Case sane ed economiche a San Leonardo, nel Sestiere di Cannaregio

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Case sane ed economiche tra il Rio del Gheto e il Rio Terà San Leonardo, a Cannaregio

Case sane ed economiche a San Leonardo, nel Sestiere di Cannaregio

Nell’area compresa tra il Rio del Gheto e Rio Terà San Leonardo a Cannaregio, vennero costruiti nel 1906, su progetto dell’ingegnere Francesco Marsich, otto fabbricati per un totale di 93 appartamenti. Il pianterreno dello stabile in Calle del Tiracana, al civico 1379, era adibito ad uso di lavatoio con 12 vasche di cemento, fornello con l’acqua calda, due riparti di docce con due camerini per le donne e due per gli uomini. L’acqua per le vasche del lavatoio era fornita da una preesistente fontana artesiana, l’acqua della fontana veniva raccolta in un serbatoio in muratura e con una pompa a mano distribuita alle vasche; nel caso di deficienza della sorgente il serbatoio veniva rifornito dall’acquedotto. In due facciate della casa verso il Ghetto Nuovissimo si notano delle finestre e dei poggioli decorati a cemento in stile Lombardo di carattere veneziano del ‘500.

TOPONOMASTICA:

Le nuove strade che si vennero a formare in seguito alla nuova urbanizzazione furono chiamate: Calle de le Case Nove, Calle de le Conterie, Corte dei Perleri, Calle del Tiracana, Calle e Ramo del Zolfo, a ricordare che l’ampia zona era stata occupata un tempo, da un fabbrica di conterie (fondata A. Ceresa) e da una raffineria di zolfo.

Calle de le Conterie. Le conterie sono delle perle che si ottengono spezzando in piccoli cilindri la canna di vetro forata e arrotondandone i margini facendoli ruotare entro un cilindro esposto al calore di una fornace. Fu un’industria fiorentissima fino ai primi decenni del secolo scorso e nell’Ottocento. L’etimologia del termine “conteria” deriva quasi sicuramente dall’antico contigia che significa ornamento; molto più suggestiva, anche se meno probabile, è la versione data a metà ‘800, quando si affermò che derivava da contare/contante, ovvero dalla funzione di moneta di scambio che le perle avevano assunto presso varie popolazioni.

Corte dei Perleri. I produttori di perle a Venezia si dividevano in Margheriteri, Paternosteri e Supialume. Le margarite erano piccole perle prodotte dal taglio della canna forata e lavorate a ferrazza, cioè riscaldando nelle fornaci pezzetti di canna forata, posti in sorta di padelle di rame (ferrazze) e in seguito arrotondati. I paternostri erano delle perle più grosse, lavorate a speo, cioè riscaldando dei pezzi di canna forata grossa, infilati in un spiedo (speo). Le perle a lume si ottenevano, fondendo della canna vitrea massiccia alla fiamma di una lucerna a olio o a sego, resa dardeggiante dall’aria prodotta d un piccolo mantice. Il vetro attorcigliato intorno a del filo di ferro, si faceva raffreddare gettandolo nella cenere. L’uso della canna massiccia permetteva di mescolare vari impasti, ottenendo quindi una produzione più variata. (1)

Calle del Tiracana La produzione della canna di vetro veniva eseguita da un maestro vetraio chiamato scagner (da sgabello), con uno o due assistenti e quattro tiratori (tiracana). L’assistente iniziava l’operazione: estraeva dal crogiolo, con una sbarra di ferro, lunga circa quattro piedi, una porzione di smalto fuso, e l’arrotondava su un piatto di ferro o ghisa posto orizzontalmente, e gli dava una forma approssimativamente cilindrica, allo stesso tempo scavava con una pinza la fine di questa specie di cilindro. Dopo questa preparazione il maestro vetraio prendeva la barra di ferro, riscaldava la porzione di smalto al grado necessario, facendo attenzione che il foro, che si formava, fosse perfettamente conservato al centro. Poi, con tutta la rapidità possibile, applicava all’estremità superiore del piccolo cilindro di smalto un’altra sbarra di ferro chiamata consaura, infine le due barre erano prese da altri due tiracana (tiratori), che correvano entrambi nella direzione opposta, riducono questa porzione di smalto, ancora calda, morbida e duttile, in una lunga asta o tubo più o meno fine, perfettamente tonda e bucata nella sua lunghezza, poiché il buco iniziale si assottigliava insieme al cilindro. (2)

(1) ANNA BELLAVITIS. In fabbrica e in casa. In Perle e Impiraperle (Arsenale Editrice. Venezia 1990)

(2) DOMENICO BUSSOLIN. Les célèbres verreries de Venise et de Murano (Librairie Allemande et ètrangére de II. F. Munster. Venise 1847)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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