{"id":39868,"date":"2018-06-02T05:25:34","date_gmt":"2018-06-02T05:25:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=39868"},"modified":"2026-01-11T19:33:49","modified_gmt":"2026-01-11T19:33:49","slug":"parrocchia-di-san-marco-evangelista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=39868","title":{"rendered":"Parrocchia di San Marco Evangelista"},"content":{"rendered":"<div data-zoom=\"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/DSC_8640m-1-scaled.jpg\" class=\"zoom\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/DSC_8640m-1-scaled.jpg\"><\/div>\n<p><em>Parrocchia di San Marco Evangelista dall&#8217;Iconografia delle trenta Parrocchie &#8211; Pubblicata da Giovanni Battista Paganuzzi. Venezia 1821<\/em><\/p>\n<h3>Parrocchia di San Marco Evangelista<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Localit\u00e0<\/em> In origine, questa isoletta chiamavasi <em>Morso<\/em>, forse a causa della tenacit\u00e0 del suolo; poi la detta <em>Broglio<\/em> o <em>Bruolo<\/em> per la erbosa sua superficie.<\/p>\n<h4>Chiesa<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Fondazione<\/em> La prima chiesa eretta in questa situazione fu sacra a <em>San Teodoro<\/em>; si reputa innalzata intorno all&#8217;anno 552 per ordine di <strong>Narsete<\/strong>, vincitore dei Goti, onde mostrarsi riconoscente per l&#8217;aiuto prestatogli dai Veneziani nelle operazioni di quella guerra. <strong>Bono<\/strong> da <em>Malamocco<\/em> e <strong>Rustico<\/strong> da <em>Torcello<\/em> avendo nell&#8217;898 trasferito coi lor navigli da Alessandria a queste isole la salma dell&#8217;Evangelista San Marco, la nazione, esaltante per il preziosissimo acquisto, intenta al dignitoso collocamento di quelle sacre reliquie, costru\u00ec all\u2019uopo altra chiesa o cappella vicino alla preesistente di\u00a0 <em>San Teodoro<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo santo, fino allora patrono, cedette la primazia al test\u00e9 giunto Evangelista, sotto gli auspici del quale inalberarono i Veneziani le loro insegne con l&#8217;alato leone che presenta il Vangelo. La popolare sommossa scoppiata al tempo di <strong>Pietro IV Candiano<\/strong>, gettate le fiamme nel Ducale Palazzo, fece rovinare per quell\u2019incendio anche gran parte dell&#8217;adiacente chiesa e cappella. Il pio doge <strong>Pietro I Orseolo<\/strong>, succeduto all&#8217;estinto <strong>Candiano<\/strong>, si diede nel 976 al restauro del palazzo, ed a rialzare novello maestoso tempio in onore di San Marco. la piccola cappella, presso la sacrestia, si serb\u00f2 a <em>San Teodoro<\/em>, convertita pi\u00f9 tardi a residenza del Sant\u2019Ufficio, destinata ora ad usi diversi per il servigio della basilica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tanto era il religioso fervore del doge, e della nazione, che fu decretato di costruire la pi\u00f9 bella e pi\u00f9 ricca chiesa che fosse al mondo. Senonch\u00e8, dopo la caduta della Grecia, e di Roma, gli antichi esemplari architettonici essendo per la massima parte o distrutti, o in grave deperimento, la decadenza delle arti non permetteva che si restaurassero, e meno ancora che si imitassero; perci\u00f2 nacque allora quello stile che sente della orientale magnificenza, e della imperizia degli uomini, e prese il nome di bizantino, perch\u00e9 negli edifici della metropoli del greco impero erasi sviluppato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da quelle contrade adunque si chiamarono artisti per fondare la nuova basilica, sul modello di quella di Santa Sofia di Costantinopoli, che tanto aveva segnalato il nome di <strong>Giustiniano<\/strong> per i tesori in essa versati. La costruzione dovette per\u00f2 subire le modificazioni richieste dai materiali che dai ruderi della Grecia solevano i veneziani qui trasportare nelle loro navigazioni e conquiste, e si ponevano in opera senza scrupolosa osservanza delle regole architettoniche. Il lavoro non pot\u00e9 non sentire l&#8217;influenza altres\u00ec del gusto arabo che in quella et\u00e0 dominava, e quella pure del sistema di edificare introdotto anche in Italia quando signoreggiavano i Goti, per cui fu chiamato Gotico. Seguendo la variet\u00e0 dei principi architettonici, degli eterogenei elementi, e di pi\u00f9 generazioni di artisti, procedette l&#8217;erezione del sommo edificio per il corso di un secolo, a compimento giungendo regnante il doge <strong>Domenico Silvio<\/strong> o <strong>Selvo<\/strong>, eletto nel 1074.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E allora, e nei secoli successivi, fu decorato di ricchi fregi in marmo, in bronzo, e in mosaico: pochi per\u00f2 dei primitivi musaici giunsero sino a noi, poich\u00e9 il tarlo del tempo richiese che si rinnovassero. Eccettuata la sostituzione agli antichi di alcuni nuovi musaici, e l\u2019aumento degli ornamenti, il tempio presenta tuttora la originaria sua integrit\u00e0; e la serie delle decorazioni, altre primitive, altre rinnovate od aggiunte, offre la storia delle arti in Venezia dal secolo X sino ai di nostri.<\/p>\n<h4>Parrocchia<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbiamo veduto nel discorso preliminare, che <strong>Angelo<\/strong> o <strong>Agnello Partecipazio<\/strong>, primo doge eletto in Rialto, isola che stendeva il suo nome anche sullo spazio adiacente alla nostra basilica, e che fu il nucleo intorno al quale si \u00e8 formata Venezia, istitu\u00ec questa chiesa in Cappella Ducale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Destin\u00f2 alla sua ufficiatura un sacerdote col titolo di <em>Primicerio<\/em>, cio\u00e8 primo notato nella tavola di cera degli ufficianti; dignit\u00e0 che alla vescovile si avvicinava. Infatti quel <em>Primicerio<\/em>, oltre la cura d&#8217;anime del suo circondario, esercitava i diocesani diritti sopra altre chiese parrocchiali a lui sottoposte; e pi\u00f9 tardi, cio\u00e8 nel 1252, delle insegne episcopali fu rivestito. I Cappellani che lo assistevano ottennero poi da papa <strong>Martino V<\/strong> il titolo di <em>Canonici<\/em>, non per\u00f2 confondibili con quelli che formavano il capitolo della veneta cattedrale, anteriormente stabilita nella chiesa di San Pietro a Castello.\u00a0Il primo fra i <em>Primiceri<\/em> fu quel <strong>Demetrio Tribuno<\/strong> che nell&#8217;819 contrassegn\u00f2 di sua mano la donazione fatta dal doge <strong>Partecipazio<\/strong> all&#8217;abate di San Servilio, della vasta tenuta di Sant&#8217;Illario. Il secondo <em>Primicerio<\/em> si chiamava Staurazio, da Alessandria venuto accompagnando il corpo di San Marco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Patronato di questa chiesa spettava al doge, che perci\u00f2 intitolawsi &#8220;<em>Nos solus Dominus Patronus, et unicus Gubernator Ecclesiae divi Marci&#8221;<\/em>. Egli appunto istituiva il <em>Primicerio<\/em>, il quale era indipendente da qualunque ecclesiastica superiorit\u00e0 dello stato. Due fra i cappellani canonici sostenevano le incombenze di sacrestani, e questi, per turno settimanale, disimpegnavano le funzioni di parroco. Tali prerogative, e tale sistema gelosamente si conservarono dalla Repubblica sino alla sua caduta, anzi le sopravvissero per qualche anno. Ho gi\u00e0 fatto conoscere, come la cattedra eretta sino dai primi tempi della veneta societ\u00e0 nella chiesa di San Pietro, si sia trasferita di fatto sino dall&#8217;anno 1807 nella Basilica di San Marco; quindi soppressa la giurisdizione del <em>Primicerio<\/em>, il patriarca divenne capo di tutta la diocesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1808 ebbe luogo la concentrazione delle parrocchie, la quale modificata nel 1810 ne fiss\u00f2 i circondari tuttora sussistenti. In quel movimento si assegnarono alla Parrocchia di San Marco quelle di San Basso, e di San Giminiano; come ancora varie frazioni di tre altre, cio\u00e8 San Paterniano, San Giuliano, e San Mois\u00e9. Soppresse queste cinque parrocchie, le chiese di San Basso, San Giminiano, e San Paterniano furono secolarizzate; ma quelle di San Mois\u00e8 e San Giuliano si tennero aperte al culto divino, bench\u00e9 spogliate dei parrocchiali diritti. A maggiore ampliazione della Parrocchia di San Marco<em>,<\/em> le si unirono in quella circostanza alcune contrade altres\u00ec delle due conservate Parrocchie di San Salvatore e San Luca. Nessuna sottrazione ebbe l&#8217;antico circondario di San Marco, fuorch\u00e9 il distacco delle prigioni, che si unirono a quello di San Zaccaria<em>.<\/em><\/p>\n<h4>Chiese nel circondario di questa parrocchia attualmente ufficiate<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>San Mois\u00e8<\/strong><\/em>. Sussidiaria. Assicurano i cronologi, questa chiesa essere stata eretta al tempo di <strong>Giovanni Galbajo<\/strong> Doge nel 787, a spese della famiglia <strong>Scoparia<\/strong>, con la quale concorse anche l\u2019<strong>Artigera<\/strong>. Sembra s\u2019intitolasse originariamente a San Vittore, e pi\u00f9 tardi, ricostruita a cura di <strong>Mois\u00e8 Venier<\/strong>, a San Mois\u00e8 profeta si dedicasse. Era una delle antiche parrocchie di Venezia, e tal si mantenne sino alla riforma di cui si \u00e8 detto. Sofferto l&#8217;incendio del 1105, venne rialzata; finalmente nel 1652 fu di nuovo costrutta; poi nel 1688 con generoso dispendio della Famiglia <strong>Fini<\/strong>, <strong>Alessandro Tremignan<\/strong> ne innalz\u00f2 il marmoreo prospetto che segna la decadenza delle arti di quella et\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>San Giuliano<\/strong><\/em>. Oratorio Sacramentale. <strong>Giovanni Marturio<\/strong> verso l&#8217;anno 832 fece erigere questa chiesa, sin dall\u2019origine parrocchiale. Distrutta dall\u2019estesissimo incendio del 1105, la famiglia <strong>Balbi<\/strong> accorse a riedificarla; divenuta cadente per vetust\u00e0, fu nuovamente alzata nel secolo XVI con modello di <strong>Jacopo Sansovino<\/strong>, che la decor\u00f2 di elegante facciata in marmo, di cui sostenne in gran parte la spesa <strong>Tommaso Rangone<\/strong> da Ravenna, medico e filologo insigne, la statua in bronzo del quale si ammira sopra la maggior porta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Santa Croce<\/strong><\/em>. Oratorio Armeno. Protetti dal veneto governo, si stabilirono in questa citt\u00e0, sino dal secolo XII, molti negozianti venuti d\u2019Armenia. Pi\u00f9 tardi, un loro connazionale lasci\u00f2 pingue legato per la erezione a favore di essi di un\u2019abitazione pi\u00f9 ampia di quella che possedevano, con chiesa annessa; quindi nell\u2019anno 1496 s\u2019innalz\u00f2, nel circondario di San Giuliano, quest&#8217;oratorio, alla cui ufficiatura veniva un cappellano autorizzato dal patriarca cattolico dell&#8217;Armenia, e riceveva il temporale possesso dai Procuratori di San Marco. Nel 1694 occorse riedificarlo, alla quale epoca nuove discipline si stabilirono riguardo alla elezione del cappellano, al possesso e alla ufficiatura.<\/p>\n<h4>Chiese non ufficiate, soppresse o demolite<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>San Basso<\/strong><\/em> Soppressa questa parrocchia, e secolarizzata la chiesa al momento della suddetta concentrazione, fu per\u00f2 conservato il suo marmoreo prospetto, opera del 1661, e che serve a mostrare la condizione delle arti sul declinar di quel secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>San Gallo<\/strong><\/em>. Oratorio Sacramentale. Questo piccolo sacro edificio apparteneva all&#8217;Ospitale ivi eretto quando, nel 1581, si distrusse l&#8221;altro fondato dal doge <strong>Orseolo<\/strong> che sorgeva in Piazza San Marco. Era una volta Abazia, e dipendeva dal <em>Primicerio<\/em> di San Marco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>L&#8217;Ascensione<\/strong><\/em>. Nel sito indicato nella tavola, sorgeva una chiesa la quale, con l&#8217;adiacente abitazione, apparteneva all&#8217;Ordine dei Cavalieri Templari, istituito sino dall&#8217;anno 1118. Soppresso l\u2019ordine nel 1311, pass\u00f2 questo stabilimento ai Cavalieri Gerosolimitani, i quali nel 1324 ne fecero vendita ai Procuratori di San Marco. Locate per qualche tempo ad una famiglia di religiosi, ne fu poi nel 1400 convertita la casa ad uso di albergo (era detto della Luna), ma conservata la chiesa, vi fu stabilito un rettore. In origine, l\u2019oratorio s&#8217;intitolava Santa Maria in capite brolii, probabilmente perch\u00e9 ivi faceva capo lo spazio verdeggiante, ossia <em>brolo<\/em>, costituente la Piazza San Marco, coperta di erba prima che fosse data mano ad ammattonarla. La confraternita dello Spirito Santo, chiamata dell&#8217;Ascensione, in questa chiesa introdotta, le comunic\u00f2 il proprio nome. Ricostruita nel 1597, continu\u00f2 ad ufficiarsi sino alla secolarizzazione del 1810.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>San Giminiano<\/strong><\/em> Gli scrittori convengono, che quando <strong>Narsete<\/strong> edific\u00f2 intorno all\u2019anno 552 sulla nostra piazza la Chiesa di San Teodoro, di cui si \u00e8 parlato, altra rimpetto a quella ne dedicasse ai Santi Menno e Giminiano. Era per\u00f2 a quel tempo la piazza di breve estensione, e circoscritta dal <em>Canale Batario<\/em> fluente sulla linea di quel marmo rosso che ancora sussiste innestato nel pavimento verso la met\u00e0 della Piazza attuale, cui di recente fu aggiunta iscrizione che ne conserva memoria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla sponda di codesto canale sorgeva la Chiesa di San Giminiano, ma nel 1156, o secondo altri nel 1173, volendo il governo prolungare la piazza, fu interrato il canale, e demolita la chiesa, che si rifece pi\u00f9 addietro, l\u00e0 dove ha poi sussistito sino al 1807. Gravi contestazioni si agitarono fra la Repubblica, e la Santa Sede per quella demolizione; la controversia venne composta con l&#8217;obbligo del doge di visitare ogni anno la nuova Chiesa di San Giminiano nella domenica della ottava di Pasqua, ossia degli Apostoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S&#8217;ignora il nome dell\u2019architetto della chiesa edificata nel 1173, per\u00f2 sappiamo che, minacciando rovina, si prese a rialzarla nel 1507, per opera di <strong>Cristoforo dal Legname<\/strong>: rimasto incompleto il lavoro, se ne commise, nel 1532, la prosecuzione a <strong>Jacopo Sansovino<\/strong>, il quale poi, nel 1557, ne innalz\u00f2 la facciata, con cui ebbe cura di mettere in armonia le differenti forme architettoniche delle Vecchie, e delle Nuove Procuratie, le quali ripiegandosi entrambe all&#8217;estremit\u00e0 della Piazza, verso i fianchi del tempio si prolungavano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1807, il governo italico, convertite le Procuratie Nuove in Palazzo Reale, innest\u00f2 a questo tutta la linea che abbracciava la chiesa e i conterminanti due tronchi delle Procuratie Vecchie e Nuove: quindi atterrata allora essa chiesa, come ancora il braccio vicino delle Procuratie Vecchie, fu adoperata quell\u2019area per il magnifico ingresso che ora vediamo, nel quale sorgeva la scala maggiore della imperiale residenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Cappella di Sansovino<\/strong><\/em>. Sulla destra di chi entrava nella Chiesa di San Giminiano, sorgeva una piccola cappella, che occupava la prima arcata del braccio delle adiacenti Procuratie Vecchie, come si pu\u00f2 osservare anche in una tavola della mia opera sulla Piazza San Marco. Il capitolo della parrocchia aveva concessa quella cappella a <strong>Jacopo Sansovino<\/strong> onde erigervi il proprio sepolcro; quindi, venuto a morte, nel 1570, fu nella medesima tumulato, per\u00f2 in semplice tomba contrassegnata da epigrafe; su di che parla diffusamente il <strong>Cicogna<\/strong> nel IV volume delle <em>Veneziane Iscrizioni<\/em>. Per la demolizione del 1807, le ceneri del sommo artista si trasportarono nella Chiesa di San Maurizio, d&#8217;onde poi nel 1820 trasferite nell\u2019oratorio annesso al Seminario Patriarcale presso la Chiesa della Salute, vi ebbero decoroso collocamento, con epigrafe ed urna, cui fu sovrapposto il suo busto, digi\u00e0 lavorato da <strong>Alessandro Vittoria<\/strong>.<\/p>\n<h4>Localit\u00e0 meritevoli di particolare menzione.<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Piazza San Marco<\/strong><\/em> Dalla facciata della basilica si stende la piazza per la lunghezza di piedi veneti 505 1\/12 ossia metri 475 70\/100. Varia ne \u00e8 la larghezza: la maggiore si trova sulla linea del Campanile, ove, compresa l&#8217;area di questo, si contano piedi veneti 235 9\/12, ossia metri 82. La minore costeggia la Nuova Fabbrica, ove era San Giminiano, e ascende a piedi veneti 162 5\/12 ossia metri 56. 50\/100.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Piazzetta<\/strong><\/em>. Presso l&#8217;angolo delle Procuratie Nuove, si apre altro spazio quadrilatero, che si chiama <em>Piazzetta<\/em>. Questa procede verso il Molo, e, compresa la parte di detto Molo che ne forma continuazione, \u00e8 lunga piedi veneti 278 10\/12, ovvero metri 97. La sua larghezza dall\u2019angolo delle Procuratie Nuove sino al punto opposto del Palazzo Ducale, \u00e8 di piedi veneti 140 1\/12, ovvero metri 48 70\/100. Verso l&#8217;estremit\u00e0, cio\u00e8 dove sbocca sul Molo, \u00e8 larga piedi veneti 117 10\/12, ovvero metri 41.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Piazzetta dei Leoni<\/strong><\/em> Una sezione della Piazza Maggiore si prolunga fra un lato della basilica, e la secolarizzata Chiesa di San Basso, formando ivi una figura quadrilatera in capo alla quale figurano due Leoni di marmo rosso, perci\u00f2 chiamata <em>Piazzetta dei Leoni.<\/em> E lunga piedi veneti 130, larga in via media piedi veneti 60. La piazza e ricinta da tre lati da una linea di gallerie, che continua anche lungo il conterminante braccio della <em>Piazzetta<\/em>, e forma la serie di 428 arcate, componenti la lunghezza di piedi veneti 1.280, ovvero metri 445 60\/100.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli individui soliti raccogliersi in folla su queste piazze alla evenienza degli spettacoli, possono occupare tutto al pi\u00f9 tra piedi quadrati di area per ciascheduno; quindi la superficie suesposta offre la misura del numero degli spettatori, i quali, in tale supposizione, monterebbero a 48.313: a questi sono da aggiungersi molti altri che occupano le gallerie, le adiacenti botteghe, e i grandi edifici alle piazze medesime circostanti; per la qual cosa, senza taccia di esagerazione, si pu\u00f2 stabilire, che questo recinto, quando \u00e8 ricolmo di gente, presenta il convegno di circa 60 mila individui.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Palazzo Ducale<\/strong><\/em> Nell&#8217;anno 809, per l&#8217;invasione di <strong>Pipino<\/strong>, di cui si \u00e8 detto nel discorso preliminare, trasferita la residenza del governo da Malamocco a Rialto, il Palazzo del Doge fu eretto nel sito ove tuttora sussiste. Rovinato in gran parte dell&#8217;incendio che vi appiccarono gli insorgenti contro <strong>Pietro II Candiano<\/strong>, si restaur\u00f2 da <strong>Pietro I Orseolo<\/strong> successore di lui, nel 976. Pi\u00f9 tardi, <strong>Sebastiano Ziani<\/strong>, doge nel 1171, lo fece pi\u00f9 vasto e pi\u00f9 adorno. Verso la met\u00e0 del XIV secolo, si diede mano a nuova ampliazione, ed a pi\u00f9 ricca decorazione, per opera di quel <strong>Filippo Calendario<\/strong> che fini sul patibolo, per avere offerta l&#8217;assistenza dei suoi artefici al doge <strong>Marino Falier<\/strong> propostosi di rovesciare la costituzione della Repubblica, il quale pure pag\u00f2 con la sua testa la trama.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Calendario<\/strong> innalz\u00f2 la maggior sala con la facciata sul Molo, continuandone la euritmia anche sulla <em>Piazzetta<\/em>, ma solo per il tratto compreso dalle sei prime arcate che sorgono in questa, ove ora la gran guardia trovasi stabilita. Il rimanente dell\u2019ala lunghesso la <em>Piazzetta<\/em> medesima, apparteneva bens\u00ec allo stesso edificio, ma sotto altre forme, e venne continuato, seguendo il disegno del <strong>Calendario<\/strong>, nell\u2019anno 1494, doge <strong>Francesco Foscari<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poco appresso, cio\u00e8 nel 1439, si eresse alla estremit\u00e0 di quest\u2019ala, il principale ingresso del Palazzo, cio\u00e8 la <em>Porta della Carta<\/em>, cos\u00ec detta perch\u00e9 ivi solevano affliggersi i pubblici editti: mastro <strong>Bartalommeo<\/strong> fu\u00a0l&#8217;architetto che la innalz\u00f2, lasciandovi scolpito il suo nome. La figura dell\u2019edificio \u00e8 quadrangolare: il lato sul Molo viene sostenuto da 47 arcate componenti una linea di piedi veneti 905 6\/12, ovvero metri 74,50: quello sulla <em>Piazzetta<\/em> presenta 48 arcate sopra una linea di piedi veneti 215 7\/12, ovvero metri 75. Il lato opposto a quello sporgente sul <em>Molo<\/em>, non ha esterna facciata, essendo addossato alla Basilica di San Marco, n\u00e8 forma una linea retta, ma bens\u00ec tortuosa, di oltre piedi veneti 300, perch\u00e8 si ripiega seguendo il perimetro della stessa basilica, e internandosi in qualche parte al suo tergo. Il quarto lato, cio\u00e8 quello che scorre lungo il canale chiamato <em>Rio di Palazzo<\/em>, e che dal <em>Ponte de la Paglia<\/em> giunge a quello di <em>Canonica,<\/em> \u00e8 lungo piedi veneti 344.\u00a0Il ricco marmoreo prospetto che lo riveste, fu costrutto nei secoli XV e XVI. Queste dimensioni stabiliscono la circonferenza del palazzo, che uscendo a circa 1.100 piedi veneti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si apre nel suo interno spazioso cortile, che presenta quasi la stessa figura dell\u2019esterno perimetro. Magnifici sono gli interni prospetti di questo cortile; distinguesi, per la copia, e finezza degli ornamenti, quello che \u00e8 in linea con la Scala dei Giganti. Questa scala, quella chiamata d\u2019oro, ed altre ancora, gli apparlamenti, le aule, tutto \u00e8 maestoso, ricco, e adattato alla cospicuit\u00e0 della residenza del corpo sovrano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019incendio sviluppatosi l\u2019anno 1574 nell\u2019abitazione del Doge, cio\u00e8 verso l\u2019estremit\u00e0 settentrionale del palazzo, pose il guasto alla Sala del Senato e a quella dell\u2019adiacente Collegio, stendendo le fiamme anche ai tetti della Cancelleria, e della Sala della scrutinio. Molti celebri artisti ripararono quelle rovine, fra i quali si \u00e8 segnalato <strong>Palladio<\/strong>, dando elegante novella forma all\u2019anticamera del Senato, chiamata Sala delle quattro Porte. Altro pi\u00f9 grave incendio, nel 20 dicembre 1577, divor\u00f2 il tetto della Sala dello Scrutinio, e quello, ancora pi\u00f9 vasto, della vicina Sala del Maggior Consiglio; le fiamme distrussero la preziosa suppellettile di quelle aule, dell\u2019ingegno dei pi\u00f9 famosi pittori di gi\u00e0 decorate. Dopo esami e discussioni le pi\u00f9 mature, fu commesso il ristauro dell&#8217;edificio ad <strong>Antonio Da Ponte<\/strong>, che seppe ristabilirlo nella primitiva sua condizione; e quei maestri che ancora erano in vita, come gli allievi di alcuni dei trapassati, spiegarono la maggior valentia per decorarlo di nuove pitture.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;abitazione del doge, e famiglia sua, era stabilita sino dai primi tempi nelle stanze respicienti sopra il cortile, ed altre conterminanti, che formano continuazione alla sala chiamata dello Scudo: nell&#8217;anno 1620 si diede a quegli appartamenti qualche estensione, prolungandol\u00ec verso il <em>Ponte di Canonica<\/em>, e verso la <em>Piazzetta dei Leoni,<\/em> costruendo allora la Sala dei Banchetti, ed il quarto che fu test\u00e9 convertito in Palazzo Patriarcale. Verso il tempo medesimo, cio\u00e8 fra il 1645 e il 1620 si riform\u00f2 anche quel lato del cortile ove \u00e8 l&#8217;Orologio, togliendone la Scala Foscara, cosi chiamata perch\u00e9 eretta in quel sito al tempo del doge <strong>Foscari,<\/strong> sostituita forse ad altra pi\u00f9 antica sulla quale <strong>Marino Falier<\/strong> fu decollato; e decorando quel prospetto nella maniera tuttor sussistente. In quella circostanza, venne anche eseguita l&#8217;altra difficilissima operazione di levare le vecchie arcate di sesto acuto che giravano intorno al cortile nel lato conterminante con la facciata dell<em>&#8216;<\/em>Orologio, e nell&#8217;altro che gli succede, e di sostituire alle medesime nuove arcate di tutto centro, quali si vedono al giorno d&#8217;oggi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo tali riforme, il palazzo non ha subito alcun&#8217;altra variazione, fuorch\u00e9 qualche interno adattamento in questi ultimi anni eseguito nelle stanze adiacenti alla Biblioteca, onde renderle atte agli usi della medesima, e la conversione ad uso del patriarca degli appartamenti del doge respicienti sulla <em>Piazzetta dei Leoni<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il corpo del grande edificio ha un carattere arabo, e mostra l&#8217;ardimento come la perizia di chi lo ha concepito e condotto. Le svariate e preziose decorazioni che copiosamente lo fregiano, mostrano la condizione delle arti, la maestria degli artisti, la magnificenza e generosit\u00e0 del governo. Echeggiano quelle aule delle gravissime discussioni che dall&#8217;809 al 1797 sostennero la esistenza politica della Repubblica. Seguendo il costume degli antichi Egizi, i quali scolpivano sulla reggia e sul templi le azioni magnanimo dei loro eroi, il governo veneto lasci\u00f2 nella sua residenza, come gli Ateniesi nel loro Pecile, la rimembranza dei gloriosi suoi fasti. La Maggior Sala presenta, lungo il sinistro lato, le gesta che condussero alla conquista di Costantinopoli. Nel destro lato, si ammirano quelle che riconciliarono l&#8217;Impero e la Chiesa ai tempi del <strong>Barbarossa<\/strong>. In capo alla sala, figura il trionfale ritorno del doge <strong>Andrea Contarini<\/strong> dopo ripresa Chioggia e dispersi i Genovesi con i loro alleati, che tanto dappresso minacciato avevano Venezia. All&#8217;opposta parte sorgono tuttavia le vestigia del trono ducale, il cui splendore non rimase offuscato che un sul momento per l\u2019abdicazione del 12 Maggio 1797, da pochi deboli consiglieri provocata e ottenuta. Tracci\u00f2 bens\u00ec quell&#8217;ultimo consesso la pagina nera della veneta storia, ma non ha scancellato con questa il glorioso volume di 14 secoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Basilica di San Marco<\/strong><\/em>. Della fondazione di questo tempio abbiamo parlato superiormente: la sua forma \u00e8 greca; ha tre facciate, la maggiore sulla <em>Gran Piazza<\/em>; le due laterali sorgono l&#8217;una verso il <em>Molo<\/em>, l&#8217;altra sulla <em>Piazzetta dei Leoni<\/em>. E&#8217; lungo piedi veneti 220 ovvero metri 70,50 compreso il vestibulo, il coro, e la spessezza dei muri. La sua larghezza, sulla linea della porta maggiore, e piedi veneti 448 ovverometri 54.80, ed alla crociera \u00e8 piedi veneti 480 ovvero metri 62:00. Il suo perimetro descrive una linea di piedi veneti 950 ovvero metri 330:50,400. Il prospetto principale \u00e8 lungo piedi veneti 448: 44,42, ovvero metri 54:80,400: alto piedi veneti 73, ovvero metri 25:40,400, non comprese le statue ed altri ornamenti che lo coronano. Il tetto \u00e8 sormontato da cinque cupole, disposte in forma di croce: la maggiore s&#8217;innalza dal pavimento piedi veneti 440, ovvero metri 38,30 non compresa la lanterna e gli ornamenti esteriori. L&#8217;euritmia interna \u00e8 regolare; la facciata presenta uno stravagante miscuglio di greco, di arabo, e di gotico; c\u2019\u00e8 di tutto, dice il <strong>Temanza<\/strong>; nondimeno il complesso sorprende e allatta l\u2019osservatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Campanile di San Marco<\/strong><\/em>. Sorge nell&#8217;angolo che divide la <em>Piazza<\/em> dalla <em>Piazzetta<\/em>: la sua posizione giova ad occultare la irregolarit\u00e0 della prima. Le fondamenta di questa torre si gettarono l&#8217;anno 902: nel 1150 era continuata fino alla cella delle campane: nel 1178 fu eretta la guglia, ma in forma diversa della presente: Un fulmine nell\u201911 Agosto 1187 la fece cadere: indi venne rialzata per opera di mastro <strong>Bartolammeo Buono<\/strong>, dal 1510 al 1544. L\u2019altezza totale di questa mole \u00e8 piedi veneti 284, ovvero metri 98,60 la sua larghezza alla base e piedi veneti 37, ovvero metri 12,80. Ornatissima Loggia \u00e8 addossata ad un lato della parte inferiore della torre: questo piccolo elegante edificio fa costrutto nel 1540 da <strong>Jacopo Sansovino<\/strong>, che lo decoro di marmi, di sculture finissima, e di statue in bronzo. L&#8217;interna sala serviva ad uso del Procuratore di San Marco che comandava la guardia montata degli artefici dell&#8217;Arsenale, quando sedeva il Maggior Consiglio della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Palazzo Patriarcale<\/strong><\/em>. La residenza del veneto patriarca era stabilita, sin dall&#8217;origine, presso la chiesa, gi\u00e0 Cattedrale di San Pietro di Castello. Trasferita nel 1807 la cattedra, come abbiamo veduto, nella Basilica di San Marco. Dopo molti progetti s\u2019innalz\u00f2 a questo uso, il palazzo, con facciata corintia, che sorge sulla <em>Piazzetta dei Leoni<\/em>, sopra modello di <strong>Lorenzo Santi<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Facciata della Chiesa di San Basso<\/strong><\/em>. Soppressa la parrocchia, e secolarizzata la Chiesa di San Basso, ne fu conservato il prospetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Torre dell&#8217;Orologio<\/strong><\/em>. \u00c8 sommamente ammirabile il punto di vista che si offre all\u2019osservatore quando dalla Merceria entra in \u00e8iazza passando sotto la volta che sostiene questa torre. L\u2019edificio \u00e8 intonacato di marmi finissimi, e di molto oro. Si divide in 4 ordini corinti: architetto <strong>Pietro Lombardo<\/strong>: anno 1496. Magnifico quadrante in esso innestato, indica le ore, le fasi lunari, i segni dello zodiaco ecc.; l\u2019interno macchinismo \u00e8 opera molto ingegnosa di <strong>Giovanni Paolo<\/strong> e <strong>Carlo da Reggio<\/strong> anno 1499: il celebre <strong>Ferracina di Bassano<\/strong>, nel 1755, vi fece radicale restauro, ed aggiunte. Le due ali di questa torre si riformarono nel 1757 da <strong>Andrea Camerata<\/strong>, o secondo alcuni dal <strong>Temanza<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Procuratie Vecchie<\/strong><\/em>. Questo edificio, cos\u00ec chiamato perch\u00e9 stanza una volta dei Procuratori di San Marco, costeggia quasi interamente uno dei lati maggiori della piazza. E&#8217; composto di 50 arcate, sopra le quali s\u2019innalzano due ordini corinzi affatto consimili, con due finestre arcuate sopra ciascuna arcata del primo ordine. Sopra il terz\u2019ordine, si alza spazioso fregio, da merlatura elegante coronato. La sua lunghezza e piedi veneti 439, ovvero metri 459,60, l\u2019altezza uscendo a piedi veneti 54, ovvero metri 48,85. Se ne reputa autore mastro<strong> Bortolammeo Buono<\/strong>, che io condusse dal 1540 al 1544. Opinano alcuni, che il modello fosse tracciato da <strong>Pietro Lombardo<\/strong>, che <strong>Guglielmo Bergamasco<\/strong> lo abbia eseguito, e mastro <strong>Buono<\/strong> sia stato soltanto il direttore dell\u2019opera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Palazzo Reale (Procuratie Nuove)<\/strong><\/em>. In tre grandi sezioni conviene distinguere questo monumento, che abbraccia tre linee l&#8217;una all&#8217;altra congiunte ad angolo retto e componenti 78 arcate. Il corpo di mezzo \u00e8 formato dalle Procuratie Nuove che s\u2019alzano rimpetto alle Vecchie. Destinato questo edificio ad abitazione dei <em>Procuratori di San Marco<\/em> in sostituzione a quello ove prima erano stabiliti, prese il nome di Procuratie Nuove. Queste cominciano lateralmente al Campanile nel sito ove si uniscono al fabbricato dell&#8217;antica Biblioteca, e procedono in linea retta sino all&#8217;angolo che le attacca alla nuova fabbrica di cui parleremo. La loro lunghezza e di piedi veneti 384, divisa in 36 arcate. La facciata ha tre ordini; <em>Dorico, Ionico, Corintio<\/em>.\u00a0Le prime dieci arcate, verso il <em>Campanile<\/em>, si eressero dallo <strong>Scamozzi<\/strong> intorno al 1584: lui morto, si continuarono da altri architetti, l&#8217;ultimo dei quali fu <strong>Baldassare Longhena<\/strong> verso il 1625; i quali seguirono lo stesso disegno, ma non la medesima finezza di esecuzione, perch\u00e9 allora le arti cominciavano a sentire la decadenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A fianco del Campanile, l&#8217;arcata 36.a s&#8217;innesta alla prima delle tre che succedono, le quali tre arcate appartengono all&#8217;edificio della Biblioteca. Essa Biblioteca alza maestosa fronte sulla <em>Piazzetta<\/em>, all&#8217;estremit\u00e0 della quale gira ad angolo retto sul Molo con tre altre arcate, corrispondenti a quelle che sorgono presso il Campanile. L\u2019euritmia di questo prospetto \u00e8 magnifica: si divide in due ordini, <em>Dorico e Ionico<\/em>. Sopra il secondo ordine, si alza ornatissimo fregio con piccole finestre per illuminare l&#8217;interno. <strong>Sansovino<\/strong>, cui fu commesso d&#8217;innalzare un monumento degno di custodire i parti della mente dei dotti, diede mano nel 1536 a quest\u2019opera insigne, dall&#8217;<strong>Aretino<\/strong> con magistrale sentenza chiamata superiore all&#8217;invidia, e alla quale <strong>Palladio<\/strong> candidamente tribut\u00f2 l&#8217;omaggio della pi\u00f9 alta sua ammirazione. Lo <strong>Scamozzi<\/strong>, erigendo le Procuratie Nuove che si attaccano a questo edificio, segui lo stesso sistema della Biblioteca nei primi due ordini, ma invece del ricco fregio, vi aggiunse un terzo ordine, che non ottenne il plauso degli intelligenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Procuratie Nuove<\/strong><\/em>. Quel braccio del Palazzo Reale che si stende con 45 arcate dall\u2019angolo delle Procuratie Nuove sino alle opposte Procuratie Vecchie, chiamasi Nuova Fabbrica; perch\u00e9, come ho detto, in gran parte costrutto dal cessato governo italico, per ivi aprire magnifico ingresso, e innalzare nobile scala corrispondente alla maest\u00e0 della reggia. L\u2019architetto <strong>Antolini<\/strong> nel 1807 si pose all\u2019opera, ma non riuscendo soddisfacente il suo piano, si demol\u00ec quanto aveva fatto, e il\u00a0<strong> Soli<\/strong> di Modena, a lui succeduto, diede all&#8217;edificio altra forma, continuando sulla piazza la stessa fronte del preesistente tronco delle Nuove Procuratie, ma con l&#8217;aggiunta di un fregio gravemente pesante. Eresse nell&#8217;interno spaziosa scala e magnifiche sale, e innalz\u00f2 a tergo un prospetto di sua invenzione che merita encomio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Stendardo<\/strong><\/em>. Dinanzi alla Basilica, sorgono sulla gran piazza tre antenne destinate a sorreggere gli stendardi del governo, piantate sopra tre Pili, o piedestalli di bronzo, lavori finissiml di <strong>Alessandro Leopardo<\/strong>: anno 1505.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Colonne Acritane<\/strong><\/em>. Verso la <em>Porta della Carta<\/em> che da ingresso al Palazzo Ducale, stanno due isolati Pilastri, lavoro orientale dei primi secoli del Cristianesimo. Non si saprebbe addir la ragione del collocamento di quei due marmi, se la storia non ci insegnasse, che furon gli stipiti della Porta del Tempio di San Saba in Acri, incendiato dalle venete forze che ne scacciarono le genovesi, i quali stipiti, dalle fiamme serbati, furono qui trasferiti dal valoroso ammiraglio <strong>Lorenzo Tiepolo<\/strong> nell&#8217;anno 1256, e qual trofeo di vittoria in quel sito cospicuissimo eretti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Colonne sulla Piazzetta<\/strong><\/em>. Pi\u00f9 cospicuo trofeo presentano le due Colonne di orientale granito alla estremit\u00e0 della <em>Piazzetta<\/em> innalzate, qui venute dall\u2019Arcipelago nel 1125 per il valore del doge <strong>Domenico Michiel,<\/strong> quando reduce da Terra Santa, diede severa lezione al greco imperatore <strong>Calojanni<\/strong> onde usasse alle venete insegne rispetto. L&#8217;una sostiene la statua di San Teodoro, l\u2019altra, il Leone alato, il quale trasferito nel 1797 a Parigi, in qui rialzato nel 1846.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Zecca<\/strong><\/em>. Con la testa meridionale dell&#8217;antica Biblioteca contermina la Zecca; robusto edificio che manifesta colla sua gravit\u00e0 l&#8217;importante destinazione di custodire l&#8217;erario. La facciata ha tre ordini, <em>Rustico, Dorico, Corintio<\/em>. Opera di alto merito del <strong>Sansovino<\/strong>, anno 1535. L&#8217;ingresso terrestre di questa Zecca si apre sotto le arcate della Biblioteca con ampio vestibolo decorato dallo <strong>Scamozzi<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Giardini Reali<\/strong><\/em>. Dall&#8217;angolo della Zecca procede un ponte di gi\u00e0 chiamato della<em> Pescaria<\/em>, perch\u00e9 sul vicino tronco del Molo si teneva mercato di pesce. Codesto ponte, ora elegantemente adattato. mette al Giardino Reale, che verdeggia a tergo del ex Palazzo Reale. Lo spazio di questo giardino era una volta occupato da cantieri per le galere, ma poi trasferite tutte le costruzioni navali dello stato nel grande Arsenale, divenne serraglio delle fiere che i dogi per lusso e trastullo vi facevano custodire. Conserv\u00f2 nondimeno per qualche tempo la originaria denominazione di Arsenale. Nel 1340 si eressero in questa localit\u00e0 i pubblici granai, e la si chiam\u00f2 <em>Terranuova<\/em> per essersi forse interrita qualche onda della conterminante laguna. Fra quei fabbricati fu stabilita anche la residenza dell&#8217;antico Magistrato di Sanit\u00e0: tutto fa per\u00f2 demolito nel 1808 per convertire in giardino quella spianata. Il Magistrato di Sanit\u00e0 si trasfer\u00ec nel vicino palazzo, gi\u00e0 Scuola dei Pittori, ove tuttora risiede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Campo San Gallo o Ruzzolo.<\/strong><\/em>\u00a0Si apre questa piccola piazza, o campo, dinnanzi l&#8217;Oratorio di San Gallo menzionato di sopra. Dicesi <em>Campo Ruzzolo<\/em>, corruzione di <em>Oracolo<\/em>, perch\u00e9 ivi fu trasferito l&#8217;ospitale dapprima eretto dal doge <strong>Pietro I Orseolo<\/strong> in <em>Piazza San Marco<\/em>, accanto del campanile, donde si tolse nel 1584 per far luogo alle Nuove Procuratie. Nell&#8217;Ottocenti prese altres\u00ec il nome di <em>Campo Canova<\/em> perch\u00e9 nell&#8217;adiacente casa del\u00a0 <strong>Francesconi<\/strong> detto <em>Florian<\/em>, spir\u00f2 <strong>Canova<\/strong> nel 1822, come lo mostra una lapide alla esterna parete di quell&#8217;abitazione innestata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Mercerie<\/strong><\/em>. Da San Salvatore si stende con qualche lieve tortuosit\u00e0 sino alla piazza, una calle fiancheggiata da due linee di botteghe, ove si vendono merci di vario genere, da ci\u00f2 chiamata <em>Merceria<\/em>. <strong>Bajamonte Tiepolo<\/strong>, nel 15 giugno 1340, passato con una torma di ribelli il <em>Ponte di Rialto<\/em>, venne verso la piazza, e giunto all&#8217;estremit\u00e0 della <em>Merceria<\/em>, una femmina all&#8217;affacciarsi alla finestra fece cadere un mortaio ivi collocato a caso, il quale colp\u00ec nella testa l&#8217;alfiere di quella mano di armati, e lo stese morto nel sito indicato da un marmo bianco, che tuttora si osserva nel pavimento presso quella bocca di piazza. <strong>Baiamonte<\/strong>, e i seguaci di lui, sbigottiti dall&#8217;avvenimento, azzuffatisi col doge in armi schierato in piazza, furono ben presto respinti. <strong>Marco Quirini<\/strong>, con altra compagnia dal <em>Calle dei Fabbri<\/em> venuto, fu ucciso; quindi tutti rivolti in fuga, ripassarono il <em>Ponte di Rialto<\/em>, allora di legno, lo tagliarono, e presero posizione al di l\u00e0 del canale, d&#8217;onde poi il governo li fece sgombrare, e se ne punirono i capi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Giustina<\/strong>, o secondo alcuni <strong>Lucia Rossi<\/strong>, era la femmina che fece cadere il mortaio: volle il governo rimunerarla, ma essa limit\u00f2 la sua richiesta ad ottenere soltanto l&#8217;utile dominio della casa e bottega ove abitava, col diritto di esporre dalle finestre, nelle pubbliche festivit\u00e0, lo <em>Stendardo di San Marco<\/em>. Quell\u2019edificio conserva tuttavia la denominazione di <em>Casa e bottega di ragione della grazia del morter<\/em>. Nel suo recente restauro, fu addossata alla sua esterna parete una scultura che rappresenta l&#8217;azione di quella donna.<\/p>\n<h4>Feste veneziane<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Feste nella Basilica<\/strong><\/em>. Su quelle lastre di rosso marmo che fregiano il pavimento del Vestibolo di questo tempio, papa <strong>Alessandro III<\/strong>, e <strong>Federico I<\/strong> detto <strong>Barbarossa<\/strong>, si diedero bacio di pace nel giorno 23, ovvero nel 24 luglio 1177. Fra i penetrali del tempio stesso, nel giorno primo, o quarto del seguente agosto, con solenne intervento del pontefice, dell&#8217;imperatore, del doge, e d&#8217;ampio circolo di prelati, principi e ambasciatori, si pubblicarono i trattati di quel rinomato congresso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019anno 1202 si giurarono in questo tempio i Patti della Sacra Lega dei Crocesegnati con il doge <strong>Enrico Dandolo<\/strong>, il quale poi, nel giorno 8 di ottobre dell&#8217;anno stesso, alla cima di 480 navigli salp\u00f2 da Venezia, e gloriosamente condusse quella celebre spedizione coronata dalla Conquista di Costantinopoli, e dall&#8217;innalzamento di <strong>Baldovino<\/strong> Conte di Fiandra sul trono orientale dei Cesari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molti sacri sinodi nella nostra basilica si raccolsero, e merita particolare menzione quello del 960, che pronunzi\u00f2 la scomunica contro coloro che il traffico esercitavano degli schiavi. Il veneto governo, manutentore delle pratiche religiose, imponeva con l&#8217;esempio la loro osservanza, ben conoscendo essere lo spirito religioso il cemento che stabilisce la solidit\u00e0 degli stati. Bench\u00e9 vigile ad impedire alla potenza spirituale d\u2019invadere i limiti della temporale, spiegava devoto rispetto per il sacerdozio in quanto al sacro suo ministero si riferiva. Il Doge con la Signoria, e talvolta col Senato, assisteva di frequente ai divini uffici nelle diverse chiese, come abbiamo veduto, e vedremo in progresso, e segnatamente nella Basilica di San Marco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le principali festivit\u00e0 in questa chiesa erano le seguenti:<\/p>\n<ul>\n<li><strong>1.\u00b0<\/strong> Il primo dell&#8217;anno.<\/li>\n<li><strong>2.\u00b0<\/strong> Il giorno 25 Marzo: anniversario della <em>Fondazione della Citt\u00e0<\/em>, avvenuta nel 421, da cui l&#8217;Era Veneta ebbe principio.<\/li>\n<li><strong>3.\u00b0<\/strong> La <em>Domenica delle Palme<\/em>: Compiuta la distribuzione dell\u2019Olivo, alcuni sacrestani saliti sul pronao della basilica, abbandonavano al volo diversi uccelli, e fra gli altri dei colombi, aggravandoli di qualche piccolo peso, onde, impediti di troppo alzarsi, il popolo se li pigliasse, per cibarsene nella vicina Pasqua. Questa consuetudine introdusse quei colombi che, sfuggiti dall&#8217;esser preda, si annidarono fra i tetti della basilica e del palazzo, ove propagatisi, vanno anche al di d&#8217;oggi svolazzando tranquillamente in Piazza San Marco.<\/li>\n<li><strong>4.\u00b0<\/strong> I quattro ultimi giorni della Settimana Santa; anzi nella sera del Venerd\u00ec, il principe interveniva alla processione, che pomposamente girava intorno alla piazza.<\/li>\n<li><strong>5.\u00b0<\/strong> Il giorno della <em>Santissima Pasqua<\/em>.<\/li>\n<li><strong>6.\u00b0<\/strong> Il 15 Aprile: giorno sacro a<em> Sant&#8217;Isidoro<\/em>, le cui spoglie mortali, dall&#8217;Oriente qui trasferite nel 1125 dal doge <strong>Michiel<\/strong>, furono deposte in ricca cappella della basilica. In questa visita gli uscieri (Commandadori) del ducale corteo tenevano le torce rovesciate, rimembranza lugubre del tragico fine di <strong>Marino Falier<\/strong>, la cui trama contro lo stato fu scoperta appunto nella ricorrenza di quell&#8217;anniversario l&#8217;anno 1355: la sentenza che lo condann\u00f2, pronunziato nel giorno 16, si esegui nel 17 del mese stesso, col taglio della testa sul ripiano di una scala del palazzo, allora esistente poco lungi da quella dei Giganti, dappoi costruita.<\/li>\n<li><strong>7.\u00b0<\/strong> La Vigilia dell\u2019Ascensione: il doge assisteva al vespro onde santamente si apparecchiava all\u2019alta cerimonia dello <em>Sposalizio del Mare<\/em> che si eseguiva nei d\u00ec appresso, qual segno di dominio sopra il medesimo, del che ho fatto cenno parlando del Bucintoro.<\/li>\n<li><strong>8.\u00b0<\/strong> La Festa del <em>Corpus Domini<\/em>: celebrato il divino ufficio, girava in piazza la processione; la seguiva anche il doge con in mano candela accesa al pare di tutti gli altri.<\/li>\n<li><strong>9.\u00b0<\/strong> Il 31 Gennaio: Anniversario dell\u2019approdo a Venezia del Corpo di San Marco, tolto dai sepolcri di Alessandria.<\/li>\n<li><strong>10.\u00b0<\/strong> Il 25 Giugno: giorno memorando per l<em>\u2019<\/em>Invenzione di quel sacro deposito. Nel medio evo, uno spirito ardente di devozione eccitava gli uomini pii ad un genere di furti che ora non si conosce, al trafugamento cio\u00e8 delle reliquie dei santi. Per allontanare il pericolo di simili rapina, nascosero i Veneziani il corpo del loro patrono in un ripostiglio noto a pochissimi, i quali morirono senza lasciarne traccia. Condotta a compimento sul finire del secolo XI la riedificazione della Basilica, non si trovava il corpo che vi si doveva venerare. Nel fervore delle preci al cielo innalzate, e delle indagini che si praticavano, cadde una pietra del pilastro vicino all&#8217;altare del Santissimo Sacramento, e il vano da questa lasciato, permise che il sacro corpo si rinvenisse. Tale scoperta nel 25 giugno del 1094 avvenuta, dest\u00f2 tanto giubilo, che ne fu istituito l&#8217;anniversario. Quelle reliquia rimasero esposte per alcuni mesi alla venerazione dei devoti; poi si deposero con somma cautela nella Sotto-Confessione, cio\u00e8 nel coro sottoposto al presbiterio. Si chiusero quelle solennit\u00e0 con la cerimonia della consacrazione del tempio, celebrata nel giorno 8 ottobre di detto anno. Com il giro dei secoli, la Sotto-Confessione, invasa dalle acque, divent\u00f2 impraticabile; quindi, per non abbandonare nell\u2019obblio il corpo del santo, ne venne tratto nel giorno 6 maggio 1811, e poi nel 26 agosto 1835 si festeggi\u00f2 il solenne suo collocamento sotto la sacra mensa dell&#8217;Altare Maggiore.<\/li>\n<li><strong>11.\u00b0<\/strong> Il <em>Giorno di San Marco<\/em>, in onore del santo titolare, celebrava la Repubblica la ricorrenza della sua festa: ed anzi negli ultimi tempi si concentrarono in questa sole anche le due altre del 31 gennaio, e del 25 giugno, delle quali si \u00e8 detto.<\/li>\n<li><strong>12.\u00b0<\/strong> Verso l&#8217;estremit\u00e0 settentrionale del Palazzo Ducale, ove costeggia il coro della basilica, si trovava una cappella sacra a San Nicol\u00f2 protettore dei marinai. Si celebrava in questa nel 6 dicembre di ogni anno la commemorazione della conquista di Costantinopoli: esperti pennelli vi avevano rappresentate sulle pareti le gesta di quella famosa guerra; pitture che furono cancellate alla fine del Settecento, quando, per i rivolgimenti politici, quel piccolo sacro edificio fu secolarizzato.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Feste Principali in Piazza San Marco<\/strong><\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>1\u00b0 Gioved\u00ec Grasso<\/strong><\/em>. Abbiamo veduto nel discorso preliminare, che <strong>Popone<\/strong> patriarca d&#8217;Aquileja nel secolo XI riunito aveva alla potest\u00e0 spirituale anche la temporale sopra il Friuli. Tale dominio riusciva molesto al vicino patriarca di Grado, isola dipendente dai Veneziani. <strong>Ulrico<\/strong> successore di <strong>Popone<\/strong> usando della sua forza, nel 1162, assali d&#8217;improvviso la citt\u00e0 di Grado, se ne impossess\u00f2 e la diede a ruba.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il doge <strong>Vitale II Michiel<\/strong> all&#8217;annunzio del fatto raccolte le armi, comparve rapido ove si agitava la guerra. Vinti gli aquilejensi, riprese l&#8217;isola e seco addusse prigioniero il principe nemico, in unione a 42 dei suoi seguaci e a molti vassalli. Adoperatosi <strong>Ulrico<\/strong> per il ricupero della libert\u00e0, questa gli fa concessa con il patto che ad ogni anniversario della vittoria inviar dovesse a Venezia un toro e 42 maiali, i quali nell&#8217;ultimo gioved\u00ec di Carnevale, chiamato <em>Gioved\u00ec grasso,<\/em> del governo si consegnavano all\u2019arte dei Fabbri che avea prestato mano forte alla spedizione; quegli artefici, sulla Piazza San Marco, tagliavano la testa al toro, e squartavano i maiali, distribuendo al popolo quelle carni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Assistevano allo spettacolo il Doge ed i magistrati, i quali poi, con acuminati bastoni, entravano nella Sala del Palazzo detta del <em>Piovego<\/em>, ove demolivano alcuni castelli di legno preparati a questo scopo, simboleggiando cosi la sconfitta dai vassalli friulani sofferta. Continu\u00f2 in questo modo la festa sino al secolo XVI alla quale epoca, regnante <strong>Andrea Gritti<\/strong>, venne modificata, e perch\u00e9 i costumi erano raddolciti, e perch\u00e9 cessato aveva la sovranit\u00e0 dell\u2019Aquileiense, sino da quando il Friuli fa dalla Repubblica conquistato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nondimeno, per allettare il popolo, si conserv\u00f2 l&#8217;uso della decollazione di un toro, che doveva farsi di un solo colpo; e vi si aggiunse il volo di un marinaio robusto, il quale, munito di ali come se avesse dovuto volare, partiva da un naviglio presso la piazzetta ancorate, e a mezzo di funi saliva sino alla cella del Campanile di San Marco, d\u2019onde scendeva alla galleria del Palazzo Ducale e presentava un mazzetto di fiori al Doge ivi pomposamente sedente, dopo la qual cerimonia, seguendo la linea donde era venuto, faceva ritorno al naviglio. A questo spettacolo succedevano le <em>Forze di Ercole<\/em>, indi un combattimento chiamato <em>Moresca<\/em>, nei quali esercizi gareggiavano i <em>Castellani<\/em>\u00a0e i <em>Nicolotti<\/em>, abitanti le due opposte estremit\u00e0 di Venezia, soliti a rivaleggiare fra loro. Una macchina di fuochi d&#8217;artificio chiudeva la serie di quei spettacoli, continuati sino alla fine della Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2\u00b0 Fiera dell&#8217;Ascensione<\/strong>. Dopo l\u2019antichit\u00e0, i Veneziani superarono le altre nazioni d\u2019Europa nell&#8217;esercizio del traffico, per il cui movimento tenevano, sino dai primi secoli, settimanale mercato in <em>Olivolo<\/em>, e due fiere annuali e Murano per lo spaccio degli specchi, ed altri oggetti della merce vetraria. Migliorate con il processo del tempo la condizione della citt\u00e0, e fatta celebre, alla venuta di papa <strong>Alessandro III<\/strong>, la <em>Festa dell&#8217;Ascensione<\/em>, fu decretato nei 1180, che, alla ricorrenza di quell&#8217;anniversario, si tenesse una fiera franca in <em>Piazza San Marco<\/em> per otto giorni continui, dappoi prolungata a quindici giorni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Affinch\u00e9 meglio sfoggiare si potessero le produzioni nazionali e straniere, fu costrutto, nel 1307, un ricinto di botteghe di legno, che al momento della fiera si innalzava nella piazza. Quel manufatto di tempo in tempo si rinnov\u00f2, e l&#8217;ultimo si costru\u00ec nel 1776 con disegno di <strong>Bernardino Maccaruzzi<\/strong>, e cui dispendio di ducati 57.088. Questo temporario edificio aveva forma di elissi, con quattro maestosi ingressi: tutto il circondario si componeva di botteghe, dinnanzi alle quali ricorreva una galleria sostenuta da eleganti colonne. In quel magnifico emporio comparivano in folla e compratori e curiosi, la mattina il bel sesso girava in nazionale costume, cio\u00e8 in <em>zendaletto<\/em>, le nelle ore serali uomini e donne solevano mascherarsi in <em>bauta<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli ultimi tempi, gli artisti ponevano in mostra su quella fiera le produzioni del loro ingegno; ed ivi appunto un garzoncello dall&#8217;umile villaggio di Possagno venuto, espose la statua dell&#8217;Orfeo che avea qui lavorata, per cui dal governo, nel 1779, mandato a Roma, divenne <strong>Canova<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella fiera medesima si erigeva un fantoccio in forma di femmina con elegante costume, che dettava la moda del giorno. L&#8217;anno 1796 fu l\u2019ultimo della fiera, perch\u00e9 nel 1797 pi\u00f9 non esisteva in quei giorni il Governo creatore di tante utili istituzioni. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) ANTONIO QUADRI. Descrizione topografica di Venezia e delle adiacenti lagune. Tipografia Giovanni Cecchini (Venezia, 1844)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Parrocchia di San Marco Evangelista dall&#8217;Iconografia delle trenta Parrocchie &#8211; Pubblicata da Giovanni Battista Paganuzzi. Venezia 1821 Parrocchia di San Marco Evangelista Localit\u00e0 In origine, questa isoletta chiamavasi Morso, forse a causa della tenacit\u00e0 del suolo; poi la detta Broglio o Bruolo per la erbosa sua superficie. Chiesa Fondazione La prima chiesa eretta in questa [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":125666,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2},"jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[607,2005],"tags":[673,140],"class_list":["post-39868","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-mappe-venezia","category-parrocchie","tag-parrocchia-di-san-moise","tag-sestiere-di-san-marco"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/DSC_8640m-1-scaled.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/39868","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=39868"}],"version-history":[{"count":62,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/39868\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":125668,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/39868\/revisions\/125668"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/125666"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=39868"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=39868"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=39868"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}