{"id":24699,"date":"2025-04-27T05:10:47","date_gmt":"2025-04-27T05:10:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=24699"},"modified":"2025-04-27T05:18:03","modified_gmt":"2025-04-27T05:18:03","slug":"chiesa-e-monastero-di-santa-giustina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=24699","title":{"rendered":"Chiesa e Monastero di Santa Giustina"},"content":{"rendered":"<h3>Chiesa di Santa Giustina. Monastero di Monache Agostiniane.&nbsp;<i>&nbsp;<\/i><\/h3>\n<p><strong>Storia della chiesa e del monastero<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra le chiese, che per celeste rivelazione fece erigere nella nascente citt\u00e0 di Venezia il <em>vescovo di Oderzo<\/em> <strong>San Magno<\/strong>, ivi si ricover\u00f2 dal furore dei Longobardi, si numera la sesta, quella dedicata a <em>Santa Giustina vergine e martire padovana<\/em>. Apparve la santa martire circondata da una splendida nube al santo uomo, e lo avvis\u00f2 essere divino volere, che sotto l\u2019invocazione del di lei nome facesse in quel sito innalzare una chiesa, ove vedesse una vite germogliar frutti novelli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riconobbe il santo l&#8217;indicato sito posto in un estremo angolo della citt\u00e0, ed ivi col sussidio dei fedeli fece fabbricar una chiesa, che fino dai suoi principi eretta in parrocchiale, divenne poi collegiata, ufficiata a canonici fino da principi del secolo XIII, leggendosi nell&#8217;epistole di <strong>Innocenzo III<\/strong>, aver lui rimessa al primicerio di Grado, ed al piovano di Santa Sofia delegati apostolici, nell&#8217;anno 1207, una controversia d\u2019<strong>Alberto<\/strong> <em>prete<\/em> contro i <em>canonici di Santa Giustina<\/em>, che ricusavano ammetterlo nel loro capitolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quantunque per\u00f2 s\u00ec lontana traesse la sua origine questa chiesa, non ebbe l&#8217;onore dell&#8217;ecclesiastica consacrazione, che nell&#8217;anno 1219 per mano di <strong>Ugolino<\/strong> <em>cardinal<\/em> Ostiense legato apostolico, che pochi anni dopo fu assunto al sommo pontificato sotto nome di <strong>Gregorio IX<\/strong>. Nello stesso secolo che fu consacrata, fu anche eretta in priorato la chiesa: e creder si deve, che fosse da priori amministrata, finch\u00e9 rest\u00f2 consegnata ai canonici regolari dell&#8217;<em>Ordine del Salvatore<\/em>, istituiti da <em>Santa Brigida<\/em>, i quali, come si rileva da pubblici documenti, ivi dimoravano nell&#8217;anno 1429.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non molto per\u00f2 dopo tal tempo, sorse per la scarsezza delle rendite, vi dimorarono i canonici brigidiani, i quali lasciato a custodia del luogo un solo converso del loro ordine, abbandonarono tutti ad un tratto il monastero sotto il pontificato di <strong>Eugenio IV<\/strong>, che con apostolica bolla segnata nell&#8217;anno 1441, riserv\u00f2 all&#8217;ultimo priore <strong>Bernardo de Fara<\/strong> una pensione annua di 25 fiorini sopra le rendite del priorato medesimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 dunque in un luogo rispettabile per l&#8217;antichit\u00e0 della prodigiosa sua origine, non venisse a mancare il divino culto, ricorsero i parrocchiani supplichevoli al pontefice <strong>Niccol\u00f2 V<\/strong>, acci\u00f2 che con apostolica autorit\u00e0 assegnare volesse il <em>priorato di Santa Giustina<\/em> vuoto d&#8217;abitatori alle <em>Monache di Santa Maria degli Angeli<\/em>, perch\u00e9 in esso spedissero una religiosa colonia dell&#8217;esemplari sue suore.&nbsp;Accompagn\u00f2 le istanze dei parrocchiani con efficaci sue lettere il pio e celebre senatore <strong>Francesco Barbaro<\/strong>, il quale avendo sacrificato a Dio due sue figlie nel <em>Monastero degli Angeli<\/em>, pot\u00e9 con verit\u00e0 attestare al pontefice non solo l&#8217;esimia santit\u00e0 di quelle ottime religiose, ma pur anco l&#8217;angustia del luogo, ormai incapace a ricevere, ed alimentare il dilatato numero delle concorrenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Accolse il pontefice le umili preghiere degli oratori, e con bolla apostolica in data del giorno 3 di marzo 1448, ordin\u00f2 ad <strong>Antonio Bon<\/strong> <em>vescovo di Jesolo<\/em>, che confrontata la verit\u00e0 dei racconti, dovesse nel <em>priorato di Santa Giustina<\/em> sopprimer l&#8217;<em>ordine di Santa Brigida<\/em>, ed ergere un monastero di monache sotto la regola di <em>Sant&#8217;Agostino<\/em>, a cui trasferire si potesse parte del <em>convento di Santa Maria degli Angeli<\/em>, con obbligo di dover mantenere due cappellani all&#8217;assistenza dell&#8217;anime, ed all&#8217;amministrazione dei sacramenti secondo le esigenze dei parrocchiani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu eseguito il decreto apostolico dal vescovo delegato nel giorno 17 di maggio dell&#8217;anno 1450, dopo di che convenne consumare tre anni in circa di tempo nel restauro e dilatazione degli edifici, onde potessero riuscire opportuni al numero delle nuove abitatrici. Ridotti poi questi a perfezione nell&#8217;anno 1453, si congregarono le <em>monache degli Angeli<\/em>, e stabilito prima, che una giusta met\u00e0 di esse dovesse partirsi ad abitare in Venezia nel nuovo istituito monastero, divennero ad una giusta partizione delle rendite, le quali con l&#8217;assenso del <em>santo patriarca di Venezia<\/em> <strong>Lorenzo Giustiniano<\/strong>, e di <strong>Domenico dei Domenici<\/strong> vescovo di Torcello, furono assegnate met\u00e0 per ciascuno ai due monasteri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Concesse poi papa <strong>Calisto III<\/strong>, nell&#8217;anno 1458, alle <em>monache di Santa Giustina<\/em>, che potessero a loro arbitrio eleggersi il confessore. Cos\u00ec disposte le cose, elessero le monache in virt\u00f9 del privilegio di loro fondazione il parroco sotto il titolo di cappellano curato, al quale defunto nell&#8217; anno 1470, destinarono successore <strong>Giovanni Grimani<\/strong> prete titolato della <em>chiesa di San Giuliano<\/em>. Si opposero a tale elezione alcuni dei parrocchiani, pretendendo loro prerogativa la nomina dei piovani: ma ridotta la controversia al giudizio del patriarca <strong>Matteo Gerardi<\/strong>, decise egli a tenore del privilegio di <strong>Niccol\u00f2 V<\/strong>, che ferma restare dovesse l&#8217;eseguita elezione, e che le monache sole per l\u2019avvenire stabilire dovessero il sacerdote destinato alla cura dell\u2019anime.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Frattanto l&#8217;antica chiesa andava ogni d\u00ec incontrando maggiori discapiti, e finalmente nell&#8217;anno 1500 improvvisamente per la maggior parte rovin\u00f2 per cui accorsero piamente a rinnovarla a loro spese <strong>Zaccaria Barbaro<\/strong>, <strong>Marc&#8217;Antonio Morosini<\/strong>, <strong>Girolamo Contarini<\/strong>, <strong>Matteo<\/strong> ed <strong>Andrea Dandoli<\/strong> piissimi senatori, e vi impieg\u00f2 pure riguardevole somma di soldo <strong>Girolamo di Giovanni<\/strong>, cosicch\u00e9 ridotta nello spazio di XIV anni a compimento, fu solennemente consacrata nel giorno 14 di maggio dell&#8217;anno 1514, da <strong>Domenico Zon<\/strong> <em>vescovo di Chissamo<\/em> nel regno di Candia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A destra dell&#8217;altare maggiore eretto tutto di preziosi marmi, dalla piet\u00e0 della famiglia patrizia Dolce, vi \u00e8 un altare dedicato a <em>Nostra Signora<\/em>, il di cui simulacro rozzamente espresso in marmo ivi si venera trasportato da Candia nella fatale invasione di quel regno. Di questa venerabile immagine miracolosamente arrivata in Candia cos\u00ec si narra nei registri del monastero, dei quali questo \u00e8 un trassunto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"background-color: #ded9d9;\">Allorch\u00e9 la barbara nazione dei saraceni invase le spagne, molti dei fedeli per sottrare le sacre immagini agli insulti dei barbari, segretamente le nascosero: del qual numero \u00e8 quella, che rappresentante la <em>Madre di Dio<\/em> ora si venera nella <em>chiesa di Santa Giustina di Venezia<\/em>. In qual maniera ella giungesse in Candia, ci \u00e8 noto: ma si fa solamente per tradizione, che per mano angelica fosse riposta, nella stalla dei cavalli di <strong>Andrea Muazzo<\/strong> nobile veneto, nella citt\u00e0 di Candia: cosicch\u00e9 svegliato da grave rumore il custode vide attonito un mirabile splendore fra i suoi cavalli, che vide tutti a ginocchia e teste piegate verso un simolacro di <em>Maria Vergine<\/em> ivi improvvisamente collocato. Avvisatone il padrone, corse egli tosto a venerar la prodigiosa immagine, ed al primo spuntare del giorno ne fece consapevole l&#8217;arcivescovo, per di cui ordine fu solennemente condotta la sacra immagine alla chiesa cattedrale di San Tito. Ma avendo Dio altrimenti disposto, nella notte seguente ritorn\u00f2, portatovi da invisibile mano, il venerabile simolacro nel primiero luogo della stalla, ove poi sotto l&#8217;invocazione di <em>Maria Vergine<\/em> fu eretta una chiesa.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"background-color: #ded9d9;\">Passati poi pochi anni, alcuni nobili viaggiatori spagnoli arrivati casualmente alla nuova chiesa, vi riconobbero il prodigioso simolacro, affermando averlo essi stessi venerato prima nella loro patria, e riconoscerlo per due colpi di coltello, con i quali ingiuriosamente l&#8217;avevano ferito gli infedeli. Ritornati dunque in sua patria sollecitarono il loro re, perch\u00e9 recuperare volesse la mirabile immagine perch\u00e9 fu mandato un legato in Candia, che dal rettore dell&#8217;isola finalmente a grave stento ottenne, che riportar lo potesse nel regno di Spagna. Ma non volendo Iddio, che il popolo di Candia restasse sconsolato, fece che nella notte seguente alla partenza della nave la santa immagine con inaudita prodigio invisibilmente rapita ritornasse al sito primiero della sua chiesa, ove divenne sempre pi\u00f9 celebre per i continuati miracoli: e finalmente nella deplorabile occupazione di quella regia citt\u00e0 fu da un devoto sacerdote rapita all&#8217;empiet\u00e0 dei turchi, e tradotta a Venezia fu collocata in questa chiesa. Tale \u00e8 la narrazione di queste traslazioni, alle quali \u00e8 mio fermo proposito di niente aggiungere, n\u00e9 diminuire di credito.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Affisso con decorosi ornamenti ai muri della chiesa vedi un marmo, in cui \u00e8 fama, che la <em>vergine Santa Giustina<\/em> lasciasse impresse le vestigia delle sue ginocchia piegate sopra di esso, allorch\u00e9 a <em>ponte Corvo<\/em> in Padova ricevette per mano del carnefice la palma del martirio. All&#8217;interno della chiesa riccamente di scelti e preziosi marmi adorna corrisponde l&#8217;esteriore facciata di marmo eretta a spese di <strong>Girolamo Soranzo<\/strong> procurator di San Marco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per decreto della pubblica autorit\u00e0 vien ogni anno solennemente visitata questa chiesa dal doge e dal senato, in memoria dell&#8217;insigne vittoria, che nell&#8217;anno 1571, riportarono i principi cristiani collegati contro l\u2019armata navale di <strong>Selimo<\/strong> gran signore dei turchi. (1)<\/p>\n<p><strong>Visita della chiesa (1733)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"background-color: #e6d3d3;\">Nell&#8217;entrare per la porta maggiore sotto il coro a mano sinistra vi \u00e8 la <em>Cena di Cristo con gli Apostoli<\/em>, opera bella di <strong>Santo Peranda<\/strong>. E all&#8217;incontro la <em>crocifissione<\/em>; opera del <strong>Palma<\/strong>. Il soffitto pure fotto il coro della <em>resurrezione<\/em> \u00e8 dello stesso autore. Negli angoli i <em>quattro chiaroscuri<\/em> sono del <strong>Peranda<\/strong>. Dalle parti della porta vi sono due quadri di mano di <strong>Marco di Tiziano<\/strong>, nell&#8217;uno il <em>Cristo all&#8217;Orto<\/em>, nell&#8217;altro la <em>Flagellazione<\/em>. Segue la <em>Nascita del Signore<\/em>; del <strong>Liberi<\/strong>. Dopo questa vi \u00e8 una tavola d&#8217;altare con <em>San Magno vescovo di Eraclea<\/em> fondatore di questa chiesa e i <em>Santi Sebastiano<\/em>, <em>Rocco<\/em>, <em>e Monaca<\/em>, con un chierichetto, che tiene il pastorale, di <strong>Giovanni Contarini<\/strong>; opera delle sue belle. Le portelle dell&#8217;organo con i <em>Santi Pietro<\/em> e <em>Paolo<\/em> a chiaroscuro sono del <strong>Peranda<\/strong>. Segue la tavola della <em>Madonna di Loreto<\/em> con molti angeli, dell&#8217;<strong>Aliense<\/strong>. Sopra la cornice il <em>battesimo di Santa Giustina<\/em> \u00e8 opera bellissima del Padovanino. Sotto vi \u00e8 la <em>Nascita di Cristo del Mare<\/em>. Appresso l&#8217;<em>Annunziata<\/em> \u00e8 del Peranda. Nella Capella maggiore il quadro dove <em>Cristo \u00e8 condotto al Monte Calvario<\/em> \u00e8 di <strong>Matteo Ponzone<\/strong>. La tavola dell&#8217;altare contiene il <em>martirio di Santa Giustina<\/em>; opera assai bella del <strong>Palma<\/strong>. L&#8217;altro quadro laterale \u00e8 Cristo preso nell&#8217;orto, di <strong>Francesco Ruschi<\/strong>. Segue fuori della detta cappella la <em>visita di Santa Elisabetta<\/em> dell&#8217;<strong>Aliense<\/strong>. Indi di <strong>Pietro Vecchia<\/strong>, un <em>doge dinanzi a Santa Giustina<\/em>, che le rende grazie per la vittoria contro turchi. E sopra il detto San Magno vescovo, che fa fabbricar quella chiesa di mano del <strong>Padovanino<\/strong>. La tavola poi del <em>Cristo in Croce<\/em> \u00e8 dell&#8217;<strong>Aliense<\/strong>. Sopra il pulpito la presa di <em>Santa Giustina<\/em> con un soldato a cavallo, ed altri: \u00e8 un bellissimo quadro pure del <strong>Padovanino<\/strong>. Segue la tavola di <em>Santa Brigida<\/em>, un Pontefice, <em>San Bernardo<\/em>, ed altri di mano di <strong>Baldissera d&#8217;Anna<\/strong>. Il quadro poi sopra la porta con i <em>Santi Giustina<\/em>, <em>Giovanni<\/em>; <em>Giuseppe<\/em> ed un angelo vestito di bianco \u00e8 opera delle belle di <strong>Pietro Vecchia<\/strong>. Sopra di questo un quadro con <em>un angelo che consola Santa Giustina<\/em> in prigione \u00e8 di <strong>Filippo Zanimberti<\/strong><\/span>. (2)<\/p>\n<p><strong>La battaglia di Lepanto<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell&#8217;anno 1569 <strong>Selimo II<\/strong>&nbsp;form\u00f2 il progetto d\u2019invadere il regno di Cipro appartenente allora alla repubblica. Bench\u00e9 le due potenze fossero in pace fra loro, pure, sedotto dalle adulazioni dei tristi consiglieri, non si fece <strong>Selimo<\/strong> veruno scrupolo e volle impadronirsene. La sorpresa dell&#8217;attacco, i tardi quantunque promessi soccorsi degli alleati della repubblica gli assicurarono la riuscita dell&#8217;impresa per modo che in meno di due anni di quel floridissimo regno pi\u00f9 non rimaneva ai veneziani che la citta di <em>Famagosta<\/em>. I principi cristiani, rimasti sin allora indolenti sui progressi dei turchi, si avvidero di qual necessit\u00e0 fosse il reprimerli. Offersero quindi forze di difesa; tennero un concilio generale; concertarono le operazioni e creato venne capitano generale della lega don <strong>Giovanni d&#8217;Austria<\/strong>, figlio naturale di <strong>Carlo V<\/strong> e generale di <strong>Filippo<\/strong> re di Spagna. <em>Famagosta<\/em> intanto si consumava dalla fame e gli abitanti con le lagrime scongiuravano il comandante a dover capitolare. Bench\u00e9 i patti di quella capitolazione fossero di rispettare le propriet\u00e0 di quegli abitanti che volessero rimanere nella citt\u00e0 pure fu abbandonata al saccheggio. Il comandante <strong>Bragadin<\/strong> fece porgere lamenti di tale tradimento al pasci\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Mustaf\u00e0<\/strong>, e questi mostr\u00f2 di dargli ragione: anzi volle conoscerlo personalmente. Gli si present\u00f2 <strong>Bragadin<\/strong> dinanzi con altri tre comandanti e con 40 artiglieri. Il pasci\u00e0 cortesemente gli accoglie; ragiona sull&#8217;assedio e chiedendo a <strong>Bragadin<\/strong> un ostaggio per il libero ritorno in Candia dei vascelli veneziani, dichiara di voler il bellissimo giovane <strong>Antonio Querini<\/strong> col\u00e0 presente. Si accorse <strong>Bragadino<\/strong> delle malnate voglie di <strong>Mustaf\u00e0<\/strong>, e resistendo vigorosamente ebbe il dolore di veder recise le teste di coloro che lo avevano accompagnato, per essere lui serbato a venir scorticato vivo alla presenza di <strong>Mustaf\u00e0<\/strong> medesimo. Sostenne il misero tutte le angosce di una lenta morte con la forza di un eroe e con la rassegnazione di un martire. Ma poich\u00e9 gli spirava, <strong>Mustaf\u00e0<\/strong> volle aggiungere l&#8217;oltraggio a tanta atrocit\u00e0 raffinata. Fece riempire di paglia la pelle del valoroso, la fece porre sul dorso di una vacca e girare per la citt\u00e0; indi dopo essere stata appesa sull\u2019antenna di una galera alla vista generale, la fece trasferire a Costantinopoli acciocch\u00e9 nell&#8217;arsenale stesse monumento della barbarie musulmana. Quella pelle per\u00f2 strascinata, oltraggiata ed avvilita fu recuperata in seguito dalla famiglia <strong>Bragadin<\/strong>; indi in un bel monumento deposta nella <em>chiesa dei Santi Giovanni e Paolo<\/em> dove torneremo a ricordarla ai nostri lettori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Frattanto all&#8217;annunzio di tali atrocit\u00e0, ed ai continui progressi dei turchi, parvero pi\u00f9 che mai scuotersi i principi cristiani onde agire risolutamente. Le squadre quindi degli alleati, composte di 250 legni, si trovavano adunate a Messina; ma i veneziani che sotto il comando del valoroso <strong>Sebastiano Venier<\/strong> formavano parte della lega si sentivano sovra tutti bramosi di vendicar tante offese. Tuttavolta agire non potevano poich\u00e9 il comando generale della flotta era affidato a don <strong>Giovanni d&#8217;Austria<\/strong>. Questi, convocato il consiglio di guerra, voleva anzi rientrare nel golfo di Venezia; ma, Venier mostr\u00f2 essere necessario andar immediatamente a colpire il nemico raccolto verso Lepanto. Abbracciata da tutti quell&#8217;opinione, la notte del 7 di ottobre tutta l&#8217;armata era gi\u00e0 pervenuta nello spazio di mare che \u00e8 tra il golfo di Laerte e quello di <em>Lepanto<\/em>, alla vista delle <em>isolette delle Curzolari<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto \u00e8 disposto per l&#8217;attacco. Il pasci\u00e0 <strong>Al\u00ec<\/strong>, comandante dei Turchi, forte di oltre 400 navigli, ingannato dalle <em>isole Curzolari<\/em> sul numero delle galee cristiane, risolse di andar il primo ad in contrare gli alleati assalendo l&#8217;ala dei veneziani. Per un\u2019ora sostenne essa l&#8217;assalto turchesco. <strong>Barbarigo<\/strong> che la comandava, temendo non bene intesi i suoi comandi per avere il viso coperto dalla celata se lo scoperse in mezzo al nembo delle saette. Difatti il suo ardire gli valsi: la fuga del destro corno nemico; ma per\u00f2 ferito rimase egli in un occhio. Frattanto il comandante ottomano <strong>Al\u00ec<\/strong>, trovatosi nel mezzo a fronte delle galee sottili, e percosso alle spalle dalle grosse tentava fuggire; ma don <strong>Giovanni<\/strong> e <strong>Venier<\/strong> di concerto lo investirono nel mentre che <strong>Colonna<\/strong> ammiraglio pontificio assaliva l&#8217;altra porzione dei nemici. Divenuto cos\u00ec uguale per tutto il combattimento, per tutto era uguale la strage, sebbene incerto fosse ancora l&#8217;evento. Gi\u00e0 la galea imperiale dei turchi sin all&#8217;albero \u00e8 guadagnata. Un colpo maestro di don <strong>Giovanni<\/strong> la sottomette, ed in un istante sventola in essa la croce; la testa di <strong>Ali<\/strong>, spiccata dal busto, si erge su una lancia per servire di terrore ai vinti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rimaneva il sinistro corno musulmano da essere conquiso; corno che andava riportando qualche vantaggio sui Cristiani. Ma in quella sopraggiunge <strong>Marco Querini<\/strong>, e si cangia la sorte: i Turchi sono fuggenti anche da quella parte; pure inseguiti dai nostri riesce per tutto orrendo lo scempio. Non mai vi fu vittoria pi\u00f9 compiuta di questa che dalle isolette presso cui nacque si dice delle <em>Curzolari<\/em> e pi\u00f9 comunemente di <em>Lepanto<\/em>. Settemila cinquecento furono i Cristiani uccisi, tra i quali 2300 galeotti veneziani, 26 patrizi e tre nobili di terra ferma. I feriti superarono di molto gli estinti, ma si liberarono 1500 schiavi; si uccisero oltre a 30.000 turchi; 3406 si ridussero in schiavit\u00f9; e 224 furono i legni conquistati. Vive congratulazioni ricevette il prode e vecchio comandante <strong>Venier<\/strong> da tutti i comandanti degli alleati pieni di una gioia inusitata. E come <strong>Venier<\/strong> si restitu\u00ec al porto di <em>Petal\u00e0<\/em> sped\u00ec <em>Onfredo Giustiniani<\/em> a Venezia per recarne la faustissima nuova. Allorch\u00e9 giunse quella galera a Venezia il popolo adunato in sul molo vide lo spettacolo straordinario di soldati vestiti alla turchesca, di bandiere nemiche striscianti sull&#8217;onde. Non dubit\u00f2 pi\u00f9 della felice impresa: grid\u00f2: Vittoria! vittoria! Il corpo patrizio dal maggior consiglio sceso nella piazza e frammisto alla moltitudine si rec\u00f2 alla basilica onde render grazie all\u2019Altissimo. Indi, ordinati celermente e pomposamente i funerali agli estinti, la maschia eloquenza di <strong>Paolo Paneta<\/strong> ne recit\u00f2 le lodi con un&#8217;orazione. Dai funerali passando alle feste pubbliche, Venezia diede in esse lo spettacolo di una citt\u00e0 la pi\u00f9 florida e la pi\u00f9 magnifica dell&#8217;Europa. A dare un\u2019idea di tali magnificenze, come saremo giunti a Rialto con le nostre descrizioni, narreremo le feste fatte da quella contrada in siffatta occasione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per\u00f2 allorquando tutte le feste ebbero fine, volle il governo eternare con monumenti la memoria del giorno di <em>Santa Giustina<\/em> (7 ottobre) in cui venne la vittoria delle <em>Curzolari<\/em>. Prima innalz\u00f2 la statua di quella santa, siccome abbiamo veduto, sulla gran porta terrestre dell&#8217;arsenale; indi coni\u00f2 una nuova moneta il cui nome volle che fosse <em>Giustina<\/em> avente per motto: <em>Memor ero tui, Justina virgo<\/em>; finalmente stabil\u00ec che ogni anno il doge con la Signoria andrebbe in gran pompa a visitare la chiesa di questa santa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa chiesa adunque, comunque chiusa per la soppressione accaduta a molte altre nel 1810, ricorda nondimeno il memorando avvenimento fin qui esposto, e le annuali visite ad essa fatte dal doge insieme al reale suo carteggio. Regalate venivano le monache in quell&#8217;occasione dal doge stesso di alcune delle dette <em>monete di Santa Giustina<\/em>, oltre il continuo mantenimento che faceva il governo di 12 religiose, per il voto della vittoria ricordata. (3)<\/p>\n<p><strong>Eventi pi\u00f9 recenti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"background-color: #ded9d9;\">La chiesa, dopo la soppressione delle monache, fu chiusa nel 1810, e nel 1844 divisa in due piani perch\u00e9 si prestasse, con parte del convento, a casa d\u2019educazione militare, nella qual circostanza se ne riform\u00f2 anche la facciata col toglimento del timpano, e delle statue che lo decoravano. Negli anni <\/span><span style=\"background-color: #ded9d9;\">passati l\u2019edificio servi per qualche tempo di ricovero alle vittime dell\u2019inondazione.<\/span> (4)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della citt\u00e0 di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra &#8211; Venezia 1733)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(3) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(4) GIUSEPPE TASSINI. Edifici di Venezia. Distrutti o v\u00f2lti ad uso diverso da quello a cui furono in origine destinati. (Reale Tipografia Giovanni Cecchini. Venezia 1885).<\/p>\n<style id=\"bwg-style-0\">      #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 #bwg_mosaic_thumbnails_div_0 {        width: 100%;        position: relative;        background-color: rgba(255, 255, 255, 0.00);        text-align: center;        justify-content: center;                  margin-left: auto;          margin-right: auto;                    padding-left: 4px;          padding-top: 4px;                }          #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg_mosaic_thumb_spun_0 {        display: block;        position: absolute;\t\t\t\tborder-radius: 0;\t\t\t\tborder: 0px none #CCCCCC;    \t\t    \t\tbackground-color:rgba(0,0,0, 0.30);        -moz-box-sizing: content-box !important;        -webkit-box-sizing: content-box !important;        box-sizing: content-box !important;      }\t\t\t#bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg_mosaic_thumb_0 {\t\t\t\tdisplay: block;\t\t\t\t-moz-box-sizing: content-box !important;\t\t\t\t-webkit-box-sizing: content-box 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