{"id":31296,"date":"2017-12-04T13:22:52","date_gmt":"2017-12-04T13:22:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=31296"},"modified":"2017-12-04T13:22:52","modified_gmt":"2017-12-04T13:22:52","slug":"lorenzo-celsi-doge-lviii-anni-1361-1365","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=31296","title":{"rendered":"Lorenzo Celsi. Doge LVIII. Anni 1361-1365"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-size: 14pt;\">Lorenzo Celsi. Doge LVII. Anni 1361-1365 <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Erano raccolti gli elettori per dare allo Stato un principe nuovo, e indecisi ancora nella scelta da farsi tra quattro illustri senatori concorrenti, cio\u00e9 Pietro Gradenigo, Leonardo Dandolo, Marco Cornaro e Andrea Contarini, udita una voce nel cortile del palazzo, che Lorenzo Celsi, capitano del Golfo, avesse preso alcuni pirati genovesi, ci\u00f2 valse a far decidere in di lui favore la sorte. Il che avvenne il di 16 luglio 1361. Bench\u00e9 la notizia si scoprisse poi falsa, pure, avendo reso il Celsi utili servigi alla patria, venne la di lui elezione gradita.  Furono tosto mandati dodici ambasciatori a levarlo in Candia, ove trovavasi, e fece il suo ingresso, veramente magnifico, in patria il d\u00ec 21 del susseguente agosto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> I primordi del suo reggimento vennero rallegrati dalle feste per la venuta in Venezia del duca d&#8217;Austria (29 settembre 1364), e poco poi per quella di Pier Lusignano, re di Cipro (5 dicembre). Conduceva seco il duca i due ambasciatori veneziani, Marco Cornaro e Giovanni Gradenigo, i quali, nel ritorno che \u00e8 facevano dalla loro missione appo l&#8217;imperatore Carlo IV, erano stati, contro il gius delle genti, carcerati dal castellano di Sench, ed ora resi liberi dal duca stesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Ad opere di pace subitamente volse l&#8217;animo il doge, componendo col Carrarese alcune nuove vertenze insorte circa alle reciproche giurisdizioni nell&#8217;isola di Sant&#8217;Ilario; appianando quelle altre con gli Scaligeri, per il trausito del Po; rinnovando, per cinque anni, la solita tregua con Giovanni Paleologo, imperatore d&#8217;Oriente. Ma tutte queste cure spese dal Celsi per conservare la tranquillit\u00e0 vennero sconvolte dalla fiera rivolta di Candia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Questa rivolta nacque da leggiera cagione; imperocch\u00e9, dovendosi, per interrimento fattosi delle sabbie marine, scavare quel porto e ripararsi quel molo, fu per decreto pubblico posto un balzello agli isolani per sopperire alla spesa. I primari Greci di Candia e molti fra i coloni veneziani ebbero a sdegno quella disposizione, pretendendo essi, per le concedute franchigie, di andare immuni da tale gravezza. Il malcontento, che serpeggiava da lungo tempo negli animi di quel popolo, ruppe in tale occasione in aperta rivolta. Della quale fattisi capi Marco Gradenigo, soprannominato Spiritello, Tito Veniero e Giovanni Calergi, uomo quest&#8217;ultimo assai potente tra i Greci, e di molta autorit\u00e0 in tutta l&#8217;isola, radunato numeroso stuolo di armati, recaronsi tumultuariamente, il d\u00ec 9 agosto 1363, al palazzo del duca Leonardo Dandolo, minacciando. Ma questi, non paventando il furore di quei rivoltosi, si present\u00f2 loro con perterrito animo, unitamente ai due suoi consiglieri Jacopo Diedo e Stefano Gradenigo, e parl\u00f2 parole di pace, rimproverandoli dolcemente di quell&#8217;atto infedele, non proprio di sudditi, n\u00e9 valevole a conseguir grazia dal principe. Coloro per\u00f2 risposero arditamente: Non avere diritto il Senato d&#8217;imporre loro balzelli; essere quindi il decreto che li statuiva contrario ai privilegii accordati ai loro padri; volere che venisse revocato. Dandolo coraggiosamente a ricontro dicca loro: Essere sovrana dell&#8217;isola la Repubblica; e perci\u00f2 poter ella ordinare gli aggravi, e pi\u00f9, come questo, rivolto all&#8217;utilit\u00e0 loro, al loro immediato vantaggio. Tali rimproveri, quantunque dolci, irritarono vieppi\u00f9 i rivoltosi: i quali prorompendo in urla furiose, slanciaronsi impetuosamente contro il Dandolo, e s\u00ec esso che i due ora detti suoi consiglieri imprigionarono. Fu merito principalmente di Andrea Cornaro e di Michele Faliero se poterono far loro salva la vita. Fu eletto poscia a capo del governo Marco Gradenigo, e furono tosto abbassati i vessilli di San Marco ed inalberati quelli di San Tito protettore dell&#8217;isola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Non appena fu nota al Senato l&#8217;accaduta ribellione, che non risparmi\u00f2 ogni pacifico mezzo per indurre i rivoltosi ad obbedienza. Spediva col\u00e0 tre dei pi\u00f9 ragguardevoli senatori, affinch\u00e9 tentassero ogni mezzo di dolcezza per sedare gli animi: Pietro Soranzo, Andrea Zeno e Marco Morosini, incaricati di s\u00ec ardua missione, partirono a quella v\u00f2lta con tre galee; ma, non appena arrivati, gli insorti fecero loro intendere, non si arrischiassero a dar fondo nel porto, se avevano cara la vita. E poich\u00e9 nullo valse argomento a richiamarli al dover loro, ritornavano gli inviati alla patria senza alcun frutto. Tent\u00f2 di nuovo il Senato spedire una seconda volta altri cinque senatori a cotal fine, nelle persone di Andrea Contarmi, Pietro Zane, Francesco Bembo, Giovanni Gradenigo e Lorenzo Dandolo, i quali, presentaronsi al capo e ai consiglieri del governo fedifrago, e sebbene il Contarini parlasse miti parole, proprie a riconciliare gli animi e richiamarli nelle vie della rettitudine, pure anche questa volta non valsero che ad irritare quegli sconsigliati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Fu allora che la Repubblica deliber\u00f2 di domarli con la forza. Innanzi tratto per\u00f2 il Senato facca solleciti offici appo le corti straniere, affinch\u00e9 nessuna aiutasse i ribelli; ed ottenuto riscontro conforme ai desideri, pens\u00f2 tosto ad allestire una classe possente. Discusso da prima il modo da tenersi nelle opere militari, arm\u00f2 quindi trentatr\u00e9 galee e dodici navi onerarie, ed imbarc\u00f2 un nerbo fortissimo di milizie terrestri, al comando delle quali prepose Luchino Dal Verme, veronese, e a quello della flotta Domenico Michieli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Sciolse l&#8217;armata dal porto del Lido il d\u00ec 10 aprile 1364, giunse a vista di Candia il d\u00ec 7 del maggio susseguente, e all&#8217;indomani ancorossi nel porto di Fraschia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Nel decorso di tempo, nel quale si preparavano tali armi, accaddero nell&#8217;isola vari tumulti: dappoich\u00e9 un Calogero greco per nome Mileto, volendosi render caro a Giovanni Calergi, ed avendo ucciso e fatto uccidere proditoriamente vari principali Veneziani, fin\u00ec col perdere egli stesso la vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Eseguito infrattanto lo sbarco dal prode Dal Verme, una sola battaglia data per mare e per terra valse ai Veneziani per disperdere e conquidere i rivoltosi, e a prendere \u00ec sobborghi della citt\u00e0. Per la qual cosa, vedutisi alle strette, i ribelli spedirono ai vincitori Andrea Cornaro e Michele Faliero, i quali con calda orazione scusarono i rei, ed ottennero speranza di venia. Il d\u00ec 10 maggio, aperte le porte, entrarono i Veneziani nella citt\u00e0 di Candia. Lascieremo qui dire, aver dovuto il Michieli, tosto entrato nella citt\u00e0, sedare un tumulto accaduto per causa delle milizie vincitrici, le quali volevano darsi al saccheggio; e tampoco taceremo della punizione a cui soggiacquero i principali ribelli. Diremo soltanto, che ordinato fu dal Michieli medesimo a Pietro Soranzo di partir tosto con una galea affine di dare avviso al Senato del prospero evento. Il Soranzo quindi sciolse tosto da Candia e giunse a Venezia il d\u00ec 4 del giugno susseguente, secondo rapporta il Petrarca testimonio di vista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Indicibili furono le festc fatte dai Veneziani per quella vittoria, e, dopo rese grazie a Dio nella Basilica, fra le altre solennit\u00e0 si ordinarono splendide giostre nella piazza di San Marco. E perch\u00e9 potessero condegnamente assistere a queste il doge, i nobili e le dame, si costrusse tutto intorno alla piazza anzidetta un palco, ed uno maggiore davanti la facciata della Basilica, come il detto Petrarca racconta. Il quale, seduto alla destra del doge, fu testimonio egli stesso di quella pompa solenne, durata quattro giorni di seguito. Il premio stabilito al vincitore fu il prezzo di un&#8217;aurea corona del valore di trecentosessanta ducati d&#8217;oro; il quale, per concorde giudizio, concesso venne a Pasqualino Minotto, ed il secondo onore fu impartito a un Ferrarese, siccome racconta il pi\u00f9 volte citato Petrarca, nella sua lettera diretta a Pier Bolognese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Poco per\u00f2 stettero i ribelli di Candia a rialzare il capo per opera di Giovanni e Giorgio fratelli Calergi e di altri compagni. I quali, fortificatisi nei loro castelli sui monti, e raccolti intorno a s\u00e9 alquanti seguaci, impossessaronsi di parecchi casali, spargendo ovunque il terrore. Fugati dal provveditore Nicol\u00f2 Giustiniani, continuarono i guasti ritirandosi: ma giunti, il 25 marzo 1365, cinque nuovi provveditori alla testa di buon nerbo di armati, i ribelli furono pi\u00f9 volte sconfitti, infinche, nell&#8217;aprile dell&#8217;anno seguente, giunti altri provveditori, vennero interamente domati, e, presi i principali autori di quella rivolta, dannati a morte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Da quel punto il governo di Candia si fece pi\u00f9 austero: Giovanni Zorzi fu mandato ivi col titolo di capitano; vennero distrutte le mura, le fortezze, i luoghi che servivano di ricetto ai ribelli; allontanate le persone sospette, e per tal modo torn\u00f2 l&#8217;isola tranquilla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Mentre seguivano questi fatti accadeva, il d\u00ec 18 luglio 1365, la morte del doge Celsi, il quale otteneva sepoltura nella chiesa di Santa Maria della Celestia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Al suo tempo, cio\u00e9 nel 1362, il Petrarca donava alcuni suoi libri alla Repubblica, affinch\u00e9 con questi si dasse principio ad una pubblica libreria. Ma quantunque la Repubblica stessa accettasse, il d\u00ec 4 settembre di quell&#8217;anno, il dono, nulla per allora fu fatto, ed anzi pare che pochissimi ne fossero consegnati, se il Morelli, con tutto lo studio.che pose per averne notizia, non pot\u00e9 venire al chiaro del fatto, accennandone tre soli ora esistenti nella Marciana da lui sospettati di quella ragione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Notiamo ancora, che ducando il Celsi, si incominci\u00f2 ad erigere, nel 1361, da Tomaso Viaro, il campanile dei Frari, compiuto poi dai negozianti milanesi e modenesi nel 1396. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Il ritratto di questo doge tiene nella destra mano un breve, su cui si legge:<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"> E MARI DVX VOCOR, CRETAE LIBERATOR OPIMAE. (1) <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lorenzo Celsi. Doge LVII. 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