La Battaglia delle Curzolari o di Lepanto (i preparativi)

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Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Monumento a Sebastiano Venier "Capitano General da mar" , comandante delle forze veneziane nella Battaglia di Lepanto e poi doge

La Battaglia delle Curzolari o di Lepanto (i preparativi)

All’alba della domenica del 7 ottobre 1571 le due flotte si avvicinavano l’una all’altra, ormai in piena vista. I cristiani avanzavano a remi, alla velocità di tre o quattro nodi all’ora; l’unica che potevano raggiungere senza mettere sotto sforzo le ciurme, simile a quella di un uomo che camminava di buon passo. I turchi, con un po’ di vento a favore, avevano alzato le vele di trinchetto, le più rapide da ammainare al momento dello scontro, e quindi si avvicinavano più in fretta. La velocità con cui i turchi si avvinavano fece temere che potessero arrivare a tiro prima che la formazione della flotta cristiana fosse completata. Ma all’improvviso il vento cadde, e sul mare regnò una bonaccia del tutto insolita in una stagione così avanzata, i turchi furono costretti ad ammainare e procedere anch’essi a remi. I piloti affermarono che era un miracolo, perchè in quella zona di solito al mattino il vento, anziché calare, si rafforzava, e i cristiani ricordarono quell’improvvisa bonaccia come il primo segno sicuro che Dio stava dalla loro parte.

La flotta turca era più numerosa per la quantità di vele, ma non per le galere, che erano di gran lunga i vascelli più importanti in combattimento. La flotta di don Juan era salpata con 208 galere, ma 4 erano state lasciate indietro perchè facevano acqua e rimandate in Puglia con diverse missioni. Ne rimanevano dunque 204, più le sei galeazze, che quanto a “impegnosità” e artiglieria valevano ben più di una galera sottile. Calcolare quante galere avevano i turchi non è facile, ma sommando le varie squadre partite quella primavera da Costantinopoli, su cui abbiamo gli avvisi dettagliati dei diplomatici e delle spie cristiane, si arriva a un totale di circa 200 o 205 galere.

Mentre le due flotte si avvicinavano, vennero innalzati gli stendardi di battaglia. Sulla galera di Alì issarono lo stendardo di cotone bianco proveniente dalla Mecca, che spettava al sultano in quanto erede dei califfi e Principe dei Credenti, e su cui era ricamato 28.900 volte a lettere dorate il nome di Dio, uno spagnolo che lo vide dopo la battaglia osservò che le lettere erano così piccole da leggersi a fatica. Accanto ad esso sventolava lo stendardo che il kapudan pascià inalberava uscendo da Costantinopoli e che veniva calato soltanto al suo rientro, di stoffa d’oro anch’essa ricoperta di iscrizioni religiose, sormontato da una mano d’argento dorato che simboleggiava l’autorità conferitagli dal sultano. Sulla Real innalzarono lo stendardo di damasco celeste della Lega, con il Cristo crocifisso e gli stemmi del re di Spagna, del papa e di Venezia; sulla Capitana il Venier issò il gonfalone scarlatto e dorato col leone di San Marco, e il Colonna lo stendardo di generale del pontefice, di damasco rosso, col Crocifisso fra gli apostoli Pietro e Paolo, e il motto In hoc signo vinces. Ma oltre agli stendardi che simboleggiavano il comando e attiravano sui generali la protezione di Dio e dei santi, tutte le galere vennero pavesate a festa: su quelle cristiane fu “spiegata ogni altra sorte di bandiere, gagliardini, fiamole e insegne […] per ornamento, giubilo, et a maggior animo d’ognuno”, e i turchi risposero “spiegando anche essi gli superbi stendardi suoi, e sparse su per le loro galee infinita quantità di bandiere, come è loro costume”. L’innalzamento delle bandiere avveniva a suon di musica, “dato il segno di trombe, piffari, chiarelli, tamburi, et ogn’altra sorte di strumenti”, soprattutto sulle galere capitane che portavano sempre “concerto di trombetti”.

Sulle galere della Lega i cappellani imbarcati per volontà espressa del papa, cappuccini e gesuiti, percorrevano la corsia con i crocifissi in mano, benedicendo ed esortando, e molti patroni, gli ufficiali responsabili della ciurma, facendo lo stesso, mostravano il crocifisso ai loro uomini e persuadendoli che sotto la sua protezione sarebbero stati al sicuro. Don Juan esortò gli uomini a battersi bene e poi s’inginocchiò a pregare, e così fecero tutti, mentre i sacerdoti confessavano e assolvevano la folla in ginocchio. Al suono delle trombe e dei tamburi, soldati e marinai cominciarono a gridare “vittoria e viva Jesu Cristo!”. Sulle galere turche nel frattempo, suonavano le nacchere, pifferi e tamburi.

Accanto ai preparativi spirituali e psicologici si provvedeva anche a quelli materiali. Sulle galere della Lega si distribuì ai rematori un rancio sostanzioso e una gamella di vino, e vennero messi a disposizione in corsia pane, vino e formaggio, perché tutti potessero rifocillarsi nelle pause del combattimento; poi si provvide a chiudere a chiave le porte di tutti i locali sotto coperta, tranne la camera del comandante a poppa, tenuta sgombra per ricoverare i feriti, e quella del vano dove gli scrivani conservavano armi e munizioni. Tutto lo spazio possibile in coperta venne liberato per i soldati; “i nostri Christiani allegri cominciarono a nettar le coverte, levar le sbarre, spazzar le puppe” e schierare la fanteria armata di “archibugi, alabarde, mazze ferrate, picche, spade e spadoni”, i bombardieri caricavano i pezzi con le palle di ferro o di pietra, ma anche con catene, rottami e pallini di piombo per le scariche a mitraglia, gli archibugi da posta vennero montati sui loro supporti. Almeno qualcuno delle galere cristiane alzò le vele di trinchetto, nonostante l’assenza di vento, per riparare gli uomini dalla pioggia di frecce che ci si aspettava.

Avvicinandosi il momento dell’impatto si provvide anche a liberare dai ferri tutti quei galeotti di cui ci si poteva fidare, perchè partecipassero al combattimento. Sulle galere ponentine questo significava sferrare i buonavoglia, che di solito erano anch’essi in catene, e i forzati cristiani, lasciando ai ferri soltanto gli schiavi; sulle veneziane, dove i buonavoglia erano liberi e no c’erano schiavi se no quelli catturati nel corso della campagna, si tratto di liberare gli equipaggi delle poche galere sforzate. A quanto pare, a tutti venne promessa la libertà, e infatti il Venier dopo la battaglia cancellò ufficialmente le condanne e i debiti di tutti i forzati sulle galere della Repubblica. Contrariamente a un immaginario diffuso, anche i turchi potevano armare la forsa, com’era chiamata la ciurma nella lingua franca in uso a bordo dei vascelli ottomani: giacché i rematori erano in gran parte coscritti, e solo qualche decina di galere (di solito però le migliori) e le galeotte e fuste dei corsari erano armate con schiavi. Dall’una come dall’altra parte, gli schiavi dovevano rimanere incatenati ai banchi, e anzi accucciati sotto di essi non appena avessero smesso di vogare, per non intralciare il combattimento.

Complessivamente le due flotte ebbero a disposizione circa cinque ore per completare i preparativi, prima di arrivare a tiro di cannone; l’avvistamento era avvenuto allo spuntar del sole, intorno alle sette di mattino, ma la battaglia non cominciò che verso mezzogiorno. Ai cristiani il tempo bastò appena: soprattutto i testimoni veneziani affermano che al momento dell’impatto le galere non erano proprio nell’ordine previsto. Il rimorchio delle galeazze in prima linea, a un tiro di cannone dal grosso, riuscì appena in tempo. (1)

Tutto era pronto per la battaglia.

(1) ALESSANDRO BARBERO. Lepanto. La battaglia dei tre imperi. (Edizioni Laterza)

Sebastiano Veniero. Doge LXXXVI. — Anni 1577-1578

Famiglia Veniero

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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