I decreti a favore dei mendicanti bisognosi e contro i mendicanti impostori, nella Venezia del Cinquecento

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Francesco Guardi. Il parlatoio delle monache di San Zaccaria (particolare). Venezia Ca' Rezzonico

I decreti a favore dei mendicanti bisognosi e contro i mendicanti impostori, nella Venezia del Cinquecento

I larghi provvedimenti sanciti dal Governo repubblicano per soccorrere la miseria non bastavano ad impedire che molti accattoni, giunti quasi tutti dalla terraferma, chiedessero l’elemosina per le vie della Dominate. Pareva “una grande ignominia et etiam cosa scandalosa” questa folla di pezzenti che andava gridando con voci lamentose per le strade, corse da gente lieta e affaccendata che si accalcava nelle botteghe e nei mercati ricchi d’ogni cosa mangereccia “et in gran abundantia quasi da non credere in questa terra che non dava niente et haveva tutto “.

Così la questua veniva permessa soltanto in certe contrade lontane dal centro e solo permessa ai veri bisognosi, i quali erano obbligati di porta cucito sul vestito “un bollettino di carta pecora firmato dalli clarissimi Provveditori alla Sanità” e rilasciato “su informationi de li pievani o altre persone degne di fede senza pagamento né spesa alguna per li poverelli“. Ma la Serenissima procedeva con una severità quasi brutale contro gli impostori “si mascoli come femene” che ricorrevano a travestimenti, simulavano malattie per sfruttare la pietà, si creavano false infermità e verso costoro comminava pene severe, “frustadi da san Marco a Rialto; seradi inpreson per dui, quattro et sie mesi; condannati, essendo homeni, a vogar per anni cinque continui nelle galere di condanati con li ferri alli piedi et esendo donne gli sia talgiato il nasso et reche et poi debino star per mesi dieciotto in un preson serade, et po banditi in perpetuo da tutte le terre dil dogado

Verso gli ultimi giorni del mese di marzo del 1519 aveva preso giornaliera dimora vicino alla chiesa di San Polo un tale conosciuto con il nome di Benetto da Chioggia: accanto a lui un cartello narrava la storia della sua sventura; “Partido da Chioza haveacorso li mari, et navegando era sta fato preson de li mori et li mori li havea cavà tutta la lengua perché lui pregava voxe alta, et lui adesso domandava elemosina portando mezo calixe d’arzento volea danari per far el resto et darlo a san Marco, et parlava con le man“.

Difatti il povero muto aveva in mano un piccolo pezzo di calice argentato e mostrandolo al popolo e indicando il cartello “trovava essa elemosina“, specialmente raccomandato ai devoti dai preti della contrada nelle loro solite prediche quaresimali e della settimana santa, che in quell’anno il giorno di Pasqua cadeva il 20 di Aprile.

Sier Alvise Contarini della parrocchia di San trovaso, Signore di notte, avrebbe giurato di aver veduto quel mendicante all’osteria della “Corona” presso il ponte della Paglia mentre bevendo e mangiando discorreva e lo aveva additato ad un suo fante di fiducia perché lo sorvegliasse. E la sorveglianza raggiunse il suo scopo, poiché il 5 maggio Benetto da Chioggia, arrestato e condotto in Palazzo Ducale dinanzi alla Quarantia criminalefo examinato et trovono haver lengua come nui altri, et confessò feva questo per trovar danari da viver, et si feva star sul palato la lengua con ponersi certi picioli ferri in bocha et cussi mostrava non haverla“.

La confessione subito fatta dispensò il miserabile dalla tortura e fu condannato in quello stesso giorno ad essere frustato da San Marco a Rialto “con uno brieve al collo, qual diceva questo è quello finzeva non haver lengua” e poi rinchiuso per cinque mesi nella prigione Forte a pane e acqua e bandito in perpetuo dal territorio della Repubblica.

Il 7 maggio si eseguì la sentenza: le prime sferzate sulla schiena nuda dell’impostore cominciarono all’altezza della Colonna del bando in Piazza San Marco, e piovvero come gragnuola lungo tutte le Mercerie, tanto che sul piazzale del Ponte di Rialto egli cadde svenuto orribilmente insanguinato.

Ricondotto in prigione non fini la condanna: Benetto da Chioggiaqual finzeva non haver lengua“, moriva il 12 settembre, ma il suo esempio a nulla valse poiché i Provveditori alla Sanità furono costretti tre anni dopo, ed arrestare “tutti li furfanti quali dimandano elemosina sum imposture“, condurli in terraferma e banditi in perpetuo pena la morte se fossero ritornati. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 11 gennaio 1931

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