{"id":61109,"date":"2020-10-11T13:50:06","date_gmt":"2020-10-11T13:50:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61109"},"modified":"2020-10-25T15:29:26","modified_gmt":"2020-10-25T15:29:26","slug":"la-guerra-di-candia-1645-1669-x-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61109","title":{"rendered":"La Guerra di Candia (1645-1669). X parte"},"content":{"rendered":"\n<h3>La Guerra di Candia (1645-1669). X parte<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Al doge Francesco Molin succede Carlo Contarini, a questo Francesco Cornaro, e poi Bertuccio Valier<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec stavano le cose della guerra di <em>Candia<\/em> quando venne a morte il doge <strong>Francesco Molin<\/strong> il 27 febbraio 1655 e gli fu dato a successore il 27 marzo <strong>Carlo Contarini<\/strong>. Ma di neppur quattordici mesi compiuti fu il suo principato, e soltanto di pochi giorni fu quello del doge seguente <strong>Francesco Cornaro<\/strong> eletto il 17 maggio 1656; onde passatosi a nuova elezione il 15 giugno successivo fu innalzato al seggio ducale <strong>Bertuccio Valier<\/strong>, uomo molto versato nei maneggi politici e di facile e robusta eloquenza che adoper\u00f2 a confermare vieppi\u00f9 gli animi nella difesa di <em>Candia<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Annunzio d&#8217;altra grande vittoria ai Dardanelli<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con lieti auspicii cominciava il suo principato giungendo pochi giorni dopo nel porto una galera portante le insegne ottomane rivolte all&#8217;ingi\u00f9, e dalla quale sceso a terra <strong>Lazzaro Mocenigo<\/strong> con la testa fasciata per grave ferita e per la perdita di un occhio, veniva annunziatore della nuova vittoria trionfata ai <em>Dardanelli<\/em> il 26 giugno 1656. Era quello il luogo delle pi\u00f9 aspre battaglie della presente guerra, il teatro delle pi\u00f9 illustri azioni dei Veneziani, ove ogni sasso \u00e8 una memoria, ogni luogo uno storico monumento del loro valore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gi\u00e0 l&#8217;anno innanzi presso che nel medesimo giorno (21 giugno 1655) lo stesso <strong>Lazzaro Mocenigo<\/strong> aveva disfatta la flotta di <strong>Mustaf\u00e0<\/strong>, il quale ritiratosi alle <em>Fochies<\/em>, e col\u00e0 bloccato non ebbe coraggio di uscirne a nuovo combattimento, n\u00e9 pot\u00e9 mandare soccorsi a <em>Malvasia<\/em> stretta intanto egualmente dal <em>provveditore<\/em> <strong>Francesco Morosini<\/strong>. Solo all&#8217;avvicinarsi con l&#8217;ottobre la stagione invernale e tempestosa, la flotta veneziana rientr\u00f2 in <em>Candia<\/em> e la turca pot\u00e9 ritirarsi a Costantinopoli. Ma alla primavera il <strong>Mocenigo<\/strong> era tornato al suo divisamento di distruggere interamente l&#8217;armata ottomana e si trasfer\u00ec di nuovo ai <em>Dardanelli<\/em>. La flotta ottomana di bene oltre ottanta legni comandata da <strong>Sinan pasci\u00e0<\/strong> si apprestava ad uscire, i Veneziani levate le ancore gli andarono incontro, s&#8217;impegn\u00f2 tosto feroce combattimento, lo scontro fu terribile, tutti i capitani spiegarono una prodezza straordinaria, un colpo di cannone stese morto il <em>capitano generale<\/em> <strong>Lorenzo Marcello<\/strong>, mentre stava per predare un secondo vascello, ma <strong>Giovanni Marcello<\/strong> suo luogotenente e consanguineo occultandone il cadavere, continu\u00f2 la battaglia. Fu una battaglia da giganti, in cui Lazzaro Mocenigo ed <strong>Antonio Barbaro<\/strong> furono strumenti principali della vittoria, che fu una delle pi\u00f9 compiute, delle pi\u00f9 gloriose, che annient\u00f2 la forza turca sul mare, onde a Costantinopoli si fece generale il dolore, il compianto, lo spavento temendo a ragione che i Veneziani avendo libero il passaggio, si avanzassero a minacciare la capitale stessa. Altrettanta fu la gioia in Venezia, conturbata solo alquanto dalla perdita del <strong>Marcello<\/strong> al quale furono fatte solenni esequie, il <strong>Mocenigo<\/strong> fu decorato della dignit\u00e0 equestre e dall&#8217;applauso comune eletto a capitan generale, fu decretata ogni anno una solenne processione a Santi Giovanni e Paolo, furono ricompensati coloro che pi\u00f9 s&#8217;erano distinti. S&#8217;impadronirono i Veneziani nello stesso anno delle <em>isole di Tenedo<\/em> e <em>Lemno<\/em>; gli abitanti dell&#8217;<em>isola Samotracia<\/em>, ci\u00f2 vedendo, spontaneamente si arresero; <em>Candia<\/em> con ammirabile costanza, e ricevendo di tempo in tempo soccorsi, si sosteneva. <strong>Hussein basci\u00e0<\/strong> che l&#8217;assediava veniva accusato a Costantinopoli di lentezza, egli si querelava dal canto suo della mancanza e della insufficienza dei soccorsi; fu insomma l&#8217;anno 1656 per le armi della Repubblica avventuratissimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Altra ancora riportata nel medesimo luogo da Lorenzo Marcello, e nuova <\/strong><strong>vittoria del capitano generale Lazzaro Mocenigo sempre ai Dardanelli.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E queste in fatti si rendevano ogni di pi\u00f9 onerose. Era stato chiamato al posto di <em>gran vezir<\/em> (1657) <strong>Mohammed Koproli<\/strong>, uomo di grande capacit\u00e0, e che seppe restituire nell&#8217;impero ottomano il buon ordine in ogni ramo della pubblica amministrazione e alzarlo a nuovo splendore. Allestita nuova e poderosa flotta vi nomin\u00f2 <em>capudan basci\u00e0<\/em> <strong>Topal<\/strong> delle cose marinaresche espertissimo, spieg\u00f2 lo stendardo del Profeta, e si apparecchiava a grandi imprese. A prevenir le quali il <em>capitan generale<\/em> veneziano <strong>Lazzaro Mocenigo<\/strong> volgeva per la mente grande e meraviglioso di segno, passare lo stretto, distruggere la flotta turca, penetrare fino a Costantinopoli. Cominci\u00f2 dal riportare luminosa vittoria sulla squadra di legni barbareschi incontrata a <em>Scio<\/em>, dopo furioso combattimento, in cui grande fu la preda, ma pi\u00f9 grande la gloria, e il senato a degnamente ricompensare il <strong>Mocenigo<\/strong> il promosse alla dignit\u00e0 di <em>Procuratore di San Marco<\/em>. Del che sempre pi\u00f9 animato si volse ai <em>Dardanelli<\/em> per dar opera a quanto si era proposto. Disponeva ogni cosa per modo, che mentre sedici navi battessero furiosamente i castelli, egli con le galee a forza di remi trapassando potesse penetrare fino a Costantinopoli, ove mentre il <em>vezir<\/em> e l&#8217;esercito erano lontani disegnava apportare tale confusione e spavento che valessero a produrre strani accidenti e impensati vantaggi. Stava col\u00e0 non solo come al solito numerosa la flotta turca, ma accampava altres\u00ec lungo le coste il <em>vezir<\/em> con cinquantamila soldati; onde ogni sbarco de Veneziani per provvedersi d&#8217;acqua era accompagnato da micidiale zuffa. Ma facendo pur uopo provvedersene in copia per la divisata impresa, il <strong>Mocenigo<\/strong> mand\u00f2 le galee a fornirsene ad <em>Imbro<\/em>. Sciaguratamente trattenute da venti contrari furiosissimi non poterono tornare cos\u00ec presto come si sarebbe richiesto, e le navi stesse nel Canale fortemente agitate si videro trasportate alla parte dell&#8217;Asia, rimanendo di qua alle parti d&#8217;Europa solo la capitana con una o due altre. Non poteva il <strong>Mocenigo<\/strong> con l&#8217;ardor suo domar la furia del mare, n\u00e9 vincere contro esso la prova, e i Turchi attenti ad ogni vantaggio, approfittarono di quella congiuntura che teneva le galee lontane per dare l&#8217;assalto. Era la mattina del 16 luglio, quando mossero per uscire dal Canale con trentatr\u00e8 galee, nove maone, ventidue navi, cinquanta <em>saiche<\/em> e molti legni minori, sostenuti dal fuoco delle batterie che dalle spiagge fulminava. Le navi venete per sottrarsi alla pioggia di palle, mossero anch&#8217;esse contro alle nemiche per affrontarle. La nave del <strong>Bembo<\/strong> che ancora non aveva levata l&#8217;ancora si trov\u00f2 la prima ad essere investita, ma gettando fuoco da tutte le parti seppe sbarazzarsi non solo, ma inseguire tre maone nemiche, facendole vilmente investire nel lido. Frattanto le altre navi dei Veneziani si erano poste in miglior ordinanza, e quelle di <strong>Francesco Basadonna<\/strong>, di <strong>Angelo Bembo<\/strong>, del <strong>Barbaro<\/strong> <em>capitano del golfo<\/em>, di <strong>Luigi Battaglia<\/strong>, di <strong>Luigi Foscari<\/strong> e d&#8217;altri vigorosamente assalite, con prodigi di valore si difesero e delle nemiche trionfarono. Era una battaglia generale e individuale insieme, era uno spettacolo tremendo e sublime. Verso la sera, quasi tutte le navi cos\u00ec de Veneti come dei Turchi si trovarono insieme confuse fuori de Castelli nel <em>canale del Tenedo<\/em> portatevi dalla corrente dell&#8217;acqua, nel mentre che le galee, staccate i giorni innanzi per <em>Imbro<\/em>, bench\u00e9 vicine, si trovavano malgrado ogni loro sforzo impedite dall&#8217;accorrere in aiuto dei confratelli, e dividere con essi i pericoli, l&#8217;onore, la gloria. <strong>Mocenigo<\/strong> fermo nel suo divisamento voleva ad ogni costo penetrare nel Canale; gi\u00e0 passato il <em>capo Gianizzero<\/em>, un&#8217;altra punta restava a superare, e intanto la burrasca sempre pi\u00f9 ingagliardiva. Egli conla sua galea seguita da quella del comandante ponteficio <strong>Bichi<\/strong>, e del maltese <strong>Carafa<\/strong>, con solo altre nove, deliberarono avanzarsi; alla vista di tanto ardimento le trentatr\u00e8 dei nemici con due maone si diedero a precipitosa fuga verso la <em>Natolia<\/em>, per porsi al coperto sotto ai forti. I generali subito le seguirono, ed erano i Turchi tanto avviliti, che quantunque perseguitati da s\u00ec piccola squadra, molti gettandosi al mare vi si affogarono; quei che cercavano scampo sul lido erano fatti dal <em>vezir<\/em> trucidare, ma tant&#8217;era la furia del mare, tanto l&#8217;imperversare del vento, che le galere cristiane correvano pericolo di andar di traverso se prestamente non avessero dato fondo. Per qualche tempo la sola capitana maltese diede la caccia a tutta l&#8217;armata turca, e il <strong>Mocenigo<\/strong>, non curando i pericoli della bufera, tagli\u00f2 fuori una galera e se ne impadron\u00ec. Calava intanto la notte, e i generali tenuta consulta deliberavano distruggere il domani interamente la flotta nemica, se non che sorse il giorno si tempestoso, che tutte le due parti furono costrette a starsene ferme senza poter nulla intraprendere. Nella notte abbonacciatosi il vento poterono le altre galere venire ad unirsi a quelle del capitan generale, ma la mattina volendo superare la <em>punta di Barbieri<\/em> per guadagnare il sopravento e battere sette galee turche, il vento rinforz\u00f2 di nuovo, e imped\u00ec la disegnata mossa.<\/p>\n<p><strong>Suo eroismo e sua morte<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Verso sera il tempo si fece pi\u00f9 favorevole, e allora il <strong>Mocenigo<\/strong> senz&#8217;altro attendere, dato il segnale, seguito da altre undici galee trapass\u00f2 felicemente la prima batteria del nemico. La galera del capitano del golfo ebbe rotta l&#8217;antenna, ma il <strong>Mocenigo<\/strong>, nulla curando i colpi che da tutte parti fioccavano, avanzava rapidamente tutto acceso nel volto per l&#8217;ardor di combattere, sprezzator d&#8217;ogni rischio, solo anelando alla vittoria. Appoggiato al suo stendardo, colla voce e col gesto comandava, incoraggiava, ove fosse uopo pregava i suoi a spingersi sempre pi\u00f9 avanti, e gi\u00e0 erano molto oltre, e gi\u00e0 l&#8217;agognata meta si affacciava a loro sguardi, quando improvviso lampo annunzi\u00f2 l&#8217;accensione della polveriera. Accese le corde, un&#8217;antenna precipitando colpi sulla testa il <strong>Mocenigo<\/strong> e lo fece cadere estinto, le altre galee fermarono il corso, fu un momento di silenzio, di quiete dall&#8217;una e dall&#8217;altra parte pi\u00f9 tremendo che lo stesso precedente fracasso. Ogni tentativo di pi\u00f9 oltre avanzare fu abbandonato, ogni cura fu volta a raccogliere gli avanzi dell&#8217;incendiata nave, lo stendardo, il fanale, le scritture, i danari, ma pi\u00f9 di tutto il cadavere del generale. <strong>Francesco<\/strong> suo fratello fu tratto semivivo dall&#8217;acqua, e cos\u00ec alcuni altri pochi, nel che principal merito si deve al cav. <strong>Avogadro<\/strong> di Treviso che spieg\u00f2 in quest&#8217;occasione un coraggio veramente eroico. Pi\u00f9 di cinquecento rimasero morti, e tra questi <strong>Costantino Michieli<\/strong>, <strong>Matteo Cornaro<\/strong>, <strong>Tomaso Soranzo<\/strong> e <strong>Giovanni Balbi<\/strong>. Tale fu la battaglia, che sopra ogni altra delle precedenti famosa, sebbene tutte in quel sito combattute fossero state illustri, fu detta di preferenza la battaglia dei <em>Dardanelli<\/em>; tale fu la fine di <strong>Lazzaro Mocenigo<\/strong> che per l&#8217;occasione e per il luogo non poteva essere pi\u00f9 celebre, ma nel tempo stesso pi\u00f9 deplorabile, poich\u00e9 per essa cambiarono si pu\u00f2 dire totalmente gli eventi della guerra. Si pensi un momento il disegno riuscito del <strong>Mocenigo<\/strong>, si immagini la flotta veneziana sotto le mura di Costantinopoli, quanti e quali accidenti non potevano seguire, come cambiar potevano ad un tratto i destini nonch\u00e9 di Venezia, ma di tutta Europa! &#8220;Nel corso della vita privata, scrive il <strong>Nani<\/strong>, parlando del <strong>Mocenigo<\/strong>, egli era passato per vari e diversi accidenti; poi con saggi di sommo valore portato quasi di volo all&#8217;apice delle dignit\u00e0 militari, trasse a s\u00e9 gli occhi e l&#8217;applauso del mondo, stimato da tutti, amatissimo dalle milizie, temuto dagl&#8217;inimici, intrepido ne&#8217; pericoli, fortunato nelle battaglie, giustissimo nel governo. Ci\u00f2 che agli altri prudentemente ordinava, egli stesso arditamente eseguiva. Non perdonando nella militar disciplina le colpe leggiere, ed inflessibile contro i codardi, altrettanto generoso coi pi\u00f9 bravi si dimostrava. Al coraggio credeva che tutto cedesse e che la tura obbedisse, e la fortuna stessa prestasse braccio agli uomini forti. Perci\u00f2 alcune volte trasportato d&#8217;ardore pareva che ciecamente incontrasse il pericolo e che troppo sovente ogni cosa azzardasse, ma ci\u00f2 che sembrava temerit\u00e0, era virt\u00f9 necessaria, perci\u00f2 misurando il numero e l&#8217;ardire del nemico, egli stimava, che n\u00e9 incontrarlo n\u00e9 batterlo si potesse se non pareggiando col cuore la forza&#8221;.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nuove speranze di pace.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la morte del <strong>Mocenigo<\/strong> le cose dei Veneziani voltarono faccia, perci\u00f2 i capitani pontificio e maltese si ritirarono, e passato il comando per anzianit\u00e0 in <strong>Lorenzo Renier<\/strong> capitano delle galeazze, vennero a mancare la disciplina, l&#8217;ordine e l&#8217;accostumato coraggio. <em>Tenedo<\/em> e <em>Lemno<\/em> cos\u00ec gloriosamente acquistate l&#8217;anno avanti, andarono perdute; in <em>Dalmazia<\/em> furono bens\u00ec ottenuti alcuni vantaggi e <em>Cattaro<\/em> fu salvata, ma erano troppo insignificanti fatti nel la gigantesca lotta che gi\u00e0 da dodici anni Venezia quasi sola sosteneva. Debole apparenza di pace sorgeva nella buona inclinazione mostrata dal <em>vezir<\/em> di finire una guerra che tanto costava anche alla Turchia, per volgere invece le armi con speranza di miglior successo in Ungheria e contro il principe <strong>Ragoczi<\/strong> di <em>Transilvania<\/em>, gi\u00e0 dal sultano innalzato, ma che non si mostrava docile abbastanza. Chiamato adunque a s\u00e9 da <em>Adrianopoli<\/em> il segretario <strong>Ballarini<\/strong>, gli fece intendere a principio con vaghe e incerte parole la possibilit\u00e0 di un accomodamento, quando per\u00f2 la Repubblica consentisse alla cessione di <em>Candia<\/em> e delle piazze annesse. Rispose il <strong>Ballarini<\/strong> a tanto non estendersi le sue commissioni e dover riferire a Venezia, ove fu mandato un <em>dragomano<\/em> con un termine di due mesi alla risposta. Varie erano le opinioni nel <em>Collegio<\/em>, e quelli che propendevano alla pace dicevano: abbastanza essersi ormai fatto per l&#8217;onore, per la gloria, per la grandezza della Repubblica, e pi\u00f9 che non si sarebbe potuto da lei attendere n\u00e9 desiderare; da tanti anni gi\u00e0 da essa sostenersi un&#8217;atrocissima guerra con incomportabile dispendio, con sacrificio immenso di persone, con perdita dolorosissima di quattro capitani generali, con eroismo tale che nessuno o pochi pari conta la storia, ma senza profitto, riparando il nemico ad ogni sconfitta cogli inesauribili suoi mezzi; intanto giacere interrotti i commerci, fonti delle comuni ricchezze, aggravarsi soprammodo i sudditi, trovarsi esposte alle correrie, alle ladronaie nemiche la <em>Dalmazia<\/em> e le isole, consumarsi le forze della Repubblica in una impresa in cui dall&#8217;Europa non era ad attendersi soccorso, in cui le vittorie per quanto luminose a nulla con ducevano, in cui per lo pi\u00f9 si avevano contrarie non solo le forze dei Turchi, non solo le condizioni del resto d&#8217;Europa, ma i venti ancora e le burrasche! Per lo che ora, giacch\u00e9 dal nemico stesso veniva la prima proposizione di pace, si doverla abbracciare; guardarsi bene dal ridursi a termini tali da averla poi da implorare e a pi\u00f9 gravi e disonorevoli patti; seguire l&#8217;esempio dei maggiori che in eguali condizioni preferir vollero al deperimento di tutto il corpo il troncamento d&#8217;un membro; che riserbar si doveva forse a un miglior avvenire il rifarsi dei danni presenti; che dopo aver fatto molto per la gloria, era ormai tempo di pensare altres\u00ec alla salute propria, e non potendo abbattere il nemico doversi provvedere destramente a renderlo meno infesto e ottenere pei trattati ci\u00f2 che per le armi non era possibile conseguire&#8221;.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Discorsi su quest&#8217;argomento in Collegio.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma diversamente opinavano i propugnatori della guerra, e tra questi il cavaliere e procuratore <strong>Giovanni Pesaro<\/strong>, dicendo: la proposizione appunto di pace avanzata dal <em>vezir<\/em> esser prova manifesta ch&#8217;ei non si riprometteva di poter <em>Candia<\/em> conquistare per la forza; che ben vedevasi come la sua flotta ormai pi\u00f9 non osasse presentarsi alla veneziana dopo tante e si clamorose sconfitte, onde al solo apparire di essa si dava alla fuga; che agitati erano gli Ottomani dalle discordie, tumultuare ad ogni tratto le milizie, solo per forza lasciarsi i sudditi trascinare alle barche, il <em>vezir<\/em> uomo sagace or tentare di divagare gl&#8217;interni malumori col volgersi a nuove e pi\u00f9 felici imprese nella <em>Transilvania<\/em>. Non esser dunque questo il momento di cedere <em>Candia<\/em>, non essere questo il momento di farsi quasi incontro al Turco, e perdendo ad un tratto l&#8217;isola e il prezzo di tanti pericoli e di tante fatiche e sacrifici, portare a suoi piedi le difese del Mediterraneo e le chiavi d&#8217;Italia&#8221;. Non sia mai vero, esclamava, che fiaccamente si rinunzi alla dominazione di un regno s\u00ec forte, irrigato dal nostro sangue e al possesso di una citt\u00e0 s\u00ec cara dove nei tempi del vero culto son venerate le ceneri sante dei martiri, le immagini sacre dei numi, e oltre ci\u00f2 vi sono i sepolcri dei nostri maggiori, e in ogni parte inscritti i nomi, appese le insegne, le memorie di noi medesimi. &#8220;Non perci\u00f2 rifuggir egli dalla pace, ma sia una pace onorevole, si tenti pure, ma con altre condizioni, la cessione di quell&#8217;isola, la quale gi\u00e0 tante fatiche, tanti tesori, tante vittime avea costato; se i progenitori avevano ceduto Cipro ed altre isole ei fu perch\u00e8 disperata del tutto ne era la conservazione, e perch\u00e8 loro rimanevano altri regni, altri posti avanzati contro l&#8217;Ottomano, ma ceduta <em>Candia<\/em> cosa rimanere, quale antemurale alle future invasioni? Giacch\u00e9 non \u00e8 a credersi che il Turco ottenuta <em>Candia<\/em> per ci\u00f2 si acquietasse, gli sarebbe anzi allettamento a nuove pretese, a nuove conquiste. Lasciare ora a mezzo l&#8217;impresa esser troppa vergogna, poter ancora mutare le sorti, i principi d&#8217;Europa venuti finalmente a pace fra loro si avvederanno forse di quanta importanza sia il sostenere sagacemente la Repubblica nella difficile lotta; infiniti essere, imprevedibili gli umani eventi, e quando pure alfine il nemico avesse ad impadronirsi di <em>Candia<\/em>, conforterebbe Venezia la coscienza d&#8217;aver fatto ogni possibile sforzo, rimarrebbe all&#8217;Europa la vergogna di non averla aiutata&#8221;. Rimanevano a lungo perplessi gli animi, il doge stesso <strong>Bertuccio Valier<\/strong> rappresentando al vivo le strettezze della patria esortava alla pace, quando riprendendo a parlare il <strong>Pesaro<\/strong>, anim\u00f2 tutti alla costanza, a continuare nei magnanimi sacrifici; ed il doge arrendendosi, per mostrare come non altro cercasse che il bene della patria, offerse pel primo diecimila ducati. Segu\u00ec tosto l&#8217;esempio il <strong>Pesaro<\/strong> con offrirne seimila, ed altri altre somme si dissero disposti a pagare, ma in effetto non furono considerevoli n\u00e9 corrispondenti all&#8217;uopo, in molti cominciando a prevalere l&#8217;avarizia e la cura del ben proprio sopra quello del pubblico. Al <strong>Ballarini<\/strong> magnanimamente si scriveva, &#8220;troppo duro essere il partito proposto dal <em>vezir<\/em> di cedere il regno, cui ripugna l&#8217;obbligo che ne avemmo da Dio, la ragion di natura, il riguardo della religione, n\u00e9 si pu\u00f2 certamente abbandonare l&#8217;antichissimo e giustissimo possesso che ne tenemmo&#8221;. Decidevasi adunque di continuare la guerra. (1) &#8230; <strong>segue<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo VII. Tipografia di Pietro Naratovich 1858.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La Guerra di Candia (1645-1669). X parte Al doge Francesco Molin succede Carlo Contarini, a questo Francesco Cornaro, e poi Bertuccio Valier Cos\u00ec stavano le cose della guerra di Candia quando venne a morte il doge Francesco Molin il 27 febbraio 1655 e gli fu dato a successore il 27 marzo Carlo Contarini. 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