{"id":58443,"date":"2020-06-14T05:23:53","date_gmt":"2020-06-14T05:23:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=58443"},"modified":"2020-06-14T05:23:56","modified_gmt":"2020-06-14T05:23:56","slug":"marco-antonio-memmo-doge-xci-anni-1612-1615","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=58443","title":{"rendered":"Marco Antonio Memmo. Doge XCI. \u2014 Anni 1612-1615"},"content":{"rendered":"\n<p style=\"text-align: justify;\">Marco Antonio Memmo. Doge XCI. \u2014 Anni 1612-1615. (a)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra i concorrenti al principato <strong>Marco Antonio Memmo<\/strong>, <strong>Antonio Priuli<\/strong>, <strong>Giovanni Bembo<\/strong> e <strong>Giovanni Mocenigo<\/strong>, si eleggeva, il 24 luglio 1612, il <strong>Memmo<\/strong>, e, per insolito caso, al primo serutinio; e fu ci\u00f2 reputata grande ventura, imperocch\u00e9 erano corsi quasi due secoli e mezzo che nessuna delle antiche case aveva conseguito quell&#8217;onore; cosa che aveva irritato gli animi di coloro che ad esse case appartenevano, in guisa da temere non nascesse qualche disordine. Perci\u00f2 l&#8217;avvenimento al trono del <strong>Memmo<\/strong> rec\u00f2 immensa gioia alla citt\u00e0. E d&#8217;altra parte era egli degnissimo di conseguire la suprema dignit\u00e0 della patria, per le cariche luminose da lui sostenute con molto senuo e prudenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Continuavano gli <em>Uscocchi<\/em>, come vedemmo, a pirateggiare nel golfo, e perfino sui lidi, ed, ingrossati da alcuni banditi veneziani, uscirono da <em>Segna<\/em> loro nido, correndo sul territorio ottomano, ove fatta ricca preda la recarono alle case loro passando per <em>Schenico<\/em>, appartenente ai Veneziani, insultando ovunque recavansi, con non poco sdegno del sultano, che minacciava la Repubblica; dichiarando, che se dessa non potesse o volesse metter freno ai fatti s\u00ec gravi egli stesso vi si adoprerebbe. Mandava quindi la Repubblica nuove forze nell&#8217; Adriatico, ed il provveditore <strong>Filippo Pasqualigo<\/strong> li sconfiggeva a <em>Lesina<\/em>: ma venendo a loro fatto, poco appresso, di trovare la galea di <strong>Cristoforo Veniero<\/strong> mal sulle guardie, improvvisamente la sorpresero, se ne impadronirono, uccisero tutto l&#8217;equipaggio, ed il <strong>Veniero<\/strong> trassero alla <em>Morlacca<\/em>, luogo poco distante da <em>Segna<\/em>, ed ivi, troncatogli il capo, e strappatogli il cuore, nuovi cannibali, se ne cibarono, intridendo nel suo sangue il loro pane. A cotale enormezza inorridirono i Veneziani, gridando vendetta. Perci\u00f2 si spediva nuovamente <strong>Filippo Pasqualigo<\/strong> a stringere d&#8217;assedio <em>Segna<\/em>, poich\u00e9 l&#8217;<em>arciduca<\/em> <strong>Ferdinando<\/strong>, sollecitato, non poneva riparo, ma anzi si era giovato dell&#8217;artiglieria tolta alla predata galea del <strong>Veniero<\/strong> per munire la piazza di <em>Novi<\/em>. Ma il Pasqualigo avendo poco appresso chiesta licenza di ripatriare, Nicol\u00f2 Donato a lui sostituito, nel mentre che attendeva in <em>Veglia<\/em> a prepararsi alla pugna mor\u00ec, e quindi gli fu surrogato <strong>Lorenzo Veniero<\/strong>. Il quale attacc\u00f2 la piazza di <em>Novi<\/em> anzidetta, la prese, poi a fuoco, tolse i cannoni, distrusse le saline, e trasse prigione il capitano. Di questo fatto sdegnatosi Ferdinando, sequestrar fece tutte le entrate che ritraevano i Veneziani dalli di lui Stati; e per rappresaglia oper\u00f2 altrettanto la Repubblica, in riguardo a quelle dei sudditi austriaci da lor possedute nel veneto dominio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da questi fatti a pi\u00f9 gravi passando, gli <em>Uscocchi<\/em>, uniti alle genti dell&#8217;arciduca, infestarono con rapine ed incursioni i confmi dell&#8217;<em>Istria<\/em>, ma furono respinti e posti in fuga dalle veneziane milizie. Accadde per\u00f2 che i nostri incalzando i nemici, entrassero nelle terre di <strong>Benvenuto Petazzo<\/strong>, ed in parte le guastassero, sicch\u00e9 costui poneva al bando il provveditore <strong>Benedetto Da Legge<\/strong>, e questi bandire faceva il <strong>Petazzo<\/strong> pi\u00f9 severamente, ponendo a fuoco alcuni luoghi nemici. Senonch\u00e9, usciti i Triestini, e con essi accoppiatosi <strong>Volfango Frangipane<\/strong>, che era alla testa di grossa mano di Tedeschi e di <em>Uscocchi<\/em>, toccavano i Veneziani sconfina, onde fu costretto il Senato pensare seriamente a domar tanta audacia, ed elesse a provveditore <em>generale in Terraferma<\/em> <strong>Pietro Barbarigo<\/strong>, <em>procurator di S. Marco<\/em>; <em>generale in Istria<\/em> <strong>Marco Loredano<\/strong>, e <em>capitano delle armi<\/em> <strong>Paolo Emilio Martineng<\/strong>o, ordinando, in pari tempo, a F<strong>rancesco Erizzo<\/strong>, <em>generale in Palma<\/em>, che, sotto la direzione di <strong>Pompeo Giustiniani<\/strong>, occupasse le terre di qua del <em>Lisonzo<\/em>, affine d&#8217;impedire il passaggio agli arciducali, i quali, siccome correva voce, si disponevano di scorrere fin sotto la medesima <em>Palma<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D&#8217;altra parte, nel frattempo, si turbavano gravemente le cose in Lombardia. Perch\u00e9, morto <strong>Francesco Gonzaga<\/strong> <em>duca di Mantov<\/em>a, lasciando soltanto una figlia in tenera et\u00e0 avuta da <strong>Margherita<\/strong> sua moglie, figlia di <strong>Carlo Emmanuele<\/strong>, <em>duca di Savoja<\/em>, ed essendo esclusa la successione femminile, il cardinale <strong>Ferdinando<\/strong>, fratello maggiore del <strong>Gonzaga<\/strong>, a cui toccava succedere nel ducato, impediva che la moglie e la figlia del duca defunto passassero presso <strong>Carlo<\/strong>, siccome questi aveva procurato, affine di muover contesa intorno alla successione, sul pretesto che la vedova fosse incinta. L&#8217;irrequieto <strong>Carlo<\/strong>, vedendo quindi mal riuscire le sue arti, che a null&#8217;altro miravano se non che a riacquistare il <em>Monferrato<\/em>, sul quale vantava diritti antichi, decise di ricorrere alle armi. Di fatti entrava con le sue genti nelle terre vagheggiate, e con ci\u00f2 destava gare e gelosie negli altri Siati, tra cui in quelli di Spagna e di Francia; onde la Repubblica metteva tutto suo impegno nel sostenere il cardinale <strong>Ferdinando<\/strong>, divenuto gi\u00e0 <em>duca di Mantova<\/em>. E poich\u00e9 tutti armavano, i Veneziani, nell&#8217;atto che adopravansi per ridurre le cose a pace, armavan del pari, conducendo al loro soldo <strong>Luigi da Este<\/strong>, <strong>Camillo Cauriolo<\/strong>, <strong>Gio. Battista Martinengo<\/strong>, <strong>Jacopo Giusto<\/strong>, <strong>Antonio Savorgnano<\/strong>, eleggendo a provveditore in campo <strong>Girolamo Cornaro<\/strong>, e presidiando robustamente <em>Peschiera<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Carlo intanto continuava la sua invasione nel <em>Monferrato<\/em>, e gi\u00e0 assediava <em>Nizza<\/em>, lo che diede motivo a Spagna di dichiararsi apertamente in favore del <strong>Gonzaga<\/strong>, per cui l&#8217;<strong>Inojosa<\/strong>, <em>governator di Milano<\/em>, faceva avanzar le sue genti alla liberazione di quella citt\u00e0. A tante forze <strong>Carlo<\/strong> dovette, pel momento, ritrarsi dall&#8217;assedio; ma non per questo quietava, n\u00e9 voleva disarmare, come gli era stato imposto, pretestando futili ragioni; onde succedettero maneggi diplomatici vuoti d&#8217;effetto, ostinato com&#8217;era <strong>Carlo<\/strong> di tutto sacrificare fuor che la propria dignit\u00e0. Lo imperch\u00e9 improvviso passava la Sesia gettandosi nel territorio imperiale, e correndo all&#8217;assedio di Novara. Costretto anche qui da forze maggiori a ritirarsi, si riduceva a guerreggiare alla spicciolata, onde il paese era desolato d&#8217;ambe le parti. Finalmente riuscivano a bene le pratiche premurosamente maneggiate da <strong>Renieri Zeno<\/strong>, ambasciatore della Repubblica, ed in <em>Asti<\/em> si segnava, il 25 giugno 1615, la pace, in virt\u00f9 della quale, tra le altre cose, era convenuto che <strong>Carlo<\/strong> disarmerebbe entro un mese, n\u00e9 pi\u00f9 offenderebbe gli Stati del <em>duca di Mantova<\/em>, restituendosi ambedue le parti le terre occupate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poste in quiete per tal modo, sebbene per poco, le cose d&#8217; Italia, alcuni mesi dopo, cio\u00e9 il 31 ottobre 1615 (e non il 29, come per errore dice l&#8217;iscrizione sepolcrale) veniva a morte il doge <strong>Marco Antonio Memmo<\/strong>, ed otteneva sepoltura e monumento cospicuo in <em>S. Giorgio Maggiore<\/em> (b).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II ritratto del <strong>Memmo<\/strong>, gi\u00e0 colorito da <strong>Domenico Tintoretto<\/strong>, giusta il Ridolfi,&nbsp; guastatosi anche questo dalle piogge, veniva rifatto, forse, dal Bellotti. Per ci\u00f2, l&#8217;iscrizione riportata dal <strong>Palazzi<\/strong> non pi\u00f9 esiste, surrogata dalla seguente. L&#8217;antica diceva: <em>Domi iustus, foris ferox piratas exegi, bella externa sustuli. Pacata Italia, aquilas termi leo, mox columba reduxi. Servavi, et propagavi imperium.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">M. ANTONIVS MEMMVS SVIMET CVNCTOR FERE CONTINENTIS BIS ETIAM VRBIVM HINC PATRI A E RECTOR MDCXII. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(a) Marco Antonio Memmo nacque il d\u00ec 11 novembre 1556, da Giovanni q. Tribuno e da Rianca Sanudo di Matteo q. Matteo. Coltivato negli studi, e dietro gli esempi dei maggiori riusc\u00ec dei pi\u00f9 ragguardevoli personaggi del tempo suo nella civile e politica amministrazione. Il primo ufficio da lui sostenuto fu quello di savio agli ordini nel 1561; fu poi nel 1568-69 capitano a Vicenza. Quindi nel 1575 venne eletto capitano a Brescia: podest\u00e0 in Verona nel 1584, e a Padova nel 1586.&nbsp; Spedito nel 1597 siccome provveditore generale a Palma, drizz\u00f2 ivi il nuovo fiume sino a Strasoldo, due miglia distante da Palma, ed appian\u00f2 una strada per poter facilmente condurre in fortezza quanto per mare col\u00e0 si spediva. Passava, nel 1601, podest\u00e0 a Brescia, nella quale citt\u00e0 avendo sedati, con molto suo onore, alcuni tumulti insorti fra cittadini, meritava di essere promosso, il 25 gennaio 1602, a procuratore di S. Marco de ultra, in luogo del defunto Zaccaria Contarini.&nbsp; In questi intervalli di tempo e posteriormente, varie cariche interne sostenne con molto decoro e con somma integrit\u00e0, sicch\u00e9 fu pi\u00f9 volte senatore, poi censore, del Consiglio dei X, e capo molte fiate di esso; fu uno degli elettori del doge Pasquale Cicogna, consigliere nei sestieri di santa Croce e di Dorsoduro, inquisitore di stato pi\u00f9 volte, depositario in Zecca, conservatore del deposito, sopra-provveditore alle biade, provveditore all&#8217;artiglieria ed alle fortezze, del collegio delle acque, sopra-provveditore alla sanit\u00e0, all&#8217;arsenale, ed in particolare sopra la costruzione delle cento galee del 1602, delle galee grosse e del nuovo bucintoro, usatosi la prima volta il d\u00ec dell&#8217;Ascensione 4 maggio 1606. Ebbe inoltre la sopra intendenza delle fabbriche pubbliche nella piazza di S.Marco; fu riformatore due volte 1602 e 1608, dello studio di Padova, ed eletto particolarmente ad invigilare per il pacifico stato della capitale, siccome dice il Morosini (Stor., lib. XVII). Inseguito, cio\u00e9 nel 1607, dal consiglio de&#8217;X fu delegato, unitamente ad Antonio Priuli, a rilevare e definire alcune gravi difficolt\u00e0 insorte tra i feudatari del Friuli ed i nobili di Udine, e a quelle pose fme con ottimo successo. Venne due volte eletto correttore della promissione ducale: concorse alla ducea dopo la morte di Marino Grimani, rimanendo per\u00f2 eletto Leonardo Donato, e finalmente, passato questo a vita migliore, nscese al soglio ducale. Era egli, come attesta Fulgenzio Manfredi, di ben proporzionata statura del corpo, d\u00ec ben compassata positura delle membra, di ben lineata e veneranda bellezza della faccia. Ebbe un figlio di nome Francesco, il quale fu dal padre concesso a S. Carlo Borromeo, che lo aveva richiesto per aggregarlo al collegio dei nobili di Milano, ma sopraggiunta la peste in quella citt\u00e0, si ritir\u00f2 a Roma sotto la protezione del medesimo S. Carlo, e quindi nel 1590 fu fatto canonico della cattedrale di Padova, ed ebbe la dignit\u00e0 di tesoriere in quella chiesa, dove eresse e dot\u00f2 un ricco altare ad onore del Santo stesso, canonizzato durante la vita del Memmo. Il doge suo padre gli lasci\u00f2 in morte, per ragion di legato, centoventi ducati annui, nel mentre che, col suo testamento 18 febbraio 1613, lasciava eredi residuarii i figli di suo fratello Tribuno, come dalla inscrizione sepolcrale anche s&#8217;impara, ordinando loro di erigergli un deposito nella chiesa di S. Giorgio Maggiore. Oltre il ritratto superiormente accennato, vedesi il Memmo espresso in un ampio quadro che era collocato nell&#8217;andito della sala del Maggior Consiglio e della Quarantia vecchia, ove appare egli pro strano davanti alla Vergine, assistito dalli santi Marco, Antonio, Agostino e Jacopo, e seguito dalle varie personificate citt\u00e0, in cui il Memmo fu rettore prima di salire al trono. Ora questo dipinto \u00e9 nei depositi del Palazzo Ducale medesimo in attesa di essere nuovamente collocato in luogo opportuno. In torno poi ad altre minute particolarit\u00e0 della vita di questo doge, veggosi l&#8217;opera pi\u00f9 volte encomiata (Ielle Inscrizioni Veneziane ( Voi. IV, pag. 493 e seg., e V, pag. 550 e 614 ) dell&#8217;illustre cav. Cicogna, dalla quale cavammo in gran parte le notizie qui offerte. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(b) Il monumento del doge Memmo \u00e9 collocato nella parte sinistra della porta maggiore di S. Giorgio. Si erge sopra il basamento medesimo che ricinge tutto intorno quel tempio nobilissimo, \u00e8 decorato di sei spiccate colonne d&#8217;ordine corintio, formanti tre intercolunni, nel centrale dei quali, pi\u00f9 spiccato degli altri, \u00e9 l&#8217;urna sepolcrale, sormontata dal busto del principe. Gli altri due accolgono i simulacri della Fede e della Carit\u00e0, e la parte centrale \u00e9 decorata di frontispizio, sul pinacolo del quale \u00e9 lo scudo gentilizio fiancheggiato da due genii; nel mentre il monumento tutto coronasi di un attico, in cui sono addossate, sopra basi, quattro altre statue figuranti le Virt\u00f9 cardinali. Lo stile dell&#8217;opera accenna aquello dello Scamozzi, ed \u00e9 poi tutta composta di eletti marmi. Nello zoccolo centrale sotto l&#8217;avello, leggesi la seguente inscrizione : <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">MARCO ANTONIO MEMMO IN REGENDIS POPVI.IS SINGVLARI SVMMA VRBIS ET ORBIS I.AETITIA AD DVCATV VENETIAN. EVECTO. PETRVS ET MARCVS ANTONIVS EX TRIBVNO MEMMO PRONEPOTES ET HAEREDES PATRVO MAGNO FIERI CVRVRVNT . VIXIT ANNOS LXXIIII . IN DVCATV TRES, MENSES TRES, DIES SEX . OBIIT XXVIIII OCTOBRIS MDCXV. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Marco Antonio Memmo. Doge XCI. \u2014 Anni 1612-1615. 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