{"id":58435,"date":"2020-05-17T06:36:52","date_gmt":"2020-05-17T06:36:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=58435"},"modified":"2020-05-20T15:16:20","modified_gmt":"2020-05-20T15:16:20","slug":"nicolo-da-ponte-doge-lxxxvii-anni-1578-1585","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=58435","title":{"rendered":"Nicol\u00f2 Da Ponte. Doge LXXXVII. \u2014 Anni 1578-1585"},"content":{"rendered":"\n<h3>Nicol\u00f2 Da Ponte. Doge LXXXVII. \u2014 Anni 1578-1585. (a)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Concorrevano al ducato <strong>Jacopo Soranzo<\/strong> e <strong>Paolo Tiepolo<\/strong>, uomini, a dir vero, bene meriti della patria; ma nel mentre che compievansi gli scrutini fra gli elettori, forse per non far torto a niun di loro, venne eletto a doge, il d\u00ec 19 marzo 1578, <strong>Nicol\u00f2 Da Ponte<\/strong> (b), che trovavasi allora luogotenente in Udine, il quale non la cedeva ai due rivali per dottrina, eloquenza, benemerenze e cospicue dignit\u00e0 sostenute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fin dal principio del suo governo la Repubblica ebbe parecchi motivi d&#8217;inquietudine all&#8217;esterno; ed innanzi tratto coi <em>Triestini<\/em> e con l&#8217;imperatore, quelli per la erezione di saline alle foci del fiume <em>Rosanda<\/em>, e questo a cagione delle perpetue scorrerie sul mare degli <em>Uscocchi<\/em>, i quali riparavano poi nel porto di <em>Segna<\/em>. Contro i primi, mosse un&#8217;armatetta a distruggere l&#8217;erette saline; a reprimere i secondi, un&#8217;altra armatetta blocc\u00f2 il porto accennato di <em>Segna<\/em>, attalch\u00e9 in breve fu ogni cosa finita. Poi ebbe la Repubblica lunga questione con il pontefice <strong>Gregorio XIII<\/strong>, il quale domandava in Venezia, come altrove, il diritto di visita ai monasteri; ma anche questa bisogna fu posta a termine, inchinandosi, dopo lunghi contrasti, il Senato a permettere che la visita venisse eseguita con l&#8217;intervento di <strong>Agostino Valiero<\/strong>, <em>vescovo di Verona<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non cos\u00ec presto per\u00f2 si appianava l&#8217;altra controversia con la corte romana, mossa dalle pretese del cardinal <strong>Giovanni<\/strong> <em>patriarca d&#8217;Aquileja<\/em>, il quale voleva estesa la sua giurisdizione sul feudo di <em>Tagetto<\/em> nella terra di <em>S. Vito<\/em>, che il Senato dichiarava incompetente a norma del trattato conchiuso nel 1445. Il <strong>Grimani<\/strong> quindi si rec\u00f2 a Roma, e tanto fece che le cose prendevano serio aspetto, se accaduta non fosse la morte di papa <strong>Gregorio<\/strong>. Salito al trono pontificale <strong>Sisto V<\/strong>, furono tosto appianate le differenze, e per segno di grato animo verso la santa Sede, la Repubblica acquistava dai <strong>Contarini<\/strong> e da <strong>Vincenzo Morosini<\/strong>, <em>procurator di S.Marco<\/em>, eredi Gritti, per venti cinquemila ducati, il palazzo del fu doge <strong>Andrea Gritti<\/strong>, posto a <em>S. Francesco della Vigna<\/em>, e lo donava a residenza del nunzio apostolico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per alcuni casi accaduti, in cui il <em>Consiglio dei Dieci<\/em> usc\u00ec dai suoi limiti, nacque forte agitazione nel corpo del <em>Consiglio Maggiore<\/em>, onde dopo molti contrasti e divisioni di pareri, fu alfine deliberato, il 3 maggio 1583, ridurre, momentaneamente almeno, il <em>consiglio dei Dieci<\/em> ai naturali suoi limiti, tornando l&#8217;amministrazione interna ai magistrati ordinari, secondo le costituzioni fondamentali della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel frattempo avveniva che <strong>Bianca<\/strong>, figlia di <strong>Bartolomeo Cappello<\/strong>, fuggita dalla casa paterna e da Venezia, fin dalla notte 28 novembre 1563, col suo amante <strong>Pietro Bonaventuri<\/strong>, e sposatolo poi a Firenze, e quindi morto; per una istrana serie di casi, impalmasse <strong>Francesco dei Medici<\/strong>, <em>granduca di Firenze<\/em>, il quale spediva a Venezia, il 10 luglio 1579, <strong>Mario Sforza<\/strong> a partecipare quelle sponsalizie, avvenute il 5 giugno dell&#8217;anno antecedente, con lo scopo pur anco di far torre le pene, che il Senato aveva inflitto a <strong>Bianca<\/strong> fin dal tempo della sua fuga; chiedendo, per di pi\u00f9, che dichiarata fosse figliuola della Repubblica, come accadde in vari altri casi, tra quali in quello di <strong>Caterina Cornaro<\/strong>. Sebbene per lo addietro non avesse dato ascolto il Senato alle insistenti ricerche del duca <strong>Francesco<\/strong>, perch\u00e9 fosse dimenticata e la fuga di essa dalla casa paterna, e la sua evasione dallo Stato, e le altre sue colpe gravissime; questa volta parve ai padri accordare perdono alla donna traviata, decorare del titolo di cavalieri della stola d&#8217;oro Bartolomeo padre e <strong>Vittore<\/strong> di lei fratello, e adottare <strong>Bianca<\/strong> per vera figliuola della Repubblica. Senonch\u00e9 la storia di essa <strong>Bianca<\/strong> fu macchiata da fatti che la disonorarono; perci\u00f2 visse in odio dei Fiorentini, cui tentato aveva di dare un erede al seggio granducale, nel figlio di una donna oscura, fatto credere per suo proprio e del duca. Mori ella a <em>Cajano<\/em> il 20 ottobre 1587, ed in Venezia fu vietato perfino il lutto per la sua morte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro fatto, degno di nota, accadeva nel 1585. Era questo la venuta a Venezia di quattro <em>principi Giapponesi<\/em>, che, andati a Roma ambasciatori al pontefice, qui passarono per vedere la citt\u00e0, e per complimentare e presentare di doni il doge ed il Senato. Dessi infatti furono introdotti in <em>Collegio<\/em>, ed offrirono ricche vesti ed armi, ed ottenevano in ricambio, dalla magnanimit\u00e0 della Repubblica, drappi d&#8217;oro, di velluto e di seta e molti lavori pregiati in cristallo (c). Per festeggiarli poi ebbe luogo una magnifica processione il d\u00ec di <em>S. Pietro<\/em>, in cui non \u00e8 a dire quale e quanto fu lo sfarzo degli ori, argenti e pietre preziose che si posero in mostra, massime dalle sei scuole grandi, e delle rappresentazioni di storie sacre e simboliche, espresse da vive persone sopra carri; intorno a cui \u00e9 da leggersi la descrizione che ne porge, fra gli altri, lo <strong>Stringa<\/strong>, nelle aggiunte alla Venezia del <strong>Sansovino<\/strong> (Venezia 1604, pag. 305 e seg.)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Doge <strong>Da Ponte<\/strong> per\u00f2 non pot\u00e9 intervenire in persona a quella solennit\u00e0, vecchio e malato com&#8217;era, e tanto che pochi giorni dopo moriva, cio\u00e9 il d\u00ec 30 luglio seguente, nell&#8217;et\u00e0 di anni 94. <strong>Antonio Longo<\/strong> q. <strong>Antonio<\/strong> ne recit\u00f2 l&#8217;orazione funebre, che va alle stampe, e la sua salma veniva deposta nella <em>chiesa di santa Maria della Carit\u00e0<\/em>, nello splendido monumento che egli stesso si era in morte ordinato (d).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ducando il <strong>Da Ponte<\/strong> si institu\u00ec il <em>Collegio dei Ragionati<\/em>, per decreto del <em>Consiglio dei Dieci<\/em> del 1581, dal quale corpo fu prescritto di prendere gli uffiziali appellati <em>Scontri<\/em>, <em>Quadernieri<\/em>, <em>Appuntatori<\/em> ed i <em>Ragionati<\/em> tutti s\u00ec della <em>Zecca<\/em> come di ogni altra magistratura; e per decreto del Consiglio stesso si elessero, nel 1584, i tre nobili R<em>evisori e regolatori dell&#8217;entrate pubbliche in Zecca<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parecchie fabbriche si eressero pure di questi tempi. Senza ricordare gli ampi restauri che ottenne il Palazzo ducale a cagione dell&#8217;incendio del 1577, e la <em>piazza di S. Marco<\/em> nuovamente selciata di macigni nel 1580, rileveremo pi\u00f9 spiccatamente le costruzioni della sala dei modelli e dell&#8217;ampia officina della corderia nell&#8217;arsenale, compiutesi nel 1578 e 1582: la <em>scuola di S. Fantino<\/em>, ora <em>Ateneo<\/em>, murata nel 1580 da <strong>Alessandro Vittoria<\/strong>; l&#8217;erezione, nell&#8217;anno stesso, del <em>Seminario gregoriano<\/em> pei chierici destinati all&#8217;ufficiatura della basilica ducale. L&#8217;anno seguente si riedific\u00f2 la <em>chiesa di S. Luca<\/em>, e si mur\u00f2 la <em>chiesa di S. Gallo<\/em>. Si poneva nel 1583, per mano del doge, la prima pietra nella rifabbrica della <em>chiesa della Croce<\/em>, e se ne coniava apposita medaglia, come se ne coniava un&#8217;altra, nell&#8217;anno stesso, per il compimento del <em>tempio votivo del SS. Redentore<\/em>. Caduta poi inopinatamente la notte 11-12 settembre 1583 la <em>chiesa dei SS. Gervasio e Protasio<\/em>, l&#8217;anno dopo incominciavasi ad eriger la nuova. Finalmente, per deereto del Senato 1582, ordinavasi l&#8217;erezione delle procuratie nuove, e due anni dopo, l&#8217;architetto <strong>Vincenzo Scamozzi<\/strong>, dava mano al lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro fatto degno di nota per la storia si \u00e8 quello, che a cagione della riforma del <em>calendario Giuliano<\/em>, ordinata da papa <strong>Gregorio XIII<\/strong>, il giorno che segu\u00ec il 4 ottobre 1582, fu contato per il decimoquinto di quel mese, e ci\u00f2 affine di poter celebrare la Pasqua secondo il decreto del <em>concilio Niceno.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il cartello che gira a destra del ritratto di questo doge, non reca che il solo suo nome, cos\u00ec:<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">NICOLAS DA PONTE.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo Stringa, continuatore del Sansovino, ed il Palazzi riportano per\u00f2 la seguente inserizione :<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">REMPUB. GRAVISSIMO AERE ALIENO LIRERATAM, AC PLVRIMIS BELLI SVBSIDIJS, ET PACIS ORNAMENTIS AVCTAM, RELIQVI.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rintracciando il motivo per cui non pi\u00f9 vedesi la suddetta inserizione, rilevammo, che essendosi nella <em>sala dello Scrutinio<\/em> guastati dalle pioggie, dopo la met\u00e0 del secolo XVII, alcuni ritratti dei dogi, ed il quadro figurante la demolizione del <em>castello di Margaritino<\/em>, vennero rifatti, come accennammo nella illustrazione della Tavola CLXXVbis ; sicch\u00e9 nel rifare quei ritratti si ommise di scrivere le vecchie inscrizioni. Difatti la immagine del nostro doge, che era dipinta da <strong>Jacopo Tintoretto<\/strong>, giusta il <strong>Ridolfi<\/strong>, risulta ora di mano posteriore, e forse di quella del <strong>Bellotti<\/strong>, che rifece l&#8217;istoria guastatasi, come risultano di pi\u00f9 recente pennello alcuni altri ritratti dei dogi seguenti, nei quali pure non si sono rinnovate le antiche leggende. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(a) Discordano i genealogisti, come sempre, intorno all&#8217;origine della famiglia Da Ponte, alcuni volendola derivata dall&#8217;isola di Negroponte, altri da Ferrara, ed altri dalla Germania; e Luigi Grotto, nell&#8217;orazione recitata al doge Nicol\u00f2, la dice, da ultimo, venuta da Corf\u00f9. Il Malfatti poi riferisce, che essendosi estinta in Venezia nel 1217 (altri nel 1409), Fantino e Marc&#8217;Antonio Da Ponte, avendo trovato discendere da quell&#8217;antica famiglia, furono ammessi al Maggior Consiglio. Us\u00f2 per arme, questa casa, uno scudo con un ponte dorato in campo azzurro. Nicol\u00f2 Da Ponte poi nacque, nel 1491, da Antonio, e fin dagli anni pi\u00f9 teneri fu portato allo studio indefesso delle lettere, sicch\u00e9, passato alla universit\u00e0 patavina, percorse, con alto successo, lo stadio di tutte le lettere e scienze, non esclusa la teologia, onde fu insignito della laurea dottorale, e compose, al dir del Cappcilari, varie opere di geometria, trn le quali quella intitolata La squadra mobile. In occasione che si raccolse a Venezia il capitolo generale dell&#8217;ordine dei frati Eremitani, il Da Ponte vi disput\u00f2 le tesi proposte, con tanto plauso ed ammirazione, che fu lodato grandemente da ognuno, ed in particolare dal cardinale Egidio, preside di quella adunanza. Nel 1513 fu eletto savio agli ordini; e nel 1524 fu scelto dal Senato a pubblico lettore di filosofia, onde due anni dopo recit\u00f2 l&#8217;orazione funebre a Girolamo Adorno, ambasciatore di Carlo V, morto in Venezia. Nel 1530 fu mandato governatore a Corf\u00f9, ove spense, con la sua prudenza e coraggio, le discordie insorte fra gli abitanti e la guarnigione, e rifabbric\u00f2 le mura cadenti. Nel 1537 fu promosso a senatore della giunta; nel 1539 avvogadore di comun, e l&#8217;anno appresso luogotenente di Udine, cui provvide di un acquedotto. Nel 1541 venne spedito ambasciatore a Carlo V. Ritornato in patria coperse la carica di savio di Terraferma; e nel 1546 fu destinato ambasciatore a papa Paolo III, dal quale fu creato cavaliere; onore per lo innanzi non mai impartito dai pontefici agli ambasciatori veneziani. Nel 1550 era del consiglio dei X; quindi riformatore dello studio di Padova, e l&#8217;anno medesimo si pert\u00f2 ambasciatore di obbedienza a papa Giulio III, assunto allora al pontificato, dal quale fu tenuto carissimo, e come uno dei suoi pi\u00f9 intrinseci amici. Negli anni 1553 e 1554 ero savio di Terraferma e consigliere; e pass\u00f2 poscia, nel 1557, podest\u00e0 a Padova, ove si rese benemerito per l&#8217;annona procurata in quel tempo di grande carestia, e ristaur\u00f2 il palazzo di sua residenza incendiatosi, e fond\u00f2 la fabbrica del Monte di Piet\u00e0. Col\u00e0 essendo, gli moriva l&#8217;unico figlio, di nome Antonio, sostenendo cotal perdita con rara costanza, ed assumendo in cura del nipote Nicol\u00f2, il quale, per i meriti dell&#8217;avo, e per quelli suoi propri, veniva poi decorato della stola procuratoria de ultra, il 18 dicembre 1580. Nel 1559 era il nostro Da Ponte spedito ambasciatore a Francesco II re di Francia, per gratularsi della sua assunzione al trono; e l&#8217;anno dopo, un&#8217;altra volta recavasi a Roma amhascintor d&#8217;obbedienza nell&#8217;esultazione al pontificato di Pio IV. Convocato in Trento il concilio, venne il Da Ponte, unitamente al cavaliere Matteo Dandolo, ivi spedito siccome ambasciatore, ed introdotto il d\u00ec 25 aprile 1562, fece la sua orazione a quell&#8217;augusto consesso. Eletto nel 156O ad ambasciator d&#8217;obbedienza, con Girolamo Grimaui, Marino Cavalli e Girolamo Zane, a Pio V, nel suo avvenimento al papato, egli, il Da Ponte, si astenne da quell&#8217;incarico, sapendosi che Pio era non bene disposto a suo riguardo, per la libert\u00e0 con cui parl\u00f2 nel concilio di Trento (Morosini, Stor., lib. VIII). Morto Matteo Dandolo, procurator di S. Marco de ultra, fu in suo luogo eletto il Da Ponte, il 30 luglio 4570. Nel 1571 copri di nuovo il carico di riformatore dello studio di Padova, e l&#8217;anno dopo si rec\u00f2, siccome ambasciatore, a gratularsi con Gregorio XIII per il suo esaltamentoal papato: presso il quale torn\u00f2 nel 1573, alfine di placarlo, sdegnato per la pace conchiusa dalla Repubblica, senza sua saputa, con il Turco; e s\u00ec eloquentemente parl\u00f2, che il pontefice lo abbracci\u00f2 e restitu\u00ec la primiera grazia ai Veneziani (Morosini, Stor., lib. XI). Venuto, nel 1574, a Venezia Enrico III, re di Francia, fu il Da Ponte uno dei procuratori deputati dal Senato a portargli l&#8217;ombrello: e l&#8217;anno stesso, per la terza volta, sostenne il carico di riformatore dello studio di Padova. Era savio del consiglio nel 1575, e finalmente, nel 1578, venne innalzato alla suprema dignit\u00e0 della patria. Ordin\u00f2 al Sansovino di erigere il suo palazzo a S. Maurizio, e ne fece dipinger il fronte da Giulio Cesare Procaccino. Oltre il ritratto di lui, inserito nel fregio della sala dello Scrutinio, si vede espresso, da Jacopo Tintoretto, nell&#8217;ampio quadro centrale del soppalco della sala del Maggior Consiglio, in atto di presentare il Senato a Venezia fatta persona, inciso ed illustrato alla Tavola CLXII ; e, per mano del Tiutorctto stesso \u00e9 figurato anche nella sala del Collegio, orante in ginocchio davanti alla Madre Vergine, assistito da varii santi; dipinto pur questo inciso ed illustrato alla Tavola LXXXI. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(b) Sbagli\u00f2 il Romanin, segnando al d\u00ec 11 marzo l&#8217;assunzione al trono del Da Ponte. Egli non pose mente che, a memorare il giorno del suo esaltamento, sacro alle glorie di S. Giuseppe, volle questo doge impressa nelle sue sette oselle (coniate durante gli anni che resse la Repubblica), l&#8217;immagine di quel Divo, cosa che rilev\u00f2 si il Palazzi (Fast, ducat., pag. 234), e si il Manin (Illusi, delle Oselle, pug. 13, ediz. 1834 ). <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(c) Si veda l&#8217;opera delle Inscrizioni Veneziane ( Voi. V, pag. 648 e seg. ) dell&#8217;illustre cav. Emmanuel Cicogna, che ne d\u00e0 ampio ragguaglio; per cui, in riguardo ai doni offerti dai visitatori Giapponesi, \u00e9 da correggersi quanto dicemmo nella illustrazione della Tavola LXVI. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">(d) Il monumento che il Da Ponte ordinavas\u00ec in morte, fu commesso allo Scamozzi dal procuratore di S. Marco Marcantonio Barbaro, commissario delegato dal pubblico; e lo Scamozzi lo erigeva degno della sua fama, come dicono lo Stringa ed il Temanza. Sopra un ampio zoccolo s&#8217;innalzava un ordine composito di quattro spiccate e scanalate colonne, che formnvano tre intercolunnii. Nel centrale, sotto un arco era disposta l&#8217;urna, e sull&#8217;urna il busto del principe, scolpito da Alessandro Vittoria: negli intercolunnii di fianco erano inscritte due nicchie, che accoglievano altrettante statue lavorate da Girolamo Campagna. Un attico coronava il monumento, tutto di pietra istriana. Soppressa la chiesa della Carit\u00e0, e convertita, con l&#8217;unito monastero e confraternita, nel 1807, ad Accademia di Belle Arti, fu demolito il monumento, e per quanto facesse la presidenza di quella Accademia, perch\u00e9 dalla famiglia del doge fosse conservato, nulla poterono le sue sollecitudini. Ma \u00e9 decente stendere un velo sopra l&#8217;unico superstite di quet principe illustre; e dire soltanto che, a merito del defunto e non mai abbastanza lodato can. Giannantonio Moschini, fu salvato il busto e la inscrizione seguente, che vennero da lui posti nel chiostro di santa Maria della Salute: <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-size: 10pt;\">NICOLAO DE PONTE PRINCIPI QVI AD REIP . ADMINISTRATIONEM PRAETER NOBILISS . SCIENTIARVM ORNAMENTA, SINGVLAREM QVOQVE SAPIENTIAM ATQ . INNOCENTIAM CVM ATTVLISSET, AMPLISS . HONORIB . AC LEGATIONIB . APVD OMNES EVROPAE PRINCIPES PRAECCLARISS . FVNCTVS, ILLISQ . POTISS . DVAB . ALTERA AD TRIDENTINVM SYNODVM, ALTERA EXACTA IAM AET . AD GREG . XIII PONT . MAX . SVSCEPTA OPT . DE PATRIA MERITVS AD PRINCIPATVM EVECTVS, REP . GRAVISS . AERE ALIENO LIBERATA VRBE PLVRIMIS BELLI SVBSIDIIS, ET PACIS ORNAMENTIS AVCTA, DECESSIT MEMORABILE SVIS CIVIBVS EXEMPLVM . \u2014 M . D . LXXXV . III . KAL . SEXTIL . \u2014 VIXIT ANNOS LXXXXIV . IN PRINCIPATV VII . MENS . IV , D . XI . <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nicol\u00f2 Da Ponte. Doge LXXXVII. \u2014 Anni 1578-1585. 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