Venezia celebra i 500 anni dalla nascita di Tintoretto

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Jacopo Robusti, noto come il Tintoretto (Venezia, 29 aprile 1519 – Venezia, 31 maggio 1594). Chiesa della Madonna dell'Orto, La presentazione della Vergine al Tempio

L’arte del Tintoretto

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Questo fu il più terribile pittore, che da questa scola sortisse (scuola veneziana), é veramente il Padrone, e, disponitore della pittura possiamo chiamarlo. Nacque Jacopo in Venezia l’anno 1512 di Battista Robusti cittadino, e tintore da panni onde prese il nome di Tintoretto. Studiò ne suoi principi da Tiziano; ma avvedutosi il Maestro della non ordinaria abilità dello scolaro, l’esiliò dalla scola: azione, che pose stimoli efficaci a Jacopo per studiare con più di calore, e giungere alla meta prepostasi. Raccolti pertanto i rilievi più belli tolti dalle statue, e forme del grande Michelangelo Buonarroti, si pose da quelli a formare lo sfondo del suo studio nel disegno e ridottosi in una piccola stanza, con un lumicino impiegava il dì e la notte nel ritrarli in disegno innumerevoli fiate in ogni positura; formandosi in questa guisa nell’idea un ottima cognizione di bel contorno, di perfette forme, e un possesso del chiaroscuro e di tutte in fine le parti del buon disegno.

Con questa base di vera pittoresca scienza e pratica si pose poi a dipingere dalle cose di Tiziano, e benché avuto avesse da quelle il sopraddetto disgusto, non si lasciò dalla passione accecare; ma conoscendolo il primo pittore del mondo, volle acquistare la lui il vero modo di colorire, e soleva dire per ciò: colorito di Tiziano, e disegno di Michielagnolo. Aveva anche formati nello studio due modelli di figure di cera e di creta, e spesse volte di cenci vestendoli, ponendoli a lume, nell’atto, che più ricercava, introducendovi architetture di cartoni; in forma tutta l’intenzione de suoi studi verteva sempre nell’impossessarsi dello scientifico dell’arte, sprezzando il meccanico, il quale forma per avventura in qualche pittore moderno tutto l’oggetto delle sue fatiche. Con questo gusto, e sapere in mente cominciò Jacopo a tutto potere il suo operare, e per poco, e per molto, e per nessun prezzo; purché sfogasse la pregna sua fantasia.

Furono le opere sue in gran numero, e a fresco, е a olio, come il seguito di questo libro dimostra. Ma parlando più ordinariamente della sua maniera; disegnò, come abbiamo detto, in conseguenza dei suoi studi di gran carattere, e gran possesso; dipinse, quando pero volle, di bel colore, e bel modo, e inventò con tal diversità, e prontezza, che piò lo spavento dei pittori chiamarsi; imperciocché gli altri per l’addietro nel comporre erano ritenuti e facilmente dalla tella e tavola, che avevano dinanzi, si lasciavano atterrire, ma il Tintoretto pose terrore si può dire alle stesse tele; non temendo in pochi momenti di ricoprire con quantità di figure quadri di maggior grandezza che gli altri fatto non avevano.

Fu unico oltre a suoi rari pregi nel formare gli inganni nelle tele cioè nel far comparire con la forza del chiaroscuro, che veramente nei siti che espresse, si potesse camminare, e facendo sempre più spaziosi e magnifici sembrare i luoghi con le ben intese prospettive. Nelle mosse delle figure, e nelle attitudini fu eccellente quanto vario, e pronto; nel chiaroscuro lo maneggiò con fierezza e somma intelligenza, essendo però scarso nei lumi, acciocchè maggior forza le cose sue ritenessero. Circa i panni e la vaghezza non vi pose grande studio; benché farlo sapesse quando voleva, vestendo per lo più dietro all’ignudo, ed alla apostolica. Ma per dare un chiaro segno di essere infatti egli stato uno dei più eccellenti maestri del mondo, diremo, che da lui appresero con gran soddisfazione, e utile una buona parte del pittoresco possesso i famosissimi Bolognesi Caracci, lume e splendore della scuola bolognese: il che può, e dalle opere loro, e dalla felsina pittrice del Malvasia chiaramente dedursi. Fu infine di ottimo, acuto è vivace ingegno; comeché affatto da filosofo, sempre vivesse. Morì finito dal molto studio l’anno l594, e fu sepolto con gran decòro nella Madonna dell’Orto, lasciando nell’inclita sua patria aperta la strada agli studenti pittori nell’opere sue per impossessarsi dei veri scientifici modi della pittura.

Tintoretto nella Chiesa della Madonna dell’Orto

Nella Capella maggiore vi fono due grandi quadri bislunghi del incomparabile Tintoretto l’uno con il giudizio universale, nel quale si mira in alto il sommo giudice attorniato da molti beati con leggiadre, e varie attitudini al basso si vedono molti morti a risorgere, chi nudi scheletri, chi mezzo vestiti di carne, altri dall’acqua, altri dalla terra si levano, si vedono parimente molti demoni terribili che traggono al basso appena risorti i dannati, ed angeli ancora, che innalzano i beati alla gloria; mosse tutte così artificiose, pronte, furiose, ed animate da un chiaroscuro così ben maneggiato, che dà segno di non capire che sia pittura, chi non stupisce in mirandolo.

Nell’alto vi è l’Adorazione del vitello d’oro, il simulacro del quale vien portato da alquanti con belle ed erudite azioni, si vedono ancora vari, che raccolgono gli avvanzi dei monili, e monete d’oro, ed alquante leggiadre femmine. Queste due opere sole possono formare il concetto a qualsisia gran valentuomo. Scrive il Ridolfi, che il Tintoretto dipingesse queste due gran macchine per soli ducati cento mosso solo dal desiderio d’onore.

Vi sono in quattro nicchie quattro virtù, ed una altra simile è sopra la porta maggiore, opere del suddetto.

Di più dipinse ancora il Tintoretto le lunette di sopra, ed il soffitto dell’altare maggiore ma maltrattato dal tempo fu restaurato, e ritocco.

Scendendo dalla detta cappella maggiore si vedono le portelle dell’organo, nel di fuori la presentazione della Vergine e nel di dentro da un lato San Pietro che mira la Croce in aria sostenuta da vari angeli, e dall’altro la decollazione di San Criftoforo opere rare del Tintoretto per il sapere non solo, ma per la vaghezza. Questi tutti, e tre pezzi vanno alle stampe del Lovisa; del San Pietro vi è un’altra bella stampa disegnata, ed intagliata di mano propria del signore Antonio Maria Zanetti q. Girolamo, e della purificazione ancora si vede un’altra stampa fatta in Parigi da M. Desplaces da un disegno del predetto Zanetti eruditissimo in quest’arte. (1)

(1) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

http://palazzoducale.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/mostra-tintoretto/2018/02/18903/tintoretto/

http://www.gallerieaccademia.it/il-giovane-tintoretto

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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