Francesco Panizzi, maestro di casa, omicida (1751)

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Calle de le Locande - San Marco

Francesco Panizzi, maestro di casa, omicida (1751) 1

Erano sette anni che Francesco Panizzi, Romano o Napoletano che fosse, dimorava a Venezia in qualità di maestro di casa presso famiglie patrizie, ed in questo frattempo si aveva dato a conoscere per uomo di carattere fiero e risoluto, vantando omicidi di propria mano commessi.

Quantunque sessagenario, egli manteneva un’amorosa tresca con Angela Gagiola, meretrice in Calle delle Locande a San Paterniano2, ma spesse volte altercava con la medesima, ed allora metteva mano alla spada colla minaccia di volerla privare di vita. Stando le cose in questi termini, il Panizzi la sera del 12 gennaio 1751, mascherato, condusse al Ridotto ad un’ora di notte la Gagiola, che pur essa era mascherata, ed indossava un mantello di color chiaro, guarnito d’argento. Quindi con lei e con un altro amico andò a cena verso le sette all’osteria del Selvatico3, donde partissi dopo le otto, pregando l’amico d’accompagnare la donna a casa, e promettendo di venirle a tener compagnia per il restante della notte. Si recò allora all’abitazione del N. U. Pietro Marcello4, procuratore di San Marco5, a cui in quel tempo prestava i propri servigi, vi si fermo quasi due ore, e finalmente picchio all’uscio dell’Angela, ne vi usci prima del giorno seguente.

Sorto il mattino, si trasferì alla casa d’un certo Allegri, ove soleva dormire, e dopo avervi scomposto ad arte il letto, andò in traccia di vendere un mantello di color chiaro, guarnito d’argento, riconosciuto poi per quello indossato dalla Gagiola nella sera antecedente. Ciò eseguito, montò in gondola e si fece condurre sulle Zattere. Con l’accordo altra gondola a quattro remi per il Dolo, ma quando si vide al largo, strinse altro contratto coi barcaiuoli per venire in quella vece condotto sul Ferrarese, dimostrandosi durante il viaggio sempre confuso, e sollecito di medicarsi tre tagli che aveva nelle mani.

Si era frattanto notata in Venezia la di lui scomparsa; il N. U. Pietro Marcello si era accorto della mancanza d’alcuni pezzi d’argenteria, ed aveva trovato in una stanza un tovagliolo brutto di sangue; una goccia di sangue aveva scorto pure l’Allegri nella sua casa, e la porta e la finestra dell’Angela rimanevano sempre chiuse. Insospettiti gli agenti della giustizia penetrarono a forza nell’abitazione della cortigiana, e la trovarono trucidata unitamente alla di lei serva. Videro pure gettata a terra una camicia intrisa di sangue, che si scopri essere del Panizzi, e notarono involati gli oggetti preziosi onde l’uccisa, per la sua condizione, si sapeva abbondantemente fornita.

A tali indizi il Consiglio dei Quaranta al Criminale citò il Panizzi con proclama 28 gennaio 17516, ne essendo comparso, lo bandì il giorno trenta successivo, posta una taglia sul di lui capo7. Uno degli stessi barcaiuoli che l’aveva condotto sul Ferrarese lo scopri poco dopo a Pisa8, al quale annunziò la Repubblica non tardò a chiederne l’estradizione, per cui il 7 aprile 1751 l’assassino fu condotto a Venezia, e chiuso in carcere9. Egli, dopo aver confessato il delitto, ed ottenuta la dispensa dai tormenti anteriori, venne decapitato il 22 aprile dell’anno medesimo, e poscia fatto a quarti10, secondo il costume che ancora in quel tempo vigeva nella nostra città.

ANNOTAZIONI

1 Questa via, che nemmeno adesso e tutta monda da meretrici, prese il nome dalle varie locande che vi esistevano nel secolo passato. Si ha memoria che nel 1740 vi erano aperte una locanda all’insegna delle Tre Chiavi, un’altra all’insegna delle Tre Rose, una terza all’insegna dei Tre Visi, ed una quarta all’insegna della Vida.
2 La locanda all’insegna del Selvatico, o dell’Uomo Selvaggio, data del secolo XIV. Che si prestasse ad amorosi ritrovi, lo si deduce dal Dotti, il quale nelle sue satire, parlando delle donne di partito, ebbe in tal guisa ad esprimersi: Se riesce a queste lamie D’allettar qualche mal pratico A commetter mille infamie Lo conducono al Selvatico.
3 Le Raspe chiamano questo Pietro Marcello figliuolo di Pietro, ma con errore, poiché gli esatti genealogisti lo fanno in quella vece figlio di Girolamo e di Chiara Civran. Egli nacque nel 1686, nel 1707 prese in consorte Chiara Duodo, e nel 1716 venne eletto Procuratore di San Marco de supra. Ebbe bensì un figlio nato nel 1719, che pur esso porto il nome di Pietro, ma questi non fu procuratore di San Marco, e, come si esprime una cronaca, nihil memoria dignum notandum reliquit, anzi, a cagione della sua mala condotta, fu incarcerato, restando inutili tutte le preghiere del padre per ottenere la di lui libertà. Si pretende che la patrizia famiglia Marcello sia discesa dalla gente Claudia Marcella di Roma, e che sia venuta fra noi nel settimo secolo. Nicolo doge, eletto nel 1473, Lorenzo capitano generale, morto combattendo contro i Turchi ai Dardanelli nel 1656, e Benedetto meritamente acclamato Principe della Musica Veneziana, nato nel 1686, e morto nel 1739, sono le principali glorie di questa famiglia.
4 La dignità procuratoria era dopo quella del doge la più eminente della Repubblica. Ebbe origine nel principio del secolo IX, allorquando si cominciò ad eleggere un patrizio col titolo di procuratore perché sopravegliasse alla fabbrica della basilica di San Marco. Gli furono successivamente aggiunti alcuni colleghi coll’ordine seguente, cioè uno l’anno 1231, un altro nel 1239, un terzo nel 1261, e due altri nel 1319. Ridotti a sei, furono divisi in tre classi. Due si chiamavano de Supra (destinati alla cura della basilica) due de Ultra (destinati all’amministrazione delle tutele e commissarie al di là del Canal Grande) e due de Citra (destinati al medesimo uffizio al di qua del suddetto canale). Nel 1353 ai due procuratori de Supra se ne aggiunse un terzo. Finalmente nel 1442 il Maggior Consiglio fisso il loro numero a nove, tre per procuratia. I procuratori di San Marco venivano mai sempre ammessi in Pregadi senza bisogno dell’annuale ballottazione, ed avevano altri diritti e privilegi. Oltre i nove procuratori ordinari, talvolta ve ne furono di straordinari, o perché tale dignità venne venduta nelle strettezze dell’erario, o perché servi di premio a rilevanti servigi prestati allo Stato.

GIUSEPPE TASSINI. Alcune delle più clamorose condanne capitale.  (VENEZIA, Premiata tipografia di Gio. Cecchini 1866)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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