Palazzo Barozzi Emo Treves de Bonfil a San Moisè

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Palazzo Barozzi a San Moisè. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Barozzi Emo Treves de Bonfil a San Moisè

Nella pianta di Venezia, attribuita ad Alberto Durero, si scorge quale fosse la mole, che preesisteva all’ attuale edificio, di un’architettura, cioè, bizantina, che gareggiava collo stile della fabbrica stupenda del Fondaco dei Turchi, senza limite ammirata, e la cui preziosità, più che i secoli alterneranno il lor corso, non potrà mai per oro apprezzarsi abbastanza. Quell’area poi spianata, detta volgarmente battuto, che nella stessa pianta si adocchia rimpetto, vale per filo storico insieme e topografico. Poiché ci fa avvertiti, che ove si scorge mancar il selciato nel campiello Remer o dei Felzi, sorgeva il palazzo, per infamia raso dai fondamenti, di proprietà di quel ramo dei Barozzi, che furono complici nella cospirazione di Bajamonte, di soverchio clamorosa nelle istorie. È quindi evidente, che i signori dell’antica magione, la quale stava nell’area dell’attuale che descriviamo, appartenevano all’altro ramo dei Barozzi della Cà grande, come si rileva anche dall’albero genealogico. Essi avevano nel confine dell’isola ricchi possessi, e si trova che un Giacomo Barozzi dispone i fitti delle sue e delle sue vigne in San Moisè, nel cui circondario fiorivano parecchi oliveti, tra la calle Valaresso e quella del Ridotto. Si conosce poi dalla storia, che Jacopo, figlio del prode Andrea, vincitore di Negroponte nel 1252, otteneva dall’Imperatore di Costantinopoli l’isola di Sanseverino ed altri fondi, i quali rimasero in famiglia per cinque discendenze.

Da questi Barozzi si riedificava adunque il Palazzo, nell’attuale forma di architettura. Né diremo spregevole il disegno, scompartita com’è la fronte in tre ordini di semplice quadratura, con tre arcate agli approdi, una sul canal grande, due sul Rivo, con pilastri e frontoni di pietra d’Istria, coi poggioli, aventi molti supporti nel primo piano, e alla cornice superiormente, e coi parecchi davanzali, benché taluni immurati, pure adorni da sporti di marmo greggio rilevato. Il carattere dell’insieme pare ci ricordi lo stile di Bortolo Manopola, quegli che disegnò il palazzo dei Ruzzini, ora Priuli in Campo a Santa Maria Formosa; architetto citato con onore dal Sansovino, per varie opere di pregio, e per invenzioni meccaniche nell’arte, quando fu proto del palazzo ducale. Non sarebbe però del nostro avviso la Venezia e sue lagune, che appunta di qualche menda il disegno: non pronunzia per altro un concreto giudizio. In appresso ser Zuanne figlio del prode Andrea, marito di Franceschina Corner, condizionava in modo nel testamento la sostanza, che, alla mancanza dei maschi di Giacomello Barozzi, dovessero passare i beni nei figli di ser Marino di Candia, e poi nelle femmine. Verificatosi un tal caso, questo palazzo veniva in proprietà dei Corner, come si legge nell’istrumento del 1632, e da una nipote di Michele Corner, per matrimonio, passava a quella famiglia degli Emo, che diede alla patria guerrieri e letterati.

Quivi ebbe lunga stanza Giorgio Emo, arcivescovo di Corfù, fino al 1827; nel qual anno, ai 5 marzo, fu bella ventura di Venezia, che comperasse il palazzo la famiglia dei nobili ed illustri sig. Isacco e Jacopo Treves dei Bonfil. Posero infatti i cavalieri amor grande all’edificio, con dispendio ingente ristorandolo dalle onte del tempo; vi aggiunsero anche sopra il tetto grandioso terrazzo con ringhiera all’intorno, da cui bella scena si gode, nella vista da lunge dei monti e del mare; decorarono l’interno con ogni magnificenza, e gli accrebbero il prezzo coi tesori dell’arti belle. Poiché nelle signorili stanze in cento guise ornatissime, s’incontrano le più scelte opere del bulino e del pennello, che mentre accennano alle fasi dell’arti, segnano i più cari ricordi nella vita del signore che le abita. Nel cuor del quale è un idolo la pietà, e con raro esempio ai facoltosi, sentito nella coscienza il dovere di far parte con gli infelici delle fruite dovizie, apre di continuo le soglie ai travagliati dalla sventura. Qui le opere infatti dei migliori artisti rappresentano l’amore del cav. Jacopo alle belle arti, di cui è intelligente e provvido Mecenate; l’effigie parlante del Cicognara e qualche di lui lavoro di paesaggio rammenta chi fu luce e vita di quell’Accademia ove lo stesso cav. Jacopo siede tra i consiglieri ; i dipinti del Lipparini richiamano alla tenera amicizia, che lo stringeva a quell’emulo insigne dell’Hayez; e colla sala appositamente costrutta in questo Palazzo per l’Ettore e l’Ajace, opere del Canova, acciò le figure risaltino nelle varie loro forme ed attitudini, pare adempiersi l’idea gentile, che per morte non poté mandare ad effetto l’Italico Fidia, di presentarne Venezia. Poiché le acquistava e le possiede un cavaliere, che è giustamente di Venezia l’amore, per la carità appunto, che le dimostra, sotto le splendide e delicate sembianze della beneficenza. Al quale ci gode l’animo di poter lasciare durevole in queste pagine una testimonianza di onore, in nome della patria riconoscente. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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