{"id":40107,"date":"2018-03-02T14:36:39","date_gmt":"2018-03-02T14:36:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=40107"},"modified":"2018-07-02T14:37:02","modified_gmt":"2018-07-02T14:37:02","slug":"tommaso-mocenigo-doge-lxiv-anni-1413-1423","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=40107","title":{"rendered":"Tommaso Mocenigo. Doge LXIV. Anni 1413-1423"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-size: 14pt;\">Tommaso Mocenigo. Doge LXIV. Anni 1413-1423<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima di eleggere il principe nuovo i cinque nominati a correggere la Promissione ducale, onde vieppi\u00f9 ristringere l&#8217;autorit\u00e0 del doge, proposero e fu quindi approvato tra le altre cose: avere gli avvogadori autorit\u00e0, anche essendo due soli d&#8217;accordo, di portare accusa contro il doge: non potesse questi convocare i consigli senza il concorso dei suoi consiglieri: non si vedesse il suo stemma dipinto o scolpito fuori del palazzo, n\u00e9 sui legni e sulle bandiere: dovesse dare pubblica udienza, coi suoi consiglieri, tutti i giorni, eccetto le feste: chiamare ogni mese tutti i giudici di palazzo alla sua presenza, e ammonirli di amministrare buona e imparziale giustizia: continuare il pranzo solito darsi alle arti nella sua elezione. A ristringere anche il potere del popolo, si statuiva, non poter pi\u00f9 il doge convocare l&#8217;arrengo se non con l&#8217;approvazione della maggior parte del Consiglio minore e maggiore, e per esporvi solo quelle cose gi\u00e0 precedentemente da quei consigli approvate. Preparamento cotesto alla legge finale del 1423, per cui la concione fu del tutto abolita, come vedremo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo ci\u00f2, il d\u00ec 7 gennaio 1414, veniva innalzato al trono ducale Tomaso Mocenigo, che essendo a Lodi oratore, appo re Sigismondo, fu spedito un corriere a recargliene la nuova; e quindi vennero mandati dodici senatori ad incontrarlo fino a Verona, giungendo egli a Venezia il d\u00ec 27 del mese stesso. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo anno del suo reggimento fu speso dalla repubblica per recare ad effetto la pace tra Ladislao di Napoli e i Fiorentini; nel concludere una lega con Filippo Maria Visconti, succeduto nella signoria di Milano il 16 giugno 1442; nelle pratiche ad acquistare la Lombardia; negli interessi, infine, che si agitavano di tutta la cristianit\u00e0, nel concilio allora adunato in Costanza, onde dar fine allo scisma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed ebbe appunto allor fine lo scisma per la rinunzia di Gregorio XII, di Giovanni XXIII e per la deposizione di Benedetto XIII, e quindi per la elezione del cardinale Ottone Colonna, che prese il nome di Martino V. Al quale spediva tosto la Repubblica quattro ambasciatori di ubbidienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quantunque l&#8217;Italia fosse allora in preda a perpetue rivoluzioni, alle quali non prese parte la Repubblica, pure pi\u00f9 gravi cose accadendo nell&#8217;Oriente, per lo vigore a cui era salita la ottomana potenza, dovette la Repubblica prendervi parte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E di vero, dopo che fermato si era fra i Veneziani ed i Turchi, nel 1413, un trattato per la sicurezza delle loro colonie, questi ultimi, sia per una o per l&#8217;altra cagione, non ben divisata dagli storici, rotti gli accordi, si diedero, l&#8217;anno 1416, a predare le navi mercantili dei nostri, che ritornavano dai mercati di Trebisonda, e che navigavano nei mari d&#8217;Oriente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la qual cosa la Repubblica sped\u00ec tosto nelle acque di Costantinopoli una flotta di quindici galee, capitanala da Pietro Loredano, ed accompagnato da due provveditori, Andrea Foscari e Dolfino Veniero, il quale ultimo avea comandamento anche di recarsi, in qualit\u00e0 di ambasciatore, presso il Sultano, per veder modo di comporre le differenze, allora insorte, in maniera vantaggiosa alla Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si avvicinava il Loredano con la sua squadra allo stretto di Gallipoli, affine di sbarcare l&#8217;inviato; ma i Turchi lo repulsarono, scaricando innumerevoli frecce; alle quali risposero i nostri con altre frecce, verrettoni, quadrella, e con ogni maniera d&#8217;armi usate a quei tempi. I Turchi allora, non conoscendosi atti a resistere alle armi veneziane, pensarono modo di vincerle con l&#8217;inganno. Lo imperch\u00e9, fingendo di volere scendere a parlamento coi capitani, fatte tacere le armi, si avvicinarono coi loro legni alla squadra del Loredano; ed allorquando furono a portata di ferire, gli si scagliarono sopra impetuosamente e l&#8217;assalirono con grida ed urla a modo dei barbari, sperando che da quel subito assalto ne dovesse venir loro certa vittoria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma non fu tardo il Loredano a porsi nella difesa; imperocch\u00e9, ritratte alquanto le sue galee, e rinforzatele con le genti tolte dai legni minori, le gir\u00f2 in guisa di volger le spalle al sole, costringendo cos\u00ec i nemici ad avere in faccia l&#8217;infocato raggio e la luce smagliante del grande astro. Quindi investiti con s\u00ec alto valore, che quantunque rimanesse ferito, ne ebbe vittoria luminosa, facendo perire da oltre tremila nemici, loro togliendo quindici tra galee e galeotte e parecchie fuste, e fatti 1100 prigioni. Ci\u00f2 accadde li 29 maggio 1416. Frutto di tale vittoria fu la pace vantaggiosa conchiusa dalla Repubblica col Turco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo frattempo erasi maneggiata anche la pace fra i nostri e Sigismondo, ma tornata vana ogni pratica, si prepar\u00f2 la Repubblica agli eventi di nuova guerra, con il radunar armi e procacciarsi alleati. Si adoperava a tale effetto nello restituire la pace fra Filippo Visconti e Pandolfo Malatesta, signore di Brescia, e gli altri principi di Lombardia; spediva ambasciatori a Firenze; proponeva un&#8217;unione generale d&#8217;Italia per opporsi alle mire di Sigismondo, rese note spiccatamente al concilio di Costanza, ed avea conchiuso con Filippo stesso un trattato, fino dal 10 marzo 1414, col quale si stabiliva, che ambedue le parti metterebbero in pronto mille cavalli contro chiunque le molestasse, fosse anche il re dei Romani; la Repubblica non darebbe a questo il passo quando venisse ostilmente; ne farebbe pace con esso senza intelligenza e con senso de1 duca; non si ingerirebbe delle terre gi\u00e0 spettanti al padre di Filippo e da altri occupate, ma quando venissero nelle sue mani gliele restituirebbe, non per\u00f2 Verona e Vicenza, ne Feltre, Cividale e Belluno e dipendenze. Se il re venisse a guerreggiare nel Friuli, nell&#8217;Istria, nel Trivigiano, il duca manderebbe i mille cavalli in soccorso dei Veneziani per rinforzo dei mille forniti da questi, e cos\u00ec pure si farebbe quando fosse lor mossa guerra da qualunque principe d&#8217;Italia, n\u00e9 il duca si accorderebbe col re od altro nemico senza intelligenza e consenso dei suoi alleati; non tollererebbe la Repubblica nei suoi stati alcuno che avesse avuto parte alla uccisione del fratello del duca, come questi non darebbe asilo ad alcuno dei Carraresi o Scaligeri; infine farebbe il duca solenne rinunzia di Vicenza, Verona e altre terre or possedute dalla Repubblica. Lega consimile stringevano con Giovanna II di Napoli il 28 luglio 1446. Contemporaneamente avevano luogo altre pratiche col capitano di Trento (1415), col duca Federico d&#8217;Austria (1417), con alcuni signori feudali del Tirolo, per acquistare col\u00e0 castelli ed altri luoghi ben fortificati; n\u00e9 manc\u00f2 alla Repubblica il destro di venire in possesso di Roveredo; dal quale per\u00f2 ne derivarono gravi complicazioni coi duchi d&#8217;Austria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Senonch\u00e9 la progettata lega di tutta l&#8217;Italia anche questa volta non ebbe effetto, a motivo dei sempre pullulanti dissidi tra i vari signori che la dominavano, mossi da perpetue rivalit\u00e0, animati da basso interesse, accesi da vecchi odi; sicch\u00e9 allorquando Sigismondo, nel 1418, cal\u00f2 con nuovo esercito nel Friuli, quantunque la Repubblica fatto avesse provvedimenti opportuni a difendere i suoi possedimenti, appunto per le continuate ostilit\u00e0 dei principi italiani fra loro, dovette dissimulare, cercando pace, affine d&#8217;impedire che il duca di Milano si desse alla parte imperiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intanto la guerra cominciava nel Friuli, ove erano due partiti, l&#8217;uno per gli imperiali, sostenuto dal patriarca di Aquileja; l&#8217;altro per i Veneziani, capitanato da Tristano Savorgnano. Mentre si adoperavano, per forza, le armi, non si lasci\u00f2 di tentare nuovi maneggi per venire ad accordo. Ma Fantino Michiel e Roberto Morosini spediti a Sigismondo in Passavia, non potendo suaderlo alla continuazione della tregua, n\u00e9 tampoco riuscendo a bene la interposizione di papa Martino V, sceso Sigismondo stesso a spingere pi\u00f9 ardente la guerra ai Veneziani, questi diedero opera a repulsarlo. Innanzi tratto si pens\u00f2 sostenere il Savorgnano gi\u00e0 cacciato da Udine, e a chiudere il passo del Friuli alle armi imperiali, penetrate fin sotto quella citt\u00e0, e che tutto vi mettevano a ferro ed a fuoco. Poi le genti veneziane, assalirono Sacile, che si arrese; e, continuando il corso delle loro vittorie, vennero in possesso di Cividale, che volontariamente cal\u00f2 ad obbedienza; ebbero Prata, Portogruaro ed altri luoghi, nel tempo stesso che Filippo d&#8217;Arcelli batteva le truppe di Sigismondo, e otteneva la dedizione di Belluno e di Feltre. Udine, stretta d&#8217;assedio, deliber\u00f2 la resa, e quei cittadini inviarono quindi loro deputati al campo; diedero ostaggi, domandarono un salvacondotto per i loro ambasciatori che avrebbero inviati a Venezia, e aprirono le porte all&#8217;oste veneziana il 19 giugno 1420.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La resa di Udine trasse dietro quella delle altre castella e della stessa Aquileja; per cui il patriarca, vedendo ormai disperate le cose sue, fatte varie pratiche col messo del papa, dovette acquetarsi cedendo il Friuli alla Repubblica, con facolt\u00e0 di esercitarvi la piena giurisdizione civile e criminale; mentre egli in compenso riceverebbe tremila ducati annui, e conserverebbe il possesso di San Vito, San Daniele e Aquileja. Anche quelle citt\u00e0 dell&#8217;Istria, che ancora da lui dipendevano, in parte si arresero, in parte furono ridotte per forza. Cos\u00ec la Repubblica si trovava in possesso, dalla parte di ponente, di Padova, Vicenza, Verona; da quella d&#8217;oriente, di Treviso, Feltre, Belluno, Friuli; ebbe l&#8217;Istria e il Cadore, come altres\u00ec l&#8217;alta giurisdizione feudale della contea di Gorizia, il cui conte Enrico si fece suo feudatario nel 1424; per lo che si trov\u00f2 essere non solo potenza formidabile marittima, ma anche terrestre e di grande influenza nelle sorti italiane; dominatrice del golfo Adriatico da una parte, dall&#8217;altra del Friuli, porta d&#8217;Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alle acquistate citt\u00e0 conserv\u00f2 la Repubblica la maggior parte dei propri statuti e privilegi, solo mettendovi alla testa del governo un rettore od altro magistrato, con poteri pi\u00f9 o meno estesi a norma dei privilegi stessi del luogo, e con l&#8217;appello a Venezia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel tempo stesso che i Veneziani combattevano nel Friuli, portavano le loro armi anche nella Dalmazia, che toglievano fmalmente al re d&#8217;Ungheria, troppo impacciato allora nelle sue guerre di Boemia contro gli Ussiti, e nella difesa dell&#8217;Ungheria contro gli Ottomani, per poter vigorosamente accorrere alla tutela del Friuli e delle terre dalmate. Il 12 maggio 1420 partiva Pietro Loredano a quella volta con quindici galee ed altre navi, e prestamente s&#8217;impadron\u00ec di Almizza, Brazza, Lesina e Curzola. Anche Cattaro gli si sottomise, come pure Tra\u00f9; ed in poter parimente della Repubblica vennero Spalato, Budua ed altri luoghi. Nell&#8217;Albania ebbe Scutari, Drivasto, Antivari, Dulcigno ed Alessio, e, per cessione, l&#8217;importantissima citt\u00e0 di Corinto, chiave della Morea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Delle guerre veneziane nel Friuli e nella Dalmazia avea intanto profittato Filippo Maria Visconti, duca di Milano, per estendere vieppi\u00f9 le sue conquiste in Lombardia, ed avendo i Genovesi dato soccorso all&#8217;Arcelli, signore di Piacenza, poco stettero ad essere essi pure assaliti. Nel 1420, dopo avere tentata invano Savona, le genti milanesi posero l&#8217;assedio a Genova, che il 2 novembre si vide di nuovo ridotta sotto il dominio visconteo, a cui pochi anni prima erasi sottratta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tanta fortuna del Visconti non poteva non ingelosire i Veneziani: nulladimeno, adescati dalle promesse di lui, e desiderosi di procacciarsi un potente alleato al caso di una nuova calata degli Ungheri in Italia pel riacquisto di quanto avevano perduto, acconsentirono ad un trattato, segnato il d\u00ec 21 febbraio, 1422. I Genovesi, perduta la propria indipendenza, incapaci ormai alle grandi imprese, si davano al pirateggiare, e Gian Ambrogio Spinola particolarmente infestava con tre navi il golfo, dando la caccia a tutti i legni mercantili che si presentavano. Jacopo Trevisan fu tosto spedito a combatterlo, e, salpato da Venezia con diciotto galee, strinse la citt\u00e0 di Gaeta, ove il corsaro si era ritirato, domandando che, a cessar le molestie, gli abitanti gli consegnassero lo Spinola. Ma questi, fortificatosi nel porto, col\u00e0 disperatamente si difese, finche ferito fu recato a terra, e i suoi, piuttosto che arrendersi, incendiarono i loro navigli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si allargava pi\u00f9 sempre il dominio in Italia del duca di Milano, il quale, resosi signore, come notammo, di Genova, era anche venuto in possesso di Brescia e di Forl\u00ec, sicch\u00e9 i Fiorentini temettero non fosse egli per mirare alla signoria della loro citt\u00e0; onde si volgevano a Venezia per soccorsi. Ma vivendo tuttavia la lega fra questa e il Visconti, rispondeva loro il Senato, persuaso del consiglio del saggio doge, non potere accogliere i loro uffici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo fu l&#8217;ultimo atto di doge Mocenigo, il quale, sentendosi giunto al termine della sua carriera mortale, volle, siccome padre che lascia l&#8217;ultima volont\u00e0 ai suoi figliuoli, chiamare a se i principali senatori. Poich\u00e9 dunque li vide circondare il letto dei suoi dolori, v\u00f3lto ad essi, con parole di religione, di consiglio e di pace, inculcava loro innanzi tratto, i doveri che agli elettori del nuovo doge incombevano, affine di dare alla Repubblica un capo degno di lei, che difendesse la religione, che amasse il popolo, che facesse retta giustizia, e che conservasse la pace; e quindi esponeva ad essi lo stato floridissimo in cui lasciava la citt\u00e0, a cagione appunto della pace che avea curato di mantenere con tutto l&#8217;animo, raccomandando loro di conservar sempre le antiche costumanze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bello \u00e9 il conoscere, dal patetico discorso fatto allora dal doge morente, lo stato accennato, dal quale si viene a sapere come Venezia spedisse allora ogni anno merci per lo mondo del valore di dieci milioni di ducati, da cui ne risultava un guadagno nella condotta di due milioni, e di quattro nei negozi; esservi stato allora 3000 navigli, montati da 17.000 marinai, oltre 300 navi con 8.000 altri marini, e 45 galee con 11.000 altri marinai, talch\u00e9 la somma complessiva di essi saliva a 30.000. Si vede aver montato la stima delle case a sette milioni, e le pigioni di esse a mezzo milione annuo; esservi stati mille nobili aventi un annuo reddito dalli ducati settanta alli quattromila. La quale statistica riesce preziosa a sapersi in quei tempi, nei quali questa scienza era ignorata quasi da tutta Europa, e porge gran luce sulle ricchezze, ordinamento e stato pecuniario della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli pesava poi sul cuore l&#8217;affanno, in questi ultimi istanti, non si volesse dargli a successore Francesco Foscari, da lui reputato di spiriti guerrieri, e quindi amator delle pugne, e preconizzava loro il basso stato a cui sarebbe venuta la Repubblica, se quell&#8217;uomo fosse investito della ducal dignit\u00e0, mentre, diceva egli, si sarebbe rotta subitamente la guerra con quella o questa potenza. Laonde nuovamente pregatili di tenere fisse nella mente le ultime di lui parole, li benedisse, supplicando il sommo Iddio di volerli conservare e farli reggere e ben governare lo Stato. Questo fatto, che mostra specchiatamente l&#8217;animo del Mocenigo, \u00e9 esempio preclaro di patrio amore; mentre in esso si compendiano tutte le pi\u00f9 belle virt\u00f9 esercitate da lui. Il quale pieno di anni e di meriti, nell&#8217;et\u00e0 di sedici lustri, moriva il d\u00ec 4 aprile 1423, ottenendo, siccome l&#8217;uso, pubblico elogio, che gli veniva recitato nel tempio dei Santi Giovanni e Paolo, ove veniva tumulato, da fra Cristoforo da Siena. Ma non siccome l&#8217;uso aveva egli lodi grandissime da tutti gli storici, i quali lo celebrarono pel saggio reggimento, per molti vantaggi con che aveva largamente fatto prosperare lo Stato, per la pace mantenuta, per la religione protetta, per il costume corretto severamente da lui, pel commercio allargato, e per la generosit\u00e0 con la quale cur\u00f2 1&#8217;abbellimento delle pubbliche fabbriche, fra cui del palazzo Ducale, non tendendo di propor egli la rifabbrica della parte antica, quantunque fosse stata decretata la pena di mille ducati a colui che ne avesse fatta mozione, come meglio diciamo al capo XII della Storia del palazzo medesimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Durante il di lui governo, cio\u00e8 nel 1415, furono eletti sei savi per la sopraintendenza alla laguna, porti e lidi, numero che si restrinse poi; infinch\u00e9, nel 1501, si decret\u00f2 l&#8217;istituzione del Magistrato alle acque, composto di tre senatori. Altri fatti anche accaddero nell&#8217;interno della citt\u00e0. Nel 1417 una saetta distrusse il pinacolo del campanile di San Marco; l&#8217;anno appresso s&#8217;incendiarono le cupole della Basilica ducale, e il d\u00ec 7 marzo 1419, nuovamente il fuoco danneggi\u00f2 la Basilica stessa: e l&#8217;anno medesimo fu instituita, nell&#8217;isola della Giudecca, l&#8217;Accademia detta dei nobili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II breve che si svolge dalla sinistra mano del ritratto del Mocenigo, dice, con qualche differenza dal Sanudo :<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">HVNGAROS BELLO DOMVI, TVRCARVM CLASSEM DELEVI,<br \/>\nPYRATAS VBIQVE FVGAVI. IMPERIO NOSTRO TRAGVRIVM,<br \/>\nSPALATRVM, CATHARVM, FELTRVM, CENETAMQVE ADIVNXI. (1) <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tommaso Mocenigo. Doge LXIV. 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