Palazzo Emo a San Simone Piccolo

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Palazzo Emo in Fondamenta San Simeon Piccolo

Palazzo Emo a San Simone Piccolo

Degni di nota, per un rispetto o per l’altro, essendo i palazzi veneziani, non è a farsi conto se apparisca questo semplicissimo, per l’appartenenza ad una delle ultime età dell’architettura. È a considerarsi piuttosto, e con utilità maggiore per la storia, che anche chi lo abitava era degli ultimi tempi, uomo antico bensì per il patriottismo e il valore, che richiama ai tempi dei Dandolo, dei Zeni e dei Morosini.

Questo edificio grandeggia sul margine, alla destra, del maggior canale, in una delle più ampie e ridenti situazioni di Venezia, e più adesso, che posta è all’incontro alla stazione della ferrovia, in prossimità al tempio dei Santi Simeone e Giuda, che il genio dello Scalfarotto, il cui nome sta sull’architrave, modellava sul Pantheon di Roma, osando il primo ciò, che non osava il Palladio. E a chi mi opponesse l’argomento della modesta fabbrica, direi che la pompa deriva da un nome, che tutto della sua gloria lo riempie, e lo rese più grande della sua casa, come rispose Fontenelle al gran Federico di Prussia. Con tali proporzioni, quale palazzo, fosse pur quello dei Doro, dei Cavalli, dei Foscari, risponderebbe adeguatamente alla grandezza di un eroe, la cui fama fa tacere la maldicenza, che è spesso mal veggenza, di chi calunnia gli ultimi anni della Repubblica? È incontrastabile, che questi recinti videro nascere Angelo Emo da Giovanni, e da Lucia Lombardo, ai 5 gennaio 1734. Quivi passò egli l’infanzia e l’adolescenza, e reduce appena in patria dal Collegio di Brescia, quivi pure riceveva lezioni dall’ab. Billesimo, consultore della Repubblica, e dal padre Lodoli. La prosapia degli Emo risaliva all’epoca dei tribuni, e si ricorda un proavo, che operò prodigi di valore nella guerra contro i Genovesi, nelle acque di Chioggia. Il padre di Angelo era già procurator di San Marco e riformatore dello studio di Padova. Allora potevano dirsi questi recinti un diuturno congresso di letterati: vi interveniva anche l’ab. Stellini, e quei crocchi erano altrettante palestre d’insegnamento. Fu l’Emo governatore di nave, avuto il comando di un vascello da 72 cannoni, sviluppò tale coraggio, per condurre una flotta, farsi ragion col valore, e acciò fosse rispettata la veneta bandiera. Conseguì l’ammiragliato: carica triennale; aveva avuto prima quella di almirante, e per la pace colla Reggenza di Algeri, si acclamava cavaliere della stola d’oro, e gli si offrivano le insegne, mentre stava colla squadra a Marsiglia.

Ripatriato, si elesse censore; dignitoso ufficio, che gli aperse l’ingresso al Senato. Anima nata per la patria in ogni sua mozione le fu utile, e richiamò a nuova vita la navigazione mercantile, e per lui si vantaggiarono le manifatture nazionali, rianimò il commercio, già florido, del mar Nero, e avviò nuove relazioni coi porti d’America. La Repubblica vedeva sempre la necessità politica di avvicinarlo ai suoi Consigli di Stato, e lo nominava della giunta di Pregadi, e nel 1780, abitando in questo palazzo, lo creava Consigliere del sestiere di santa Croce, formato cosi parte della Signoria. Quale inquisitore straordinario all’Arsenale, istituiva un corpo di architetti navali, e promosse un asilo per i vecchi marinari infermi, nell’ospitale a Sant’Antonio di Castello. Tre volle comparve sulle coste settentrionali dell’Africa destinata a teatro delle maggiori sue glorie, ove surse un dì la famosa Cartagine, e colla invenzione delle galleggianti, rovinò con bombe e palle infocate i nidi dei barbari a Tunisi, Susa, Biserta e Sfax, pochi mesi prima dichiarala inattaccabile dai Francesi, meritando lode pel suo valore dall’Inghilterra, che anche allora era più innanzi di ogni altra nazione nella perizia marittima.

Fatto piegare il Bey alla pace, con guarentigia dei mari, e minorazione di gabelle, vennero ringraziamenti alla Repubblica dalle potenze di Europa, e una dichiarazione da Luigi XVI re di Francia, uno degli ultimi atti di quel monarca infelice, per la nuova prova di saviezza del Senato, nella scelta di uomini, capaci d’imporre colla loro costanza, e di prevenire col vigile sguardo l’infrazione delle leggi, sulle quali riposa la pubblica sicurezza. Rese servigio infatti a tutta l’Europa, infrenando i pirati, e provvedendo, nel suo girare per l’Arcipelago, alla incolumità del commercio, ed ebbe il titolo onorifico di Africano, e la Repubblica lo insigniva della stola procuratoria. E bene pennelleggia il conte Dandolo, che allora il leon di San Marco mandasse l’ultimo ruggito sul mare, e fosse ruggito potente, degno dei tempi della sua più robusta virilità. E avrebbe l’Emo proceduto agli sbarchi, se vi avesse assentito la Repubblica, che non poteva disporre di grossi eserciti terrestri. Quindi salpava a Malta, e in corto spazio la preziosa vita si estingueva, sul romper dell’alba del 1. marzo 1762, vittima senza dubbio di tristi, come credette non a torto tutta la flotta, che accagionava della morte il Parma, e quel Tomaso Gondulmer, nel quale per una fatale catena di eventi, cadde l’autorità del comando, e che tristamente abusata la pubblica fede, accelerava lo sterminio della sua patria.

Perdette così la Repubblica uno dei suoi guerrieri eroi, che si segnalò come valoroso capitano di mare del suo tempo, e grande uomo insieme di Stato. Chi descriverebbe il lutto di queste soglie, nel giorno che giungeva la salma ai nostri lidi, imbalsamata? Si esponeva essa nella Scuola grande di San Marco, steso sulla bara un manto d’oro sotto l’ombrello di lamine d’argento dorato, a sei mazze, che serviva pei funerali del Doge, stando l’ammiraglio scoperto, in assisa militare. Si celebravano poi l’esequie nella Basilica di San Marco, con musica del maestro Bertoni, ardendo 248 torce intorno al mausoleo. Il Torretti lavorava per i parenti, il monumento, che rinchiuse le spoglie mortali, nella chiesa dei Servi. Il Senato commetteva un cenotaffio, per la sala d’armi dell’Arsenale, al Canova, che regalava di un medaglione, del valore di 100 zecchini, il quale da mons. Canova il vescovo veniva donato alla città, e si custodisce nel museo Correr.

In Angelo Emo si estinse la linea di San Simeon piccolo, non però il desiderio, che una lapide sulla facciata di questo palazzo additi ai posteri più remoti la culla del Temistocle dei Veneti. Non è lutto, direbbe Tacito, ma beatitudine l’esser tolti al soprastante trabocco della patria, incolumi nella gloria, splendidi nella fama. E ciò noi diremo di Angelo Emo, ultimo veneziano. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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