{"id":22815,"date":"2017-06-13T16:28:13","date_gmt":"2017-06-13T16:28:13","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=22815"},"modified":"2017-06-13T16:28:13","modified_gmt":"2017-06-13T16:28:13","slug":"pietro-ii-orseolo-doge-xxvi-anni-991-1008","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=22815","title":{"rendered":"Pietro II Orseolo. Doge XXVI. Anni 991-1008"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-size: 14pt;\">Pietro II Orseolo. Doge XXVI. Anni 991-1008<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> I gravi turbamenti occorsi sotto la ducea del Memmo, gli odi sempre rinnovantisi tra famiglie e famiglie, le vendette a lungo meditate, e tratto tratto mandate ad effetto, chiamavano poderosamente la nazione a provvedere alla quiete perduta; n\u00e9 mezzo parve pi\u00f9 acconcio che quello d&#8217;innalzare al seggio ducale Pietro II Orseolo, figlio del santo doge Pietro I, il cui carattere pacifico e magnanimo prometteva giorni migliori. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> E giorni migliori sorgevan tosto a far celebrata Venezia, per le doti dell&#8217;animo che adornavano il principe eletto. E di vero, fu prima sua cura abbassare l&#8217;orgoglio dei maggiorenti, la insolenza del popolo e ricondurre nelle isole la pace e la prosperit\u00e0, facendo rifiorire per terra e per mare il commercio. Strinse poi amica alleanza con gli Augusti greci Basilio e Costantino, ottenendo un <em>Crisobolo<\/em> o <em>Bolla d&#8217;oro<\/em>, che nell&#8217;ampiezza dei privilegii superava tutti i precedenti: conchiuse vantaggiosi trattati coi principi della Persia, della Siria, della Palestina, della Mesopotamia, dell&#8217;Egitto, della Spagna e della Sicilia, e di nemici che erano se li rese amici devoti. E volgendo il provvido suo occhio pi\u00f9 dappresso, rinnov\u00f2 coll&#8217;imperatore Ottone III gli antichi trattati, ristabil\u00ec i confini di Eraelea, come erano stati fissati col re Liutprando sotto doge Anafesto, e Marcello maestro dei militi, e fece restituire alla Repubblica Capodargine e Loreo assoggettate da Ottone II sotto la ducea del suo antecessore. Appian\u00f2, con senno profondo e sagace politica, le vertenze insorte per lo possedimento di alcune terre, fra la Repubblica e li vescovi di Belluno, di Treviso e di Ceneda, e strinse patti commerciali, con li due ultimi, assai vantaggiosi. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Sennonch\u00e9 a tali opere di pace dovette far succedere Pietro imprese di guerra possenti, per le quali divenne il suo nome famoso, e quello della patria vol\u00f2 di bocca in bocca, e sal\u00ec a gloria splendidissima non mai fino allor conseguita. La prima azione guerresca di Pietro fu abbassare la prepotenza degli Slavi-Narentani, da loro esercitata sul mare; a porre rimedio alla quale non avevano veduto altro mezzo i di lui antecessori, che quello di pagare a quei pirati certo annuo tributo, incominciato forse dopo la morte di Pietro IV Candiano. A liberarsi da quella vergognosa soggezione, l&#8217;Orseolo, tosto che ebbe assodate le cose, ordin\u00f2 la sospensione di quel tributo; lo imperch\u00e9 ricominciarono i Narentani le scorrerie nel golfo: a reprimer le quali uscirono sei navi dal porto, comandate da Badoaro Bragadino, che misero a ferro ed a fuoco le loro spiaggie, inoltrandosi fino a Lissa. Quindi dalle milizie operato uno sbarco, assalirono, presero e distrussero quella citt\u00e0, traendone cattivi gli abitanti a Rialto. Vinti per cotal modo quei barbari, non per\u00f2 domi, si volsero ad infestar la Dalmazia, sicch\u00e9, oppressi quei popoli, invano sperando aiuto dall&#8217;impero orientale, invocarono la protezione dei Veneziani, coi quali erano stretti dai vincoli di alleanza, e in qualche modo di obbedienza, per i soccorsi altre volte da essi ottenuti. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Messosi quindi il doge d&#8217;accordo colla greca corte, fece allestire trentacinque navi da guerra, e queste arm\u00f2 con moltitudine di milizie, prendendo egli stesso il comando; e quindi sciogliendo dal porto il d\u00ec dell&#8217;Ascensione dell&#8217;anno 998. Visit\u00f2 da prima Grado, ove ricev\u00e9 da quel patriarca, Vitale IV Candiano, un vessillo benedetto, indi accolse in Parenzo ed in Pola le dimostrazioni di fede da quei cittadini. Vol\u00f2 indi a Cherso e ad Ossero, le quali pacificamente gli si sottomisero; e dopo di avere, in questa ultima terra, celebrata la festa della Pentecoste, si recava a Zara, a Veglia e ad Arbe a ricevere le testimonianze di fedelt\u00e0 e di obbedienza. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Alla vista della veneta flotta impaur\u00ec Mircimiro, o, come altri vogliono, Dircislao, re degli Slavi-Croati, e cerc\u00f2 invano la pace; ch\u00e9 il doge affrontava l&#8217;oste avversa per siffatto modo che tutto il navile di lei cadeva in sue mani.  Per la qual cosa spontanee si diedero a lui le isole di Lunga, di Coronata, di Levigrad, di Belgrado, ed altre molte di cui \u00e8 sparso quel mari. In Tra\u00f9 venne ossequiato da Suringa, da altri nominato Cresimiro, fratello del re degli Slavi-Croati, il quale implor\u00f2 dall&#8217;Orseolo assistenza e protezione contro il feroce parente, che espulso lo aveva dal regno. Quindi si inoltr\u00f2 il doge a Salona con felici e non contrastati successi. Se non che, alcune trib\u00f9 slave, che occupavano le isole di Curzola e di Lagosta, si preparavano a resistere colle armi. Ma i loro preparativi non sbigottirono punto l&#8217;animo dell&#8217;Orseolo, che attacc\u00f2 ben tosto Curzola, e, dopo fiera pugna, se ne insignoriva: attacc\u00f2 Lagosta, e fu ivi battaglia pi\u00f9 tremenda e crudele; ma, vinta anche questa, vennero gittate a terra le mura e le torri di quella citt\u00e0. La quale vittoria rese facile la conquista del continente slavo tutto quanto: operata la quale, si raccolse il doge con l&#8217;intera sua oste nella citt\u00e0 di Spalato, ove ricevette l&#8217;omaggio di sudditanza dell&#8217;intera Dalmazia. Il dominio adunque della Repubblica allora si estese per quasi trecento cinquanta miglia dall&#8217;Istria sino a Ragusa. Lo imperch\u00e9, ripatriatosi Pietro, e raccolta la nazionale assemblea, dopo di avere ad essa narrato il tenore della sua spedizione, venne dalla medesima acclamato, nella ebbrezza di s\u00ec gloriosa vittoria, doge di Venezia e della Dalmazia, statuendosi che egli ed i suoi successori si recassero ogni anno il d\u00ec dell&#8217;Ascensione al Lido come in segno di dominio sul mare; cerimonia che divenne ancor pi\u00f9 solenne e prese nome di <em>Sponsalizie del mare<\/em>, ai tempi del doge Sebastiano Ziani. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Durante questi fatti, l&#8217;imperatore Ottone III calava per la terza volta in Italia, affine di por modo ai disordini accaduti in Roma per opera del console Crescenzio; e giunto a Pavia, sapendo, per mezzo di Giovanni diacono, inviato dei Veneziani, le vittorie di doge Orseolo; siccome quegli che lo amava grandemente, e si compiaceva di chiamarlo col titolo di compare, per avergli tenuto alla ceresima, allorch\u00e9 era a Verona, il secondo suo figlio, mostr\u00f2 desiderio di conoscerlo personalmente e di trasferirsi a questo scopo, segretamente, in qualche luogo del veneto Stato. Avvertito di ci\u00f2 l&#8217;Orseolo, gio\u00ec nel cuor suo, e tenne a tutti occulta la cosa, attendendo l&#8217;istante avventurato. Il quale giunse poco poi, allorquando l&#8217;Augusto, recatosi a Ravenna, diede voce, che, per cagion di salute, intendeva giovarsi della cura dell&#8217;acqua marina nell&#8217;isola di Pomposa, celebre abbadia, situata non lungi dal veneto ducato. Poi, nel modo narrato in queste carte, al Capo IV della storia della fabbrica del Palazzo Ducale, fu accolto a Venezia dal doge, alloggi\u00f2 nella torre orientale del Palazzo stesso, ne ammir\u00f2 la bellezza, e, pria di partire, dimostrar volle la sua costante benevolenza verso l&#8217;Orseolo ed i Veneziani, tenendo al primo alla sacra fonte una figlia, e condonando ai secondi il presente del pallio d&#8217;oro che questi dovevano offerire agli imperatori tutte volte che rinnovavano con essi gli antichi trattati, sciogliendoli anche dall&#8217;obbligo di cinquanta libbre d&#8217;argento che annualmente soddisfacevano agli imperatori medesimi, od ai re d&#8217;Italia, per la libert\u00e0 dei traffici, e per i beni che possedevano nelle provincie del regno. Rifiutava poi costantemente il magnanimo Augusto i doni che gli furono offerti dal doge, dicendo, non voler si credesse cagionata la sua venuta per esser donato, e non per desiderio di venerare le sacre ossa dell&#8217;evangelista San Marco, e per visitare l&#8217;amico: e solo, alle ripetute preghiere del doge, acconsent\u00ec di ricevere una sedia d&#8217;avorio ed un banco, o tavolo proprio di chi siede a render giustizia, che tanto suona il vocabolo <em>subsellio<\/em>, adoperato dal Sagornino, ed una tazza ed un vaso d&#8217;argento di mirabile lavoro. Venerate la notte appresso le reliquie del divo Marco, non senza lagrime ed affettuosi abbracciamenti, Ottone lasci\u00f2 il doge ritornando alla badia di Pomposa. Tre giorni appresso raccolse l&#8217;Orseolo l&#8217;assemblea, e narr\u00f2 ad essa l&#8217;accaduto, e quanto aveva ottenuto dall&#8217;imperatore a benefizio della nazione. Non \u00e8 a dir quindi le lodi che egli riscosse, e quanto venisse pi\u00f9 crescendo nello amore e nella estimazione del popolo, e s\u00ec che due anni appresso gli fu concesso di associarsi al trono il figlio Giovanni, che quantunque giovane molto di se prometteva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Tornava intanto l&#8217;imperatore a Ravenna, in compagnia del veneto inviato Giovanni diacono, al cui partire volle l&#8217;Augusto mandare al doge, in segno di amore, un secondo ornamento d&#8217;oro imperiale, simile a quello che prima gli aveva fatto tener da Pavia; a cui l&#8217;Orseolo corrispose, inviandogli, per mezzo dello stesso Giovanni, a Ravenna, una cattedra, o sedia reale, rivestita di tavolette d&#8217;avorio stupendamente scolpite a bassorilievo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Morto poco poi Ottone, non senza sospetto di veleno, nella giovane et\u00e0 di ventidue anni, e succedutogli Enrico II il Santo, doge Pietro cur\u00f2 che venissero da lui rinnovati i privilegi antichi. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Altri avvenimenti di minor rilievo potremmo riferire, a dimostrare l&#8217;Orseolo saggio politico e giusto dispensator di giustizia; ma solo diremo la gloria che colse nel liberare la Puglia dai Saraceni. I quali, nel 1004, usciti dalla Sicilia, allora dominata da essi, invasero la Puglia con numerosissima oste, stringendo d&#8217;assedio la citt\u00e0 di Bari, ove comandava a nome degli Augusti Basilio e Costantino, il greco Gregorio Catapano, ossia capitano imperiale. E gi\u00e0 passati erano tre mesi che quei barbari stringevano la citt\u00e0 ora detta, senza che avessero potuto gli assediati tentare verun fatto d&#8217;arme per liberarsene, quando gli imperatori d&#8217;Oriente chiesero aiuto ai Veneziani in quella bisogna. E l&#8217;Orseolo infatti con ogni sollecitudine, annuendo alla inchiesta, fece allestire poderosissima flotta e si mise in mare egli stesso, giungendo al campo il d\u00ec della Nativit\u00e0 della Vergine. Al primo apparire della veneta classe schierarono i Saraceni sul Lido la loro cavalleria ; manovrarono sul mare le loro navi, e ci\u00f2 per impedire che i nostri afferrassero il porto: ma tutto in vano; ch\u00e9 l&#8217;Orseolo, vinto ogni ostacolo, giugneva al lito con l&#8217;intera sua flotta. Sbarcato che fu nella citt\u00e0, veniva il doge accolto, dal capitano Gregorio e dal popolo lutto, con gioia, e veniva condotto, a modo di trionfo, sino al palazzo pubblico della citt\u00e0. Provvedeva quindi la medesima con l&#8217;annona recata, e raunato consiglio di guerra, statu\u00ec il modo di difesa da tenersi. Laonde, dopo quaranta giorni di continui e replicati attacchi dati alla spicciolata ai nemici, deliberarono di dare un assalto generale agli assediatori. Quindi, assunto il comando supremo dal doge, divise egli in due corpi le milizie tutte, uno per combattere nel mare, l&#8217;altro a presidio nei sobborghi della citt\u00e0, e tutti in un punto dato l&#8217;assalto, sia per mar che per terra, s\u00ec orrida lotta si incagli\u00f2 da durare tre giorni consecutivi; dopo i quali ebbero i Veneziani piena vittoria, e la citt\u00e0 rimase sciolta per ogni lato. Tornava poscia l&#8217;Orseolo glorioso alla patria, dopo di aver liberata dalle armi infedeli anche tutta la Puglia. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> A dimostrare il grato animo loro per tanto servigio prestato all&#8217;impero, gli Augusti greci invitarono il doge di mandare a Costantinopoli il proprio figli\u00f2 e collega nel principato, Giovanni, affine di dargli a sposa Maria, figlia al patrizio Romano Argiropulo, divenuto poi egli stesso Cesare nel 1028, e di una sorella dell&#8217;imperatore Basilio. Ed esso in fatti col\u00e0 si recava in compagnia del fratello Ottone, e veniva accolto con splendidezza veramente orientale. Celebravansi quindi i sponsali con tutta la pompa di quel magnifico rito, a cui assistettero gli Augusti stessi, i quali, nel momento della sacra cerimonia, imposero di loro mano sul capo degli sposi due corone d&#8217;oro, e poscia li presentarono alla corte ed al popolo. Festeggiate le nozze per tre giorni di seguito, e donati gli sposi di molte preziosit\u00e0, si recarono ad abitare il ricco palazzo portato in dote dalla principessa, ed ivi alloggiarono fino al ritorno dell&#8217;Augusto Basilio da una spedizione impresa contro i Bulgari. Ed allorch\u00e9 giunse, volle conferire al novello nipote la dignit\u00e0 nobilissima di patrizio, la maggiore di quante dar potesse la corte bizantina. Poco poi ripatriava Giovanni, colla sposa e il fratello, e veniva incontrato dal padre con numerose barche parate a pompa, conducendolo in mezzo alla pubblica allegrezza e solennit\u00e0 al palazzo ducale. Non molti giorni appresso si grav\u00f2 la sposa di un figlio, cui il doge avo tenne al sacro fonte, imponendogli nome Basilio, in onore dello zio materno. E perch\u00e9 il popolo partecipasse alla gioia della ducale famiglia, o meglio per rimedio dell&#8217;anima propria, come si esprime il Sagornino, doge Pietro assegn\u00f2 milleduecentocinquanta lire piccole di moneta veneziana, affinch\u00e9 amministrate da uomini probi fruttificassero a vantaggio della nazione. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> E come doge Pietro, fino dai primordi del suo reggimento, aveva curato di restaurare le fabbriche, le mura e le chiese di Eraelea e di Grado, in ambedue delle quali citt\u00e0 eriger fece un palazzo suo proprio, cos\u00ec pure diede opera a compiere, il palazzo ducale, gi\u00e0 incominciato a restaurare dal padre suo; impiegando all&#8217;uopo i marmi pi\u00f9 scelti ed oro in copia, massime per ornare la cappella, in esso palazzo costrutta, la quale decor\u00f2 egli anche di uno strumento musicale di mirabile lavoro. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Sennonch\u00e9 tante glorie e tante felicit\u00e0, di cui andava giocondo Pietro, e per esso il veneto popolo, dovevano ad un tratto mutarsi in lutto profondo ed in lagrime amare: imperocch\u00e9, introdottasi la peste in Venezia, che, al dir del Sagornino, desolava l&#8217;Italia universa, fu spettacolo doloroso il mirare questa citt\u00e0, poco prima floridissima, convertirsi in brevi d\u00ec in squallida spelonca, ove le opere tutte erano sospese, ove non vi era casa che non lacrimasse qualcuno. Nel palazzo stesso ducale entr\u00f2 la lue, dalla quale perirono Giovanni, non ancor giunto al quinto lustro, la sua sposa e il figlioletto Basilio, sicch\u00e9 una sola tomba raccolse le loro spoglie, in Santo Zaccaria. Tanta piet\u00e0 dest\u00f2 nella nazione il fato di doge Pietro, che dimentica quasi delle proprie sciagure, volle cercare un conforto al desolato, con dargli a nuovo suo collega Ottone, il terzo genito suo figlio, quantunque non contasse allora che soli quattordici anni di et\u00e0. Ma fu questo scarso lenimento ai mali presenti, alla gi\u00e0, da alcun tempo, degenerata sanit\u00e0 dell&#8217;Orseolo. Il quale, sentendo vicina la sua ultima ora, volle disporre dell&#8217;aver suo, per quindi prepararsi alla morte scevro di ogni cura domestica. Divise pertanto le sue facolt\u00e0 in due parti, assegnando l&#8217;una in opere di carit\u00e0 e a benefizio delle chiese; l&#8217;altra ripart\u00ec fra i suoi figli, e tosto si separ\u00f2 dalla moglie per vivere i pochi d\u00ec che gli rimanevano, vita di continenza e poco men che monastica, non trascurando per\u00f2 del tutto gli affari dello Stato, a cui lo chiamava il proprio dovere. Poco ancora visse dappoi, chiudendo gli occhi nell&#8217;anno 1008, nella sola et\u00e0 d&#8217;anni quarantaotto, compianto e desiderato dalla nazione tutta quanta, la quale, a buon diritto, distinto lo aveva col titolo di Grande. La sua salma veniva deposta in Santo Zaccaria, presso i suoi congiunti. <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"> Il ritratto mal lo rappresenta in et\u00e0 pi\u00f9 avanzata di quello che conveniva. Dalla sinistra mano di esso si svolge un breve, su cui leggesi: <\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"> SVBIVGO DALMATIAM COMMVNIS COMMODITATE :<br \/>\nSPONTE BONA MVLTI COLLA DEDERE IVGO.  (1) <\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. \u00a0Venezia MDCCCLXI<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pietro II Orseolo. Doge XXVI. 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