{"id":58445,"date":"2020-06-07T06:08:41","date_gmt":"2020-06-07T06:08:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=58445"},"modified":"2021-03-20T12:08:30","modified_gmt":"2021-03-20T12:08:30","slug":"leonardo-donato-doge-xc-anni-1606-1612","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=58445","title":{"rendered":"Leonardo Donato (o Don\u00e0). Doge XC. \u2014 Anni 1606-1612"},"content":{"rendered":"\n<h3>Leonardo Donato (o Don\u00e0). Doge XC. \u2014 Anni 1606-1612. (a)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra i tre concorrenti al ducato, cio\u00e9, <strong>Antonio Priuli<\/strong>, <strong>Marcantonio Memmo<\/strong>, <strong>Leonardo Donato<\/strong>, otteneva quest&#8217;ultimo la maggioranza dei suffragi, sicch\u00e9 il 10 gennaio 1606, veniva eletto con molta gioia della citt\u00e0 tutta, la quale vedeva in lui l&#8217;uomo pi\u00f9 adatto a dirigere il timone dello Stato nelle gravissime questioni che si agitavano allora colla corte romana. E di vero, aperti i Brevi papali, di cui pi\u00f9 sopra, raccolto subitamente il Senato chiam\u00f2 a cousulta i teologi pi\u00f9 insigni, tra quali il famoso <strong>Paolo Sarpi<\/strong> servita, il quale fu eletto in quella congiuntura all&#8217;ufficio stabile di teologo e canonista della Repubblica, con l&#8217;annuo stipendio di duecento ducati, accresciuto in seguito di altrettanti. Poi si rispose al pontefice in termini conciliativi, ma in pari tempo robusti, dimostrando la validit\u00e0 delle ragioni che militavano a pro della Repubblica, la sua devozione perpetua alla santa Sede, e quindi la sconsigliatezza delle domande e di quella avventata risoluzione, pregando da ultimo volersi meglio istruire dalla viva voce dell&#8217;ambasciatore <strong>Pietro Duodo<\/strong>, che per ci\u00f2 si spediva a Roma. Ma sebbene il pontefice inclinasse a pi\u00f9 miti pensieri, pure, circondato com&#8217;era dai nemici della Repubblica, e massime dagli Spagnoli, che cercavano pescare nel torbido, emanava, il 17 aprile 1606, il Breve di scomunica, nel quale era preseritto ai Veneziani il termine di ventiquattro giorni per revocare pubblicamente le parti e decreti, che diedero argomento a quella estrema misura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A prevenire le conseguenze funeste della fulminata scomunica, il doge, a nome della Repubblica, dirigeva un editto agli ecelesiastici tutti, nel quale, protestando l&#8217;operato del papa, li incaricava di non ricevere, n\u00e9 pubblicare scritto alcuno di Roma, s\u00ec quella protesta, e di continuare nell&#8217;esercizio del loro ministero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A tutela dell&#8217;interna sicurezza si provvide con validi mezzi, e si serisse ai rettori delle provincie soggette in modo conforme, dandosi di tutto parte agli esteri Stati, appo i quali trovava la Repubblica favore, meno che dalla Spagna, che, come si disse, aveva fatto circuire il pontefice onde devenisse a quelle estreme e mal deliberate misure.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Procedeva per\u00f2 sempre moderatamente il Senato verso il pontefice; e quantunque i consultori teologi avessero opinato l&#8217;appello al futuro concilio, pure non ader\u00ec, e solo tenne forte mano perch\u00e9 i sacerdoti continuassero a celebrare i divini misteri dalla Bolla vietati. E poich\u00e9 i gesuiti, e poi i teatini ed i cappuccini, non vollero obbedire alle disposizioni del Senato, questo cacciava i primi, sotto pena gravissima a chi proponesse, quando che fosse, il loro ritorno, e licenziava i secondi da tutto lo Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si apr\u00ec allora vasto campo alle polemiche, e un&#8217;onda di libelli e di scritti di ogni maniera ebbe luogo, nei quali non \u00e9 a dire come uomini insigni per piet\u00e0 e per dottrina, si lasciassero trasportare dal furor delle passioni. E poich\u00e9 si temeva delle arti e delle armi di Spagna, e massime del <strong>Fuentes<\/strong>, provvedeva la Repubblica alla sicurezza esterna, con leve di truppe nazionali e forestiere, e con porre in ordine le fortezze: l&#8217;Olanda offriva aiuto, l&#8217;Inghilterra proponeva una lega tra essa, Francia, i Grigioni ed alcuni principi di Germania; tutta Europa, tranne Spagna, stava per la Repubblica; sicch\u00e9 l&#8217;animo del pontefice era conturbato in modo da togliergli l&#8217;interna pace, ondeggiando fra due contrari pensieri, se continuare dovesse nella via abbracciata, ovveramente discendere a moderazione ed a quiete. Ma prevalendo le male arti di Spagna, per la continua opera di queste arti si persuadeva il papa di star fermo nel suo proposito; e gi\u00e0 correa fama avrebbe egli perfino ricorso alle armi temporali, assistito dagli Spagnoli. Laonde la Repubblica armava per terra e per mare; eleggeva <strong>Nicol\u00f2 Dolfino<\/strong> a provveditore oltre il Mincio; incaricava il provveditore generale delle isole di vigilare, nel caso che la flotta di Spagna a Napoli entrasse in golfo; raccomandava al <em>provveditore generale di Terraferma<\/em>, <strong>Benedetto Moro<\/strong>, di mettere valido presidio in tutte le piazze, e di star sull&#8217;avviso, non fosse il <strong>Fuentes<\/strong> per tentare qualche colpo di mano per impadronirsi di alcuna fortezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Operosa in frattanto si mostrava la diplomazia, onde tutti gli ambasciatori concorrevano in Collegio con progetto di accomodamento, con offerte, con proteste di amicizia. I pi\u00f9 insistenti eran per\u00f2 gli ambasciatori d&#8217;Inghilterra e di Francia, il primo con le esibizioni di alleanza, il secondo col costante suo impegno per appianare le differenze con Roma, s\u00ec per stima ed affetto verso la Repubblica, e s\u00ec perch\u00e9 gli tornavano agre le malvagie arti di Spagna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S&#8217;introdussero quindi, a mezzo del re di Francia, trattative con Roma; ma arduo era sommamente conciliare le esigenze del papa e l&#8217;onore e la dignit\u00e0 della Repubblica. Segu\u00ec una lunga serie di uffici fatti dall&#8217;ambasciatore francese <strong>Du Fresne<\/strong> e dal cardinal di <strong>Giojosa<\/strong>, spedito per ci\u00f2 da <strong>Enrico IV<\/strong>; dall&#8217;ambasciatore cesareo e da altri, tanto presso il Senato, quanto appo <strong>Paolo V<\/strong>. Finalmente, dopo molte pratiche, maneggiate con sollecitudine ed affetto sincero, il cardinale di <strong>Giojosa<\/strong> partiva per Roma con oneste e decorose proposizioni del Senato. Ma s\u00ec doppia era la condotta ivi di Spagna, che il pontefice stesso confessava al <strong>Giojosa<\/strong>, trovarsi da pi\u00f9 giorni assediato dagli Spagnoli e dai cardinali per disturbare l&#8217;accordo. Superate da ultimo le difficolt\u00e0, che da questi mali uffici gli erano suscitate, tornava il cardinale a Venezia, il 10 aprile 1607; ed appianate anche le differenze sul modo di rivocare la protesta fatta dalla Repubblica, eseguivasi la rivocazione il 21 del mese stesso, e quindi procedevasi nella guisa di gi\u00e0 convenuta alla consegna dei due ecclesiastici carcerati. Si portava poi il cardinale al Collegio, e, in nome del papa, annunziava levate le censure. Si spediva tosto <strong>Francesco Contarini<\/strong> ambasciatore a Roma, il quale, giunto col\u00e0, riceveva ogni dimostrazione d&#8217;onore; e per tal modo ebbe termine cotesta grande questione, con esito felicissimo per la Repubblica, la quale pot\u00e9 in seguito far libero uso dei suoi dritti nel regolare le cose concernenti i beni ecelesiastici e nel giudicare i preti colpevoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tolto l&#8217;interdetto non erano al tutto finite le questioni con la santa Sede, ch\u00e9 ne rimanevano altre da appianarsi, fra le quali, l&#8217;andata a Roma, del patriarca eletto, per gli esami; i confini del Ferrarese da fissarsi; la navigazione del Po; la riammissione dei gesuiti a Venezia. Ma intorno a queste ed altre controversie minori, dopo molto serivere e parlar che si fece, vennero in parte, dalla corte romana, poste in silenzio, ed in parte accomodate. Rimaneva per\u00f2 viva quella per i confini, per cui avendo eretto i Ferraresi alcuni piccoli forti a <em>Goro<\/em>, nel punto detto la <em>bocca delle Fornaci<\/em>, ed imposta una gabella col nome di ancoraggio, il Senato spediva tosto <strong>Francesco Molino<\/strong>, capitano del golfo, con quattro galee, per distruggere quei fortilizii e catturare quanti legni mercantili incontrasse. Alcuni scontri anche accaddero a <em>Loredo<\/em>, ove si erano gettati i Ferraresi a devastare, per rappresaglia, quelle campagne. Si nominarono alfine commissari da ambedue le parti, e per allora si acquet\u00f2 la contesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Uno dei teologi che pi\u00f9 degli altri sostenne le ragioni della Repubblica, anzi che fu il suo principale consultore, fu, come notammo, <strong>Paolo Sarpi<\/strong>, uomo che non si saprebbe se pi\u00f9 fosse stata in lui la dottrina universal delle cose e quasi la rappresentazione della sapienza dei suoi tempi, o se fosse stato il bersaglio della calunnia e dell&#8217;odio degli uomini, i quali cercarono dipingerlo per quel che non era, cio\u00e9 per favoreggiatore del calvinismo; quando in quella vece mostrasi sempre nei suoi scritti cattolico, reverente ai dogmi della Chiesa, e chiuse i suoi giorni nel bacio di Dio, e con s\u00ec grande piet\u00e0 da destare l&#8217;ammirazione dell&#8217;intero <em>cenobio dei Servi<\/em>, al quale apparteneva, e s\u00ec che al Senato con scrittura pubblica, sottoscritta da ventuno frati astanti, ci\u00f2 veniva attestato solennemente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;odio che egli si avea attirato dagli uomini provenne dallo stile frizzante usato da lui contro i teologi e i canonisti avversarii; il che, se torna a lui di biasimo, non \u00e9 poi argomento che valga ad onestare quegli odi, ed a stabilire la sua dottrina opposta a quella della Chiesa. Basta leggere i suoi scritti editi ed inediti; basta consultare le testimonianze dei contemporanei; basta internarsi nell&#8217;esame delle questioni che ci sostenne, per convincersi della sua incolpabilit\u00e0 nella fede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed appunto per il modo con cui egli aveva sostenuto, contro le istanze di Roma, ehe, non si dovesse proibire la soppressione e proibizione dei libri stampati a favore della Repubblica nella controversia dell&#8217;accennato interdetto, pose il colmo alla misura dell&#8217;odio che bolliva contro di lui, e s\u00ec che venne tramato di assassinarlo proditoriamente. Difatti la sera del 5 ottobre 1607, mentre in sul declinare del giorno, unitamente al laico <strong>fra Marino<\/strong> ed al vecchio gentiluomo <strong>Alessandro Malipiero<\/strong>, si avviava al suo monastero, e gi\u00e0 ne era vicino, venne assalito da alcuni sicarii, i quali improvvisamente lo strinsero da ogni lato; e con l&#8217;esplosione di un&#8217;arma da fuoco intimorirono da prima li due che lo accompagnavano, poi avventaronsi contro di lui armati di stili e colpirono di due stilettate nel collo e di una terza nel volto, la quale ultima, entrava nella destra orecchia ed usciva tra le narici e la guancia, figgendosi l&#8217;arma nello zigoma, e s\u00ec che il sicario non la pot\u00e9 pi\u00f9 estrarre. Cadde a terra <strong>fra Paolo<\/strong>, e, credutolo morto, gli iniqui fuggirono, riparandosi nel palazzo del nunzio apostolico. Raccolto quindi e tradotto nel cenobio, fu curato a pubbliche spese e con generosa profusione. Anzi decretava il Senato, che dovesse provvedersi una casa nella piazza, o presso la piazza di S. Marco, per abitazione di esso <strong>fra Paolo<\/strong>, affinch\u00e9 fosse egli sicuro da ogni insidia ulteriore. Ma l&#8217;umilt\u00e0 cenobitica di lui rifiut\u00f2 di approfittare di quel provvedimento, rispondendo a colui che lo invitava a nome del Senato di ritirarsi in pi\u00f9 custodita dimora: essere egli frate, e non volere per ci\u00f2 dimorare altrove che ne1 suo monastero, mentre abbandonato aveva alla tutela celeste la cura della conservazione sua propria. E la protezione del cielo non lo abbandon\u00f2: imperocch\u00e9 due altre volte che fu tentato di torgli la vita per veleno riuscirono invano, avendosi scoperto il tradimento; infinch\u00e9 moriva tranquillamente ed esemplarmente, come dicemmo, il 14 gennaio 1623.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli Uscocchi tornavano infrattanto a dar molestia sul mare e sulle coste, s\u00ec ai Turchi come ai Veneziani, e quindi preparavansi, anche per le vive rimostranze dei Turchi stessi, nuove forze nell&#8217;Adriatico per reprimerli: quando venne a morte doge <strong>Leonardo Donato<\/strong> il 16 luglio 1612, e fu sepolto in <em>S. Giorgio Maggiore in isola<\/em>, ove ebbe decoroso monumento (b) ed ottenne, dal p. <strong>Antonio Zon<\/strong>, orazione funebre che va alle stampe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Due magistrati si crearono di questi tempi; uno nel 1610, degli<em> Esecutori delle deliberazioni del Senato<\/em>, i quali, prima al numero di due, poi accresciuti fino a sette, ebbero incombenza di far eseguire tutte le deliberazioni del Senato riguardanti la Terraferma, e poi anche di astringere i debitori in campo al pagamento: di udire in appellazione le loro cause, e di esaminare le assicurazioni, o pieggierie, con diritto di approvarle, ec. Il secondo, instituito nel 1642, fu quello dei <em>Deputati sopra la valle e bosco di Montona<\/em>, a cui fu demandata la sorveglianza di questo bosco, nel modo stesso che a quello del <em>Montello<\/em> vigilava l&#8217;altro magistrato eletto nel 1590.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si riordinava pure di questo tempo, cio\u00e9 nel 1608, la <em>chiesa del SS. Salvatore<\/em>; e nel 1611, quella di <em>S. Cassiano<\/em> riedificavasi per la sesta ed ultima volta. Il <strong>Sansovino<\/strong> nota, che nel 1606 fu grande carestia, menomata dalla provvidenza del Senato, che deriv\u00f2 da tutte le parti l&#8217;annona per sopperire ai bisogni; e nota del pari, che al principio del 1608, tale fu il freddo, di cui non fu ricordato l&#8217;eguale, e cadde s\u00ec gran copia di neve da impedire l&#8217;uscita dalle case e il transito per le vie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ritratto del <strong>Donato<\/strong> non reca alcuna iscrizione, sebbene vi sia tracciato il cartellino che doveva contenerla; e ci\u00f2 a motivo che l&#8217;antica immagine dipinta da <strong>Marco Vecellio<\/strong>, compare e protetto da questo doge, siccome dice il <strong>Ridolfi<\/strong>, si guast\u00f2 dalle pioggie, come avvenne di alcuni altri ritratti notati; e quindi venne rifatto, forse dal <strong>Bellotto<\/strong>. La vecchia leggenda riportata dal Palazzi, diceva:<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">ULTRAMQVE EXPERTVS FORTVNAM; INTEGRAM PRINCIPIS FACIEM PRAEBVI, NON MINVS ADVERSIS, QVAM PROSPERIS CLARVS. OMINA INFELICIA VANA EFFECI PROVIDENTIA: PONTENTISSIMA CLASSES UNA SOLA OBIECTA NAVI DETERVI. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(a) Leonardo Donato, nacque il 13 febbraio 1536, da Giambattista q. Andrea, e da una figlia di Gio. q. Antonio Cornaro. Fino dai primi anni diede a divedere che sarebbe riuscito utile alla patria. Studi\u00f2 a Bologna ed a Padova con molto successo, tanto nell&#8217;arte poetica che nella eloquenza; sicch\u00e9, giunto al quinto lustro d&#8217;et\u00e0, fu ammesso savio agli ordini, e nel 1569 sostenne il carico di provveditore di comun, coprendo il quale venne spedito ambasciatore a Filippo II di Spagna, onde interessarlo a collegarsi colle armi cristiane contro il Turco. Nel 1573 venne eletto savio di Terraferma, col carico di savio alla scrittura; e nel seguente anno, commissario sopra la differenza dei confini di Ampezzo e Cadore con gli arciducali. Rimpatriato nel medesimo anno, venne destinato, con Gian Francesco Morosini, ad accogliere il re Enrico III, che portavasi a Venezia. Dal 1576, avendo appena valicato l&#8217;ottavo lustro dell&#8217;et\u00e0 sua, fu nominato savio del consiglio, carica che egli sostenne per ben ventuna volta. Il d\u00ec 20 settembre dello stesso anno venne scelto, con Gio. Gritti, ambasciatore a Rodolfo elettore dei Romani, figlio di Massimiliano; ma defunto frattanto quest&#8217;ultimo, gli fu, nel 29 ottobre seguente, dato a compagno nell&#8217;ambasceria Gio. Micheli, s\u00ec per condolersi della morte del padre di Rodolfo, come per congratularsi della sua esaltazione al trono. Per togliere le controversie intorno ai confini, fu spedito il 7 agosto 1580, col detto Michieli, ambasciatore a Rodolfo stesso. Del 1579-80 ebbe la prefettura di Brescia. Gli fu poscia, nel 1581, delegata l&#8217;ambasceria a Gregorio XIII, e vi sostenne vigorosamente le ragioni del patriarca di Aquileja; controversia che impieg\u00f2 le sollecitudini del Senato durante quasi tutto il pontificato di Gregorio, e che per la morte di questo rimase pendente. Essendo in Roma, cadde Leonardo gravemente malato, e fu vicino a morte; ma ricuperatosi torn\u00f2 in patria, insignito dal papa della dignit\u00e0 di cavaliere. Fu quindi eletto consigliere della citt\u00e0 nel sestiere di S. Paolo, poich\u00e9 abitava presso il ponte di S. Agostino; e coperse anche questa carica negli anni 1584 e 1586. F\u00f9 riformatore dello studio di Padova nel 1583; magistrato che altre volte coperse, cio\u00e9 nel 1594, 1598 e 1604. Asceso al soglio pontificio Sisto V nel 1585, il Donato fu uno dei quattro oratori inviati a gratularlo, e fu egli, che, come il pi\u00f9 giovane, tenne l&#8217;orazione nel sacro collegio, con molta laude di latina eloquenza, e pot\u00e9 rendere quel pontefice assai propizio verso la Repubblica. Savio del consiglio nel 1686, unito od Alvise Micheli, tratt\u00f2 con Federico Cornalo cardinale per togliere le differenze, a motivo della navigazione, tra il granduca di Toscana e la Repubblica; ma, per le insorte difficolt\u00f2, nulla pot\u00e9 allora conchiudere. Dal 1588 venne eletto uno dei quattro provveditori generali in Terraferma; e l&#8217;anno appresso fu nuovamente mandato a Sisto V, per placare l&#8217;animo di lui esacerbato contro i Veneziani, i quali avevano riconosciuto il nuovo re di Francia Enrico IV, scomunicato. Fu eletto poi, nel 1590, ambasciatore straordinario ad Urbano VII, a Gregorio XIV, nell&#8217;anno stesso, a Innocenzo IX, nel 1591. Uno di questi pontefici, al dire del Curti (MSS. famiglie patrizie), per le benemerenze dal Donato acquistate con la santa Sede, gli offr\u00ec il vescovato di Brescia, indi la porpora cardinalizia: ma egli, rifiutando cotesti onori, rispose colle parole di Paolo, ai Corintii: Unusquisque in qua vocationc vocatus est, in ea permaneat. Infrattanto il 26 luglio dello stesso anno 1591, morto essendo Antonio Rragadino, fu in suo luogo Leonardo decorato della stola procuratoria de citra. L&#8217;anno seguente venne spedito oratore straordinario a Clemente VIII, concitato contro la Repubblica, perch\u00e9 avevo assoldato Marco Sciarra fuoruscito della Marca, per opporre un freno alle piraterie degli Uscocchi, e cerc\u00f2 di tranquillare il pontefice, il quale, dopo molte pretensioni e discussioni, piegossi a componimento. Nel 1593, fu nominato, con altri quattro patrizi alla scelta del luogo dove conveniva erigere una fortezza, e fu quella di Palma Nova. A Maometto III, salito al trono ottomano nel 1595, era eletto ambasciatore Leonardo per gratularlo e per confermare l&#8217;ultimo trattato di pace; ma essendo morto, prima della di lui partenza Pasquale Cicogna, concorse al principato, con Jacopo Foscarini e Marino Grimani. Sennonch\u00e9 protraendosi la elezione, egli magnanimamente si ritir\u00f2 dalla gara, e quindi partiva per l&#8217;ambasceria di Costantinopoli. Del 1508, con Jacopo Foscarini, Giovanni Soranzo, Paolo Paruta e Gio. Mocenigo, fu eletto a congratularsi con Clemente VIII del suo arrivo a Ferrara. Fu quindi, nel 1604, provveditor generale in Terraferma, ed essendo in tale ufficio si ammal\u00f2 gravemente, sicch\u00e9 chiese ed ottenne di ripatriare, e, d&#8217;alloro in poi, si occup\u00f2 sempre nel pubblico servigio; perorando in Senato, e trattando i negozi pi\u00f9 difficili per modo, che n\u00e9 la fatica, n\u00e9 l&#8217;et\u00e0, n\u00e9 la voce, n\u00e9 la forza del dire, e il vigor della mente e del corpo vennero in lui a mancare. Defunto Clemente VIII nel 1605 e salito al trono pontificale Leone XI, fu spedito il Donato a gratularlo; ed era stato anche eletto ad ambasciatore a Paolo V, nello stesso anno succeduto a Leone; ma, attesa la vecchiezza, il Donato se ne dispens\u00f2. Infrattanto moriva il doge Marino Grimani, ed in suo luogo si eleggeva Leonardo, come pi\u00f9 sopra dicemmo. Tutte le porti assolse egli di ottimo principe. Nessun giorno vi ebbe, tranne per malattia, che egli non intervenisse o nel Senato, o nel Consiglio dei X, o nel Maggior Consiglio. Frequentemente parlava in Senato, e sempre con molta facondia. Ma il peso della ducea, e il cangiato metodo di vita lo indebolirono; e non credendosi pi\u00f9 atto a sostenerne le gravissime cure, voleva rinunziare. Ma intanto che faceva forza per superare s\u00e9 stesso avvenne che nella mattina del 16 luglio 1642, dopo aver perorato in Collegio con pi\u00f9 calore del solito, ritiratosi solo nella pi\u00f9 interna sua stanza, preso da subito deliquio mor\u00ec nello stesso giorno, nell&#8217;et\u00e0 sua di anni 76, mesi 6, giorni 4. Venne attribuita la sua morte ad un alterco avuto col fratello Nicol\u00f2, a causa del palazzo da lui fatto costruire sulle fondamente nuove, con grande spendio di denaro, del che rimproveravalo il fratello. Ma oltre cose, oltre le dette, si erano congiunte da qualche tempo ad affievolirlo, e soprattutto una dimostrazione popolare contro di lui, il d\u00ec 2 febbraio in cui si era recato quell&#8217;anno, come al solito, alla visita della chiesa di Santa Maria Formosa, quando il popolo, anzich\u00e9 festeggiarlo, strepit\u00f2, rinfacciandogli i meriti del suo predecessore, gridando: Viva il doge Grimani padre dei poveri! Del che tanto si accor\u00f2, che si era prefisso di non voler pi\u00f9 intervenire od alcuna processione, onde non vedendolo il popolo alla visita del Redentore, mormor\u00f2 che verr\u00e0 giorno in cui vorr\u00e0 andar in chiesa e non potr\u00e0. Era il Donato di alta statura, di faccia grave e piuttosto severa, e di occhi vivaci. Ebbe taccia di avere talvolta preferiti gli arcani e le leggi della Repubblica alla religione, e di essere stato pi\u00f9 ligio alla politica che non sarebbe convenuto. Il Morosini (Vita, p. 59) riflette, che queste erano dicerie degli invidiosi, e dei maligni, i quali, non potendo attaccare in altro quest&#8217;uomo ragguardevole, traducevano a vizio, valendosi del manto della religione, 1&#8217;insigne amor suo verso lo patria. Ma fu osservantissimo cultore della cattolica religione. Fu perfino messo fuori dal volgo che al tempo della sua morte si siano uditi degli urli e delle strida, e si siano vedute cose spaventevoli nella sua stanza, quasi che morisse persona in podest\u00e0 del demonio. Vi fu anche chi morse alquanto la maniera di vivere del Donato assai parca e ristretta. Ma non si deve ascrivere a vizio quell&#8217;aurea mediocrit\u00e0 di cui con decoro compiacevasi, disapprovando le smodate spese s\u00ec in pubblico che in privato. La sua eloquenza ed il suo amore allo studio risultano dai molti scrini da lui lasciati, e che in gran parte si conservano nel pubblico archivio, ed appresso i suoi superstiti; di che veggasi l&#8217;opera, non mai abbastanza lodata dell&#8217;illustre cav. Cicogna (Inscrizioni veneziane, Voi. IV, pag. 442 e seg.), dalla quale liberamente abbiamo raccolto queste notizie. Al ritratto sopra detto del nostro doge deve aggiungersi il dipinto operato da Marco Vecellio nella sala della Bussola, ove lo si vede prostrato dinanzi alla Madre Vergine; inciso ed illustrato alla Tavola CXIV. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(b) Il monumento sacro allo memoria del Donato sorge sopra In porto maggiore nel tempio di S. Giorgio Maggiore. Si compone di quattro colonne doriche, disposte due per ciascun lato dell&#8217;urna, le quali accolgono nei due intercolunni l&#8217;armi gentilizie del duce e i militari trofei: ne si legano fra esse quattro con l&#8217;architrave e col fregio, ma ricorre solo nel vano di mezzo la cornice, con tristo effetto dell&#8217;opera e contro le regole dell&#8217;arte e del gusto. L&#8217;urna s&#8217;innalza su una base recante l&#8217;inscrizione, e porta nella cima il busto dell&#8217;estinto, scolpito, da quanto pare, da Giulio Del Moro. L&#8217;urna poi e le colonne sono di marmo venato, ed il rimanente \u00e9 di pietra istriana. L&#8217;inscrizione accennata \u00e9 la seguente: <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">LEONARDI DONATO VENETIARVM PRINCIPIS OSSA EJVS IVSSV HIC CONDITA SVNT. QVI TOTIVS SVAE VITAE CVRSV SVMMA SEMPER INTEGRITATE CONTINVISQVE LABORIBVS TRANSACTAE NIHIL CARIVS VNQVAM HABVIT QVAM PATRIAE LIBERTATEM REIQVE PVBLICAE DECOREM ET COMMODVM. VIXIT ANNOS LXXVI. MENSES V. OBIIT ANNO DOMINI MDCXII. SVI DVCALIS REGIMINIS ANNO VI. MENSE VI.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Leonardo Donato (o Don\u00e0). Doge XC. \u2014 Anni 1606-1612. (a) Fra i tre concorrenti al ducato, cio\u00e9, Antonio Priuli, Marcantonio Memmo, Leonardo Donato, otteneva quest'ultimo la maggioranza dei suffragi, sicch\u00e9 il 10 gennaio 1606, veniva eletto con molta gioia della citt\u00e0 tutta, la quale vedeva in lui l'uomo pi\u00f9 adatto a dirigere il timone dello [...]","protected":false},"author":2,"featured_media":58769,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2},"jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[1029],"tags":[3072,3067],"class_list":["post-58445","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-dogi","tag-https-www-conoscerevenezia-it-p58445","tag-leonardo-donato"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/DSC_0080m.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58445","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=58445"}],"version-history":[{"count":16,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58445\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":114914,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/58445\/revisions\/114914"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/58769"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=58445"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=58445"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=58445"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}