{"id":61102,"date":"2020-10-04T11:04:44","date_gmt":"2020-10-04T11:04:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61102"},"modified":"2020-10-25T15:14:41","modified_gmt":"2020-10-25T15:14:41","slug":"la-guerra-di-candia-1645-1669-ix-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=61102","title":{"rendered":"La Guerra di Candia (1645-1669). IX parte"},"content":{"rendered":"\n<h3>La Guerra di Candia (1645-1669). IX parte<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nuova commissione a Giovanni Cappello per procurare la pace, e maltrattamenti che egli soffre<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;anno 1655 nulla port\u00f2 di rilevante nei fatti della guerra, la quale pi\u00f9 si maneggiava per corse e rapine tanto sul mare quanto in <em>Dalmazia<\/em>, che non per formali battaglie, anzi sorta qualche debole speranza di pace per opera specialmente dell&#8217;ambasciatore francese de la <strong>Haye<\/strong>, la Repubblica aveva mandato a Costantinopoli a trattarne <strong>Giovanni Cappello<\/strong>, accompagnato dal segretario <strong>Giovanni Battista Ballarini<\/strong>. Diceva la commissione: procurasse di vedere il <em>Sultano<\/em> stesso, al quale doveva manifestare il desiderio della Repubblica di ristabilire l&#8217;antica pace ed amicizia; per il qual oggetto e per dimostrazione di stima essa lo mandava ambasciatore alla <em>Sublime Porta<\/em>; che se entrando nelle trattative, i Turchi mettessero di nuovo in campo la cessione dell&#8217;isola, dovesse escluderla affatto, attenendosi alle istruzioni gi\u00e0 date al <strong>Soranzo<\/strong>, cio\u00e8 di esibire per la pace mediante la restituzione di <em>Rettimo<\/em>, <em>Canea<\/em> ed ogni altro luogo occupato, primieramente ragguardevole somma di danaro, poi una pensione annua per la porzione del regno occupata dai Turchi; infine per maggior riputazione del <em>Gran Signore<\/em>, una pensione anche pel regno tutto; acconsentisse anche alla restituzione dell&#8217;occupato da Veneziani nella <em>Dalmazia<\/em>, che <em>Rettimo<\/em> e <em>Canea<\/em> fossero demolite, e cedute Tine e <em>Parga<\/em>. Al postutto, per eccitamento anche dell&#8217;ambasciatore di Francia, concedesse altres\u00ec che i Turchi conservassero in Canea e <em>Rettimo<\/em> alcune moschee, ma con pochi turchi disarmati pel solo servigio della religione, partendosi per\u00f2 la milizia da tutte le parti del regno, cosa a che il Mufti si mostrava non alieno dal consentire. &#8220;Procurasse dunque, continuava l&#8217;istruzione al <strong>Cappello<\/strong>, di concludere, ma badasse che i Turchi sotto il pretesto delle moschee non pretendessero di tenere pi\u00e8 fermo nel Regno, e limitasse il numero di quelli pel servigio del culto al numero di due o tre, considerando che anche con un solo vien soddisfatto al riguardo della religione. Quanto ai compensi accordasse fino a centomila reali per le spese, e da trenta a quaranta mila annui; cercasse se fosse possibile di aumentare anche la somma in luogo di cedere <em>Tine<\/em> e <em>Parga<\/em>; ad ogni modo per\u00f2 pattuisse di ritirarne le cose sacre, fossero restituiti da ambedue le parti i prigioni, si accordasse un generale perdono, nulla si esigesse dai particolari, i confini di <em>Dalmazia<\/em> tornassero come prima ecc.&#8221; Il <strong>Cappello<\/strong> trov\u00f2 al suo giungere a Costantinopoli un nuovo <em>vezir<\/em> <strong>Ahmet<\/strong>, dal quale ammesso tosto e con le solite dimostrazioni di onore all&#8217;udienza, cominci\u00f2 con grave discorso a rappresentare il giusto desiderio della Repubblica di rinnovare con decoro e vantaggio comune l&#8217;antica corrispondenza, ma secondo che egli andava esponendo le proprie ragioni, vedeva il viso d&#8217;<strong>Ahmet<\/strong> accendersi di ira e tutta la sua persona agitarsi, onde dette opportuno soprassedere per il momento, esibendosi di mettere la sua proposizione in iscritto. Gli fu accordata brevissima dilazione, dopo la quale tornato il <strong>Cappello<\/strong> con il foglio in mano si adoperava con ogni ingegno a persuadere la convenienza della restituzione scambievole dell&#8217;occupato, ma <strong>Ahmet<\/strong> mont\u00f2 in tanto furore, che ordin\u00f2 si partisse tosto dalla sua presenza e dallo Stato, poi mutato pensiero lo fece arrestare gi\u00e0 giunto ad <em>Adrianopoli<\/em> e custodirlo in prigione. Del che non \u00e8 a dirsi quanto la Repubblica si risentisse e ne muovesse querela a tutti i principi ed alla Francia in specialit\u00e0 alla quale siccome mediatrice veniva il <em>vezir<\/em> per quell&#8217;atto a mostrare grande sprezzo. Distratto per\u00f2 ancor sempre il regno dalle proprie cure, altro non fece <strong>Luigi XIV<\/strong> se non che mandare il figlio dell&#8217;ambasciatore de la <strong>Haye<\/strong> alla <em>Porta<\/em> con efficaci premure per ottenere la liberazione del <strong>Cappello<\/strong>, cos\u00ec sostenendo in tutto il corso di questa guerra i Francesi la parte di mediatori anzich\u00e9 di sostenitori della Repubblica, non vedendo forse mal volentieri prolungarsi una lotta che favoriva il proprio commercio nel Levante. Tuttavia le loro insinuazioni, sebbene caduto il <em>vezir<\/em> <strong>Ahmed<\/strong> ed altro succedutogli di nome <strong>Mohammed<\/strong>, non valsero a far rimettere in libert\u00e0 il <strong>Cappello<\/strong>, il quale poi fin\u00ec miseramente logorato dal dolore e dai patimenti a Costantinopoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Battaglia dei Dardanelli<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Conveniva dunque alla Repubblica mettere ogni speranza unicamente nella forza delle armi e anzi delle armi proprie, poich\u00e9 tranne qualche lieve aiuto dai Maltesi e dal Papa, che poi ogni anno all&#8217;avanzar della stagione si ritirava, doveva essa supplire a tutto da s\u00e9 sola. <em>Candia<\/em> resisteva ancora, n\u00e9 i nemici vi facevano tali progressi da lasciarne loro sperare tra breve l&#8217;acquisto; gli scontri per mare riuscivano quasi sempre felici ai Veneziani, e davano occasione a fatti di eroismo meraviglioso, direi quasi miracoloso. Era stato nominato di nuovo al comando <strong>Luigi Leonardo Mocenigo<\/strong>, ma non era per anco giunto all&#8217;armata quando <strong>Giuseppe Delfino<\/strong> si recava a chiudere come al solito il passo dei <em>Dardanelli<\/em>, con sedici navi ed inoltre due galeazze comandate da <strong>Giacomo Gabrieli<\/strong> e <strong>Girolamo Pesaro<\/strong>, ed otto galee sotto <strong>Francesco Morosini<\/strong> <em>capitano del golfo<\/em>. Del che avvertito il nuovo capudan basci\u00e0 <strong>Murad<\/strong> usc\u00ec subito da Costantinopoli con quanti navigli pot\u00e9 frettolosamente raccogliere, ed erano quarantacinque galere, sei maone e ventidue navi, nel tempo stesso che altre ventidue galere fuori dello stretto venivano in suo soccorso serrando cos\u00ec i Veneziani dalle due parti. Era la mattina del 13 maggio 1654, quando spuntato appena il giorno <strong>Murad<\/strong> mosse con buona ordinanza, favorito dalla corrente dell&#8217;acqua e da prospero vento. Stavano in terra schierate molte milizie con <em>palischermi<\/em> e caicchi lungo le rive per portar rinforzi di gente ove il bisogno richiedesse. Il <strong>Delfino<\/strong>, bene avvedendosi che a tanta superiorit\u00e0 di forze invano avrebbe tentato d&#8217;impedire l&#8217;uscita, prese altro divisamento e fu quello di ordinare ai suoi di tenersi fermi sull&#8217;ancora, lasciar passare met\u00e0 dell&#8217;armata nemica, poi ad un suo cenno tagliate le gomene gettarsi improvvisamente tra essa, e seguendola con lo stesso favore del vento e della corrente batterla e sgominarla. Ma accadde che dodici delle navi avendo levate le ancore prima del tempo furono dalla corrente trasportate fuori dello stretto, strascinandosi dietro le galere a cui erano legate, sicch\u00e9 solo quattro navi, due galeazze e due galee restarono al posto; una di queste da molte turche assalita, dopo aspro conflitto venne nelle mani del nemico. La nave di <strong>Daniel Morosini<\/strong> pi\u00f9 avanzata delle altre e la prima ad essere assalita seppe s\u00ec bene difendersi che non solo pot\u00e9 obbligare il nemico ad allargarsi, ma prese inoltre una delle sue galere continuando a valorosamente difendersi contro quattro navi di <em>Barbaria<\/em> fattesele addosso per modo che, non riuscendo quelle a superarla per le armi, vi appiccarono il fuoco. Nello scoppio della polveriera il <strong>Morosini<\/strong> con alcuni pochi pot\u00e9 salvarsi in una barca, ma poi incappando nei legni turchi fu fatto prigioniero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Illustri fatti del capitano Daniele Delfino<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altro combattimento e dei pi\u00f9 degni di celebrit\u00e0 negli annali delle guerre marittime avveniva sulla <em>capitana San Giorgio<\/em> grande comandata dal <strong>Delfino<\/strong>. Assalita da quattro navi di <em>Barbaria<\/em> e da due cosi dette sultane, raccolti in s\u00e9 i pochi superstiti della galea del <strong>Morosini<\/strong> perita al suo fianco, si apprestava a sostenere con la sola sua nave tutto lo sforzo nemico. Lanciando fuoco da tutte le parti, difendendosi con il ferro da quanti volevano abbordarla, rotto l&#8217;albero, squarciate le vele, spezzato il timone, con l&#8217;acqua che entrava abbondante, tuttavia resisteva, tuttavia teneva lontano il nemico, e lasciandosi trasportare dalla corrente, usciva salva dallo stretto fra mezzo ai nemici attoniti di si prodigioso valore. Fuori del canale fu dall&#8217;acqua e dal vento spinta tutta sdruscita verso terra, ove temendo di rompere gett\u00f2 la sola ancora che le restava e preso breve respiro, rassettato in fretta il timone, otturati i buchi sott&#8217;acqua, si dispose, assalita dai Turchi, a nuovo conflitto. Giurarono tutti di morire combattendo piuttosto che ornare tra le catene il trionfo del nemico, e all&#8217;ultimo estremo incendiare la nave. Cos\u00ec preparati si facevano quei valorosi incontro alla flotta turca, e da tutti gli assalti bravamente difendendosi, riuscirono perfino a prendere una galea all&#8217;arrembaggio. Ma allora quattordici altre mossero a ricuperarla, e il <strong>Delfino<\/strong> nell&#8217;impossibilit\u00e0 di difenderla, spogliatala delle insegne, l&#8217;abbandon\u00f2, poi proseguendo il viaggio, valendosi di lenzuola e di altri drappi in luogo delle squarciate vele, seguit\u00f2 le navi che uscite fin da principio dal canale e veduti ardere alcuni legni, aveano creduto tra quelli perita la capitana. Scoperta per\u00f2 allora con grande gioia la malconcia nave del <strong>Delfino<\/strong> che le seguiva, allentarono le vele e si fecero ad accoglierla dando altissimi segni di allegrezza, n\u00e9 stancandosi di ammirare il valore spiegato dal capitano e dai suoi. La sera il <em>capudan basci\u00e0<\/em> diede fondo a <em>Troja<\/em> ferito in un braccio, perduti molti soldati e molti legni. Il <strong>Delfino<\/strong> voleva il domani con tutta la squadra assalirlo, ma il vento glielo imped\u00ec, e il Turco dopo aver consumato un mese a risarcire la flotta, corse a vettovagliare la <em>Canea<\/em>, rientr\u00f2 poi nei <em>Dardanelli<\/em>, reputandosi a gran fortuna di aver passato l&#8217;<em>Arcipelago<\/em> senza nuova battaglia. Il valore spiegato dai Veneziani in tutta questa guerra \u017fu stupendo; fu quale neppure le greche e romane storie possono mostrar l&#8217;eguale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Morte del capitano generale Luigi Leonardo Mocenigo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poco tempo ebbe il <strong>Mocenigo<\/strong> per poter illustrare con grandi fatti il suo nuovo comando, poich\u00e9 dopo aver inseguito e molestato qua e col\u00e0 il nemico, ammalatosi, approd\u00f2 a <em>Standia<\/em> ove rese l&#8217;ultimo respiro nell&#8217;anno settantesimo primo della sua et\u00e0, uno dei pi\u00f9 distinti generali della Repubblica, di venerabile aspetto, integerrimo negli impieghi, che sebbene non preparato svilupp\u00f2 rapidamente un ingegno straordinario, e somma attitudine alle cose marittime. Col suo morire rest\u00f2 la flotta affidata a <strong>Francesco Morosini<\/strong> <em>provveditore<\/em>. (1) &#8230; <strong>segue<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo VII. Tipografia di Pietro Naratovich 1858.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La Guerra di Candia (1645-1669). 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