Chiesa dei Santi Vito e Modesto vulgo San Vio

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Luogo dove si ergeva la Chiesa di San Vito e Modesto vulgo San Vio - Dorsoduro

Chiesa dei Santi Vito e Modesto vulgo San Vio. Chiesa demolita

Storia della chiesa

Concordano uniformi molti dei più accreditati cronologi delle cose venete nell’assegnare all’anno 912 la fondazione della chiesa parrocchiale dedicata ai Santi martiri Vito, e Modesto; ma discordano poi nello stabilirne il fondatore. Poiché il Sansovino la dice fabbricata dalla famiglia Magno; il Sanudo ne dà il merito alle famiglie Magno, e Vido; e qualche altra cronaca di autore anonimo l’asserisce eretta dalle due famiglie Vido, e Balbi, la seconda delle quali venuta era poco prima da Aquileia. Con l’andare degli anni essendosi con pericolo della chiesa sprofondato il terreno, la religione del senato in grata riconoscenza a Dio, per la conservazione della pubblica libertà dai tradimenti di Baiamonte Tiepolo, assegnò dall’erario della Repubblica un opportuno aiuto per ristorarla, al qual oggetto destinò pure colonne e marmi tratti dalla casa del Tiepolo fatta demolire in castigo del tradimento. Per la cagione stessa ordinò la pubblica autorità, che il giorno festivo del santo martire titolare fosse solennemente osservato, e la di lui chiesa annualmente visitata dal principe, dovendosi poi tener a pomposo pranzo il di lui accompagnamento. A queste rimostranze del comune giubbilo stabilite nello stesso anno della dissipata congiura, che fu di Cristo 1310 aggiunse nuove beneficenze il senato nell’anno 1315, le quali servirono al compimento della chiesa, ed alla riedificazione del campanile.

Non solo per tradizione, ma per fede anche di autentici documenti si rileva, che nel secolo XV abitassero vicino ad essa alcune religiose donne chiamate Pizzochere della Madonna di San Vio, coll’abito delle quali nell’anno 1533, volle esser sepolta nella chiesa di San Michiele di Murano la nobile matrona Maria Loredano, lasciando in legato dieci ducati d’oro alla casa dell’ordine di esse Pizzochere.

Fu anticamente collegiata questa chiesa, ma nell’anno 1582 da Lorenzo Campeggio, e da Agostino Valiero visitatori apostolici, e poi cardinali di santa chiesa, essendosi riconosciuta la ristrettezza delle di lei rendite fu ridotta in semplice parrocchiale diretta dal solo piovano.

Sono in essa eretti sette altari di marmo, e fra essi uno dedicato a Nostra Signora sotto il titolo immemorabile della Madonna della Salute, per la di cui intercessione piamente si crede essere stata nell’anno 1630, preservata dal morbo pestilenziale questa parrocchia, in maniera che né pur uno dei parrocchiani perì di quel male, che faceva orribile strage nel restante della città. Per il fausto augurio di un tal nome essendosi poi dal senato stabilita la fabbrica di un tempio ad onore della Madre di Dio per la città liberata dal gravissimo flagello, fu egli nella sua consacrazione insignito del nome di Santa Maria della Salute. È arricchita questa chiesa di alcune ossa dei santi suoi titolari, e di altri martiri ancora, collocate in diversi ripostigli di marmo. All’altare poi dedicato a Sant’Antonio abbate si venera il corpo della beata contessa Tagliapietra, nobile vergine veneziana, della di cui angelica vita, per la trascuratezza dei secoli passati si conservano pochissime memorie.

Trasse questa piissima vergine i suoi natali in Venezia nell’anno 1788 da Pietro (che Marco Barbaro nella sua Cronaca chiama Niccolò) ed Elena Tagliapietra pii e Nobili Conforti, i quali nel battesimo la fecero chiamare col nome di Contessa, reso poi illustre da lei con le virtuose sue azioni. In essa la divozione prevenne il conoscimento, ed appena giunta all’età di poter balbettare proferendo i dolci nomi di Gesù, e di Maria dimostrava nell’ardore della faccia qual vampa di amore ella andasse nutrendo nel seno. La diligenza, che si presero i pii di lei genitori per educarla riuscì tanto più fruttuosa, quanto che ella era nata con una inclinazione felice per la virtù, e da che ebbe ragione capace per intender, ed amar Dio, il di lei cuore non poté mai rivolgersi ad altro oggetto. Non aveva perciò altro allettamento che per l’orazione, a cui donava oltre la maggior parte del giorno, anco tutte le ore della notte, che le avanzavano di un breve sonno, preso sopra di un letticciuolo atto più a tormentare, che a dar riposo. Allo spirito d’orazione aggiunse l’innocente vergine i rigori della più austera penitenza. La di lei astinenza era estrema, frequenti i digiuni a pane, ed acqua, e quasi questo fosse ancor poco al suo fervore, vestiva sotto i panni un ispido cilicio, e con replicate sanguinose flagellazioni tormentava il suo corpo, ed era ben effetto della provvidenza celeste, da cui era diretta, che una giovane nobile, e delicata resistere potesse ad austerità così continuate, e tanto gravi. Compensava però Iddio l’amorosa severità, con cui la pia vergine trattava il suo corpo, favorendola con quelle ineffabili dolcezze, che egli riserva all’anime contemplative, e bene spesso fu veduta alienata dai sensi, ed unita a Dio in dolcissime estasi. Alla carità, di cui ella ardeva per Dio, corrispondeva una tenera compassione verso dei poveri, alle miserie dei quali soccorreva con generosa abbondanza, sia a consumare nel lor soccorso non solo quanto aveva di soldo, ma le vesti stesse, e tutto quello le poteva derivare dalla liberalità dei suoi genitori.

Non abbastanza si soddisfacevano le pietose sue viscere col soccorso restato ai mendichi viventi; ma commiserando anco quell’anime abbandonate, che languivano nel fuoco del purgatorio, procurava con fervorose preci, e replicati sacrifici d’ammorzare quelle fiamme; ed ebbe la consolazione d’inviarne molte fuor del penoso carcere ai godimenti del paradiso.

Ma il trasporto maggiore di sua divozione compariva, allorché si poneva a contemplare i dolori del suo sposo crocifisso. Poiché nel pallore del volto, nell’affanno del petto, e nelle dolci lagrime, che spargeva, ben dava a divedere a quali angosce penasse allora l’innamorato suo cuore.

Tali deliqui d’amore esperimentava e più frequenti e più forti nell’udire il divino sacrificio, a cui però non mancava di giornalmente intervenire, partendosi dalla casa paterna situata nella parrocchia di San Maurizio, e con la barca domestica trapassato il Canal Grande portandosi alla Chiesa di San Vito, ove soleva risedere il direttore spirituale dell’anima sua.

Cominciò in tanto a riuscire dispiacevole ai genitori della donzella il di lei frequente accesso ad una chiesa lontana, e riputandolo forse poco conveniente al di lei nubile stato, senza farne ad essa parola di divieto, proibirono ai gondolieri il tradurla alla solita chiesa da lei frequentata.

Si portò dunque ella secondo il consueto costume alla riva domestica per oltrepassare il Canale; ma ricevutane assoluta negativa dai gondolieri, mossa ella da interno impulso stese il grembiale sull’acque, ed assistita da forza superiore passò sopra di esso con universale meraviglia alla riva opposta, che conduce a San Vito.

Malgrado l’inclinazione assai palese, che ella dimostrava per la ritiratezza, e per la vita spirituale, molti gentiluomini presi dalla di lei bellezza, e molto più dall’altre virtuose qualità, la chiesero in matrimonio; e già pensava il padre a stabilirla nel mondo; allorché ella stimolata a prestarvi il suo consenso, dichiarò apertamente ai suoi genitori, di non voler altro sposo, che Gesù Cristo; onde furono costretti a lasciarla in libertà di seguire gli impulsi delle divine chiamate. Fece dappoi rifesso la buona vergine al pericolo, in cui era stata posta di abbandonare il divino suo sposo. Che però si rivolse con tutto il fervore del suo cuore a pregar la divina clemenza di chiamarla perpetuamente a sé, e levarla dal mondo.

La esaudì Iddio, e sorpresa la santa giovine da grave malattia da lei con giubilo tollerata, passò felicemente agli amplessi del suo sposo nel giorno primo di novembre dell’anno 1308 ventesimo dell’innocente sua vita. La fama sparsasi della di lei morte trasse una moltitudine copiosa di popolo ai suoi funerali, ed acclamata fino da quei primi momenti per beata cittadina del cielo, acquistò quel culto, che fino ad ora senza interruzione se le conserva. Il di lei corpo fu portato alla Chiesa di San Vito, ed ivi deposto nella mensa dell’altare dedicato all’evangelista San Giovanni, ed i molti prelati, che nei tempi susseguenti vistarono con formalità questa chiesa, tutti la confermarono nel possesso di quella venerazione, che se le era concessa fino dai primi tempi di sua sepoltura. Riposò il sacro corpo nel suddetto altare fino all’anno 1702, in cui con permissione del patriarca Giovanni Badoaro fu dal piovano Paolo Soldati religiosamente trasportato dall’altare di San Giovanni a quello di Sant’Antonio, ed ivi decentemente collocato in un’urna di marmo.

Fu accompagnata questa traslazione, come lo attestarono persone degne di fede, da non ordinari prodigi. Poiché fu ritrovato il sacro corpo incorrotto, benché nella faccia alquanto pregiudicato dal tempo, e le braccia talmente annesse al petto, che non vi fu forza alcuna valevole per aprirle affinché una giovane vergine di nome Elisabetta nipote del sopra lodato piovano potesse adornarlo di una nobile veste di seta a tal oggetto preparata. Credette il piovano presente alla devota opera di provar la di lei ubbidienza, e fatta breve, ma fervorosa preghiera, le impose il doversi lasciare vestire, e tosto divennero trattabili e sciolte le braccia; onde con facilità a lei si adattò il nuovo vestito. Altro pure non minor miracolo si dice esser accaduto in tal occasione, che volendo riporsi il venerabile deposito nell’antica cassa, da cui era stato estratto, si trovò mirabilmente allungato; onde convenne per collocarlo far costruire una nuova, e più decente cassa, nella quale deposto si ammirò nuovamente ridotto alla primiera sua ordinaria statura. Si conserva al presente ancora incorrotto in tutte le sue membra, fuorché (come si è detto) nel volto alquanto privo di carne, e giace decentemente disteso con le braccia incrociate sopra del petto, e si vede attraverso di un cristallo, che chiude la parte anteriore dell’arca, in cui si conserva.

Per costante tradizione sappiamo, essere ella stata e in vita, e dopo morte glorificata da Dio con molti miracoli; ma la trascuratezza, e ignoranza, che regnava in quei tempi, ce ne ha tolta la memoria, e non deve dirsi poco, che ci sia arrivato con sicurezza quanto si è esposto di questa ammirabile verginella. Marin Sanuto nella sua Cronaca, ed altri veneti scrittori fanno onorata menzione di questa serva di Dio, tutti concordemente chiamandola beata, e Marco Barbaro illustre Cronologo delle Famiglie Patrizie Veneziane, il quale fiorì nel secolo XV, così scrive nel riportar la famiglia Tagliapietra: contessa figlia di Niccolò (che i registri della Chiesa di San Vito chiamano Pietro) Tagiapiera morì del 1308, il corpo della quale come d’anima beata si onora nella Chiesa di San Vito in una altare, al quale ho veduto un panno di razzo antiquissimo con l’arma da Cà Tagiapiera, havevano le sue case, dov’è il campo, ma furono comprate dalla Signoria, e spianate, per far più bella veduta al Dose, alla Signoria il giorno di San Vido del 1354. (1)

Visita della chiesa (1733)

Questa chiesa ha sette altari. La tavola alla destra dell’altare maggiore con i Santi Antonio, Francesco, e Nicolò è della scuola di Alvise dal Friso. Nella cappella sinistra la tavola con Cristo in Croce, la Beata Vergine, San Giovanni, e la Maddalena è della scuola di Giovanni Bellino. Un’altra tavola con Nostro Signore in aria, e abbasso i Santi Giovanni Battista, Vito, e un Santo vescovo è della scuola di Paolo. Gli altri quadri soffitti, e laterali, che non sono di maniere vecchie, e di autori poco valenti, sono tutti di Antonio Zanchi dell’ultima sua età. La cupola dell’altare maggiore è opera di Girolamo Brusaferro. (2)

Eventi più recenti

Venne chiusa nel 1808, nella prima concentrazione delle parrocchie, e del tutto demolita nel 1813.

Sull’area di questa ornatissima chiesa, rimase per molti anni un laboratorio di tagliapietra, poi venne eretto un civile fabbricato, solo all’ovest, il proprietario, signor Gasparo Biondetti Crovato, fece erigere una Cappella, su disegno di Giovanni Pividor, sulla porta della quale volle posti in opera frammenti marmorei dell’antica chiesa. Questa Cappella venne aperte il 25 giugno 1865 e per molto tempo celebrata la Santa Messa nelle Domeniche e este religiose. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

(3) CESARE ZANGIROLAMI. Storia delle chiese dei monasteri delle scuole di Venezia rapinate e distrutte da Napoleone Bonaparte (Arti Grafiche E.Vianelli – Mestre 1962)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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