanto preda del nemico, e perder cos\u00ec ogni via di salvezza? Ventilate adunque le varie proposizioni tutti dovettero alfine convenire colle lagrime agli occhi che dopo tre anni di quasi continuo combattimento e ben ventidue di assedio era giuoco forza di cedere e di arrendere con onorevoli patti <em>Candia<\/em>, provvedendo alla quiete ed alla salute della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per ultimo tentativo trovandosi tuttavia a <em>Standia<\/em> il <strong>Rospigliosi<\/strong> comandante papale, pronto ad imbarcarsi con le sue truppe, gli mand\u00f2 dicendo il <strong>Morosini<\/strong> che se soli tremi la soldati gli accordasse, ci si riprometteva ancora di tener fermo fino all&#8217;inverno, guadagnando cos\u00ec tempo a nuovi provvedimenti. Ma non volle consentirvi il <strong>Rospigliosi<\/strong>, e si parti. Allora il <strong>Morosini<\/strong> mand\u00f2 al <em>vezir<\/em> mostrandosi disposto ad entrare in trattative e col disegno ardito ma generoso di tramutar la capitolazione in trattato di pace, disegno che passava i limiti dei generalizi poteri ma di cui egli assunse a proprio pericolo la malleveria, pronto a sacrificare anche la propria testa pel maggior decoro della patria. Ne fece avvertire anche il cav. <strong>Luigi Molin<\/strong>, mandato l&#8217;anno innanzi dal <em>Senato<\/em> con commissione di continuare nei maneggi di accordo, senza che i suoi poteri si estendessero alla cessione di <em>Candia<\/em>. &#8220;Ma veduti cader affatto estinti i nostri disegni, cos\u00ec scriveva il <em>provveditor generale<\/em> <strong>Battagia<\/strong> il 14 settembre 1669 da <em>Candia<\/em>, senza modo di poterli far poi risorgere, ha creduto la consulta convocata dalla zelantissima prudenza dell&#8217;eccellentissimo sig. <em>capitan generale<\/em> che produrressimo noi, lasciando perir l&#8217;armata, maggior danno alla patria di quello le procurino li nemici et esser capo di pubblico bene non sacrificare nelle mani della loro crudelt\u00e0 queste restanti vittime, che con gran cuore si sono esposte per il servizio di Vostra Serenit\u00e0, ma doversi pensare ad indurre l&#8217;inimico a condizioni pi\u00f9 discrete che sia possibile per lasciarci uscire dal porto; et in questa conformit\u00e0 ne segui la deliberatione &#8230;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Viveva dunque la risoluzione di dover con Turchi capitolare la resa della piazza, sforzati dalla violenza della sorte, et una tanta perdita riceveva il tributo d&#8217;amarissimo pianto, mentre l&#8217;eccellentissimo sig. capitano generale fisso nel desiderio non solo di conservar il decoro dell&#8217;armi pubbliche, ma di temprar l&#8217;amarezza di questo veleno, richiam\u00f2 la consulta e propose di ricercar a Turchi la pace, e senza mostrar le nostre piaghe, condescender con reputazione per aquistare questa anco alla cessione della piazza, che non si pu\u00f2 gi\u00e0 pi\u00f9 toglier dalle loro mani, quando in altra forma ne restasse precluso l&#8217;adito. Il progetto come tendeva ad un fine che si deve chiamar buono, considerando che quando Turchi vi aderissero, si spuntarebbe di frenar quell&#8217;orgoglio sempre da loro praticato, d&#8217;insuperbirsi nelle vittorie e spinger pi\u00f9 oltre con piede violento le conquiste, si aggiunse la considerazione delle nostre forze tanto minorate, et il bisogno che ha la patria di respiro da s\u00ec lunghe fluttuazioni, n\u00e9 si deve trascurare di riflettere, che soccorsi stranieri n\u00e9 validi n\u00e9 opportuni possono giungere a sollievo di queste oppressioni, quando fossero anco intenzionati al bene; onde parve che la proposizione della pace, quando l&#8217;eccellentissimo sig. c<em>apitano generale<\/em> stimasse proprio tentarlo, fosse l&#8217;unico respiro che potessero godere gli affanni che nutriscono i languori della piazza, e concord\u00f2 uniforme l&#8217;opinione che con l&#8217;autorit\u00e0 sua che tiene, vi applichi intensamente ogni studio&#8221;. (1) &#8230; <strong>segue<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo VII. Tipografia di Pietro Naratovich 1858.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La Guerra di Candia (1645-1669). XII parte Assedio di Candia. Era stato nuovamente nominato capitan generale Francesco Morosini, e costante si mostrava la Repubblica nella difesa, sebbene non intermettesse mai nello stesso tempo di tener vivi i maneggi di pace. Erano in Candia seimila uomini di truppe regolari, oltre agli abitanti capaci alle armi e [...]","protected":false},"author":2,"featured_media":63909,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"categories":[2559],"tags":[3175],"class_list":["post-61187","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-storia","tag-guerra-di-candia"],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/Morosini-2.png","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61187","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=61187"}],"version-history":[{"count":15,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61187\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":61212,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61187\/revisions\/61212"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/63909"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=61187"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=61187"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=61187"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}