{"id":42986,"date":"2018-11-21T05:50:43","date_gmt":"2018-11-21T05:50:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=42986"},"modified":"2018-11-21T05:50:43","modified_gmt":"2018-11-21T05:50:43","slug":"festa-per-la-madonna-della-salute","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=42986","title":{"rendered":"Festa per la Madonna della Salute"},"content":{"rendered":"<h3>Festa per la Madonna della Salute<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Seguita nel 1627 l\u2019estinzione per la linea mascolina dei Duchi di Mantova, alcuni tra i pi\u00f9 gran principi d\u2019Europa rivolsero su quello Stato le loro mire. Pure l\u2019ultimo <strong>Duca Vincenzo Gonzaga<\/strong> aveva nominato solennemente per testamento in suo legittimo erede e successore <strong>Carlo Gonzaga Duca di Nevers<\/strong>, come il parente pi\u00f9 prossimo di sangue; anzi, a quest\u2019effetto, aveva fatto venir di Francia il di lui <strong>figlio Carlo, principe di Rhetel<\/strong>, creandolo suo luogotenente generale. E per consolidare maggiormente le ragioni di lui, gli avea, prima di morire, fatto sposare la nipote Maria, figlia di suo fratello Ferdinando, ottenutane la permissione del Pontefice. Difatti, non si tosto mor\u00ec Vincenzo, che il principe di Rhetel prese le redini del governo, e ricevette da tutti i sudditi il giuramento di fedelt\u00e0 in nome del padre, il quale subito abbandon\u00f2 la Francia, e giunse a Mantova, dove fu accolto e riconosciuto dai Mantovani come il principe legittimo, e il loro vero sovrano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non si potevano non riconoscere validissime le sue ragioni, ed equa la sua causa; ma gli Spagnoli, gi\u00e0 fatti forti in Italia, vi si opposero col pretesto, che essendo il nuovo Duca nato ed educato in Francia, disdiceva che un principe suddito di quella corona dominasse in Italia. L\u2019Austria, mostrando di cedere alle istigazioni degli Spagnoli, sped\u00ec in Italia un commissario per prendere possesso del Monferrato, e di Mantova con tutte e loro pertinenze, intimando al Duca di accordare che vi fossero guarnigioni tedesche in Mantova sino alla decisione dell\u2019affare; ma questi non fu persuaso di cedere ad alcuno dei propri diritti. Ecco dunque di nuovo la guerra in Italia. La Francia si dichiar\u00f2 in favore del Duca; e la Savoja fu costretta ad allearvisi, bench\u00e9 a malincuore, essendo moltissimo irritata pel matrimonio sopra indicato, che disturbava le sue mire sul Monferrato. La Repubblica di Venezia venne ricercata da tutti e due i partiti. Si trov\u00f2 essa nel maggiore imbarazzo per la scelta. Non voleva allearsi all\u2019Austria, ma non amava neppure confederarsi alla Francia, poich\u00e9 gi\u00e0 sin d\u2019allora aveva esperimentato gli effetti de suoi rigiri e dei suoi inganni. Pure fu d\u2019uopo vincere ogni avversione, e scegliere fra i mali il minore. Riflettendo adunque particolarmente, che se la fortezza di Mantova, per la sua prossimit\u00e0 agli stati veneti, caduta fosse nelle mani del pi\u00f9 forte, com\u2019erano quelle dell&#8217;Austria, vi sarebbe stato molto di che temere per s\u00e9, risolse di prendere le difese del debole Duca di Nivers, e di unirsi alla Francia. Il Senato mand\u00f2 quindi ambasciatori a <strong>Luigi XII<\/strong> per annunziargli questa risoluzione, e per eccitarlo anche a spedire pronti e forti soccorsi al Duca di Mantova, poich\u00e9 il suo pericolo si aumentava di giorno in giorno. Ma la Francia operava assai lentamente, e la Savoia pi\u00f9 ancora; di modo che ben presto si videro grossi corpi di truppe austriache discendere dalle Alpi Retiche, e spargersi nel fertile territorio Mantovano, che devastarono, e nel quale, per soprappi\u00f9, disseminarono anche il contagio. Il generale <strong>Aldringher<\/strong>, che le comandava, non trovava quasi mai opposizione nelle sue marcie, poich\u00e9 le truppe del Duca si ritiravano precipitosamente, non amando punto il suo signore, al quale non obbedivano che per forza. Quest\u2019avversione del popolo per il suo sovrano era il maggiore di tutti i mali, come sempre accade nelle occasioni pericolose. Egli veniva raggirato nei consigli, riempiuto di falsi timori, ed insidiato in tutte le guise, ad oggetto di accelerare la sua rovina. Allora quando le truppe imperiali avanzarono al punto di minacciare il <strong>borgo di san Giorgio<\/strong>, i cortigiani lo persuasero di cederlo all\u2019Aldringher insegno di rispetto verso di Cesare, potendo in tal modo sperare di ottenere un onesto accomodamento. Animato il comandante da un avvenimento cos\u00ec inatteso, ordin\u00f2 immediatamente di andare a prender Goito, ma, come riuscirvi? Situato all\u2019estremit\u00e0 del <em>Mincio<\/em>, la sua posizione lo rendeva quasi inespugnabile; oltrech\u00e9 era ben provvisto di difensori, di armi e di mura; pure ai primi attacchi gli abitanti vollero assolutamente arrendersi, malgrado la resistenza della guarnigione, quasi tutta veneziana, che come quella del borgo intendeva di difendersi ad ogni costo. Convenne per\u00f2 cedere. Allora gli Austriaci entrarono in fiducia di poter prender Mantova per sorpresa. Il valore dei Veneti vi si oppose; ma uno sciame ribelli, sedotti dall\u2019oro, rese inutili le opposizioni. Nella notte dei 13 luglio 1650 vennero gli imperiali da due parti ad attaccare Mantova. I traditori, secondo il concerto, fecero smontare le truppe vicino al baluardo del giardino, dando a credere agli assediati esser quello il soccorso atteso: ma videro invece uccidersi le sentinelle ed riempirsi tutta la citt\u00e0 di Austriaci. Il Duca, all\u2019annunzio di questo terribile avvenimento, si salv\u00f2 con suo figlio ed il maresciallo di Francia d\u2019Estr\u00e8 nella fortezza. La principessa Maria rimase in palazzo, dove fu trattata con poco rispetto, e di l\u00e0 condotta in un convento di religiose, e postevi guardie armate. Il comandante s\u2019impossess\u00f2 del palazzo Ducale, che per ricchezza di addobbi, per preziosit\u00e0 di pitture, di sculture, ed altri insigni lavori, era giustamente risguardato come una delle meraviglie del suo tempo. Tutto and\u00f2 a sacco, a ruba; e lo stesso avvenne nel resto dell&#8217;infelice citt\u00e0. N\u00e9 chiese, n\u00e9 monasteri, n\u00e9 case private andarono esenti dalla violenza militare e dalla rapina. Quindi non \u00e8 a sorprendersi se venne smantellato e distrutto anche quel famoso palazzo, in cui il celebre <strong>Vittorino da Feltre<\/strong> aveva informati nelle lettere e nella morale non solo i figli del <strong>Duca Francesco Gonzaga<\/strong>, ma tanti altri preclari giovani che accorrevano da ogni parte d\u2019Italia per profittare delle sue insigni lezioni. Era il palazzo piantato presso a vaste praterie, ed un po\u2019 lungi ai luoghi abitati, perch\u00e8 non vi fossero distrazioni. Il circondavano ombrosi passeggi, interrotti ora da larghi bacini d\u2019acque popolate di pesci, ora da fontane zampillanti. L\u2019interno avea lunghissime gallerie ben ornate; vi erano sale e camere ariose e lucide, sulle cui pareti si vedevano dipinti vari garzoncelli in attitudini graziose e scherzevoli, secondo i differenti giuochi che rappresentavano; e fu appunto per questo, che acquist\u00f2 il nome della Gioiosa. Tutto in esso contribuiva a perfezionare il cuore, il corpo e lo spirito. Se furibondi soldati poterono distruggere un luogo tanto bello e rispettabile, non valsero per\u00f2 a cancellare la memoria del suo antico abitatore, n\u00e9 gli effetti felici dei suoi insegnamenti, che, mediante i suoi discepoli, sparsero poi per tutta Europa, la dottrina, il buon gusto, la religione e gli ornati costumi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Duca, vedendosi tradito dai sudditi, e perfino dai suoi congiunti, sui quali pur tanto fidava, risolse di rendere anche la fortezza, a condizione che esso con la moglie col figlio e col maresciallo d\u2019Estr\u00e8 fossero condotti in luogo di sicurezza, e che le truppe della Repubblica potessero andarsene liberamente. I Tedeschi, avendo acconsentito a tutto, presero possesso della fortezza, fecero scortare gli illustri assediati da due compagnie di cavalleria sino a <em>Melara nel Ferrarese<\/em>, dove quest\u2019infelice principe ricevette dalla Repubblica tutti i soccorsi necessari al suo sostentamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per buona sorte d\u2019Italia, Cesare, distratto in Germania da maggiori cure, depose i pensieri guerreschi. La Spagna, credendo di non poter da s\u00e9 sola estendere le sue conquiste in Italia, e desiderando d\u2019altronde di consolidarsi nei domini gi\u00e0 acquistati, riguard\u00f2 la pace come il mezzo pi\u00f9 acconcio alle sue viste. Il <strong>Duca di Savoja<\/strong>, oppresso dalle sue sciagure, era morto da un colpo apoplettico, ed il suo successore Vittorio Amadeo si dispose subito sinceramente alla pace. Il re di Francia, sperando di trarre dal nuovo Duca di Savoja vantaggi molto maggiori, poco si cur\u00f2 pi\u00f9 degli interessi del Duca di Mantova, e desider\u00f2 anch\u2019egli la pace. La Repubblica di Venezia, alla quale tanto avea costato questa guerra, sospirava di venire ad un accomodamento onorevole, particolarmente per poter estirpare affatto l\u2019orribile peste che si era introdotta anche nei suoi Stati di Terraferma, e che faceva orribile strazio dei suoi fedelissimi sudditi. Non fu dunque difficile convocare una <em> Dieta a Ratisbona<\/em>, e convenire sollecitamente sugli articoli della pace, in uno dei quali fu restituito ai Veneziani tutto il terreno da essi perduto in questa sventuratissima guerra; il che \u00e8 una nuova prova de la loro sagace politica nel trattar gli affari, essendo non di rado avvenuto, che, sebben perdenti, ritraessero al momento della pace tali vantaggi, come se fossero stati vincitori. A ci\u00f2 contribuiva pure anche l\u2019opinion generale, che sussisteva tuttavia della loro forza. Nacque da questo doppio motivo, che trionfassero altres\u00ec nelle differenze insorte nel corso stesso di questa guerra; l&#8217;una con la corte di Roma, l\u2019altra con la Spagna, le cui particolarit\u00e0 risparmieremo di raccontare per non deviar maggiormente dal nostro principale soggetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il prospero fine di questi avvenimenti meritava certamente di venir celebrato in Venezia, come sempre usavasi di fare, con feste solenni; ma troppo generale era allora la tristezza per dar luogo a idee di solazzo. Il miasma pestilenziale erasi gi\u00e0 introdotto nella metropoli stessa. La filosofia, le scienze, e tutte le provvide cure del governo non avevano potuto impedire che questo terribile flagello non si dilatasse grandemente. Ad ottener ci\u00f2 avrebbe bisognato il concorso unanime di tutte le potenze; ma queste non erano ancora abbastanza illuminate per potere, come si \u00e8 fatto dopo, relegarlo in Oriente, dove sotto la tutela dell\u2019ignoranza e della superstizione si conserva tuttavia, e sempre si riproduce. I nostri padri non avevano mai cessato di far il possibile per distruggere s\u00ec fatale malattia. Tutte le regole, tutti gli ordini, tutti i soccorsi di ogni genere usati per la pestilenza, particolarmente del 1573, e per altre, furono anche in-questo incontro puntualmente eseguiti, ottimamente disposti, ed opportunamente applicati. Anzi per quel lume che viene dalla trista esperienza, novelle previdenze si aggiunsero in tale occasione; onde \u00e8, che il codice sanitario veneto riusc\u00ec poi si compiuto, che merit\u00f2 di venir preso a modello da tutte le pi\u00f9 colte nazioni europee. Ad onta di tutto questo, il mortifero crudelissimo veleno infettava ogni giorno un gran numero di persone. Lo spavento e la disperazione stavano dipinti sul volto di quelli che non ne erano ancora tocchi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <strong>Doge Nicol\u00f2 Contarini<\/strong> ed il Senato, dopo lunghe preghiere e digiuni, risolsero di ricorrere all\u2019intercessione di Maria Vergine, ed alle suppliche aggiunsero il voto di erigere in suo onore un tempio col titolo della <strong>Madonna della Salute<\/strong>, obbligandosi di andar a visitarlo tosto che si avesse ricevuto il favore cos\u00ec vivamente implorato. Ed un altro voto pure aggiunsero; di rinnovare ogni anno tal visita nel giorno della <em>Presentazione di Maria Vergine<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La peste, che cominciato avea in luglio 1630, e che in sedici mesi avea distrutte nella sola citt\u00e0 di Venezia circa 80.000 persone, e pi\u00f9 di 600.000 nelle provincie, cess\u00f2 nel mese di novembre 1631. Immediatamente il Governo si affrett\u00f2 di adempiere alla solenne sua promessa. Fu scritto agli ambasciatori presso tutte le Corti (siccome si usava di fare ogni qualvolta si trattava della miglior scelta o di persona o di cosa), affinch\u00e9 invitassero gli artisti pi\u00f9 celebri di tutte le nazioni a spedire i loro disegni o modelli per un Tempio grande e magnifico, da erigersi sul Canal grande, vicino alla <em>Dogana di mare<\/em>, e degno di esser dedicato alla <em>Madonna della Salute<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma la piet\u00e0 del Senato non volle indugiare sino alla erezione del Tempio ad attestare solennemente la viva riconoscenza sua e dei Veneti per un s\u00ec segnalato benefizio. Dietro gli ordini emanati si vide, come per un prodigio, nel luogo stabilito innalzata in quattro giorni una Chiesa di legno atta a contenere un numero immenso di persone, e fu coperta di addobbi cos\u00ec sontuosi, da non potersi valutare il prezzo. Fu piantato ad una certa altezza un altare, sopra il quale si colloc\u00f2 l&#8217;immagine di <em>Maria Vergine<\/em>. Si apprestarono tutti i sedili per il Doge, la Signoria, gli Ambasciatori ed il Senato. E siccome per recarsi dal palazzo pubblico a quel sito conveniva attraversare il gran Canale, si fece costruire un ponte artificiale, simile a quello che si faceva all&#8217;occasione della festa del Redentore, affidandone la cura ai nostri fidi ed esperti arsenalotti, che egregiamente si prestarono in questa e nelle successive occasioni. La piazza San Marco venne ornata in maniera da vestire l\u2019aspetto di un teatro magico. Le colonne, il porticati, le finestre, furono tutte guarnite di tappeti dell&#8217;Oriente, di drapperie di ogni genere di arazzi e bronzi dorati. Si vedevano inoltre sparse qua e l\u00e0 tele dei nostri pi\u00f9 celebri pittori. Nel mezzo del porticato delle procuratie nuove si era eretto un palco per il Magistrato della Sanit\u00e0, sopra cui risplendevano gli stemmi dei patrizi che lo componevano e questi contornati con una ricchezza mirabile. Nel mezzo vi era un superbo quadro, opera distinta di <strong>Bernardino Prudenti<\/strong>, rappresentante la Santissima Vergine, avente al suo lato San Marco ed, il beato Lorenzo Giustinian, ed alla sua sinistra <em>San Rocco<\/em> e <em>San Sebastiano<\/em> tutti ginocchioni, in atto di supplicarla della sua efficace protezione nella nostra grandissima sciagura. Dalla porta principale della <em>Chiesa di San Marco<\/em>, sino a ponte artificiale a <em>San Mois\u00e8<\/em> sul <em>Canal grande<\/em> stavano disposti tanti archi coperti di panno bianco, sotti i quali doveva passar la processione. Nell&#8217;uscir dalla piazza uno di essi, pi\u00f9 degli altri magnifico, portava pendenti festoni di lauro e pitture eccellenti. Uno di consimile ve ne era pure all\u2019imboccatura della strada che conduceva al ponte, ed un altro alla testa di esso ponte. Allorch\u00e9 tutto fu in pronto, si pubblic\u00f2 il giorno della festa solenne, che fu per questa sola volta il 28 novembre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al spuntar di questo giorno si vide, con stupore universale, il sol\u00bb si lucido come se fosse la bella stagione di primavera, bench\u00e9 i giorni precedenti fossero stati oscurissimi per nebbia e per pioggia. All\u2019ora di terza <em>Sua Serenit\u00e0<\/em>, vestita nella sua maggior gala, ed accompagnata dal suo augusto corteggio, discese dalla <em>Chiesa di San Marco<\/em>, dove si trovava  tutto il Senato. Prese egli il suo luogo, e tutti gli altri similmente. Il <em>Magistrato di Sanit\u00e0<\/em>, che era al suo posto nella Piazza di san Marco, ordin\u00f2 ad uno dei suoi Comandadori di annunziare ad alta voce al pubblico, che per l\u2019intercessione della <em>Santissima Vergine Maria<\/em>, l\u2019<em>Onnipossente Iddio<\/em> aveva accordato la grazia di liberar Venezia e tutte le sue provincie dal terribile flagello della peste. Questa tanto sospirata proclamazione, fu seguita da altissime grida di gioia della moltitudine, dal suono dei sacri bronzi, dal rimbombo dell\u2019artiglieria, e dallo strepito delle trombe e dei tamburi. Poi si celebr\u00f2 nella <em>Basilica di San Marco<\/em> una Messa solenne con musica bellissima. Indi si cominci\u00f2 la processione. Degno di ammirazione fu in essa lo sfarzo delle argenterie, e delle cere esposte dalle grandi Confraternite ed anche con debita proporzione dagli Ordini religiosi; ma pi\u00f9 ammirabile apparve la devozione edificante di tutti i patrizi accorsi per mettersi spontanei nella processione con la loro torcia in mano. Un numero ragguardevole di cittadini, mercadanti ed artisti, si posero essi pure nelle file; e la plebe stessa accompagn\u00f2 la religiosa cerimonia portandovi un cuore ugualmente ripieno di gratitudine e di devozione. Si cant\u00f2 nella nuova Chiesa il <em>Te-Deum<\/em>, che venne ripetuto da ciascheduno con l\u2019accento della maggiore sensibilit\u00e0; indi tutti rientrarono nelle loro abitazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo modo fini quel commovente spettacolo. Ma il Governo Veneto non poteva certo credere di aver fatto ogni cosa in questa occasione. Malgrado le immense spese sostenute nella guerra di Mantova, e nei sedici mesi che dur\u00f2 il contagio, volle spargere in questo giorno molte largizioni ai poveri delle parecchie, agli ospitali e ad ogni ospizio bisognoso; ed offerse con ci\u00f2 una bellissima lezione, che per adempiere ad ogni dovere della religione non bastano le preghiere, le genuflessioni ed i picchiamenti di petto, ma che fanno d\u2019uopo soprattutto gli atti di umilt\u00e0, di perdono e di beneficenza.  <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poich\u00e9 io qui scrivo pi\u00f9 per i forestieri, che per i miei cittadini, credo bene di aggiungere qualche parola sulla Chiesa votiva, affinch\u00e9 non possa mai correr sospetto, che un Governo fedele alle sue promesse, magnifico in tutte le sue opere possa essersi contentato della semplice Chiesa di legno, costrutta solamente per non ritardare la decretata funzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019 Architetto che merit\u00f2 la preferenza fu un Veneziano, chiamato <strong>Baldassare Longhena<\/strong>. Fece egli un lavoro cos\u00ec mirabile, sia per la pianta del Tempio, che la cupola, per la facciata grande e magnifica, e per l&#8217;imponente aspetto dell\u2019insieme, da far dimenticare gli errori del suo genio sregolato. Oltre la grande estensione di questa Chiesa, e l\u2019abbondanza di marmi rari e preziosi, vi si ammirano e dentro e fuori un gran numero di statue dei migliori artisti di quel tempo. Io non entrer\u00f2 in dettagli pi\u00f9 minuti intorno a questo nobilissimo edificio. Molti accreditati autori, fra i quali primeggiano l\u2019illustre Ab. <em>Moschini<\/em> ed il sig. <em>Quadri<\/em>, ne parlarono da veri intendenti. Pure non saprei, come grande amatrice qual sono della Pittura, passare sotto silenzio i quadri <em>Pittore della Natura<\/em>, del nostro celebre <strong>Tiziano<\/strong>. Quivi pure, come nel palazzo Barbarigo si ammirano raccolte in uno tutto le gradazioni dell\u2019arte sua; la sua giovent\u00f9, la sua virilit\u00e0, la sua vecchiezza sempre vigorosa. Osserviamo in prima sulla porta della Sagrestia quel San Marco seduto ad una certa altezza, avendo sotto di s\u00e9 i <em>Santi Sebastiano, Rocco, Cosimo e Damiano<\/em>. Tu in esso scorgi lo studio dell\u2019imitazione dei suoi maestri, sia nell\u2019aria dei volti, che nel colorito; pure in quelle belle teste, particolarmente in quella di <em>San Sebastiano<\/em>, come anche nel panno bianco che gli ricopre una parte del corpo, tu vedi lampeggiare il suo genio creatore. Ma innalza gli occhi alla volta. Non fremi tu alla vista del feroce Caino che sta immolando l\u2019innocente suo fratello Abele? E non ti senti vivamente commosso al sacrificio dell\u2019obbediente Isacco? Non godi tu stesso della Vittoria di Davide sul gigante Goliath? Qual espressione in tutte quelle fisionomie! qual verit\u00e0, qual disegno in tutti quei corpi seminudi, in quelle mani, in quei piedi! E chi mai lo eguagli\u00f2 in quella perfetta cognizione del sotto in su ? Questi \u00e8 il nostro <em>Tiziano<\/em> giunto al suo apogeo, al sublime dell\u2019 arte. Ora rientriamo nel Tempio. L\u2019invenzione, la composizione, l\u2019espressione, per cos\u00ec dire, inspirata di ogni testa nel quadro della missione dello <em>Spirito Santo<\/em> sopra gli Apostoli, ci fanno conoscere subito un\u2019opera di lui; il colorito per\u00f2 ci indica che la sua vista viene indebolendosi; senza neppur saperlo, si potrebbe quasi quasi indovinare che egli avesse allora settantaquattro anni. E qual altro pittore mai, fuor di <em>Tiziano<\/em>, avrebbe potuto dipingere oltre i settant\u2019anni quei quattro Evangelisti ed i quattro Dottori della Chiesa, che, separati ciascuno in otto ovali, ci rapiscono, ed esaltano l\u2019immaginazione anche degli stessi professori, per quei tratti franchi e sicuri? Arrestiamoci particolarmente su quel <em>San Matteo<\/em>, in cui al nostro pittore piacque di trasmetterci il proprio ritratto. Possa quest\u2019immagine venerabile servir di modello al ritratto da esser posto sopra un monumento degno di s\u00ec grande artista, gi\u00e0 le tante volte progettato senza effetto, bench\u00e9 sempre pi\u00f9 desiderato! (1) <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) GIUSTINA RENIER MICHIEL. Origine delle Feste veneziane. (MILANO 1829. Presso gli editori degli annali universali delle scienze e dell&#8217;industria.)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Festa per la Madonna della Salute Seguita nel 1627 l\u2019estinzione per la linea mascolina dei Duchi di Mantova, alcuni tra i pi\u00f9 gran principi d\u2019Europa rivolsero su quello Stato le loro mire. 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