{"id":20969,"date":"2017-05-02T16:13:25","date_gmt":"2017-05-02T16:13:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=20969"},"modified":"2026-01-13T17:57:00","modified_gmt":"2026-01-13T17:57:00","slug":"palazzi-mocenigo-a-san-samuele","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.conoscerevenezia.it\/?p=20969","title":{"rendered":"Palazzi Mocenigo a San Samuele"},"content":{"rendered":"<h3>Palazzi Mocenigo a San Samuele<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi palazzi sono quattro uniti in corpo, e alcuni documenti di famiglia danno ragione, perch\u00e9 si ammetta la distinzione di <em>Casa nuova<\/em> e <em>Casa vecchia<\/em>, nomi che tuttora si vedono nelle calli, per cui si aveva ingresso in antico alle abitazioni dei <strong>Mocenighi<\/strong>. Infatti una sentenza della <em>Corte del Proprio<\/em>, in data 25 febbraio 1588, per liti contro <strong>Dardi<\/strong> e <strong>David<\/strong> fratelli <strong>Bembo<\/strong>, per pretese di spazi, riferisce che <strong>Giovanni<\/strong> e <strong>Nicol\u00f2<\/strong> fratelli <strong>Mocenigo<\/strong> del fu <strong>Leonardo<\/strong> procuratore acquistarono nel 1454 da <strong>Pietro<\/strong> e <strong>Alvise Falier<\/strong>, in Atti <strong>Pagiarini<\/strong> <em>nodaro Veneto<\/em>, alcune case nel confine di <em>San Samuele<\/em>. Demolite queste, si fabbricava un palazzo, in prossimit\u00e0 a quello, che i <strong>Mocenigo<\/strong> tenevano anche allora in possesso. Troviamo cosi spiegato il motivo, che nel primo piano della Casa, <em>appellata vecchia<\/em>, si scorge lo stile lombardesco, e per quale cagione sussista una cisterna, dello stesso carattere, collo stemma scolpito sopra dei fiamminghi <strong>Bembo Gheltorp<\/strong>. E volgendosi a sinistra, non ci sorprende pi\u00f9 il rinvenire vestigi anche di stile gotico nei comparti, nei davanzali, prospicienti un cortile, e in un pozzo, pure gotico, come di vedere reliquie di architettura del medio evo nelle fabbriche confinanti dei <strong>Priuli<\/strong> e dei <strong>Contarini<\/strong>. Il continuatore della Venezia del <strong>Sansovino<\/strong> qualifica questi due palazzi memorabili e di gran corpo, e ci narra che al suo tempo erano possesso di <strong>Giovanni<\/strong>, fratello al <em>Doge<\/em> <strong>Luigi<\/strong>. Quello alla destra \u00e0 la facciata di marmo greggio d&#8217;Istria, a forme riquadre, e bozze squadrate; l&#8217;arco della riva \u00e8 assai svelto; tre sono le finestre del poggiolo nel primo ordine, delle quali \u00e8 arcuata soltanto la media. Vi sta una balaustrata a colonnelle; i modiglioni simmetrici a volute mancano di ornamento; le doppie finestre ai canti, a frontoni orizzontali, hanno fra mezzo intagliati gli stemmi. La cornice superiore, uniforme al piano secondo, appartiene all&#8217; ordine toscano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo palazzo, alla sinistra, \u00e0 tutte le finestre arcuate, coi poggioli a tre archi, e s\u00ec nell&#8217;ordine primo che nel secondo le finestre centrali sono sorrette da colonne di pietra d&#8217;Istria, decorate da capitelli toscani. In ognuna delle arcate si vedono mascheroni rilevati alla sommit\u00e0; la cornice \u00e8 pure di ordine toscano. Forse mirava l&#8217;architetto a far armonizzare le due fabbriche, nella stessa loro disparit\u00e0. Parrebbe che il primo palazzo accusasse la scuola del <strong>Vittoria<\/strong>, rimanendo per\u00f2 alquanto inferiore nel merito all&#8217; altro, che vedemmo dello stesso architetto, tuttora dei <strong>Balbi<\/strong> <em>in Volta di Canal<\/em>. Il secondo palazzo indicherebbe la scuola del <strong>Longhena<\/strong>, vincendo per\u00f2 il pregio della mole, che con assai poco merito si disegn\u00f2 da <strong>Baldassare<\/strong>, per i <strong>Widmann<\/strong> di <em>San Canziano<\/em>. <em>La Venezia e sue lagune <\/em> lo crederebbe meglio architettura del <strong>Benoni<\/strong>, che disegn\u00f2 la <em>Dogana della Salute<\/em>, e la <em>chiesa di San Basso<\/em>, nella <em>piazzetta dei Leoni<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questi edifici sono posteriori gli altri due, che vennero uniti nel centro, aventi pronunziati i caratteri del decadimento dell&#8217;arte. Si doveva dar compimento alle fabbriche con cornicioni e riquadri, come aveva ordinato un <strong>Zuanne Mocenigo<\/strong>, con testamento del 1579. Il <strong>Martinioni<\/strong> li ricorda quali fabbricati nuovi, e ne esalta l&#8217;architettura, fino a dirla <em>mirabile per ornamenti vaghissimi<\/em>. Ma giovi avvertire, che egli vorr\u00e0 intender di alludere alla qualit\u00e0 degli affreschi, pennelleggiati da mani maestre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infatti troviamo nelle miniere della pittura del <strong>Boschini<\/strong>, che <strong>Benedetto Caliari<\/strong>, fratello di <strong>Paolo<\/strong>, pi\u00f9 valente nei lavori a fresco, che ad olio, e molto studioso in particolare dell&#8217;architettura, aveva dipinti al di fuori della <em>Casa Moceniga<\/em>, sopra il Canal grande, tutte a chiaroscuro varie istorie dei romani, con fregi, putii ed animali. Anche sopra la riva erano dipinti dei chiaroscuri, opere di <strong>Giuseppe Alabardi<\/strong> detto <em>Schioppi<\/em>, con maniera sua propria e non dispregevole, e due o tre figure, al tempo del <strong>Zanetti<\/strong>, rimanevano nel cortile, forse le attuali, non molto bene rinfrescate. Ivi le sfumature, visibili per tutta l&#8217;estensione delle muraglie, ricordano le opere pi\u00f9 lodate di <strong>Benedetto Caliari<\/strong>. Si rileva poi dal <strong>Ridolfi<\/strong>, che in cinque maggiori comparti erano dipinte parecchie storie di Roma, e in cinque spazi minori alcune favole <em>Ovidiane<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il detto cortile \u00e8 di aspetto scenico; in esso verdeggiano dei gelsi antichi, tolti all&#8217;orto di un palazzo <strong>Mocenigo<\/strong> a Murano; vi sono sparsi dei busti marmorei, taluno anche di qualche pregio, di provenienza dalla casa <strong>Memmo<\/strong>. Per questo cortile si giunge al piano nobile, per ricco arco d&#8217;ingresso, che si estende maestoso, con grande cornice a frontone, e con due figure di geni nei riquadri. Le colonne sono scanalate, di marmo fino veronese, adorno di capitelli corintii, con base e zoccolo del marmo stesso, specchiato nel dado di Africano, come lo \u00e8 il fregio superiormente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le sale appariscono ornatissime; le trabeazioni, alla Sansovinesca, intagliate e filettate d&#8217;oro, con dorata cornice, con putti nel fregio, sculti in legno, a foggia di cariatidi. Il <strong>Tintoretto<\/strong> dipinse in quelle sale le imprese e le immagini dei <strong>Mocenigo<\/strong> educati sempre alla grandezza, che furono eroi nei pi\u00f9 ardui cimenti di guerra, politici nelle pi\u00f9 gravi missioni di Stato, ambasciatori alle Corti pi\u00f9 eccelse di Europa, della patria nerbo e salute, alla testa ben sette volte del Principato. Una stanza \u00e0 le pareti vastissime di stoffa di velluto a disegno; \u00e8 ricca di lavori a rococ\u00f2, del tempo di <strong>Luigi XIV<\/strong>; contiene, con gran sfarzo di dorature, vasi di porcellana del Giappone, ornati in bronzo, e candelabri di cristallo di rocca. Stanno effigiati cinque dei sette Dogi della casa, che colle armi e col senno zelarono l&#8217;onore della patria, compreso quell&#8217;<strong>Alvise<\/strong>, che ai propri dipendenti, s\u00ec in guerra che in pace, rinunziava gli emolumenti delle magistrature, e anzi se gli assegni risultavano inferiori alle esigenze di quelli, che intendeva beneficare, vi sopperiva con ingenti somme, tolte alle rendite proprie familiari. Ne mancano i ritratti di <em>Senatori<\/em> e di <em>gran Capitani<\/em>, opere di <strong>Domenico Tintoretto<\/strong> e di <strong>Giorgione<\/strong>; quello di un generalissimo del cav. <strong>Tinelli<\/strong>; quadro in bella cornice, con trofei, in tagliati all&#8217;intorno, di legno cirmolo. \u00c8 un dipinto del <strong>Liberi<\/strong>, bello quanto potrebbe esserlo un fiammingo, il ritratto del Doge <strong>Tomaso Mocenigo<\/strong>, l&#8217;antecessore del <strong>Foscari<\/strong>, quel portento di previdenza e facondia, cotanto dagli storici decantato, che anche moriente aveva in cuore la pace e la prosperit\u00e0 della Repubblica, fiorita nel suo regime soprammodo, per traffichi e per ricchezze. Tempi felici, in cui si potevano diffalcare quattro milioni di prestiti, e trasmettere dieci milioni ogni anno di capitale, con navi e galere per tutto il mondo, battendo ogni anno la Zecca un milione di ducati d&#8217;oro, e duecento mila d&#8217;argento. Volgendo in queste sale lo sguardo, ti incontri in <strong>Lazzaro Mocenigo<\/strong>, e nelle sue imprese, uniche nella storia. Il pennello di <strong>Palma Juniore<\/strong> ti rappresenta al vivo quel novello <em>Scipione<\/em>, che, di 32 anni appena, insieme a <strong>Luigi II<\/strong>, <em>detto Leonardo<\/em>, generalissimi entrambi, concepiva il magnanimo ardimento strategico di sbarrare colla veneta flotta il procelloso <em>stretto dei Dardanelli<\/em>, per vietare l&#8217;ingresso alle navi ottomane, e rotte le falangi del Trace, atterrire Costantinopoli. Tali imprese si scorgono ripetute dal <strong>Malombra<\/strong> nelle due stanze, che ad uso della biblioteca, sono descritte dal Sansovino, come copiose di volumi greci e latini, quando <strong>Luigi, Marc&#8217;Antonio<\/strong> e <strong>Leonardo<\/strong> vi tenevano lo studio di codici e di anticaglie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questi recinti si conserva anche la tavola del <strong>Tintoretto<\/strong>, rappresentante la morte del re <strong>Lusignano<\/strong>, colla regina <strong>Corner<\/strong> da un lato, e <strong>Pietro Mocenigo<\/strong>, che figur\u00f2 in Cipro luogotenente. Molti altri nobili dipinti fregiano le pareti, e sono l&#8217;<em>Adultera<\/em> di <strong>Nicol\u00f2 Barbaris<\/strong>, contemporaneo del <strong>Giambellino<\/strong>, unico in tavola di questo pittore in Venezia; <em>una sacra famiglia<\/em> del carattere del <strong>Bonifazio<\/strong>, una testa fiamminga; l<em>a visita dei Re Magi<\/em> di <strong>Buonconsiglio<\/strong>, un&#8217;altra <em>sacra famiglia<\/em>, con Santi, di <strong>Giacomo Carassi<\/strong> di Pontorno, della scuola fiorentina. Possed\u00e8 anche la famiglia un quadro, in piccole dimensioni, che rappresenta il <em>Paradiso<\/em> del <strong>Tintoretto<\/strong>, e si pretenderebbe che fosse il modello della tela, che si ammira nella <em>sala del Maggior Consiglio<\/em>, di trenta piedi di altezza, e settantaquattro di latitudine. Miracolosa opera, a parlar della quale l&#8217;intelletto non sa dettare espressioni alla penna, e che scoperta la prima volta, parve si aprisse il cielo agli occhi dei mortali, con tutti i misteri della beatitudine eterna. Noi per\u00f2 ne dubitiamo, per buone ragioni, non di questo luogo. Quivi bens\u00ec si custodiva lunghezza il ritratto di <strong>Enrico III<\/strong>, quale, con sorpresa del Monarca, lo improvvisava <strong>Tintoretto<\/strong>, nascosto nel Bucintoro; argomento di un bel dipinto ai d\u00ec nostri, del <strong>Paoletti<\/strong>. Questo quadro, donato dal re al Doge di allora <strong>Luigi Mocenigo<\/strong>, passava alla casa del consanguineo <strong>Jacopo Contarini<\/strong> di San Samuele, a cui si completa, avendolo egli commesso al pittore, e da lui si legava in morte al Palazzo Ducale, ove \u00e8 di fregio oggid\u00ec della sala degli stucchi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ciocch\u00e9 si pone in chiaro, a toglimento di equivoci, sulla tanto controversa provenienza del dipinto. Un ritratto si conserva anche, opera del <strong>Longhi<\/strong>, di <strong>Andrea Memmo<\/strong>, riformatore dello studio Patavino, e cavaliere della stola d&#8217;oro; quegli che un prato in Padova converse in Areopago, e merit\u00f2 di figurarvi fra i simulacri de&#8217; pi\u00f9 insigni Italiani. Egli era padre della fu contessa <strong>Paolina<\/strong>, vedova <strong>Martinengo Dalle Palle<\/strong>, di santa vita, e della contessa <strong>Lucia<\/strong> vedova di <strong>Alvise Mocenigo<\/strong>, di molto ingegno, mancata in questo Palazzo il 7 marzo 1854. Delle due sorelle si vede il ritratto, fattura di <strong>Angelica Haufman<\/strong>, e risale alla primissima loro et\u00e0, quando, essendo il padre ambasciatore a Roma, ricevettero la cresima dalle mani di <strong>Pio VI<\/strong>, nella Cappella Sistina, con treno di Cardinali, e coll&#8217;intervento del re di Svezia; della qual cerimonia si tocca in alcune Ottave, fatte pubbliche per l&#8217; ingresso del <strong>Memmo<\/strong> a <em>Procurator di San Marco<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un buon ritratto del <strong>Guarana<\/strong> ricorda il consorte della contessa <strong>Lucia<\/strong>, che fu <strong>Alvise Mocenigo<\/strong>, magnate di Ungheria e senatore d&#8217;Italia, quegli che su inospita maremma creava del proprio un nuovo centro di commercio e d&#8217;industria, in Alvisopoli, collo stabilimento tipografico, tradotto in uno di questi palazzi, e ceduto poi, col patto del nome, a <strong>Bortolammeo Gamba<\/strong>, accademico della Crusca, e principe dei bibliografi italiani. N\u00e9 manca il busto in marmo di Carrara, opera del cavalier <strong>Ferrari<\/strong>, del dott. <strong>Alvise<\/strong>, figlio ai suddetti, attuai proprietario; cavaliere di gran senno e di fina coltura, che varie legazioni sostenne alle Corti, e in pi\u00f9 guise si rese utile in patria con l&#8217; opera e col consiglio, anche a pr\u00f2 della civica rappresentanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dai veroni di questo Palazzo, che tante volte ospitava principi e monarchi, videro la Regata i <em>duchi del Nord<\/em>, e vi avrebbe goduto lo spettacolo, unico al mondo, Napoleone I nel 1807, se a cagione della miglior prospettiva del sito presso i <strong>Balbi<\/strong> <em>in volta di Canal<\/em>, non si avesse mutato consiglio da chi dirigeva le feste. E i <strong>Mocenigo<\/strong>, splendidi sempre, ben lungi dall&#8217;aver tollerato, che la citt\u00e0 ne facesse la spesa, avevano anzi erogato egregie somme del proprio, acci\u00f2 fosse sorta, in quel caso, condegna loggia sull&#8217;acque al loro Palazzo dinanzi, con ogni pompa di principesco apparato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In queste aule abit\u00f2 lunga pezza, nel 1818, il celebre <strong>lord Byron<\/strong>. Quivi avevano vita i canti del Don Giovanni, il Marin Falier, il Sardanapalo, la visione del Giudizio, e fra l&#8217;amor gentile a Venezia, ai pi\u00f9 sublimi voli s&#8217;innalzavano la musa ed il genio dell&#8217;inspirato poeta. (1)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i pi\u00f9 celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).<\/p>\n<style id=\"bwg-style-0\">      #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 #bwg_mosaic_thumbnails_div_0 {        width: 100%;        position: relative;        background-color: rgba(255, 255, 255, 0.00);        text-align: center;        justify-content: center;                  margin-left: auto;          margin-right: auto;                    padding-left: 4px;          padding-top: 4px;                }          #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg_mosaic_thumb_spun_0 {        display: block;        position: absolute;\t\t\t\tborder-radius: 0;\t\t\t\tborder: 0px none #CCCCCC;    \t\t    \t\tbackground-color:rgba(0,0,0, 0.30);        -moz-box-sizing: content-box !important;        -webkit-box-sizing: content-box !important;        box-sizing: content-box !important;      }\t\t\t#bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg_mosaic_thumb_0 {\t\t\t\tdisplay: 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