{"id":2249,"date":"2016-03-28T15:36:56","date_gmt":"2016-03-28T15:36:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=2249"},"modified":"2019-06-02T04:40:31","modified_gmt":"2019-06-02T04:40:31","slug":"festa-del-giorno-dellascensione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=2249","title":{"rendered":"La Festa del giorno dell&#8217;Ascensione e Sposalizio del Mare"},"content":{"rendered":"<h3>La Festa del giorno dell&#8217;Ascensione e Sposalizio del Mare<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quei tempi infelicissimi per la bella Italia, in cui sanguinose guerre la straziavano e desolavano, i soli veneti isolani godevano della maggior tranquillit\u00e0, ed erano pacifici navigatori e commercianti; ma ben presto furono essi pure costretti a divenire soldati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una popolazione barbara e feroce, dotata dalla natura di una straordinaria forza, era uscita dagli agghiacciati climi della <em>Scizia<\/em>, e dopo essersi trasferita sulle sponde del <em>mar Nero<\/em>, si era divisa in due porzioni, l&#8217;una delle quali, valicato il <em>Danubio<\/em>, venne nel sesto secolo a fermarsi nell&#8217;lllirio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Indi acquistando sempre nuovo terreno si inoltr\u00f2 fino alle spiagge dell&#8217;Adriatico, e vi eresse <em>Narenta<\/em> citt\u00e0, che comunic\u00f2 poscia il proprio nome a tutta la nazione. Fortificatisi i Narentani in quel sito, pigliarono sempre maggior animo: penetrarono a mano armata nell&#8217;Istria, costruirono vascelli, e si diedero ad esercitare la pirateria per tutto il golfo. Non tardarono i nostri a provarne i tristi effetti, e furono obbligati ad armare legni da guerra, onde proteggere il proprio commercio e la navigazione. Ebbero allora principio quelle zuffe cos\u00ec frequenti e feroci, e quella guerra s\u00ec lunga ed ostinata, che dur\u00f2 per pi\u00f9 secoli. Alla fine poi le citt\u00e0 situate sulle coste dell&#8217;<em>Istria<\/em> e della <em>Dalmazia<\/em>, stanche dalle continue incursioni di quei barbari, e prive di una forza navale sufficiente a distruggerli, si volsero di comune con senso ad impetrare l&#8217;aiuto della possente <em>Repubblica di Venezia<\/em>, promettendo di dedicarsi a lei, qualora venissero liberate dalle vessazioni di quei\u00a0 pirati. Spediti a tale oggetto alcuni oratori a Venezia, venne l&#8217;invito di quei popoli accolto con quel giubilo, che pu\u00f2 ispirare una favorevole occasione di prender vendetta di un antico nemico, e di ampliare al tempo stesso il proprio dominio. Furono dunque promessi i richiesti soccorsi; e\u00a0 senza indugio posta in ordine una forte squadra, e il Doge <strong>Pietro Orseolo II<\/strong> volle esserne il condottiere. Salp\u00f2 dal porto il d\u00ec dell&#8217;<em>Ascensione<\/em> l&#8217;anno 997 e a vele gonfie si rec\u00f2 in <em>Istria<\/em>, ove\u00a0 venne incontrato colle pi\u00f9 vive acclamazioni, e salutato da tutti gli abitanti per loro vero liberatore. Ricevette egli il giuramento di fedelt\u00e0 dai nuovi sudditi, lietissimi di sottomettersi ad una ben augurata Repubblica. Lo stesso avvenne in Dalmazia. Giunto il Doge a <em>Zara<\/em>, trov\u00f2 il popolo, che affollato lo stava aspettando, e tutti i cittadini con trasporto di gioia offrirono s\u00e9 stessi, le citt\u00e0, le pubbliche e le private fortune al <em>Veneto Dominio<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non meno dell&#8217;ingresso del Doge fu pomposa, rispetto a quei tempi e a quei luoghi, la cerimonia con la quale egli accolse gli oratori di tutte le altre citt\u00e0 Dalmate ansiose di presentargli i contrassegni della spontanea loro dedizione. Diritto di conquista, che sei tu mai al paragone dei voti unanimi di un intero popolo, che di proprio moto si spoglia della sua sovranit\u00e0 per deporla nelle mani di un altro popolo? Un tale esempio fu seguito dalle Isole adiacenti a quella costiera, tranne per\u00f2 due che se ne mostrarono ritrose, cio\u00e8 <em>Curzola<\/em>, un d\u00ec chiamata <em>Corcira nera<\/em>, e <em>Liesina<\/em>, altre volte detta <em>Faro<\/em>. Riuscendo queste un ricovero troppo vantaggioso ai <em>Narentani<\/em>, non doveva il Doge soffrire che volessero sottrarsi al comune destino. Us\u00f2 nondimeno in prima le esortazioni e gl&#8217;inviti; venne poscia alle minacce, ma nulla giovando, fu costretto necessariamente di ricorrere\u00a0alla forza delle armi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Curzola<\/em> siccome debole e mal difesa, ben presto si arrese; ma non cos\u00ec <em>Liesina<\/em>. Per vincere la sua rocca posta sopra rupi scoscese, cinta da mura inaccessibili, e inoltre guardata da un copioso presidio di <em>Narentini<\/em>, non ci voleva meno di un formale assalta, <strong>Orseolo<\/strong> tosto fece i suoi approcci in buon ordine, e dispose ogni cosa da prode capitano. Dato il segnale, e soldati e marinai fanno a gara per immortalarsi in valore. L&#8217;assalto divien generale, furioso, tremendo. Tutto cede, tutto fugge dinanzi ai nostri gloriosi stendardi, e la citt\u00e0 \u00e8 ridotta ad implorare misericordia. Rovesciato questo antemurale dei barbari, <strong>Orseolo<\/strong> non tard\u00f2 a portare la strage nel seno del loro proprio paese. Borghi, citt\u00e0, castella tutto fu atterrato, distrutto. I miseri <em>Narentani<\/em>, ridotti alla disperazione, chiedono la pace ad ogni costo. Il Doge la accord\u00f2, ma esigendo condizioni s\u00ec gravose per i vinti, che fu tolto a questi per sempre il poter di risorgere. In fatti da allora in poi non si ud\u00ec pi\u00f9 parlare dei loro ladronecci, e il mare rest\u00f2 libero ai veneziani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Terminata cos\u00ec la pi\u00f9 bella impresa, che dopo la nascita della Repubblica si fosse mai eseguita, <strong>Orseolo<\/strong> ritorn\u00f2 con lo spirito pi\u00f9 tranquillo a visitare quello spazio di circa 350 miglia, che aveva prima trascorso colla rapidit\u00e0 di un guerriero, che vola a combattere. In nessuno luogo pose Preside o guarnigione; non viol\u00f2 in alcun conto l&#8217;autonomia, n\u00e9 alter\u00f2 le pratiche ed i costumi degli abitanti, e si compiacque da allora in poi di riguardarli come soci ed alleati, non come vinti o sudditi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bella politica in vero, e molto accorta degli avi nostri, i quali ben conoscevano, che non solo i popoli colla forza sottomessi, ma quelli ancora, che spontanei si dedicano a lungo andare non senza qualche ribrezzo portano il giogo, onde \u00e8 per avvezzarli insensibilmente, conviene da\u00a0 prima fare loro credere tutto al contrario, lusingare le loro passioni, e conservare intatti, il pi\u00f9 che si pu\u00f2, financo i nomi delle cose. <strong>Orseolo<\/strong> conchiuse un trattato, in cui si stabil\u00ec, che ogni citt\u00e0 avesse a pagare un annuo tributo alla Repubblica; che in caso di guerra dovesse ciascuna somministrare un certo numero di marinai, di soldati e di vascelli, e che i mercadanti veneziani entrati nei porti e sulle terre dell&#8217;<em>Istria<\/em> e della <em>Dalmazia<\/em>, avessero a godere piena sicurezza, ed ogni maggior vantaggio per l&#8217;esito delle loro merci; siccome la Repubblica per sua parte promise eguali privilegi a tutti gl&#8217;Istriani e Dalmati, che per ragione di commercio avessero approdato a Venezia, ed alle loro Patrie ampia protezione e difesa contro ogni loro nemico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Avendo cos\u00ec poste le cose nel miglior ordine possibile, <strong>Orseolo<\/strong> ricondusse a Venezia la valorosa sua flotta e convocata un&#8217;Assemblea generale, quivi con tutta semplicit\u00e0 fece il ragguaglio della sua spedizione, a cui seguirono le grida di applauso, di ammirazione, di riconoscenza. Non vi aveva chi non serbasse in mente la memoria dei danni sofferti, le tramate insidie, le prese dei vascelli e delle loro merci, la schiavit\u00f9 e persino la morte dei loro congiunti ed amici; e lo scorgersi salvi per sempre da tali pericoli, era per tutti un motivo di straordinaria esultanza. N\u00e9 meno consolante fu l&#8217;acquisto di tutta la costa marittima, che si estende dall&#8217;<em> Istria<\/em> sino ai confini\u00a0 della <em>Dalmazia<\/em>, compresevi le Isole adiacenti, talch\u00e9 il popolo con voto unanime stabil\u00ec, che il Doge <strong>Orseolo<\/strong> e i suoi successori assumessero per ricordare, negli atti pubblici, il titolo di Doge di Venezia e della Dalmazia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si volle inoltre, che la memoria di una impresa tanto segnalata, che aveva dato ai Veneziani il dominio del Golfo, come in epoche anteriori lo avevano avuto e Pelasgi, ed Etruschi, e Adriesi, si\u00a0 rinnovasse ogni anno con una solenne visita, che il Doge farebbe al mare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non senza avvedimento fu scelto a tal oggetto il giorno dell&#8217;<em>Ascensione<\/em> giacch\u00e9 in tale giorno era uscita dal porto la flotta, che si era di tanta gloria coperta. Da qual momento in poi il Doge nel giorno dell&#8217;<em>Ascensione<\/em> montato sopra un vascello distinto, e accompagnato dal Vescovo, dai suoi Consiglieri, dai principali membri della nazione, anzi quasi dalla nazione intera, usciva dal porto di Lido, e praticava certe cerimonie adattate a quei tempi di semplicit\u00e0 e di moderazione. Ecco l&#8217;origine vera, o l&#8217;epoca incontrastabile delia famosa visita, che il Doge faceva al mare. Lasciamo pure alla fervida fantasia straniera l&#8217;attribuire la sua istituzione al fine politico di tener con essa gli\u00a0 animi dei cittadini distratti dalle interne discordie, che potevano a quella stagione dell&#8217;anno pi\u00f9 vive emergere, per esser tempo di mutazioni di cariche, e di potere insieme, in mezzo all&#8217; ebbrezza del comune giubilo strappare meglio i segreti del popolo, spiarne la condotta, conoscerne i cuori. Chi\u00a0 mai ud\u00ec dire, che solo in maggio si cambiassero le cariche? Quale fra i detrattori del nome Veneto immagin\u00f2 mai pi\u00f9 bizzarro impasto di assurde calunnie e di ridicolaggini?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per lo spazio di 180 anni si celebr\u00f2, a quel modo che abbiamo detto, la Festa. Al terminar di questo periodo, nei diciassette ultimi anni, l&#8217;impero cristiano venne conturbato dallo scandalo di uno scisma, che nacque dall&#8217; elezione di due Pontefici, i quali egualmente pretendevano al Triregno. <strong>Alessandro III<\/strong> era stato eletto Papa dai voti unanimi del Conclave; ma l&#8217;Imperatore <strong>Federico Barbarossa<\/strong> per l&#8217;odio che gli portava, fece proclamarne un altro da due Cardinali. Indi con suo decreto band\u00ec <strong>Alessandro<\/strong> dall&#8217; Italia, e scagli\u00f2 minacele contro chiunque avesse osato prendere le sue parti. Allora fu che si videro e Vescovi, e Prelati, e persino il Sommo Pontefice, venire a Venezia per rifuggirvisi. Quando s\u00ec seppe il di lui arrivo, gli furono resi tutti gli onori, ed ognuno spieg\u00f2 la pi\u00f9 viva brama di vederlo rimesso alla venerazione del mondo cristiano. Il Governo di Venezia superiore ad ogni minaccia, sped\u00ec all&#8217;imperatore deputati ed oratori per procurar di calmare il suo odio contro <strong>Alessandro<\/strong>. Furono questi s\u00ec fortunati, che ottennero di farlo riconoscere per vero Pontefice, e di conciliare la pace fra l&#8217;impero e la chiesa. Venne stabilito un incontro a Venezia dell&#8217;Imperatore col Papa; la qual cosa riemp\u00ec di giubilo i nostri buoni isolani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Federico<\/strong> si mise subito in viaggio: arrivato a Chioggia, trov\u00f2 sei galere veneziane destinate a condurlo in citt\u00e0. Anche prima d&#8217; imbarcarsi ricevette l&#8217;assoluzione delle censure da tre Cardinali spediti dal Papa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi lo attese nella chiesa di San Marco vestito pontificalmente, sedendo in mezzo ai suoi cardinali ai suoi Prelati, ed in faccia a tutto il popolo di Venezia. Allorch\u00e9 <strong>Federico<\/strong> giunse in chiesa and\u00f2 umilmente a prostrarglisi ai piedi, ed ei tosto lo alz\u00f2, lo abbracci\u00f2, e gli diede l&#8217;apostolica benedizione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo \u00e8 ci\u00f2 che intorno a tale incontro ci offre di pi\u00f9 certo la primitiva Storia. Vi ebbero poi degli scrittori, che coi loro racconti favolosi porsero soggetto a non men favolose pitture. Quindi \u00e8 che tanto nella sala dell&#8217;attuale pubblica Biblioteca di Venezia, quanto nel palazzo della famiglia <strong>Rolandi<\/strong> di Siena, da cui era uscito Papa <strong>Alessandro<\/strong>, ed anche nel Vaticano di Roma, venne rappresentata una gran battaglia navale fra i Veneziani e <strong>Federico<\/strong>; ed inoltre alcune bizzarre ed esagerate cerimonie della di lui riconciliazione col Pontefice. La verit\u00e0 \u00e8, che in tale occasione n\u00e9 battaglie, n\u00e9 vittorie ebbero luogo. N\u00e9 <strong>Federico<\/strong> aveva forze marittime atte a resistere alle nostre, n\u00e9 il di lui figlio Ottone era allora in et\u00e0 di poter comandare. Com&#8217; \u00e8 dunque probabile, che i veneziani, fatto avendo prigione questo giovine principe, si valessero di lui per rappacificare col Papa l&#8217;Imperatore suo padre? In mezzo a tanti e s\u00ec mal fondati racconti si tenga solo per fermo, che il buon esito dell&#8217;accennata mediazione, e lo splendido trattamento fatto dalla Repubblica all&#8217;Imperatore ed al Papa, moltissimo accrebbe in Europa la di lei riputazione. Non arrechi quindi stupore, se Alessandro pens\u00f2 ricompensare alla sua foggia i veneziani, ricolmandoli d&#8217;indulgenze, e se essi conoscendosi benemeriti della Santa Sede, si indussero a pregarlo di voler loro concedere l&#8217;investitura dell&#8217;Adriatico, di cui per\u00f2 da quasi due secoli potevano chiamarsi\u00a0 signori. Tale richiesta, che parrebbe oggid\u00ec ridicola, nulla aveva di strano in quei tempi, quando l&#8217;autorit\u00e0 del <em>Vicario di Cristo<\/em> era s\u00ec rispettata, che i principi cristiani non credevano abbastanza legittimi i loro diritti, e le loro pretensioni, n\u00e9 bene assicurato sul capo il diadema senza l&#8217;approvazione pontificia. E in quanto al Papa, nulla di pi\u00f9 caro per esso, quanto l&#8217;aver occasione di esercitare un simile atto della sua possanza. E siccome poi il simbolo di ogni investitura era l&#8217;anello, cos\u00ec egli uno ne diede al Doge di Venezia, con cui sposasse il mare, e desider\u00f2, che a quella prima solennit\u00e0 della visita quest&#8217;altra fosse aggiunta dell&#8217;investitura, sotto l&#8217;immagine di sponsali. Egli \u00e8 per questo, che allora quando il vascello Ducale era giunto alla bocca del porto, si volgeva al mare colla poppa, e il Vescovo benediceva l&#8217;anello nuziale, e lo presentava al Doge; indi versava un gran vaso di acqua santa nel luogo dove doveva cadere l&#8217;anello, e il Doge gettandovelo pronunziava in latino queste parole: Mare, noi ti sposiamo in segno del nostro vero e perpetuo dominio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Simile costumanza venne da parecchi riguardata non solo come bizzarra, ma come ridicola. Pure il filosofo osservatore deve considerarla come saggia, provvida e umana, E chi non sa quanto questa idea di dominio sia propria a risvegliare in ogni uomo sublimi sentimenti e straordinario entusiasmo? Per renderla poi pi\u00f9 sensibile, e in certo modo pi\u00f9 palpabile anche alle anime rozze e volgari, qual migliore spediente si poteva immaginare, quanto un&#8217;augusta cerimonia, il cui simbolo richiamasse in mente quella del matrimonio? Per essa si ricordava, che il vincolo tra Venezia e l&#8217;Adriatico era non meno stretto e indissolubile di quel santo vincolo, elle insieme congiunge due sposi, e che siccome tra due sposi devono perpetuamente avvicendarsi i servizi, le difese, gli aiuti, cos\u00ec in questa coppia allegorica doveva regnar sempre un generoso scambio di uffizi. Erra il mare sorgente di sicurezza, di opulenza, di gloria alla nostra citt\u00e0, e se in essa diveniva sacro il dovere d&#8217;impiegar tutte le sue cure, e gli sforzi maggiori per assicurarsi tanti benefici, proteggendo la libert\u00e0 delle sue acque, d&#8217;altra parte era giusto, che ad esso tributasse solennemente i sentimenti di pubblica riconoscenza. Ma quel versare l&#8217;acqua santa, e quel benedire le volubili onde non era egli un atto di religiosa invocazione in pro di quelli, che dovevano esporvisi, ed un bel presagio di prosperit\u00e0 per lo Stato? O non si potrebbe anche prendere per un segno di pietosa riconoscenza verso i nostri sventurati concittadini, che dentro quelle onde giacciono sommersi? Volgendo infatti il pensiero sopra tutti i disastri della navigazione, e sopra il numero degl&#8217;infelici ingoiati dal mare, senza godere dell&#8217;onore del sepolcro, senza l&#8217;accompagnamento di preci ed esequie, senza il fumo di odorosi incensi che consoli le loro ombre, senza che la mano dell&#8217;amicizia scolpir possa i loro nomi amati sopra di quella mobile e profonda tomba, non \u00e8 fuor di ragione, che ottenere dovessero questo tenero addio dalla patria, e ricevere questo <em>Asperges divoto<\/em> in quel loro comune vastissimo cimitero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma per ritornare a questo giorno s\u00ec rinomato, esso anche in antico fu detto la <em>Festa della Sensa<\/em>, cio\u00e8 del l&#8217;<em>Ascensione<\/em>. Concorrevano a Venezia in folla i forestieri sino dal tempo delle Crociate, essendo quella la stagione, in cui i pellegrini usavano fare il passaggio di <em>Terra Santa<\/em>. Quando poi\u00a0 la navigazione ed il commercio si dilatarono, e lo Stato and\u00f2 crescendo in potenza, allora il marittimo spettacolo prese l&#8217;aspetto di un solenne trionfo, quale certo non si sarebbe potuto vedere altrove, e la cui fama si sparse per tutto il mondo. Il giorno dell&#8217;Ascensione era veramente quello\u00a0 in cui il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa, e come capo supremo della pi\u00f9 ricca e florida tra le Repubbliche. Accompagnato dalla Signoria, dal Senato, e pressoch\u00e9 da\u00a0 tutto il Maggior Consiglio, andava ogni anno a rinnovare il possesso di quel Golfo, che le Venete vittorie avevano sottomesso allo Stato. Gli ambasciatori delle primarie corti d&#8217;Europa\u00a0 assistevano pur essi a questa singolar cerimonia, e seduti presso sua Serenit\u00e0 parevano in qualche modo sanzionare quest&#8217; atto di antico possesso, confermare i diritti della Repubblica, e applaudire alla gloria dei suoi fasti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il naviglio destinato per il Doge venne costrutto e portato ad un grado di ricchezza e di magnificenza sorprendente. Si chiamava <em>Bucintoro<\/em>, nome che alcuni credono essere una corruzione di <em>Ducentotum<\/em>, perch\u00e9 allora quando nel 1311 dal Senato fu dato l&#8217;ordine di fabbricarlo, si disse nella legge: <em>quod fabricetur navilium ducentorum hominum<\/em>, cio\u00e8 della portata di ducento\u00a0uomini. Altri fanno derivar questo nome da <em>Bicentauro<\/em>, per essere grande il doppio di quella nave detta <em>Centauro<\/em>, di cui parla Virgilio nella descrizione dei giuochi funebri celebrati da Enea per onorare la morte del padre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma poco monta infine fantasticare sul nome. Alla gran macchina fu a bella posta dato una forma straordinaria fra i vascelli. La distribuzione dell&#8217;interno corrispondeva egregiamente all&#8217;uso, e la sontuosit\u00e0 degli ornamenti era del pari degna del glorioso suo oggetto. Lunga 100 piedi, e larga 21, in due piani si distingueva questa reggia galleggiante sull&#8217; acque. Noli&#8217; inferiore stavano i remiganti; il superiore poi coperto di velluto cremisino ornato di frange galloni e fiocchi d&#8217;oro, formava un salone di tutta la lunghezza del naviglio. Il salone si innalzava verso la poppa, in capo alla quale si trovava un apposito finestrino, da cui il Principe gettava l&#8217;anello in mare. Questo pertugio stava dietro alla ricchissima sedia del Doge collocata sopra due gradini. La poppa rappresentava una Vittoria navale coi suoi trofei. Due bambini sostenevano una conchiglia, che formava il baldacchino Ducale. Si dall&#8217;una parte che dall&#8217;altra del seggio, vi erano due figure rappresentanti la Prudenza e la Forza, volendosi intender con ci\u00f2, che la mente ed il braccio sono i veri sostegni del principato. Vicino ai gradini erano i sedili pur essi magnificamente apparecchiati ad uso del Patriarca, degli Ambasciatori, della Signoria e dei Governatori dell&#8217;arsenale. Per indicar poi che mediante la coltura delle scienze e delle arti, un popolo potente si acquista maggior considerazione, ed accresce la sua felicit\u00e0, la parte di questa sala che serviva come di tribuna al trono, era coperta di bassirilievi dorati, fra i quali si distingueva Apollo in mezzo alle Muse, di cui il <em>Bucintoro<\/em> poteva a ragione essere riguardato come il tempio. Sulle pareti di tutto il restante si vedevano, pure in bassorilievo le Virt\u00f9, e quelle Arti che servono alla costruzione dei vascelli, non che quelle, che ricreano gli spinti da gravi cure occupati, come sono la pesca, la caccia e simili; il tutto distribuito con squisita eleganza resa pi\u00f9 cospicua dalla somma profusione d&#8217;oro. Il numeroso corteggio del Doge era in questo caso accresciuto dai forestieri pi\u00f9 illustri, che ambivano l&#8217;onore di essere del seguito del Principe. Essi misti ai Magistrati occupavano le due lati della sala, ora stando seduti sopra le panche, ora godendo la vista dello spettacolo affacciati a qualunque delle 48 finestre, onde erano traforati i fianchi del naviglio. Sulla prua la statua colossale della Giustizia, Dea tutelare di ogni ben regolato governo, attraeva a s\u00e9 gli sguardi dei sudditi della Repubblica, che ne facevano giulivi l&#8217;applicazione. In fine riguardando il complesso del <em>Bucintoro<\/em>, potremo dire francamente, che giammai forse la pubblica Maest\u00e0 si scelse un albergo tanto proprio di lei quanto questo; n\u00e9 per la via dei sensi essa in still\u00f2 mai negli animi tanta venerazione di s\u00e9, quanta allorch\u00e9 si accoglieva tra l&#8217;oro e la pompa di s\u00ec portentoso naviglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oltre li rimorchi che lo traevano, aveva 168 remiganti molto opportuni ad agevolare il maestoso suo corso. Non erano essi n\u00e9 galeotti, ne marinai, n\u00e9 gondolieri; ma bens\u00ec gli unici Arsenalotti, cio\u00e8 quei membri, che componevano la famiglia prediletta della Repubblica, che con s\u00ec soave e dolce\u00a0 nome erano chiamati, e con i quali egli stessi si chiamavano con una specie di vanit\u00e0 derivante da veracissimo attaccamento. Essi ambirono ed ottennero il privilegio di condurre il Doge a tali\u00a0 nozze, ed abbandonati in questa sola occasione i loro giornalieri stranieri, non sdegnavano, seduti sulle panche di impugnare a quattro il remo, godendosi a gara dei loro inusitati sforzi, e dei loro anniversari sudori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Seguivano a lento corso il <em>Bucintoro<\/em> numerose Galee, non solo per aumentar la pompa dello spettacolo, ma pi\u00f9 ancora per richiamare alla memoria dei veri patrioti, che segnatamente\u00a0 su simili bastimenti gli Avi nostri, merc\u00e9 delle pi\u00f9 ardite navigazioni, e delle imprese le pi\u00f9 difficili, avevano portato la Patria all&#8217;apice della gloria, mentre le potenze marittime, che sono grandi oggid\u00ec, radevano appena con batelli le coste dei fiumi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Certe grosse barche dorate del Dominio seguivano dappresso il <em>Bucintoro<\/em>. Esse in questo giorno, ed anche in qualche altro solenne, servivano a comodo del Patriarca e degli Ambasciatori. Aumentavano il corteggio lance, canots, caicchi spettanti agli Ufficiali di mare; e tutti questi legni erano sfarzosamente apparecchiati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>Doge dei Nicolotti<\/em>, cio\u00e8 degli abitatori della contrada di San Nicol\u00f2, aveva esso pure una barca particolare per s\u00e9. Questo capo di una classe utilissima di quei pescatori, che abbiamo veduto figurare come rimorchianti, godeva molti privilegi, fra i quali aveva l&#8217;onore di seguire il Bucintoro<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche i capi principali dell&#8217;arte <em>Vetraia<\/em> e delle <em>Conter\u00ece<\/em>, dalle quali arti si traeva un grandissimo vantaggio nel commercio, avevano il privilegio in tal giorno di accompagnare il Doge. Seduti in una peota ornata a loro spese, avevano l&#8217;ambizione di farsi osservare ed ammirare per il buon\u00a0 gusto \u00e9 per la molta magnificenza. Ed in vero vi era sempre motivo d&#8217;applaudire vivamente all&#8217;industria di questi ingegnosi ed utilissimi abitatori dell&#8217;isola di Murano. Ci\u00f2 poi che animava nel modo pi\u00f9 brillante la Festa, era l&#8217;infinita quantit\u00e0 di barchette di ogni fatta, che quasi tutte ricoprivano la laguna da San Marco sino al Lido, dalle quali venivano spesso scelti concerti musicali. Non solamente la nobilt\u00e0 e gli opulenti cittadini concorrevano a gara nelle loro barche e peote ma persino le diverse classi del popolo artigiano ornavano a festa dei battelli con\u00a0 festoni di fiori, e sopra tutto con corone di alloro, pianta cara agli Dei ed agli Eroi, e di cui il popolo veneto impiegava sempre le foglie immortali come contrassegno sicuro dell&#8217;universale allegrezza. Le grida di gioia di questo felice popolo si mesceva insieme cogli spari dell&#8217;artiglieria dei vascelli s\u00ec pubblici, che mercantili ancorati, che facevano ala all&#8217;illustre comitiva, e le rendevano il militar saluto. In mezzo al lampo, al rimbombo guerriero, in mezzo ai vortici del fumo, e sopra quei flutti vivamente agitati, le ninfe dell&#8217;Adriatico passavano s\u00ec intrepide, che si sarebbero potute prendere per Amazzoni, se la loro agile gondoletta, l&#8217;eleganza del loro vestito e la voluttuosa lor giacitura non le avessero fatte riconoscere per le legittime figlie della bella Dea nata da quelle onde medesime, ch&#8217;esse s\u00ec mollemente solcavano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec accompagnato il Doge rientrava suo palazzo, dove tratteneva a pranzo tutti i Magistrati che si erano trovati nel <em>Bucintoro<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altri spettacoli vi erano in questo giorno; essi troveranno il loro luogo. Non volli qui parlare che dello sposalizio del Doge col mare; di quella Festa s\u00ec celebre, che per l&#8217;applauso popolare e il gran concorso di gente sembrava ogni anno improvvisa e novella, bench\u00e9 per tanti secoli ripetuta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Essa non era altrimenti la Festa di pochi fastosi ricchi, ma di tutti indistintamente i cittadini, che vi concorrevano spontanei, e mossi non meno da particolare zelo, che da spirito di nazionale orgoglio; e le loro acclamazioni non erano prezzolate e bugiarde, ma figlie di quel sentimento patriottico, che nasce dalla personale sicurezza e dalla gloria dello Stato.(1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) GIUSTINA RENIER MICHIEL. Origine delle Feste veneziane. (MILANO 1829. Presso gli editori degli annali universali delle scienze e dell&#8217;industria.)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Festa del giorno dell&#8217;Ascensione e Sposalizio del Mare In quei tempi infelicissimi per la bella Italia, in cui sanguinose guerre la straziavano e desolavano, i soli veneti isolani godevano della maggior tranquillit\u00e0, ed erano pacifici navigatori e commercianti; ma ben presto furono essi pure costretti a divenire soldati. Una popolazione barbara e feroce, dotata [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":2251,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[218],"tags":[264,265,2745],"class_list":{"0":"post-2249","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-feste","8":"tag-festa-del-giorno-dellascensione","9":"tag-festa-della-sensa","10":"tag-sposalizio-del-mare"},"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/GuardiFrancesco_-_The_Departure_of_Bucentaur_for_the_Lido_on_Ascension_Day.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2249","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2249"}],"version-history":[{"count":12,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2249\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":46915,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2249\/revisions\/46915"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/2251"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2249"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2249"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2249"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}